|
MAZZINI GIUSEPPE Dei doveri dell'uomo (a cura di Benedetto Brugia)
Io voglio parlarvi dei vostri doveri. Voglio parlarvi, come il core mi detta, delle cose più sante che noi conosciamo di Dio, dell'Umanità, della Patria, della Famiglia. Ascoltatemi con amore com'io vi parlerò con amore. La mia parola è parola di convinzione maturata da lunghi anni di dolori e d'osservazioni e di studi. I doveri ch'io vi indicherò, io cerco e cercherò, finch'io viva, adempirli, quanto le mie forze concedono. Posso errare, ma non di core. Posso ingannarmi, non ingannarvi. Uditemi dunque fraternamente: giudicate liberamente tra voi medesimi, se vi pare ch'io vi dica la verità: abbandonatemi se vi pare ch'io predichi errore; ma seguitemi, e operate a seconda dei miei insegnamenti, se mi trovate apostolo della verità. L'errore è sventura da compiangersi; ma conoscere la verità e non uniformarvi le azioni, è delitto che cielo e terra condannano. Perché vi parlo io dei vostri doveri prima di parlarvi dei vostri diritti? Perché, in una società dove tutti, volontariamente o involontariamente, v'opprimono, dove l'esercizio di tutti i diritti che appartengono all'uomo vi è costantemente rapito, dove tutte le infelicità sono per voi, e ciò che si chiama felicità è per gli uomini dell'altre classi, vi parlo io di sagrificio, e non di conquista; di virtù, di miglioramento morale, d'educazione, e non di ben essere materiale? È questione che debbo mettere in chiaro prima d'andare innanzi, perché in questo appunto sta la differenza tra la nostra scuola e molt'altre che vanno predicando oggi in Europa; poi, perché questa è dimanda che sorge facilmente nell'anima irritata dell'operaio che soffre. Siamo poveri, schiavi, infelici: parlateci di miglioramenti materiali di libertà, di felicità. Diteci se siamo condannati a sempre soffrire o se dobbiamo alla nostra volta godere. Predicate il Dovere ai nostri padroni, alle classi che ci stanno sopra e che trattando noi come macchine fanno monopolio dei beni che spettano a tutti. A noi, parlate di diritti: parlate dei modi di rivendicarceli; parlate della nostra potenza. Lasciate che abbiamo esistenza riconosciuta; ci parlerete allora di doveri e di sagrifizio. Così dicono molti fra' nostri operai, e seguono dottrine ed associazioni corrispondenti al loro desiderio; non dimenticando che una sola cosa, ed è: che il linguaggio invocato da essi s'è tenuto da cinquanta anni in poi senz'aver fruttato un menomo che di miglioramento materiale alla condizione degli operai. Da cinquanta anni in poi, tutto quanto s'è operato pel progresso e pel bene contro ai governi assoluti o contro l'aristocrazia di sangue, s'è operato in nome dei Diritti dell'uomo, in nome della libertà come mezzo e del ben essere come scopo alla vita. Tutti gli atti della Rivoluzione Francese e dell'altre che la seguirono e la imitarono, furono conseguenza d'una Dichiarazione dei Diritti dell'uomo. Tutti i lavori dei Filosofi, che la prepararono, furono fondati sopra una teoria di libertà, sull'insegnamento dei propri diritti ad ogni individuo. Tutte le scuole rivoluzionarie predicarono all'uomo, ch'egli è nato per la felicità, che ha diritto di ricercarla con tutti i suoi mezzi, che nessuno ha diritto d'impedirlo in questa ricerca, e ch'egli ha quello di rovesciare gli ostacoli incontrati sul suo cammino. E gli ostacoli furono rovesciati: la libertà fu conquistata; durò per anni in molti paesi; in alcuni ancor dura. La condizione del popolo ha migliorato? I milioni che vivono alla giornata sul lavoro delle loro braccia, hanno forse acquistato una menoma parte del ben essere sperato, promesso? No; la condizione del popolo non ha migliorato; ha peggiorato anzi e peggiora in quasi tutti i paesi, e specialmente qui dov'io scrivo (1), il prezzo delle cose necessarie alla vita è andato progressivamente aumentando, il salario dell'operaio in molti rami d'attività progressivamente diminuendo, e la popolazione moltiplicando. In quasi tutti i paesi, la sorte degli uomini di lavoro è diventata più incerta, più precaria; le crisi che condannano migliaia d'operai all'inerzia per un certo tempo si son fatte più frequenti. L'accrescimento annuo delle emigrazioni di paese in paese, e d'Europa alle altre parti del mondo, e la cifra crescente sempre degli istituti di beneficenza, delle tasse pei poveri, dei provvedimenti per la mendicità, bastano a provarlo. Questi ultimi provano anche che l'attenzione pubblica va più sempre svegliandosi sui mali del popolo; ma la loro inefficacia a diminuire visibilmente quei mali, dimostra un aumento egualmente progressivo di miseria nelle classi alle quali tentano provvedere. E nondimeno, in questi ultimi cinquanta anni, le sorgenti della ricchezza sociale e la massa dei beni materiali sono andate crescendo. La produzione ha raddoppiato. Il commercio, attraverso crisi continue, inevitabili nell'assenza assoluta d'organizzazione, ha conquistato più forza d'attività e una sfera più estesa alle sue operazioni. Le comunicazioni hanno acquistato pressoché dappertutto sicurezza e rapidità, e diminuito quindi, col prezzo del trasporto, il prezzo delle derrate. E d'altra parte, l'idea dei diritti inerenti alla natura umana è oggimai generalmente accettata: accettata a parole e ipocritamente anche da chi cerca, nel fatto, eluderla. Perché dunque la condizione del popolo non ha migliorato? Perché il consumo dei prodotti invece di ripartirsi equamente fra tutti i membri delle società europee, s'è concentrato nelle mani di pochi uomini appartenenti a una nuova aristocrazia? Perché il nuovo impulso comunicato all'industria e al commercio ha creato, non il ben essere dei più, ma il lusso d'alcuni? La risposta è chiara per chi vuol internarsi un po' nelle cose. Gli uomini sono creature d'educazione e non operano che a seconda del principio d'educazione che loro è dato. Gli uomini che promossero le rivoluzioni anteriori s'erano fondati sull'idea dei diritti appartenenti all'individuo: le rivoluzioni conquistarono la libertà: libertà individuale, libertà di insegnamento, libertà di credenze, libertà di commercio, libertà in ogni cosa e per tutti. Ma che mai importavano i diritti riconosciuti a chi non aveva mezzo d'esercitarli? che importava la libertà d'insegnamento a chi non aveva né tempo, né mezzi per profittarne? che importava la libertà di commercio a chi non aveva cosa alcuna da porre in commercio, né capitali, né credito? La società si componeva, in tutti i paesi dove quei principii furono proclamati, d'un piccolo numero d'individui possessori del terreno, del credito, dei capitali; e di vaste moltitudini d'uomini non aventi che le proprie braccia, forzati a darle, come arnesi di lavoro, a quei primi e a qualunque patto, per vivere: forzati a spendere in fatiche materiali e monotone l'intera giornata: cos'era per essi, costretti a combattere colla fame, la libertà, se non un'illusione, un'amara ironia? Perché nol fosse, sarebbe stato necessario che gli uomini delle classi agiate avessero consentito a ridurre il tempo dell'opera, a crescerne la retribuzione, a procacciare un'educazione uniforme gratuita alle moltitudini, a rendere gl'istrumenti di lavoro accessibili a tutti, a costituire un credito, pel lavoratore dotato da facoltà e di buone intenzioni. Or perché lo avrebbero fatto? Non era il ben essere lo scopo supremo della vita? Non erano i beni materiali le cose desiderabili innanzi a tutte? Perché diminuirsene il godimento a vantaggio altrui? S'aiuti dunque chi può. Quando la società assicura ad ognuno che possa l'esercizio libero dei diritti spettanti all'umana natura, fa quanto è richiesta di fare. Se v'è chi per fatalità della propria condizione, non può esercitarne alcuno, si rassegni e non incolpi persona. Era naturale che così dicessero, e così dissero infatti. E questo pensiero delle classi privilegiate di fortuna riguardo alle classi povere, diventò rapidamente pensiero d'ogni individuo verso ogni individuo. Ciascun uomo prese cura dei propri diritti e del miglioramento della propria condizione senza cercare di provvedere all'altrui; e quando i propri diritti si trovarono in urto con quelli degli altri, fu guerra: guerra non di sangue, ma d'oro e d'insidie: guerra meno virile dell'altra, ma egualmente rovinosa: guerra accanita nella quale i forti per mezzi schiacciano inesorabilmente i deboli o gl'inesperti. In questa guerra continua, gli uomini s'educarono all'egoismo, e all'avidità dei beni materiali esclusivamente. La libertà di credenza ruppe ogni comunione di fede. La libertà d'educazione generò l'anarchia morale. Gli uomini, senza vincolo comune, senza unità di credenza religiosa e di scopo, chiamati a godere e non altro, tentarono ognuno la propria vita, non badando se camminando su quella non calpestassero le teste de' loro fratelli, fratelli di nome e nemici di fatto. A questo siamo oggi, grazie alla teoria dei diritti. Certo, esistono diritti; ma dove i diritti d'un individuo vengono a contrasto con quelli d'un altro, come sperare di conciliarli, di metterli in armonia, senza ricorrere a qualche cosa superiore a tutti i diritti? E dove i diritti d'un individuo, di molti individui, vengono a contrasto coi diritti del paese, a che tribunale ricorrere? Se il diritto al ben essere, al più gran ben essere possibile, spetta a tutti i viventi, chi scioglierà la questione tra l'operaio e il capo manifatturiere? Se il diritto all'esistenza è il primo inviolabile diritto d'ogni uomo, chi può comandare il sagrificio dell'esistenza pel miglioramento d'altri uomini? Lo comanderete in nome della Patria, della Società, della moltitudine dei vostri fratelli? Cos'è la Patria, per l'opinione della quale io parlo, se non quel luogo in cui i nostri diritti individuali sono più sicuri? Cos'è la Società, se non un convegno d'uomini, i quali hanno pattuito di mettere la forza di molti in appoggio dei diritti di ciascuno? E voi, dopo avere insegnato per cinquanta anni all'individuo che la Società è costituita per assicurargli l’esercizio dei suoi diritti, vorrete dimandargli di sagrificarli tutti alla Società, di sottomettersi, occorrendo, a continue fatiche, alla prigione, all'esilio, per migliorarla? Dopo avergli predicato per tutte le vie che lo scopo della vita è il ben essere, vorrete a un tratto ordinargli di perdere il ben essere e la vita stessa per liberare il proprio paese dallo straniero, o per procacciare condizioni migliori a una classe che non è la sua? Dopo avergli parlato per anni in nome degli interessi materiali, pretenderete ch'egli, trovando davanti a sé ricchezza e potenza, non stenda la mano ad afferrarle, anche a scapito de' suoi fratelli? Operai Italiani, questa non è opinione venuta, senza appoggio