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CRESPI
ANGELO
«Il
tesoro di un paese è la sua onestà»
Ezra
Pound (da “il Giornale” dell'1-9-2000)
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IL
POETA CHE FINÌ IN MANICOMIO
Tredici
anni internato —
Ezra Pound (Hailey 30 ottobre 1885-Venezia 1° novembre 1972) si
stabilì in Europa nel 1908 dove visse ininterrottamente salvo i
tredici anni trascorsi al manicomio criminale di Washington
(1946-'58), dopo l'accusa di filofascismo e la diagnosi di
infermità mentale. Venne liberato solo grazie all'intercessione
di importanti personalità della cultura internazionale. Pagò
comunque care le conseguenze delle sue convinzioni politiche tanto
che a Pisa venne chiuso in gabbia ed esposto prigioniero alla
calura dell'estate.
Talento
straordinario —
Fu uomo di cultura enciclopedica, promotore di movimenti letterari
quali l'imaginismo e il vorticismo. Poeta di straordinaria
intensità lirica, mosse da una fusione del simbolismo con la
poesia provenzale e lo stilnovo (varie raccolte confluite in Personæ,
1926) per giungere con i Cantos (iniziati nel 1926 e
pubblicati in edizione definitiva nel 1973) a un tipo di poema
ideografico informale che, nutrendosi di motivi culturali cinesi,
tende a un'ardua combinazione di senso, suono e visualità. Tra i
saggi ricordiamo Pavane e contrasti (1918), Istigazioni
(1920) e Saggi letterari (1954). |
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Per la prima volta gli articoli pubblicati dal grande poeta statunitense
sul “Popolo di Alessandria”,
bisettimanale dei Fasci repubblicani
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Dopo
la prigionia nel campo di concentramento di Pisa in una gabbia esposta ai
raggi del sole, e 13 anni nell'ospedale psichiatrico criminale St.
Elisabeth a Washington, Ezra Pound
nell'estate
del 1958, al rientro definitivo in Italia, si fece fotografare mentre
tendeva il braccio nel tipico saluto romano. Fu l'ultima volta, ma il
gesto del poeta americano, che negli anni seguenti si chiuse in un lungo
silenzio, appare come l'emblema di un'utopia coltivata (e fallita) da una
persona rimasta fedele al suo motto: «Se un uomo non è disposto ad
affrontare qualche rischio per le sue opinioni, o le sue opinioni non
valgono niente, o non vale niente lui». E Pound per le sue opinioni aveva
rischiato e pagato. Accusato di tradimento dai suoi compatrioti subì
l'onta maggiore, quella di essere considerato un folle. Solo la follia,
agli occhi americani poteva spiegare la sua adesione al fascismo.
Un'adesione romantica e nello stesso tempo razionale frutto di una
tensione politico-economica e non semplicemente poetica. Anche se poi
nella grandezza dei Cantos è difficile separare le due cose.
Un'adesione ben visibile soprattutto nei radiodiscorsi che Pound tenne tra
il 1941 e il 1943 attraverso i microfoni dell'EIAR
(pubblicati per la prima volta l'anno scorso a cura di Andrea Colombo per
la casa editrice del Girasole di Ravenna). E che proseguì anche nel
periodo della RSI con la
collaborazione ad alcuni giornali apertamente schierati. Forse la più
importante, per numero di articoli e continuità, fu quella con il Popolo
di Alessandria. Un capitolo però molto poco studiato se si pensa che
non esiste ancora un'edizione completa e commentata di questo
materiale, interessante per seguire lo sviluppo del pensiero di Pound e la
sua vicinanza (o lontananza) con il pensiero fascista prima e
repubblichino poi. In Italia, alcuni di questi brani sono usciti nel 1972
su un numero monografico della rivista La destra, stampato per
commemorare la scomparsa di Pound avvenuta a Venezia il 1° novembre dello
stesso anno. All'epoca non era stata rinvenuta una collezione completa
della testata alessandrina e secondo Gianfranco De Turris, curatore del
saggio, che a sua volta citava il biografo Noel Stock, Pound aveva
iniziato a collaborarvi nel novembre 1943 concludendo sul numero 22 dell'8
marzo 1945: per un totale di 35 pezzi, fra articoli, note polemiche,
traduzioni, di cui la rivista ne ripubblicava 14.
Nel
1991 un'opera monumentale in dieci volumi, Ezra Pound’s poetry and
Prose: Contributions to Periodicals (Garland Publishing Inc, New York
& London), nel tomo VIII
riproponeva più di 50 articoli di quel periodo, di cui molti firmati,
alcuni solo siglati, altri ancora non firmati. Secondo questa edizione
l'ultimo pezzo, «Pochi ma chiarissimi», risale al 5 aprile 1945.
Se
non fosse che da una ricognizione sulla collezione ampia, sebbene
incompleta, di originali del giornale —
ritrovati nell'archivio Gianfranco Bianchi dell'Università Cattolica di
Milano — l'ultimo articolo, praticamente inedito, sarebbe invece del 19
aprile 1945, cioè di pochissimi giorni prima della caduta della
Repubblica di Salò e del successivo arresto di Pound, che avvenne i primi
di maggio.
Un
fatto questo che dimostra la necessità di ulteriori sforzi per recuperare
integralmente questa pubblicazione, di notevole importanza per lo studio
di quel periodo. Il Popolo di Alessandria infatti non può essere
considerato un semplice foglio di provincia, né per diffusione, né per
qualità dei collaboratori, tra i quali spicca proprio Ezra Pound.
Bisettimanale della Federazione dei Fasci repubblicani di combattimento,
uscì nelle edicole piemontesi il 2 ottobre 1943, rimanendovi fino al 19
aprile 1945, per un totale di 114 numeri. Diretto da Gian Gaetano Cabella,
il giornale, composto quasi sempre da due pagine, interpretò in modo
aggressivo, usando principalmente l'invettiva e un dissacrante sarcasmo,
l'ideologia di un ritrovato fascismo della prima ora: nello stesso tempo
deluso dal 25 luglio, provato da ormai tre anni di guerra, eppure radicato
nelle proprie convinzioni anticomuniste, antimonarchiche, anticattoliche,
antiebraiche. Inizialmente stampato nella Casa Littoria di Alessandria e
poi a Milano, arrivò a vendere oltre 200mila copie facendo sfoggio di un
giornalismo d'attacco che alternava toni popolari, con l'uso di vignette,
storielle, soprannomi (vedi per tutti “Pupullo” e “Stelassa”,
rispettivamente Badoglio e Umberto di Savoia) ad altissime disquisizioni
economiche sulla moneta.
Sebbene
non manchino articoli letterari — per esempio le traduzioni di Confucio
— o di politica, proprio su questo tema si concentrò Ezra Pound,
portando avanti quella lunga trattazione economica esplicitata in opere
come L’ABC dell’economia (1933) e condensata in poesia nei Cantos.
Soprattutto contro l'usura e per un nuovo sistema monetario insisterà il
poeta — convinto che «Il tesoro di una nazione è la sua onestà» —
fino all'ultimo giorno della sua battaglia.
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