buttafuoco pietrangelo

Requiem per il liceo classico

(da “il Giornale” dell'1-9-2000)


Pregiudizio continentale

I comizi e il ciclostile

Aoristo da digerire

 

Si vuole cancellare la scuola “della classe dirigente italiana”, 

l'unica fabbrica di universalismo a disposizione degli angusti confini italiani

 

Per Don Milani era il luogo della borghesia

Per Gentile invece era il luogo di riscatto di classe

Tra le ombre che se ne sono andate nel cimitero della grande Italia, nel parco immobile di ciò che fu, accanto a quella del maestro di scuola elementare, c'è quella del professore. È l'austero professore del liceo classico, quello che abbiamo amato nella rappresentazione di Amarcord di Federico Fellini, nella Famiglia di Ettore Scola o leggendo il Garofano Rosso di Elio Vittorini. Ma soprattutto, ombra orbata di qualsiasi visibilità sociale (schifato dal marketing, dai target, da tutti i grandi fratelli), c'è quello di ognuno, quello a cui si ritorna con la memoria per un verso di Saffo, per una spada presa in prestito ad Ariosto, per quel gigantesco paniere dove ci s'infilava — il canestro volante che se ne saliva alto verso il soffitto della palestra — per la rappresentazione di fine anno scolastico: Le Nuvole di Aristofane. Il professore insegnava la vita. La spiegava, con il latino e il greco della forma mentis. La dettava secondo le regole della metrica. Ombra tra le ombre allora, nell'apnea di un risentimento vendicativo della nuovissima Italia degli accorpamenti e del riordino amministrativo, nella palude tardo-sessantottina del parcheggio sociale che ha fatto strame di didattica e pedagogia, accanto alla scuola elementare che fece l'alfabeto dell'Italia emancipata dalla povertà, c'è anche il liceo classico, quella officina di iniziazione dove la giovinezza dell'intelletto e del cuore conobbe il destino della responsabilità.

Adolfo Scotto di Luzio, un ricercatore di storia contemporanea, in un saggio dal titolo Il Liceo classico pubblicato non a caso sulla collana “L'identità italiana” (collana non a caso diretta da Ernesto Galli della Loggia), scrive che «la storia del liceo classico si intreccia intimamente con la storia della classe dirigente». Il liceo classico, infatti, non è un incidente nella storia di questa Italia, non è un ufficio di collocamento o un centro di smistamento e casting, non è la Ferrari, né l'Alta moda. L'attuale classe dirigente italiana è figlia del liceo classico e la notizia che ci arriva dal fondo della carta geografica allora (dove ogni ginnasio ha meritato quel mutuo rispetto proprio alle cattedrali), la notizia cioè che obbedendo al riassetto burocratico molti prestigiosi e centenari licei vengano oggi privati dell'autonomia per essere assorbiti da altri istituti superiori, è molto più di un segnale di quell'accanimento con cui si vuole cancellare la propria identità, peggio: è il segno dell'indifferenza verso quell'unica cellula generatrice di passione e intelligenza che consentiva al ragazzo di Avellino di avere quegli strumenti di linguaggio e di logica per dialogare con il mondo.

Pregiudizio continentale

È il segno di un pregiudizio continentale, l'idea che la scuola tecnica con i suoi aggiornamenti, i suoi mezzi e la sua contemporaneità con le cose sia consustanziale al dogma dell'utile utilità. E forse è la messa in pratica di un'infelice battuta da cummenda, quella di Gianni Agnelli su Ciriaco De Mita («intellettuale della Magna Grecia») per cui ogni provinciale che non osa mettersi l'orologio sul polsino della camicia, per fare la sua figura si tiene alla larga dalle declinazioni. Ai politici in genere fa schifo interessarsi ai problemi della scuola, ma certamente c'è anche una forma di pregiudizio politico sul modello di studio umanistico, quello di un'Italia bigotta (e democristiana) che non ha mai veramente accettato una fabbrica di arbitrio pagano, di logica e teoretica quale sostanzialmente il liceo è.