di fatti, nella nostra mente è storia, storia dei nostri tempi, storia le cui pagine grondano di sangue e sangue del popolo. Interrogate tutti gli uomini che cangiarono la rivoluzione del 1830 in una sostituzione di persone ad altre persone, e, a modo d'esempio, fecero dei cadaveri dei vostri compagni di Francia, morti combattendo nelle tre giornate, uno sgabello alla propria potenza: tutte le dottrine, prima del 1830, erano fondate sulla vecchia idea dei diritti, non sulla credenza nei doveri dell'uomo. Voi li chiamate in oggi traditori ed apostati, e non furono che conseguenti alla loro dottrina. Combattevano, con sincerità, il governo di Carlo X, perché quel governo era direttamente nemico alla classe d'onde essi uscivano, e violava, e tendeva a sopprimere i loro diritti. Combattevano in nome del ben essere ch'essi non possedevano quanto pareva loro di meritare. Alcuni erano perseguitati nella libertà del pensiero; altri, ingegni potenti, si vedevano negletti, allontanati dagli impieghi che occupavano uomini di capacità inferiore alla loro. Allora anche i mali del popolo li irritavano. Allora scrivevano arditamente e di buona fede intorno ai diritti che appartengono a ogni uomo. Poi, quando i loro diritti politici e intellettuali si trovarono assicurati, quando la via agli impieghi fu loro aperta, quando ebbero conquistato il ben essere che cercavano, dimenticarono il popolo, dimenticarono che i milioni, inferiori ad essi per educazione e per desiderii, cercavano l'esercizio d'altri diritti e la conquista d'un altro ben essere, posero l'animo in pace e non si curarono d'altri che di se stessi. Perché li chiamate traditori? Perché non chiamate invece traditrice la loro dottrina? Viveva e scriveva nello stesso tempo in Francia un uomo che non dovete dimenticare, più potente d'ingegno che essi tutti non erano: era allora nemico nostro; ma credeva nel Dovere: nel dovere di sagrificare l'intera esistenza al bene comune, alla ricerca e al trionfo della Verità: studiava attento gli uomini e i temi: non si lasciava sedurre dagli applausi, né avvilire dalle delusioni: tentata e fallita una via, ritentava sopra un'altra il miglioramento dei più: e quando i tempi cangiati gli mostrarono un solo elemento capace di operarlo, quando il popolo si mostrò sull'arena più virtuoso e credente che non tutti coloro i quali avevano preteso trattar la sua causa, egli, Lamennais, l'autore delle “Parole d’un credente”, che avete lette voi tutti, divenne il migliore apostolo della causa nella quale siamo fratelli. Eccovi, in lui e negli uomini de' quali ho parlato, rappresentata la differenza tra gli uomini dei diritti e quei del Dovere. Ai primi la conquista dei loro diritti individuali, togliendo ogni stimolo, basta perché s'arrestino: il lavoro dei secondi non s'arresta qui in terra che colla vita. E tra i popoli interamente schiavi, dove la lotta ha ben altri pericoli, dove ogni passo che si move verso il bene è segnato dal sangue d'un martire, dove il lavoro contro l'ingiustizia dominatrice è necessariamente segreto e privo dei conforti della pubblicità e della lode, quale obbligo, quale stimolo alla costanza può mantenere sulla via del bene gli uomini che riducono la santa guerra sociale che noi sosteniamo a un combattimento pei loro diritti? Parlo s'intende, de la generalità, e non delle eccezioni che esistono in tutte dottrine. Perché, sedato il tumulto di spiriti e il movimento di riazione contro la tirannide che trascina naturalmente alla lotta la gioventù, dopo qualche anno di sforzi, dopo delusioni inevitabili in impresa siffatta, quegli uomini non si stancherebbero? Perché non preferirebbero il riposo comunque a una vita irrequieta, agitata di contrasti e pericoli, che può un giorno o l'altro finire in una prigione, sul patibolo o nell'esilio? È storia pur troppo dei più fra gli Italiani d'oggidì, imbevuti come sono delle vecchie idee francesi: tristissima storia; ma come interromperla se non cangiando il principio da cui partono per dirigersi? Come, e in nome di chi convincerli che i pericoli e le delusioni devono farli più forti, che hanno a combattere non per alcuni anni, ma per tutta la loro vita? Chi può dire ad un uomo: segui a lottare pe’ tuoi diritti, quando lottare per essi gli costa più caro che non l'abbandonarli? E chi può, anche in una società costituita su basi più giuste che non le attuali, convincere un uomo fondato unicamente sulla teoria dei diritti, ch'egli ha da mantenersi sulla via comune e occuparsi di dare sviluppo al pensiero sociale? Ponete ch'ei si ribelli; ponete ch'egli si senta forte e vi dica: rompo il patto sociale: le mie tendenze, le mie facoltà mi chiamano altrove: ho diritto sacro, inviolabile di svilupparle, e mi pongo in guerra contro tutti: quale risposta potrete voi dargli stando alla sua dottrina? che diritto avete voi, perché siete maggiorità, d'imporgli ubbidienza a leggi che non s'accordano coi suoi desiderii, colle sue aspirazioni individuali? che diritto avete voi di punirlo quand'ei le viola? I diritti appartengono eguali ad ogni individuo: la convivenza sociale non può crearne uno solo. La Società ha più forza, non più diritti dell'individuo. Come dunque provereste voi all'individuo ch'ei deve confondere la sua volontà colla volontà de' suoi fratelli nella Patria o nell'Umanità? Col carnefice, colle prigioni? Le società fin ora esistenti hanno fatto così. Ma questa è guerra, e noi vogliam pace: è repressione tirannica, e noi vogliamo educazione. Educazione, abbiamo detto; ed è la gran parola che racchiude tutta quanta la nostra dottrina. La questione vitale che s'agita nel nostro secolo è una questione d'Educazione. Si tratta non di stabilire un nuovo ordine di cose colla violenza; un ordine di cose stabilito colla violenza è sempre tirannico quand'anche è migliore del vecchio. Si tratta di rovesciare colla forza la forza brutale che s’oppone in oggi a ogni tentativo di miglioramento, di proporre al consenso della Nazione, messa in libertà d'esprimere la sua volontà l'ordine che par migliore, e di educare con tutti i mezzi possibili gli uomini a svilupparlo, ad operare conformemente. Colla teoria dei diritti possiamo insorgere e rovesciare gli ostacoli; ma non fondare forte e durevole l'armonia di tutti gli elementi che compongono la Nazione. Colla teoria della felicità, del ben essere dato per oggetto primo alla vita, noi formeremo uomini egoisti, adoratori della materia, che porteranno le vecchie passioni nell'ordine nuovo e lo corromperanno pochi mesi dopo. Si tratta dunque di trovare un principio educatore superiore a siffatta teoria che guidi gli uomini al meglio, che insegni loro la costanza nel sagrificio, che li vincoli ai loro fratelli senza farli dipendenti dall'idea d'un solo o dalla forza di tutti. E questo principio è il Dovere. Bisogna convincere gli uomini ch'essi, figli tutti d'un solo Dio, hanno ad essere qui in terra esecutori d'una sola Legge — che ognuno d'essi, deve vivere, non per sé, ma per gli altri — che lo scopo della loro vita non è quello d'essere più o meno felici, ma di rendere se stessi e gli altri migliori — che il combattere l'ingiustizia e l'errore a benefizio dei loro fratelli, e dovunque si trova, è non solamente diritto, ma dovere: dovere da non negligersi senza colpa, dovere di tutta la vita. Operai Italiani, fratelli miei! intendetemi bene. Quand'io dico, che la conoscenza dei loro diritti non basta agli uomini per operare un miglioramento importante e durevole, non chiedo che rinunziate a questi diritti; dico soltanto che non sono se non una conseguenza di doveri adempiti, e che bisogna cominciare da questi per giungere a quelli. E quand'io dico, che proponendo come scopo alla vita la felicità, il ben essere, gl'interessi materiali, corriamo rischio di creare egoisti, non intendo che non dobbiate occuparvene; dico che gli interessi materiali, cercati soli proposti non come mezzi ma come fine, conducono sempre a quel tristissimo risultato. Quando, sotto gli Imperatori, gli antichi Romani si limitavano a chiedere pane e divertimenti, erano la razza più abietta che dar si possa, e dopo aver subito la tirannia stolida e feroce degli Imperatori, cadevano vilmente schiavi dei Barbari che invadevano. In Francia e altrove i nemici d'ogni progresso sociale hanno seminato la corruzione e tentano sviare le menti dall'idea di mutamento cercando sviluppo all'attività materiale. E noi aiuteremmo il nemico colle nostre mani? I miglioramenti materiali sono essenziali, e noi combatteremo per conquistarceli; ma non perché importi unicamente agli uomini d'essere ben nutriti e alloggiati; bensì perché la coscienza della vostra dignità, e il vostro sviluppo morale non possono venirvi finché vi state, com'oggi, in un continuo duello colla miseria. Voi lavorate dieci o dodici ore della giornata: come potete trovar tempo per educarvi? I più tra voi guadagnano appena tanto da sostentare sé e la loro famiglia: come possono trovar mezzi per educarsi? La precarietà e le interruzioni del vostro lavoro vi fanno trapassare dalla eccessiva operosità alle abitudini dello sfaccendato: come potreste acquistar le tendenze all'ordine, alla regolarità, all'assiduità? La scarsezza del vostro guadagno sopprime ogni speranza di risparmio efficace e tale che possa un giorno giovare ai vostri figli o agli anni della vostra vecchiaia: come potreste educarvi ad abitudini d'economia? Molti fra voi sono costretti dalla miseria a separare i fanciulli, non diremo dalle cure — quali cure d'educazione possono dare ai figli le povere mogli degli operai? — ma dall'amore e dallo sguardo delle madri, cacciandoli, per alcuni soldi, ai lavori nocivi delle manifatture: come possono, in condizione siffatta, svilupparsi, ingentilirsi i sentimenti di famiglia? Non avete diritti di cittadini, né partecipazione alcuna d'elezione o di voto alle leggi che regolano i vostri atti e la vostra vita: come potreste avere coscienza di cittadini e zelo per lo Stato e affetto sincero alle leggi? La giustizia è inegualmente distribuita fra voi e l'altre classi: d'onde imparereste il rispetto, e l'amore alla giustizia? La società vi tratta senza ombra di simpatia: d'onde imparereste a simpatizzare colla società? Voi dunque avete bisogno che cangino le vostre condizioni materiali perché possiate svilupparvi moralmente: avete bisogno di lavorar meno per potere consecrare alcune ore della vostra giornata al progresso dell'anima vostra: avete bisogno di una retribuzione di lavoro che vi ponga in grado d'accumulare risparmi, di acquietarvi l'animo sull'avvenire, di purificarvi sopra tutto d'ogni sentimento di nazione, d'ogni impulso di vendetta, d'ogni pensiero d'ingiustizia verso chi vi fu ingiusto. Dovete