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BRUGIA BENEDETTO Rispolverando la storia: risposta ai secessionisti Nel 1820 i Carbonari si inserirono nell'esercito napoletano. Due sottotenenti, Morelli e Silvati, sollevarono l'esercito borbonico, così il generale Guglielmo Pepe obbligò re Ferdinando di Borbone a concedere e a giurare la Costituzione. Questa vittoria fu cantata dal poeta-patriota Gabriele Rossetti. L'Austria, temendo che i moti si propagassero altrove, organizzò un congresso a Lubiana, dove fu invitato lo stesso re Ferdinando di Napoli, che vi partecipò con il consenso della Camera. Re Ferdinando fece ritorno con l'esercito austriaco, il cui comandante era il generale Frimont, che sconfisse l'esercito liberale napoletano. La Costituzione fu abolita e i più compromessi, come Pepe e Rossetti, si salvarono con l'esilio; molti furono i condannati a morte, tra di loro anche i sottotenenti Morelli e Silvati. Anche in Sicilia il movimento liberale, capitanato da Ruggero Settimo, fu represso dal generale Colletta. I moti del 1821 in Piemonte furono opera dei Carbonari e dell'esercito. Carlo di San Marzano, Ansaldo, Provena e Santorre di Santarosa speravano nell'appoggio di Carlo Alberto, di fama liberale, e provocarono i moti nel presidio di Alessandria e poi in quello di Torino. Così il re Vittorio Emanuele I abdicò in favore di suo fratello Carlo Felice; poiché questi era assente, cedette temporaneamente la reggenza a Carlo Alberto, il quale promulgò la Costituzione. Carlo Felice disapprovò l'opera di Carlo Alberto e gli impose di lasciare il Piemonte. Quindi, con l'aiuto di 15.000 soldati austriaci, i costituzionalisti furono battuti a Novara. Come logica conseguenza, furono istituiti processi che si conclusero con moltissime condanne a morte e centinaia di anni di carcere. I moti ebbero ripercussioni in Lombardia, dove l'Austria perseguitò i patrioti locali sospettandoli di relazioni con i liberali piemontesi e condannandoli al carcere perpetuo nella fortezza dello Spielberg. Tra di loro: Federico Confalonieri, Piero Maroncelli e Silvio Pellico il quale ne lasciò un'impressionante descrizione ne Le mie prigioni. Le rivoluzioni napoletana e piemontese si placarono con facilità perché erano state suscitate da gruppi elitari e da frange dell'esercito, senza una coscienza partecipativa di intervento popolare. I moti del 1831 furono rivoluzione di popolo, ma fallirono perché quel re che doveva proteggerla venne meno alla sua parola. Fu, questi, Luigi, duca d'Orléans, amico di tutti i liberali italiani che, divenuto re di Francia, in seguito alla rivoluzione parigina del 1830, promise di far rispettare il principio del "non intervento" in favore di quei popoli che si fossero sollevati a libertà, e invece non lasciò che anche questa volta intervenissero gli austriaci, ma denunziò alla corte di Vienna il duca di Modena, Francesco IV, come colui che era al corrente e partecipe di ciò che andava preparandosi in Italia. Questi, per togliere all'Austria qualsiasi sospetto, una notte sorprese Ciro Menotti in riunione con molti liberali, ne fece bombardare la casa e lo trasse prigioniero a Mantova. Contemporaneamente, lo stesso Francesco IV vi si rifugiò, essendo scoppiata la rivoluzione nei suoi territori. La rivoluzione si estese in Romagna e nelle Marche, tanto da provocare l'intervento dell'esercito austriaco che a Cattolica soffocò nel sangue la rivolta, sconfiggendo le truppe volontarie. Francesco IV tornò a Modena e perseguitò tutti i liberali, mandando a morte anche Ciro Menotti. La rivoluzione del 1831 fu seguita da altre insurrezioni, ma tutte soffocate nel sangue. Le speranze degli italiani si rivolsero allora verso Carlo Alberto divenuto re. Anche il repubblicano Mazzini, che mai fu liberale, gli indirizzò una lettera invitandolo a far sua la causa italiana. Tra le figure più belle e più ideali del Risorgimento ci furono i fratelli Bandiera, Attilio ed Emilio, già ufficiali della marina austriaca, i quali concepirono il disegno di sollevare l'Italia meridionale. Martiri, assieme ad altri ardimentosi, tentarono uno sbarco in Calabria, nei pressi di Crotone. Sorpresi e arrestati, morirono giustiziati con altri sette compagni al grido di “Italia!”. Il Risorgimento donava all'Italia figure come Giuseppe Mazzini. Mazzini è tra gli italiani che agitarono maggiormente il vessillo dell'unità e della libertà nazionale, dedicando tutta la sua esistenza ad attività di proselitismo fra i giovani. Costituì l'associazione segreta “Giovine Italia” che si estese in breve per tutta la penisola. Morì a Pisa, di morte naturale, sotto falso nome in quanto sul suo capo pendevano ben due condanne a morte. Tutta l'Italia propositiva era in movimento. Ricordiamo i Riformisti (fra di loro le nobili figure di Massimo D'Azeglio, Cesare Balbo e Vincenzo Gioberti), che mirando alla libertà proponevano riforme civili, miglioramenti nelle istituzioni e preparazione nel campo militare, necessaria per conquistare l'indipendenza. Il 4 marzo 1848, in seguito a una petizione popolare, Carlo Alberto concesse la Costituzione, come era avvenuto in Toscana e come avvenne nel Napoletano dove re Ferdinando II, in seguito alla trionfante rivoluzione in Sicilia, fu costretto a fare altrettanto. Durante le Cinque Giornate di Milano i milanesi, di qualsiasi estrazione sociale, cacciarono gli austriaci con tanto slancio e ardimento da provocare commozione in tutti i popoli d'Europa. Nello stesso giorno in cui Radetzky fu costretto a lasciare la città, Daniele Manin fu liberato dalle carceri veneziane in seguito a una sollevazione popolare. Un unico grido: “W l'Italia unita!”. Ci furono tre guerre d'indipendenza, altre migliaia di morti, altri impiccati, tutti al grido: “W l'Italia unita!”. Ci fu la quarta guerra d'indipendenza, la più cruenta, la più moderna, che affratellò tutte le genti d'Italia: nelle stesse trincee si battevano soldati siciliani e calabresi assieme a piemontesi e lombardi. La morte non teneva conto delle origini né sociali, né territoriali, provocando 650.000 caduti, un milione di dispersi, tre milioni di feriti, tutti al grido di “Trento e Trieste italiane”. Questi sono brevi episodi di un secolo. Dalla caduta dell'Impero Romano, avvenuta nel 472 d.c., fino al 1990 mi domando quanti milioni di uomini siano morti per riunificare l'Italia. Faccio mio questo passaggio di Mussolini del 1919: «Gioventù italiana! Sii degna del tuo passato e del tuo avvenire. I libri siano l’arma della tua intelligenza, non il veleno che la uccida. I tuoi santi sono Balilla e Mameli, gli adolescenti di Curtatone e Montanara, Oberdan e Rismondo e gli innumerevoli che dal ’15 al ’18 lasciarono le aule per le trincee, andarono all'assalto gridando Viva l’Italia e oggi dormono nei piccoli cimiteri dimenticati. Fa, o gioventù italiana, di tutte le scuole, e di tutti i cantieri, che la Patria non manchi al suo radioso avvenire: fa che il XX secolo veda Roma, centro della civiltà latina e faro di luce per tutte le genti». |
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