Era l'unica fabbrica di universalismo a disposizione degli angusti confini italiani. Vittima di una macchinazione inconscia, il liceo classico — inaspettato e prezioso approdo nella patria del lazzaronismo —, gioiello dell'insuperata riforma di Giovanni Gentile, è appunto la fotografia di gruppo di un'Italia importante. A guardare, nella foto, si riconoscono i volti di tutti gli italiani dell'eccellenza trasversale: il latinista Palmiro Togliatti, il trascinatore don Luigi Giussani, il poeta Giuseppe Bottai, il cospiratore Augusto Monti, l'allampanato Raimondo Vianello, il timido Vittorio Gassman, la dispettosa Zanzara infine. Indro Montanelli è il ginnasio, la scuola solida, Enzo Biagi no. Valter Veltroni darebbe l'anima per essere annoverato nella schiera del liceo classico, e invece no, era al Tasso solo di passaggio.

I comizi e il ciclostile

Nello sfondo della stessa foto si scorgono gli episodi di un'Italia entusiasta. C'è la pausa di colazione alle Giubbe Rosse di Firenze, le passeggiate all'Istituto magistrale (Franco Battiato), la fronda, la guerra, la pace in guerra, i comizi, il ciclostile, l'assemblea (Mario Capanna), la morte, le cravatte del Gonzaga (il ciuffo di Leoluca Orlando), perfino la Pantera. Il liceo classico è scuola della meglio gioventù. Il liceo, solo per chi non l'ha fatto, è un rammarico. L'Italia che si sforza di essere migliore va a fare il compito in classe caricandosi addosso il peso del dizionario Rocci. La perifrastica ha determinato più di una carriera. Il liceo è l'unica garanzia di selezione, prescinde dalle raccomandazioni e dalle tendenze. È un pezzo di Rinascimento che arriva fin dentro le scarpe di ginnastica, è una meravigliosa invenzione del genio creativo il liceo classico, è la sartoria della vita, è il posto dove si vestono i pensieri, il luogo dove ognuno entra portando in dote la propria adolescenza e se ne va via nella consecutio temporum del rigore.

Lucio Colletti sostiene giustamente che è molto meglio avere alle spalle un liceo classico piuttosto che lo sbraco interdisciplinare dell'università. Un liceo classico serve proprio per addestrare i foruncoli allo sfogo del sapere. La stessa retorica di Internet non può prescindere dal logos greco perché l'istinto dell'Occidente è ancora presocratico, nessuna mondializzazione infine saprà privarsi dalla suggestione del latinorum perché perfino il più acerrimo nemico di Roma imperiale, Asterix, non ha potuto fare a meno di esibire delle edizioni stampate nella lingua di Cesare. Nel liceo classico, la scuola dove — in virtù di quel patrimonio umanistico fatto di parole e sentimenti — la giovinezza trascorre apparentemente irresponsabile, si custodiscono in realtà i tesori della riflessione.

Aoristo da digerire

Si impegnano certamente cinque anni per digerire un aoristo per poi fare altro, ma a differenza delle altre scuole dove si formano degli ignoranti specializzati, dal liceo delle versioni in greco e in latino si procede nel campo aperto della ricerca intellettuale (non senza la meditazione sentimentale). Non è una scuola finalizzata a un mestiere come l'Istituto di ragioneria o il Geometra dove per tutta la vita si farà partita doppia o estimo catastale. A dispetto del luogo comune generato dalla lettura di don Milani e della sua Lettera a una professoressa, il liceo classico non è il «luogo principale della riproduzione dell'ordine sociale borghese», il liceo è il luogo dell'emancipazione dove più di un povero ha passato la copia della versione di Tucidide, irrinunciabile arma di contrattazione. È la meta a cui guardano gli insegnanti dove avviare i discepoli meritevoli, la scuola dove il castelvetranese Gentile immaginò di far segnare il percorso che un qualsiasi figlio della campagna avrebbe potuto attraversare per portarsi avanti, in una prestigiosa professione, traducendo dal greco in latino e dal latino al greco. Con la morte del liceo classico, non si celebra un progresso, per carità, si sta solo pagando il prezzo per non fare più quelle figuracce da intellettuali della Magna Grecia.


 

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