dunque cercare, e otterrete questo mutamento; ma dovete cercarlo come mezzo, non come fine cercarlo per senso di dovere, non unicamente di diritto: cercarlo per farvi migliori, non unicamente per farvi materialmente felici. Dove no, quale differenza sarebbe tra voi e i vostri tiranni? Essi lo sono precisamente, perché non guardano che al ben essere, alle voluttà, alla potenza. Farvi migliori: questo ha da essere lo scopo della vostra vita. Farvi stabilmente meno infelici, voi non potete, se non migliorando. I tiranni sorgerebbero a mille tra voi, se voi non combatteste che in nome degli interessi materiali, o d'una certa organizzazione. Poco importa che mutiate le organizzazioni, se lasciate voi stessi e gli altri colle passioni e coll'egoismo dell'oggi: le organizzazioni sono come certe piante che danno veleno o rimedi a seconda delle operazioni di chi le ministra. Gli uomini buoni fanno buone le organizzazioni cattive, i malvagi fanno tristi le buone. Si tratta di render migliori e convinte dei loro doveri le classi ch'oggi, volontariamente o involontariamente, v'opprimono; né potete riescirvi se non cominciando a fare, per quanto è possibile, migliori voi stessi. Quando dunque udite dirvi dagli uomini che predicano la necessità d'un cangiamento sociale, ch'essi lo produrranno invocando unicamente i vostri diritti, siate loro riconoscenti delle buone intenzioni, ma diffidate della riescita. I mali del povero sono noti, in parte almeno, alle classi agiate; noti ma non sentiti. Nell'indifferenza generale nata dalla mancanza d'una fede comune, nell'egoismo, conseguenza inevitabile della predicazione continuata da tanti anni del ben essere materiale, quei che non soffrono si sono a poco a poco avvezzi a considerare quei mali come una triste necessità dell'ordine sociale o a lasciare la cura dei rimedi alle generazioni che verranno. La difficoltà non è nel convincerli; è nel riscoterli dall'inerzia, nel ridurli, convinti che siano, ad agire, ad associarsi, ad affratellarsi con voi per conquistare l'organizzazione sociale, che porrà fine, per quanto le condizioni dell'Umanità lo concedono, ai vostri mali e ai loro terrori. Or, questa è l'opera della fede, della fede nella missione che Dio ha dato alla creatura umana qui sulla Terra, nella responsabilità che pesa su tutti coloro che non la compiono, nel Dovere che impone a ciascuno di operare continuamente e con sagrifizio a norma del Vero. Tutte le Dottrine possibili di diritti e di ben essere materiale non potranno che condurvi a tentativi che, se rimarranno isolati e unicamente appoggiati sulle vostre forze, non riesciranno: non potranno che preparare il più grave dei delitti sociali: una guerra civile fra classe e classe. Operai Italiani! Fratelli miei! Quando Cristo venne e cangiò la faccia del mondo, ei non parò di diritti ai ricchi, che non avevano bisogno di conquistarli; o a' poveri che ne avrebbero forse abusato, ad imitazione dei ricchi: non parlò d'utile o d'interessi a una gente che gl'interessi e l'utile avevano corrotto: parlò di Dovere: parlò d'Amore, di Sagrifizio, di Fede: disse che quegli solo sarebbe il primo fra tutti, che avrebbe giovato a tutti coll’opera sua. E quelle parole sussurrate nell'orecchio ad una società che non aveva più scintilla di vita, la rianimarono, conquistarono i milioni, conquistarono il mondo e fecero progredire d'un passo l'educazione del genere umano. Operai Italiani! noi siamo in un'epoca simile a quella di Cristo. Viviamo in mezzo a una società incadaverita com'era quella dell'Impero Romano, col bisogno nell'animo di ravvivarla, di trasformarla, d'associarne tutti i membri e i lavori in una sola fede, sotto una sola legge, verso uno scopo solo, sviluppo libero progressivo di tutte le facoltà che Dio ha messo in germe nella sua creatura. Cerchiamo che Dio regni sulla terra siccome nel Cielo, o meglio che la terra sia una preparazione al Cielo, e la Società un tentativo di avvicinamento progressivo al pensiero Divino. Ma ogni atto di Cristo rappresentava la fede ch'ei predicava, e intorno a lui v'erano apostoli che incarnavano nei loro atti la fede ch'essi avevano accettato. Siate tali, e vincerete. Predicate il Dovere agli uomini delle classi che vi stanno sopra, e compite, per quanto è possibile, i doveri vostri: predicate la virtù, il sagrifizio, l'amore; e siate virtuosi, e pronti al sagrifizio e all'amore. Esprimete coraggiosamente i vostri bisogni e le vostre idee; ma senz'ira, senza riazione, senza minaccia: la più potente minaccia, se v'è chi ne abbia bisogno, è la fermezza, non l'irritazione del linguaggio. Mentre propagate tra i vostri compagni l'idea dei loro futuri destini, l'idea d'una Nazione che darà loro nome, educazione, lavoro e retribuzione proporzionata, e coscienza e missione d'uomini — mentre infondete in essi il sentimento della lotta inevitabile, alla quale essi devono prepararsi per conquistarla contro le forze dei tristi nostri governi e dello straniero — cercate istruirvi, migliorare, educarvi alla piena conoscenza e alla pratica dei vostri doveri. È lavoro questo impossibile in gran parte d'Italia per le moltitudini: nessun piano d'educazione popolare può verificarsi tra noi senza un cangiamento nella condizione materiale del popolo e senza una rivoluzione politica: chi s'illude a sperarlo e lo predica come preparativo indispensabile a ogni tentativo d'emancipazione, predica l'inerzia, non altro. Ma i pochi tra voi, ai quali le circostanze corrono un po' migliori e il soggiorno in paesi stranieri concede mezzi più liberi d'educazione, lo possono, quindi lo devono. E i pochi tra voi, imbevuti una volta dei veri principii dai quali dipende l'educazione d'un Popolo, basteranno a spargerli fra le migliaia, a dirigerle sulla via, e a proteggerle dai sofismi e dalle false dottrine che verranno a insidiarli. L'origine dei vostri Doveri sta in Dio. La definizione dei vostri Doveri sta nella sua Legge. La scoperta progressiva, e l'applicazione della sua Legge appartengono all'Umanità. Dio esiste. Noi non dobbiamo né vogliamo provarvelo: tentarlo, ci sembrerebbe bestemmia, come negarlo, follia. Dio esiste, perché noi esistiamo. Dio vive nella nostra coscienza, nella coscienza dell'Umanità, nell'Universo che ci circonda. La nostra coscienza lo invoca nei momenti più solenni di dolore e di gioia. L'Umanità ha potuto trasformarne, guastarne, non mai sopprimerne il santo nome. L'universo lo manifesta coll'ordine, coll'armonia, colla intelligenza dei suoi moti e delle sue leggi. Non vi sono atei fra voi: se ve ne fossero, sarebbero degni non di maledizione, ma di compianto. Colui che può negar Dio davanti a una notte stellata, davanti alla sepoltura de' suoi più cari, davanti al martirio, è grandemente infelice o grandemente colpevole. Il primo ateo fu senz'alcun dubbio un uomo che aveva celato un delitto agli altri uomini e cercava, negando Dio, liberarsi dall'unico testimonio a cui non poteva celarlo, e soffocare il rimorso che lo tormentava: forse un tiranno che aveva rapito colla libertà metà dell'anima a' suoi fratelli e tentava sostituire l'adorazione della Forza brutale alla fede nel Dovere e nel Diritto immortale. Dopo lui, vennero qua e là, di secolo in secolo, uomini che per aberrazione di filosofia insinuarono l'ateismo, ma pochissimi e vergognosi: — vennero, in momenti non lontani da noi, moltitudini che per una irritazione contro un'idea di Dio falsa, stolta, architettata a proprio benefizio da una casta o da un potere tirannico, negarono Dio medesimo; ma fu un istante, e in quell'istante adorarono, tanto avevano bisogno di Dio, la dea Ragione, la dea Natura. Oggi, vi sono uomini che aborrono da ogni religione perché vedono la corruzione nelle credenze attuali e non indovinano la purità di quelle dell'avvenire; ma nessuno tra loro osa dirsi ateo: vi sono preti che prostituiscono il nome di Dio ai calcoli della venalità, o al terrore dei potenti; vi sono tiranni che lo imposturano invocandolo a protettore delle loro tirannidi; ma perché la luce del sole ci viene spesso offuscata e guasta da sozzi vapori, negheremo il sole o la potenza vivificatrice del suo raggio sull'universo? perché dalla libertà i malvagi possono talvolta far sorgere l'anarchia, malediremo alla libertà? La fede in Dio brilla d'una luce immortale attraverso tutte le imposture e le corruttele che gli uomini addensano intorno a quel nome. Le imposture e le corruttele passano, come passano le tirannidi: Dio resta, come resta il Popolo, immagine di Dio sulla terra. Come il Popolo attraverso schiavitù, patimenti e miserie, conquista a grado a grado coscienza, forza, emancipazione, il nome santo di Dio sorge dalla rovine dei culti corrotti a splendere circondato d'un culto più puro, più fervido e più ragionevole. Io dunque non vi parlo di Dio per dimostrarvene l'esistenza, o per dirvi che dovete adorarlo: voi lo adorate, anche non nominandolo, ogni qualvolta voi sentite la vostra vita e la vita degli esseri che vi stanno intorno: ma per dirvi come dovete adorarlo — per ammonirvi intorno a un errore, che domina le menti di molti tra gli uomini delle classi che vi dirigono, o per esempio loro, di molti tra voi: errore grave e rovinoso quanto è l'ateismo. Questo errore è la separazione, più o meno dichiarata, di Dio dall'opera sua, dalla Terra sulla quale voi dovete compire un periodo della vostra vita. Avete, da una parte, una gente che vi dice: «Sta bene: Dio esiste; ma voi non potete più che ammetterlo ed adorarlo. La relazione tra lui e gli uomini, nessuno può intenderla o dichiararla. È questione da dibattersi fra Dio medesimo e la vostra coscienza. Pensate intorno a questo ciò che volete, ma non proponete la vostra credenza ai vostri simili; non cercate d'applicarla alle cose di questa terra. La politica è una cosa, la religione è un'altra. Non le confondete. Lasciate le cose del Cielo al potere spirituale stabilito qualunque ei siasi, salvo a voi di non credergli, se vi pare ch'ei tradisca la sua missione: lasciate che ognuno pensi e creda a suo modo; voi non dovete occuparvi in comune che delle cose della terra. Materialisti o spiritualisti, credete voi nella libertà, e nell'eguaglianza degli uomini? volete il ben essere per la maggiorità? volete il suffragio universale? Riunitevi per ottenere codesto intento; non avete bisogno per questo d'intendervi sulle questioni che riguardano il cielo». Avete d'altra parte uomini che vi dicono: «Dio esiste; ma così grande, troppo superiore a tutte cose create, perché voi possiate sperar di raggiungerlo coll'opere umane. La terra è fango. La vita è un giorno. Distaccatevi dalla prima quanto più potete: non date più valore che non merita alla seconda. Che sono mai tutti gli interessi terreni a fronte della vita immortale dell'anima vostra? Pensate a questa: guardate al Cielo. Che v'importa se voi vivete quaggiù in un modo o in un altro? Siete destinati a morire; e Dio vi giudicherà, secondo i pensieri che avete dato, non alla terra, ma a Lui. Soffrite? Benedite al Signore che vi manda quei patimenti. L'esistenza terrena è una prova. La vostra è terra d'esilio. Sprezzatela ed innalzatevi. Di mezzo ai patimenti, dalla miseria, dalla schiavitù, voi potete rivolgervi a Dio, e santificarvi nell'adorazione di Lui, nella preghiera, nella fede in un avvenire che vi compenserà largamente, e nel disprezzo delle cose mondane». Di quei che così vi parlano, i primi non amano Dio; i secondi non lo conoscono. L'uomo è uno, direte ai primi. Voi non potete troncarlo in due; e far sì ch'egli concordi con voi nei principii che devono regolare l'ordinamento dalla società, quand'ei differisca intorno all'origine sua, ai suoi destini e alla sua legge di vita quaggiù. Le religioni governano il mondo. Quando gli uomini dell'India credevano d'esser nati, gli uni dalla testa, altri dalle braccia, altri dai piedi di Brama, Divinità loro, ordinavano la società secondo la divisione degli uomini in caste, assegnavano agli uni ereditariamente il lavoro intellettuale, ad altri la milizia, ad altri le opere servili, e si condannavano a una immobilità che ancor dura e durerà finché la credenza in quel principio non cada. Quando i Cristiani dichiararono al mondo, che gli uomini erano tutti figli di Dio e fratelli in Lui, tutte le dottrine dei legislatori e dei filosofi dell'antichità che stabilivano l'esistenza di due nature negli uomini, non valsero ad impedire l'abolizione della schiavitù, e quindi un ordinamento radicalmente diverso nella società. Ad ogni progresso delle credenze religiose noi possiamo mostrarvi corrispondente nella storia dell'Umanità un progresso sociale: alla vostra dottrina d'indifferenza in fatto di religione, voi non potete mostrarci altra conseguenza che l'anarchia. Voi avete potuto distruggere, non mai fondare: smentiteci, se potete. A forza di esagerare un principio contenuto nel Protestantismo, e ch'oggi il Protestantismo sente bisogno d'abbandonare — a forza di dedurre tutte le vostre idee unicamente dall'indipendenza dell'individuo — voi siete giunti, a che? all'anarchia, cioè all'oppressione del debole, nel commercio; alla libertà, cioè alla derisione del debole che non ha mezzi, né tempo, né istruzione per esercitare i propri diritti, nell'ordinamento politico; all'egoismo, cioè all'isolamento e alla rovina del debole che non può aiutarsi da sé, nella morale. Ma noi vogliamo Associazione: come ottenerla sicura se non da fratelli che credano negli stessi principii regolatori, che s'uniscano nella stessa fede, che giurino nello stesso nome? Vogliamo educazione: come darla o riceverla, se non in virtù d'un principio che contenga l'espressione delle nostre credenze sull'origine, sul fine, sulla legge di vita dell'uomo su questa terra? Vogliamo educazione comune: come darla o riceverla, senza una fede comune? Vogliamo formare Nazione: come riescirvi, se non credendo in uno scopo comune, in un dovere comune? E d'onde possiamo noi dedurre un dovere comune, se non dall'idea che ci formiamo di Dio e della sua relazione con noi? Certo: il suffragio universale è cosa eccellente; è il solo mezzo legale col quale un paese possa, senza crisi violente a ogni tanto, governarsi; ma il suffragio universale in un paese dominato da una fede darà l'espressione della tendenza, della volontà nazionale: in un paese privo di credenze comuni, cosa mai potrà esprimere se non l'interesse numericamente più forte e l'oppressione di tutti gli altri? Tutte le riforme politiche in ogni paese irreligioso, o non curante di religione, dureranno quanto il capriccio o l'interesse degli individui vorranno e non più. L'esperienza degli ultimi cinquanta anni ci ha addottrinati, su questo punto, abbastanza. Agli altri che vi parlano del Cielo, scompagnandolo dalla Terra, voi direte che cielo e terra sono, come la via e il termine della via, una cosa sola. Non dite che la terra è fango: la terra è di Dio: Dio la creava perché per essa salissimo a Lui. La terra non è un soggiorno d'espiazione o di tentazione: è il luogo del nostro lavoro per un fine di miglioramento, del nostro sviluppo verso un grado d'esistenza superiore. Dio ci creava non per la contemplazione, ma per l'azione: ci creava a immagine sua, ed egli è Pensiero ed Azione, anzi non v'è in lui pensiero che non si traduca in azione. Noi dobbiamo, dite, sprezzare tutte cose mondane, e calpestare la vita terrena, per occuparci della celeste; ma cos'è mai la vita terrena, se non un preludio della celeste, un avviamento a raggiungerla? Non v'avvedete che voi, benedicendo all'ultimo gradino della scala per la quale noi tutti dobbiamo salire, e maledicendo al primo, ci troncate la via? La vita d'un'anima è sacra, in ogni suo periodo: nel periodo terreno come negli altri che seguiranno; bensì, ogni periodo dev'esser preparazione all'altro, ogni sviluppo temporario deve giovare allo sviluppo continuo ascendente della vita immortale che Dio trasfuse in ciascuno di noi e nella Umanità complessiva che cresce coll'opera di ciascuno di noi. Or Dio v'ha messo quaggiù sulla terra: v'ha messo intorno milioni di esseri simili a voi, il cui pensiero si alimenta col vostro pensiero, il cui miglioramento progredisce col vostro, la cui vita si feconda della vostra vita; v'ha dato, a salvarvi dai pericoli dell'isolamento, bisogni che non potete soddisfar soli, e istinti predominanti sociali che dormono nei bruti e che vi distinguono da essi: v'ha steso intorno quel mondo che voi chiamate Materia, magnifico di bellezza, pregno di vita, d'una vita, che, non dovete dimenticarlo, si mostra per ogni dove tanto che vi si vegga il segno di Dio, ma aspetta nondimeno l'opera vostra, dipende nelle sue manifestazioni da voi, e si moltiplica di potenza quanto più la vostra attività si moltiplica: v'ha posto dentro simpatie inestinguibili, la pietà per chi geme, la gioia per chi sorride, l'ira contro a chi opprime la creatura, il desiderio incessante del Vero, l'ammirazione pel Genio che scopre più parte di vero, l'entusiasmo per chi lo traduce in azione giovevole a tutti, la venerazione religiosa per chi, non potendo farlo trionfare, more martire, portando col proprio sangue testimonianza per esso — e voi negate, sprezzate questi indizi della vostra missione, che Dio v'ha profuso d'intorno, anzi cacciate l'anatema sui segni suoi, chiamandoci a concentrare tutte le nostre forze in un'opera di purificazione interna, imperfetta, impossibile quando è solitaria! Or Dio non punisce chi lo tenta così? Non degrada egli lo schiavo? Non sommerge egli negli appetiti sensuali, negli istinti ciechi di quella che voi chiamate materia, metà dell'anima del povero giornaliero (2) costretto a consumare, senza lume di educazione, in una serie d'atti fisici, la vita divina? Trovate fede religiosa più viva nel servo Russo che non nel Polacco combattente le battaglie della patria e della libertà? Trovate amore più fervente di Dio nel suddito avvilito d'un Papa e d'un Re tiranno che non nel repubblicano Lombardo del dodicesimo secolo e nel repubblicano Fiorentino del decimoquarto? Dov'è lo spirito di Dio ivi è la libertà, ha detto uno de' più potenti Apostoli che noi conosciamo (3); e la religione ch'ei predicava decretò l'abolizione della schiavitù: chi può intendere e adorare convenientemente Dio strisciandosi a' piedi della sua creatura? La vostra non è religione, è sètta d'uomini che hanno dimenticato la loro origine, le battaglie che i loro padri sostennero contro una società incadaverita, e le vittorie che riportarono trasformando quel mondo terrestre che oggi voi, o contemplatori (4), sprezzate. Qualunque forte credenza sorga fra le rovine delle vecchie esaurite trasformerà l'ordinamento sociale esistente perché ogni credenza cerca applicarsi a tutti i rami dell'attività umana; perché la terra ha cercato sempre, in ogni epoca, conformarsi al cielo in ch'essa credeva; perché tutta intera la storia dell'Umanità ripete, sotto forme diverse e a gradi diversi secondo i tempi, la parola registrata nella Orazione Dominicale del Cristianesimo: Venga il tuo regno sulla terra, o Signore, siccome è nel cielo. Venga il regno di Dio sulla terra, siccome è nel cielo: sia questa, o fratelli miei, meglio intesa e applicata che non fu per l'addietro, la vostra parola di fede, la vostra preghiera: ripetetela e operate perché si verifichi. Lasciate ch'altri tenti persuadervi la rassegnazione passiva, l'indifferenza alle cose terrene, la sommessione ad ogni potere temporale anche ingiusto, replicandovi, male intesa, quell'altra parola: «Rendete a Cesare ciò ch'è di Cesare e ciò ch'è di Dio a Dio». Possono dirvi cosa che non sia di Dio? Nulla è di Cesare se non in quanto è conforme alla Legge Divina. Cesare, ossia il potere temporale, il governo civile, non è che il mandatario, l'esecutore, quanto le sue forze e i tempi concedono, del disegno di Dio: dove tradisce il mandato, è vostro, non diremo diritto, ma dovere, mutarlo. A che siete quaggiù se non per affaticarvi a sviluppare coi vostri mezzi e nella vostra sfera il concetto di Dio? A che professare di credere nell'unità del genere umano, conseguenza inevitabile dell'Unità di Dio, se non lavorate a verificarla, combattendo le divisioni arbitrarie, le inimicizie che separano tuttavia le diverse tribù formanti l'Umanità? A che credere nella libertà umana, base dell'umana responsabilità, se non ci adoperiamo a distruggere tutti gli ostacoli che impediscono la prima e viziano la seconda? A che parlare di Fratellanza pur concedendo che i nostri fratelli siano ogni dì conculcati, avviliti sprezzati? La terra è la nostra lavoreria (5): non bisogna maledirla; bisogna santificarla. Le forze materiali che ci troviamo d'intorno sono i nostri stromenti di lavoro, non bisogna ripudiarli, bisogna dirigerli al bene. Ma questo, voi, senza Dio, nol potete. V'ho parlato di Doveri: v'ho insegnato che la sola conoscenza dei vostri diritti non basta a guidarvi durevolmente sulle vie del bene: non basta a darvi quel miglioramento progressivo, continuo, nella vostra condizione, che voi cercate: or, senza Dio, d'onde il Dovere? senza Dio, voi, a qualunque sistema civile vogliate appigliarvi, non potete trovare altra base che la Forza cieca, brutale, tirannica. Di qui non s'esce. O lo sviluppo delle cose umane dipende da una legge di Provvidenza che noi tutti siamo incaricati di scoprire e d'applicare, o è fidato (6) al caso, alle circostanze del momento, all'uomo che sa meglio valersene. O dobbiamo obbedire a Dio, o servire ad uomini, uno o più non importa. Se non regna una Mente suprema su tutte le menti umane, chi può salvarci dall'arbitrio dei nostri simili, quando si trovino più potenti di noi? Se non esiste una Legge santa inviolabile, non creata dagli uomini, qual norma avremo per giudicare se un atto è giusto o non è? In nome di chi, in nome di che protesteremo contro l'oppressione e l'ineguaglianza? Senza Dio non v'è altro dominatore che il Fatto: il Fatto davanti al quale i materialisti s'inchinano sempre, abbia nome Rivoluzione e Bonaparte: il Fatto del quale i materialisti anch'oggi, in Italia ed altrove, si fanno scudo per giustificare l'inerzia, anche dove concordano teoricamente coi nostri principii. Or comanderemo noi loro il sagrificio, il martirio in nome delle nostre opinioni individuali? Cangeremo, in virtù solamente de' nostri interessi, la teorica in pratica, il principio astratto in azione? Disingannatevi. Finché parleremo individui, in nome di quanto il nostro intelletto individuale ci suggerisce, avremo quel ch'oggi abbiamo: adesioni a parole, non opere. Il grido che suonò in tutte le grandi rivoluzioni, il grido Dio lo vuole, Dio lo vuole delle Crociate, può solo convertire gli inerti in attivi, dar animo ai paurosi, entusiasmo di sagrificio ai calcolatori, fede a chi respinge col dubbio ogni umano concetto. Provate agli uomini che l'opera d'emancipazione e di sviluppo progressivo alla quale voi li chiamate, sta nel disegno di Dio; nessuno si ribellerà. Provate loro che l'opera terrestre da compirsi quaggiù è essenzialmente connessa colla loro vita immortale: tutti i calcoli del momento spariranno davanti all'importanza dell'avvenire. Senza Dio, voi potete imporre non persuadere: potete essere tiranni alla volta vostra, non educatori ed Apostoli. Dio lo vuole Dio lo vuole! È grido di popolo, o fratelli; e grido del vostro popolo, grido nazionale Italiano. Non vi lasciate ingannare, o voi che lavorate con sincerità d'amore per la vostra Nazione, da chi vi dirà forse che la tendenza Italiana non è che tendenza politica, e che lo spirito religioso s'è dipartito da essa. Lo spirito religioso non si dipartì mai dall'Italia, finché l'Italia, comunque divisa, fu grande ed attiva; si dipartì, quando nel secolo decimosesto, caduta Firenze, caduta sotto le armi straniere di Carlo V, e sotto i raggiri dei Papi ogni libertà di vita Italiana, noi cominciammo a perdere tendenze nazionali e a vivere spagnuoli, tedeschi, e francesi. Allora i nostri letterati incominciarono a far da buffoni di principi e ad accarezzare la svogliatezza dei padroni, ridendo di tutti e di tutto. Allora i nostri preti vedendo impossibile ogni applicazione di verità religiosa cominciarono a far bottega del culto, e a pensare a se stessi, non al popolo che essi dovevano illuminare e proteggere. E allora, il popolo, sprezzato dai letterati, tradito e spolpato dai preti, esiliato da ogni influenza nelle cose pubbliche, cominciò a vendicarsi ridendo dei letterati, diffidando dei preti, ribellandosi da tutte credenze, poi che vedeva corrotta l'antica e non poteva presentire più in là. Da quel tempo in poi noi ci trasciniamo tra le superstizioni comandate dall'abitudine o dai governi e la incredulità, abbietti e impotenti. Ma noi vogliamo risorgere grandi e onorati. E ricorderemo la tradizione Nazionale. Ricorderemo che col nome di Dio sulla bocca e colle insegne della loro fede nel centro della battaglia (7), i nostri fratelli lombardi vincevano, nel dodicesimo secolo, gl'invasori tedeschi, e riconquistavano le loro libertà manomesse. Ricorderemo che i repubblicani delle città toscane si radunavano a parlamento nei templi. Ricorderemo gli Artigiani Fiorentini che, respingendo il partito di sottomettere all'impero della famiglia Medici la loro libertà democratica, elessero, per voto solenne, Cristo capo della Repubblica — e il frate Savonarola predicante a un tempo il dogma di Dio e quello del Popolo — e i Genovesi del 1746 liberatori, a furia di sassate, e nel nome di Maria protettrice, della loro città dall'esercito tedesco che la occupava — e una catena d'altri fatti simili a questi ne' quali il pensiero religioso protesse e fecondò il pensiero popolare Italiano. E il pensiero religioso dorme, aspettando sviluppo, nel nostro popolo: chi saprà suscitarlo, avrà più fatto per la Nazione che non con venti sètte politiche. Forse all'assenza di questo pensiero negli imitatori delle costituzioni e tattiche monarchiche forastiere che condussero i tentativi passati d'insurrezione in Italia tanto quanto all'assenza d'uno scopo apertamente popolare è dovuta la freddezza con che il popolo guardò finora a que' tentativi. Predicate dunque, o fratelli, in nome di Dio. Chi ha core Italiano, vi seguirà. Predicate in nome di Dio. I letterati sorrideranno: dimandate ai letterati che cosa hanno fatto per la loro patria. I preti vi scomunicheranno: dite ai preti che voi conoscete Dio più ch'essi tutti non fanno, e che tra Dio, e la sua Legge, voi non avete bisogno d'intermediarii. Il popolo v'intenderà e ripeterà con voi: Crediamo in Dio Padre, Intelletto ed Amore, Creatore ed Educatore dell’Umanità. E in quella parola, voi e il Popolo vincerete. Voi avete vita; dunque avete una legge di vita. Non v'è vita senza legge. Qualunque cosa esiste, esiste in un certo modo, secondo certe condizioni, con una certa legge. Una legge d'aggregazione governa i minerali: una legge e di sviluppo governa le piante: una legge di moto governa gli astri: una legge governa voi e la vostra vita: legge tanto più nobile ed alta quanto più voi siete superiori a tutte le cose create sulla terra. Svilupparvi, agire, vivere secondo la vostra legge, è il primo, anzi unico vostro Dovere. Dio v'ha dato la vita; Dio v'ha dunque dato la legge. Dio è l'unico legislatore della razza umana. La sua legge è l'unica alla quale voi dobbiate ubbidire. Le leggi umane non sono valide e buone se non in quanto vi s'uniformano, spiegandola ed applicandola: sono tristi ogni qualvolta la contraddicono o se ne discostano; ed è non solamente vostro diritto, ma vostro dovere disubbidirle e abolirle. Chi meglio spiega ed applica ai casi umani la legge di Dio, è vostro capo legittimo: amatelo e seguitelo. Ma da Dio in fuori non avete né potete, senza tradirlo e ribellarvi da Lui, avere padrone. Nella coscienza della vostra legge di vita, della Legge di Dio, sta dunque il fondamento della Morale, la regola delle vostre azioni e dei vostri doveri, la misura della vostra responsabilità: in essa sta pure la vostra difesa contro alle leggi ingiuste che l'arbitrio d'un uomo o di più uomini può tentare d'imporvi. Voi non potete, senza conoscerla, pretender nome o diritti d'uomini. Tutti i diritti hanno la loro origine in una legge, e voi, ogni qualvolta non potete invocarla, potete essere tiranni o schiavi, non altro: tiranni se siete forti, schiavi dell'altrui forza se siete deboli. Ad essere uomini, vi bisogna conoscere la legge che distingue la natura umana da quella dei bruti, delle piante, dei minerali, e conformarvi le vostre azioni. Or come conoscerla? È questa la dimanda che in tutti i tempi l'Umanità ha indirizzato a quanti hanno pronunziato la parola doveri, e le risposte sono anch'oggi diverse. Gli uni hanno risposto mostrando un Codice, un libro, e dicendo: qui dentro è tutta la legge morale. Gli altri hanno detto: ogni uomo interroghi il proprio core; ivi sta la definizione del bene e del male. Altri ancora, rigettando il giudizio dell'individuo, ha invocato il consenso universale, e dichiarato che dove l’umanità concorda in una credenza, quella credenza è la vera. Erravano tutti. E la storia del genere umano dichiarava impotenti, con fatti irrecusabili, tutte queste risposte. Quei che affermano trovarsi in un libro o sulla bocca d'un solo uomo tutta quanta la legge morale dimenticano che non v'è codice dal quale l'Umanità, dopo una credenza di secoli, non si sia scostata per cercarne e ispirarne un'altra migliore, e che non v'è ragione, oggi specialmente, di credere che l'umanità cangi di metodo. A quei che sostengono la sola coscienza dell'individuo essere la norma del vero e del falso, ossia del bene e del male, basta ricordare, che nessuna religione, per santa che fosse, è stata senza eretici senza dissidenti convinti e presti (8) ad affrontare il martirio in nome della loro coscienza. Oggi il Protestantismo si divide e suddivide in mille sètte tutte fondate sui diritti della coscienza dell'individuo; tutte accanite a farsi guerra tra loro, e perpetuanti l'anarchia di credenze, vera e sola sorgente della discordia che tormenta socialmente e politicamente i popoli dell'Europa. E d'altra parte, agli uomini che rinnegano la testimonianza della coscienza dell'individuo per richiamarsi unicamente al consenso dell'Umanità in una credenza, basta ricordare come tutte le grandi idee che migliorarono l'umanità cominciarono a manifestarsi in opposizione a credenze che l'Umanità consentiva e furono predicate da individui che l'Umanità derise, perseguitò, crocefisse. Ciascuna dunque di queste norme è insufficiente a ottenere la conoscenza della Legge di Dio, della Verità. E nondimeno, la coscienza dell'individuo è santa: il consenso comune dell'Umanità è santo: e qualunque rinunzia a interrogare questo o quella, si priva d'un mezzo essenziale per conoscere la verità. L'errore generale fin qui è stato quello di volerla raggiungere con uno solo di questi mezzi esclusivamente: errore decisivo e funestissimo nelle conseguenze, perché non si può stabilire la coscienza dell'individuo, sola norma della verità, senza cadere nell'anarchia, non si può invocare come inappellabile il consenso generale in un momento dato senza soffocare la libertà umana e rovinare nella tirannide. Così — e cito questi esempi per mostrare come da queste prima basi dipenda, più che generalmente non si crede, tutto quanto l'edifizio sociale — così gli uomini, servendo allo stesso errore, hanno ordinato la società politica, gli uni sul rispetto unicamente dei diritti dell'individuo, dimenticando interamente la missione educatrice della società; gli altri unicamente sui diritti sociali, sagrificando la libertà e l'azione dell'individuo. E la Francia dopo la sua grande rivoluzione, e l'Inghilterra segnatamente, c'insegnarono come il primo sistema non conduca che all'ineguaglianza e all'oppressione dei più; il Comunismo, fra gli altri, ci mostrerebbe, se potesse mai trapassare allo stato di fatto, come il secondo condanni a petrificarsi la società togliendole ogni moto e ogni facoltà di progresso. Così gli uni, considerando che i pretesi diritti dell'individuo, hanno ordinato, o meglio, disordinato il sistema economico, gli danno per unica base la teoria della libera concorrenza illimitata, mentre gli altri, non guardando che all'unità sociale, vorrebbero fidare al governo il monopolio di tutte le forze produttrici dello Stato: due concetti, il primo de' quali ci ha dato tutti i mali dell'anarchia, il secondo ci darebbe l'immobilità e tutti i mali della tirannide. Dio v'ha dato il consenso dei vostri fratelli e la vostra coscienza, come due ali per innalzarvi quanto è possibile sino a Lui. Perché v'ostinate a troncarne una? Perché isolarvi assorbirvi nel mondo? Perché voler soffocare la voce del genere umano? Ambe sono sacre; Dio parla in ambe. Dovunque s’incontrano, dovunque il grido della vostra coscienza è ratificato dal consenso dell'Umanità, ivi è Dio, ivi siete certi di avere in pugno la verità: l'uno è la verificazione dell'altro. Se i vostri doveri non fossero che negativi, se consistessero unicamente nel non fare il male, nel non nuocere ai vostri fratelli, forse nello stato di sviluppo in cui oggi sono anche i meno educati, il grido della vostra coscienza basterebbe a dirigervi. Siete nati al bene, e ogni qual volta voi operate direttamente contro la Legge, ogni qual volta voi commettete ciò che gli uomini chiamano delitto, v'è tal cosa in voi che v'accusa, tale una voce di rimprovero che voi potrete dissimulare agli altri, ma non a voi stessi. Ma i vostri più importanti doveri sono positivi. Non basta il non fare: bisogna fare. Non basta limitarsi a non operare contro la Legge; bisogna operare a seconda della Legge. Non basta il non nuocere: bisogna giovare ai vostri fratelli. Pur troppo finora la morale s'è presentata ai più fra gli uomini in una forma più negativa che affermativa. Gli interpreti della Legge hanno detto: «non ruberai, non ammazzerai»; pochi, o nessuno, hanno insegnato gli obblighi che spettano all'uomo, e il come egli debba giovare ai suoi simili e al disegno di Dio nella creazione. Or questo è il primo scopo della Morale; né individuo, consultando unicamente la propria coscienza, può raggiungerlo mai. La coscienza dell'individuo parla in ragione della sua educazione, delle sue tendenze, delle sue abitudini, delle sue passioni. La coscienza dell'Irochese (9) selvaggio parla un linguaggio diverso da quello dell'Europeo incivilito del XIX secolo. La coscienza dell'uomo libero suggerisce doveri che la coscienza dello schiavo non sospetta nemmeno. Interrogate il povero giornaliero Napoletano o Lombardo, al quale un cattivo prete fu l'unico apostolo di morale, al quale, s'ei pur sa leggere, quella del catechismo Austriaco fu l'unica lettura concessa: egli vi dirà che i suoi doveri sono lavoro assiduo a ogni prezzo per sostenere la sua famiglia, sommessione illimitata senza esame alle leggi quali esse siano (10), e il non nuocere altrui: a chi gli parlasse di doveri che lo legano alla patria e all'Umanità, a chi gli dicesse: «voi nuocete ai vostri fratelli accettando di lavorare per un prezzo inferiore all'opera, voi peccate contro a Dio e contro all'anima vostra obbedendo a leggi che sono ingiuste», ei risponderebbe, come chi non intende, inarcando le ciglia. Interrogate l'operaio Italiano, al quale circostanze migliori o il contatto con uomini di più educato intelletto hanno insegnato più parte del vero; ei vi dirà che la sua patria è schiava, che i suoi fratelli sono ingiustamente condannati a vivere in miseria materiale e morale, e ch'ei sente il dovere di protestare, potendo, contro a questa ingiustizia. Perché tanto divario fra i suggerimenti della coscienza in due individui dello stesso tempo e dello stesso paese? Perché fra dieci individui appartenenti in sostanza alla stessa credenza, quella che impone lo sviluppo e il progresso della razza umana, troviamo dieci convinzioni diverse sui modi d'applicare la credenza alle azioni, cioè sui doveri? Evidentemente, il grido della coscienza dell'individuo non basta, in ogni stato di cose e senz'altra norma, a rivelargli la legge. La coscienza basta sola a insegnarvi che una legge esiste, non quali sono questi doveri. Per questo il martirio non s'è mai, e comunque l'egoismo predominasse, esiliato dall'Umanità; ma quanti martiri non sagrificarono l'esistenza per presunti doveri, a beneficio d'errori oggi patenti a ciascuno! V'è dunque bisogno d'una scorta alla vostra coscienza, d'un lume che le rompa d'intorno la tenebra, d'una norma che ne verifichi e ne diriga gl'istinti. E questa norma è l'Intelletto dell’Umanità. Dio ha dato intelletto a ciascuno di voi, perché lo educhiate a conoscere la sua legge. Oggi, la miseria, gli errori inveterati da secoli, e la volontà dei vostri padroni, vi contrastano fin la possibilità d'educarlo; e per questo v'è necessario rovesciare quegli ostacoli colla forza. Ma quand'anche gli ostacoli saranno tolti di mezzo, l'intelletto di ciascun di voi sarà insufficiente a conoscere la legge di Dio, se non appoggiandosi all'intelletto dell'Umanità. La vostra vita è breve: le vostre facoltà individuali sono deboli, incerte, e abbisognano di un punto d'appoggio. Or Dio v'ha messo vicino un essere la cui vita è continua, le cui facoltà sono la somma di tutte le facoltà individuali che si sono, da forse quattrocento secoli, esercitate; un essere che attraverso gli errori e la colpa degl'individui migliora sempre in sapienza e moralità: un essere nel cui sviluppo Dio ha scritto e scrive ad ogni epoca una linea della sua legge. Quest'essere è l'Umanità. L'Umanità, ha detto un pensatore del secolo scorso (11), è un uomo che impara sempre. Gl'individui muoiono; ma quel tanto di vero ch'essi hanno pensato, quel tanto di buono ch'essi hanno operato, non va perduto con essi: l'Umanità lo raccoglie e gli uomini che passeggiano sulla loro sepoltura ne fanno lor pro. Ognuno di noi nasce in oggi un un'atmosfera d'idee e di credenze, elaborata da tutta l'Umanità anteriore: ognuno di noi porta, senza pur saperlo, un elemento più o meno importante alla vita dell'Umanità successiva. L'educazione dell'Umanità progredisce come si innalzano in Oriente quelle piramidi alle quali ogni viandante aggiunte una pietra. Noi passiamo, viandanti d'ogni giorno, chiamati a compiere la nostra educazione individuale altrove; l'educazione dell'Umanità si mostra a lampi in ciascun di noi, si svela lentamente, progressivamente, continuamente nell'Umanità. L'Umanità è il Verbo vivente di Dio. Lo spirito di Dio la feconda, e si manifesta sempre più puro, sempre più attivo d'epoca in epoca in essa, un giorno per mezzo d'un individuo, un altro per mezzo d'un popolo. Di lavoro in lavoro, di credenza in credenza, l'Umanità conquista via via una nozione più chiara della propria vita, della propria missione, di Dio e della sua legge. Dio s'incarna successivamente nell'Umanità. La legge di Dio è una, sì come è Dio; ma noi la scopriamo articolo per articolo, linea per linea quanto più s'accumula l'esperienza educatrice delle generazioni che precedono, quanto più cresce in ampiezza e in intensità l'associazione fra le razze, fra i popoli, fra gl'individui. Nessun uomo, nessun popolo, nessun secolo può presumere di scoprirla intera: la legge morale, la legge di vita dell'Umanità non può scoprirsi intera che dall'Umanità tutta quanta raccolta in associazione, quando tutte le forze, tutte le facoltà che costituiscono l'umana natura saranno sviluppate e in azione. Ma intanto quella parte dell'Umanità ch'è più inoltrata nell'educazione c'insegna col suo sviluppo parte della legge che noi cerchiamo. Nella sua storia leggiamo il disegno di Dio; ne' suoi bisogni i nostri doveri: doveri che mutano o per dir meglio crescono coi bisogni, perché il nostro primo dovere sta nel concorrere a che l'Umanità salga prontamente quel grado di miglioramento e di educazione, al quale Dio e i tempi l'hanno preparata. Voi dunque, a conoscere la Legge di Dio, avete bisogno d'interrogare non solamente la vostra coscienza, ma la coscienza, il consenso dell'Umanità, a conoscere i vostri doveri, avete bisogno d'interrogare i bisogni attuali dell'Umanità. La morale è progressiva come l'educazione del genere umano e di voi. La morale del Cristianesimo non era quella dei tempi Pagani; la morale del secolo nostro non è quella di diciotto secoli addietro. Oggi i vostri padroni, colla segregazione dall'altre classi, col divieto d'ogni associazione, colla doppia censura imposta alla stampa, procacciano di nascondervi, coi bisogni dell'Umanità, i vostri doveri. E nondimeno, anche prima del tempo, in cui la Nazione v'insegnerò gratuitamente dalle scuole d'educazione generale la storia dell'Umanità nel passato, e i suoi bisogni presenti, voi potete, volendo, imparare in parte almeno la prima e indovinare i secondi. I bisogni attuali dell'Umanità emergono in espressione più o meno violente, più o meno imperfette, dai fatti che occorrono ogni giorno nei paesi ai quali non è legge assoluta l'immobilità del silenzio. Chi vi vieta, fratelli delle terre schiave, saperli? Qual forza di sospettosa tirannide può lungamente contendere a milioni d'uomini, moltissimi dei quali viaggiano fuori d'Italia e rimpatriano, la conoscenza dei fatti europei? Se le associazioni pubbliche vi sono in quasi tutta Italia vietate, chi può vietar le segrete, quand'esse fuggano i simboli e le organizzazioni complicate (12), e non consistano che d'una catena fraterna stesa di paese in paese fino a toccare alcuno tra gli infiniti punti della frontiera? Non troverete voi sopra ogni punto della frontiera terrestre e marittima, uomini vostri, uomini che i vostri padroni hanno cacciato fuori di patria per aver voluto giovarvi, che vi saranno apostoli di verità, che vi diranno con amore ciò che gli studi e le tristi facilità dell'esilio hanno loro insegnato sui voti presenti e sulla tradizione dell'Umanità? Chi può impedirvi, solo che voi vogliate, di ricevere alcuno degli scritti che i vostri fratelli stampano, qui nell'esilio, per voi? Leggeteli e ardeteli, sì che il giorno dopo l'inquisizion dei vostri padroni non li trovi fra le vostre mani e non ne faccia argomento di colpa alle vostre famiglie; ma pur leggeteli e ripetete quel tanto che avrete potuto serbare a mente, ai più fidati de' vostri amici. Aiutateci colle offerte ad allargare la sfera dell'Apostolato (13), a compilare, a stampare per voi manuali di storia generale e di storia patria Aiutateci, moltiplicando le comunicazioni, a diffonderli. Convincetevi che senza istruzione, voi non potete conoscere i vostri doveri: convincetevi che, dove la società vi contende ogni insegnamento, la responsabilità d'ogni colpa è, non vostra, ma sua: la vostra incomincia dal giorno in cui una via qualunque all'insegnamento v'è aperta e la negligete: dal giorno in cui vi si mostrano mezzi per mutare una società che vi condanna all'ignoranza, e voi non pensate ad usarne. Non siete colpevoli perché ignorate; siete colpevoli perché vi rassegnate a ignorare — perché mentre la vostra coscienza v'avverte che Dio non v'ha dato facoltà senza imporvi di svilupparle, voi lasciate dormire nell'anima vostra tutte le facoltà del pensiero — perché, mentre pur sapete che Dio non può avervi dato l'amore del vero senza darvi i mezzi di conseguirlo, voi, disperando, rinunziate a farne ricerca e accettate, senza esame, per verità l'affermazione del potente o del sacerdote venduto al potente. Dio Padre ed Educatore dell’Umanità rivela nello spazio e nel tempo la sua legge all'umanità. Interrogate la tradizione dell'Umanità, il Consiglio de' vostri fratelli, non nel cerchio ristretto d'un secolo o d'una sètta, ma in tutti i secoli e nella maggiorità degli uomini passati e presenti. Ogni volta che a quel consenso corrisponde la voce della vostra coscienza, voi siete certi del vero, certi d'avere una linea della legge di Dio. Noi crediamo nell’Umanità sola interprete della legge di Dio sulla terra; e dal consenso dell'Umanità in armonia colla nostra coscienza, deduciamo quanto andrò via via dicendovi intorno ai vostri doveri. I vostri primi doveri, primi non per tempo ma per importanza e perché senza intendere quelli non potete compiere se non imperfettamente gli altri, sono verso l'Umanità. Avete doveri di cittadini, di figli, di sposi, e di padri, doveri santi, inviolabili, dei quali vi parlerò a lungo tra poco: ma ciò che fa santi e inviolabili que' doveri, è la missione, il Dovere, che la vostra natura d’uomini vi comanda. Siete padri per educare uomini al culto e allo sviluppo della Legge di Dio. Siete cittadini, avete una Patria, per potere facilmente, in una sfera illimitata, col concorso di gente già stretta a voi per lingua, per tendenze, per abitudini, operare a benefizio degli uomini quanti sono e saranno, ciò che mai potreste operare perduti, voi soli e deboli, nell'immenso numero dei vostri simili! Quei che v'insegnano morale, limitando la nozione dei vostri doveri alla famiglia o alla patria, v'insegnano, più o meno ristretto, l'egoismo, e vi conducono al male per gli altri e per voi medesimi. Patria e Famiglia sono come due circoli segnati dentro un circolo maggiore che li contiene; come due gradini d'una scala senza i quali non potreste salire più alto, ma sui quali non v'è permesso arrestarvi. Siete uomini: cioè creature ragionevoli, socievoli, e capaci per mezzo unicamente dell’associazione, d’un progresso a cui nessuno può assegnar limiti; e questo è quel tanto che oggi sappiamo della Legge di vita data all'Umanità. Questi caratteri costituiscono la umana natura, che vi distingue dagli altri esseri che vi circondano e che è fidata a ciascuno di voi come un seme da far fruttare. Tutta la vostra vita deve tendere all'esercizio e allo sviluppo ordinato di queste facoltà fondamentali della vostra natura. Qualunque volta voi sopprimete o lasciate sopprimere in tutto o in parte, una di queste facoltà voi scadete dal rango d'uomini fra gli animali inferiori e violate la legge della vostra vita, la Legge di Dio. Scadete fra i bruti e violate la Legge di Dio qualunque volta voi sopprimete o lasciate sopprimere una delle facoltà che costituiscono l'umana natura in voi o in altri. Ciò che Dio vuole è non già che la sua Legge s'adempia in voi individui — se Dio non avesse voluto che questo ei avrebbe creato soli — ma che s'adempie su tutta quanta la terra fra tutti gli esseri ch'egli creava a immagine sua. Ciò ch'egli vuole è che il Pensiero di perfezionamento e d'amore da lui posto nel mondo si riveli e splenda più sempre adorato e rappresentato. La vostra esistenza terrestre, individuale, limitatissima com'è per tempo e facoltà, non può che rappresentarlo che imperfettissimo e a lampi. L'Umanità sola, continua per generazioni e per intelletto che si nutre dell'intelletto di tutti i suoi membri, può svolgere via via quel divino pensiero e applicarlo e glorificarlo. La vita vi fu dunque data da Dio perché ne usiate a benefizio dell'Umanità, perché dirigiate le vostre facoltà individuali allo sviluppo delle facoltà dei vostri fratelli, perché aggiungiate coll'opera vostra un elemento qualunque all'opera collettiva di miglioramento e di scoperta del Vero che le generazioni lentamente ma continuamente promuovono. Dovete educarvi ed educare, perfezionarvi e perfezionare. Dio è in voi, non v'è dubbio; ma Dio è pure in tutti gli uomini che popolano con voi questa terra; Dio è nella vita di tutte le generazioni che furono, sono, e saranno, e hanno migliorato e miglioreranno progressivamente il concetto che l'umanità si forma di Lui, della sua Legge, e dei nostri Doveri. Dovete adorarlo e glorificarlo per tutto ov'Egli è. L'Universo è il suo Tempio. Ed ogni profanazione non combattuta, non espiata, del Tempio di Dio, ricade su tutti quanti i credenti. Poco importa che voi possiate dirvi puri: quand'anche poteste, isolandovi, rimanervi tali, se avete a due passi la corruzione e non cercate combatterla, tradite i vostri doveri. Poco importa che adoriate nell'anima vostra la Verità: se l'Errore governa i vostri fratelli in un altro angolo di questa terra che ci è madre comune, e voi non desiderate e non tentate, per quanto le forze vostre concedono, rovesciarlo, tradite i vostri doveri. L'immagine di Dio è sformata (14) nell'anime immortali dei vostri simili. Dio vuole essere adorato nella sua Legge, e la Sua Legge è fraintesa, violata, negata d'intorno a voi. L'umana natura è falsata nei milioni d'uomini ai quali, siccome a voi, Dio ha fidato l'adempimento concorde del suo disegno. E voi, rimanendovi inerti, osereste pure chiamarvi credenti? Un popolo, il Greco, il Polacco, il Circasso, sorge con una bandiera di patria e d'indipendenza, combatte, vince, o muore per quella. Cos'è che fa battere il vostro cuore al racconto delle sue battaglie, che lo solleva nella gioia alle sue vittorie, che lo contrista alla sua caduta? Un uomo, vostro o straniero, si leva, nel silenzio comune, in un angolo della terra, proferisce alcune idee, ch'ei crede vere, le mantiene nella persecuzione e fra i ceppi, e muore, senza rinnegarle, sul palco. Perché lo onorate col nome di Santo e di Martire? Perché rispettate e fate rispettare dai vostri figli la sua memoria? E perché leggete con avidità i miracoli d'amor patrio registrati nelle storie Greche e li ripetete ai figli vostri con un senso d'orgoglio quasi fossero storie dei vostri padri? Quei fatti Greci son vecchi di duemila anni, e appartengono a un'epoca d'incivilimento che non è la vostra, né lo sarà mai. Quell'uomo che chiamate Martire moriva forse per idee che non sono le vostre, e troncava a ogni modo colla morte ogni via al suo progresso individuale quaggiù. Quel popolo che ammirate nella vittoria e nella caduta, è popolo straniero a voi, forse pressoché ignoto: parla un linguaggio diverso, e il modo della sua esistenza non influisce visibilmente sul vostro: che importa a voi se chi lo domina è il Sultano o il Re di Baviera, il Russo o un governo escito dal consenso della nazione? Ma nel vostro cuore è una voce che grida: “Quegli uomini di duemila anni addietro, quelle popolazioni che oggi combattono lontano da voi, quel martire per le idee del quale voi non morreste, furono, sono fratelli vostri: fratelli non solamente per comunione di origine e di natura, ma per comunione di lavoro e di scopo. Quei Greci antichi passarono; ma l'opera loro non passò, e senza quella voi non avreste oggi quel grado di sviluppo intellettuale e morale che avete raggiunto. Quelle popolazioni consacrarono col loro sangue un'idea di libertà nazionale per la quale voi combattete. Quel martire insegnava morendo che l'uomo deve sagrificare ogni cosa, e, occorrendo, la vita a quel ch'egli crede essere la Verità. Poco importa ch'egli e quanti altri segnano col loro sangue la fede tronchino qui sulla terra il proprio sviluppo individuale: Dio provvede altrove per essi. Importa lo sviluppo dell'Umanità. Importa che la generazione ventura sorga, ammaestrata dalle vostre pugne e dai vostri sagrifici, più alta e più potente che voi non siete nell'intelligenza della Legge, nell'adorazione della Verità. Importa che fortificata dagli esempi la natura umana migliori e verifichi più sempre il disegno di Dio sulla terra. E in qualunque luogo la natura migliori, in qualunque luogo si conquisti una verità, in qualunque parte si mova un passo sulla via dell'educazione, del progresso, della morale, è passo, è conquista che frutterà presto o tardi a tutta quanta l'Umanità. Siete tutti soldati d'un esercito che move per vie diverse, diviso in nuclei diversi, alla conquista d'un solo intento. Oggi, voi non guardate che ai vostri capi immediati; le diverse assise, le diverse parole d'ordine, le distanze che separano i corpi d'operazione, le montagne che celano gli uni al guardo degli altri, vi fanno spesso dimenticare questa verità e concentrano esclusivamente la vostra attenzione sul fine che v'è più prossimo. Ma v'è più alto di tutti voi chi abbraccia l'insieme e dirige le mosse. Dio solo ha il segreto della battaglia e saprà raccogliervi tutti in un campo e in una sola bandiera”. Quanta distanza tra questa credenza che fermenta nell'anime nostre e sarà base alla morale dell'Epoca che sta per sorgere, e quella che davano per base alla loro Morale le generazioni che oggi chiamiamo antiche! E com'è stretto il legame che passa fra l'idea che noi ci formiamo del Principato Divino e quella che ci formiamo dei nostri doveri! I primi uomini sentivano Dio, ma senza intenderlo, senza pur cercare d'intenderlo nella sua Legge: lo sentivano nella sua potenza, non nell'amore: concepivano confusamente una relazione qualunque fra lui e il proprio individuo; non altro. Poco atti a staccarsi dalla sfera degli oggetti sensibili, lo sostanziavano in uno di quelli, nell'albero che avean veduto colpito dal fulmine, nella pietra presso alla quale avevano innalzato la loro tenda, nell'animale che s'era offerto primo al loro occhio. Era il culto che nella storia della religione si distingue col nome di feticismo. E allora gli uomini non conobbero che la famiglia, riproduzione in certo modo, del loro individuo: oltre il cerchio della famiglia non v'erano che stranieri, o più generalmente nemici: giovare a sé e alla famiglia era l'unica base della morale. Più dopo, l'idea di Dio s'ampliò. Dagli oggetti sensibili l'uomo risalì timidamente all'astrazione: generalizzò. Dio non fu più il protettore della famiglia, ma dell'associazione di più famiglie, della città, della gente. Al feticismo successe il politeismo. culto di molti Dei. Allora la morale ampliò anch'essa il suo cerchio d'azione. Gli uomini riconobbero l'esistenza de' doveri più estesi della famiglia, e lavorarono all'incremento della gente, della nazione. Pur nondimeno, l'Umanità s'ignorava. Ogni nazione chiamava barbari gli stranieri, li trattava siccome tali, e ne cercava colla forza o coll'arte, la conquista o l'abbassamento. Ogni nazione aveva stranieri e barbari nel suo seno, uomini; milioni d'uomini non ammessi ai riti religiosi dei cittadini, creduti di natura diversa, e schiavi fra i liberi. L'unità del genere umano non poteva essere ammessa che come conseguenza dell'unità di Dio. E l'unità di Dio, indovinata da alcuni rari pensatori dell'antichità, manifestata altamente da Mosè, ma colla restrizione funesta che un solo popolo era l'eletto di Dio, non fu riconosciuta che verso lo scioglimento dell'Impero Romano, per opera del Cristianesimo. Cristo pose in fronte alla sua credenza queste due verità inseparabili: non v’è che un solo Dio, tutti gli uomini sono figli di Dio; e la promulgazione di queste due verità cangiò aspetto al mondo e ampliò il cerchio morale sino ai confini delle terre abitate. Ai doveri verso la famiglia e verso la patria s'aggiunsero i doveri verso l'Umanità. Allora l'uomo imparò che dovunque ei trovava un suo simile, ivi era un fratello per lui, un fratello dotato d'un'anima immortale come la sua, chiamata a ricongiungersi al Creatore, e ch'ei gli doveva amore, partecipazione della fede, e aiuto di consiglio e d'opera dov'egli ne abbisognasse. Allora, presentimento d'altre verità contenute in germe nel Cristianesimo, s'udirono sulla bocca degli Apostoli parole sublimi, inintelligibili all'antichità, male intese o tradite anche dai successori: siccome in un corpo sono molte membra, e ciascun membro eseguisce una diversa funzione, così, benché molti, noi siamo un corpo solo, e membra gli uni degli altri (15). E vi sarà un solo ovile e un solo pastore (16). Ed oggi, dopo diciotto secoli di studi ed esperienze e fatiche, si tratta di dare sviluppo a quei germi: si tratta d'applicare quella verità, non solamente a ciascun individuo, ma a tutto quell'insieme di facoltà e forze umane presenti e future che si chiama l'Umanità: si tratta di promulgare non solamente che l'Umanità è un corpo solo e deve essere governato da una sola legge, ma che il primo articolo di questa Legge è Progresso, progresso qui sulla terra dove dobbiamo verificare quanto più possiamo del disegno di Dio ed educarci a migliori destini. Si tratta d'insegnare agli uomini che se l'Umanità è un corpo solo, noi tutti, siccome membra di quel corpo, dobbiamo lavorare al suo sviluppo e a farne più armonica, più attiva e più potente la vita. Si tratta di convincersi che noi non possiamo salire a Dio se non per l'anime dei nostri fratelli, e che dobbiamo migliorarle e purificarle anche dov'esse nol chiedano. Si tratta, dacché l'Umanità intera può sola compiere quella parte del disegno di Dio ch'ei volle si compiesse quaggiù, di sostituire all'esercizio della carità verso gl'individui un lavoro di associazione tendente a migliorar l'insieme, e di ordinare a siffatto scopo la famiglia e la patria. Altri doveri più vasti si riveleranno a noi nel futuro, secondo che acquisteremo un'idea meno imperfetta e più chiara della nostra Legge di vita. Così Dio Padre, per mezzo d'una lenta, ma continua educazione religiosa, guida al meglio l'umanità, e in quel meglio il nostro individuo migliora anch'esso. Migliora in quel meglio, né, senza un miglioramento comune, voi potete sperare che migliorino le condizioni morali o materiali del vostro individuo. Voi, generalmente parlando, non potete, quando anche il voleste, separare la vostra vita da quella dell'Umanità. Vivete in essa, d'essa, per essa. L'anima vostra, salve le eccezioni dei pochissimi straordinariamente potenti, non può svincolarsi dall'influenza degli elementi fra i quali si esercita, come il corpo, comunque costituito robustamente, non può sottrarsi all'azione di un'aria corrotta che lo circondi. Quanti fra voi vorranno, colla sicurezza di cacciarli incontro alle persecuzioni, educare i figli a una sincerità senza limiti, dove la tirannide e lo spionaggio impongono di tacere o mentire i due terzi delle proprie opinioni? Quanti vorranno educarli al disprezzo delle ricchezze in una società dove l'oro è l'unica potenza che ottenga onori, influenza, rispetto, anzi che protegga dall'arbitrio e dall'insulto dei padroni e dei loro agenti? Chi è di voi, che per amore e colle migliori intenzioni del mondo non abbia mormorato ai suoi cari in Italia: diffidate degli uomini; l’uomo onesto deve concentrarsi in se stesso e fuggire la vita pubblica; la carità comincia da casa; e sì fatte massime evidentemente immorali, ma suggeritevi dall'aspetto generale della società? Qual è la madre che, sebbene appartenente a una fede che adora la croce di Cristo martire volontario dell'Umanità, non abbia cacciato le braccia intorno al collo del figlio, e tentato svolgerlo da tentativi pericolosi pel bene de' suoi fratelli? E dov'anche trovaste in voi la forza d'insegnare il contrario, la società intera non distruggerebbe essa colle mille sue voci, coi mille suoi tristissimi esempi l'effetto della vostra parola? Potete voi stessi purificare, innalzare l'anima vostra, in un'atmosfera di contaminazione e d'avvilimento? e scendendo alle vostre condizioni materiali, pensate possano migliorare stabilmente per altra via che quella del miglioramento comune? Milioni di lire sterline sono spesi annualmente qui in Inghilterra, ov'io scrivo, dalla carità dei privati a sollievo degli individui caduti in miseria; e la miseria cresce annualmente, e la carità verso gli individui è provata (17) impotente a sanar le piaghe, e la necessità di rimedi organici collettivi è più sempre universalmente sentita. Dove il paese è minacciato continuamente, in virtù delle leggi ingiuste che lo governano, d'una lotta violenta fra gli oppressori e gli oppressi, credete possano rifluire i capitali e abbandonare le imprese vaste, lunghe, costose? Dove i dazi e le proibizioni stanno nel capriccio d'un governo assoluto che non ha chi lo moderi, e le cui spese di eserciti, di spie, d'impiegati o di pensionati crescono coi bisogni della sua sicurezza, credete l'attività dell'industria e della manifattura possa ricevere uno sviluppo progressivo, continuo? Risponderete che basta ordiniate meglio il governo e le condizioni sociali nella patria vostra? Non basta. Nessun popolo vive in oggi esclusivamente dei propri prodotti. Voi vivete di cambi, d'importazioni e d'esportazioni. Una nazione straniera che impoverisca, nella quale diminuisca la cifra dei consumatori, è un mercato di meno per voi. Un commercio straniero che in conseguenza dei cattivi ordinamenti soggiaccia a crisi o a rovina, produce crisi o rovina nel vostro. I fallimenti d'Inghilterra o d'America trascinano fallimenti Italiani. Il credito è in oggi istituzione non nazionale, ma Europea. E inoltre, ogni tentativo di miglioramento nazionale che voi farete avrà nemici (in virtù delle Leghe contratte dai principi, primi ad accorgersi che la quistione è in oggi generale), tutti i governi. Né v'è speranza per voi se non nel miglioramento universale, nella fratellanza fra tutti i popoli dell'Europa, e, per l'Europa, dell'Umanità. Voi dunque, o fratelli, per dovere e per utile vostro, non dimenticherete mai che i primi vostri doveri, i doveri, senza compiere i quali voi non potete sperare di compiere quei che la patria e la famiglia comandano, sono verso l'Umanità. La parola e l'opera vostra siano per tutti, sì come per tutti è Dio, nel suo amore e nella sua Legge. In qualunque terra voi siate, dovunque un uomo combatte pel diritto, pel giusto, pel vero, ivi è un vostro fratello: dovunque un uomo soffre, tormentato dall'errore, dall'ingiustizia, dalla tirannide, ivi è un vostro fratello. Liberi e schiavi, siete tutti fratelli. Una è la vostra origine, una la legge, uno il fine per tutti voi. Una sia la credenza, una l'azione, una la bandiera sotto cui militate. Non dite: il linguaggio che noi parliamo è diverso: le lagrime, l'azione, il martirio formano linguaggio comune per gli uomini quanti sono, e che voi tutti intendete. Non dite: l’Umanità è troppo vasta, e noi troppo deboli. Dio non misura le forze, ma le intenzioni. Amate l'Umanità. Ad ogni opera vostra nel cerchio della Patria o della Famiglia, chiedete a voi stessi: se questo ch’io fo fosse fatto da tutti e per tutti, gioverebbe o nuocerebbe all’Umanità? e se la coscienza vi risponde: nuocerebbe, desistete: desistete, quand'anche vi sembri che dall'azione vostra escirebbe un vantaggio immediato per la Patria o per la Famiglia. Siate apostoli di questa fede, apostoli della fratellanza della Nazioni e dell'unità, oggi ammessa in principio, ma nel fatto negata, del genere umano. Siatelo dove potete e come potete. Né Dio, né gli uomini possono esigere più da voi. Ma io vi dico che facendovi tali — facendovi tali, dov'altro non possiate, in voi stessi — voi gioverete all'Umanità. Dio misura i gradi di educazione ch'ei fa salire al genere umano sul numero e sulla purità del credenti. Quando sarete puri e numerosi, Dio che vi conta, v'aprirà il varco all'azione. I primi vostri Doveri, primi almeno per importanza, sono, com'io vi dissi, verso l'Umanità. Siete uomini prima d'essere cittadini o padri. Se non abbracciaste del vostro amore tutta quanta l'umana famiglia — se non confessaste la fede nella sua unità, conseguenza dell'unità di Dio, e nell'affratellamento dei Popoli che devono ridurla a fatto — se ovunque geme un vostro simile, ovunque la dignità della natura umana è violata dalla menzogna o dalla tirannide, voi non foste pronti, potendo, a soccorrere quel meschino o non vi sentiste chiamati, potendo, a combattere per risollevare gli ingannati o gli oppressi — voi tradireste la vostra legge di vita e non intendereste la religione che benedirà l'avvenire. Ma che cosa può ciascuno di voi, colle sue forze isolate, fare pel miglioramento morale, pel progresso dell'Umanità? Voi potete esprimere, di tempo in tempo, sterilmente la vostra credenza; potete compiere, qualche rara volta, verso un fratello non appartenente alle vostre terre, un'opera di carità; ma non altro. Ora, la carità non è la parola della fede avvenire. La parola della fede avvenire è l'associazione, la cooperazione fraterna verso un intento comune, tanto superiore alla carità quanto l'opera di molti fra voi che s'uniscono a innalzare concordi un edifizio per abitarvi insieme e superiore a quella che compireste innalzando ciascuno una casupola separata e limitandovi a ricambiarvi gli uni cogli altri aiuto di pietre, di mattoni e di calce. Ma quest'opera comune voi, divisi di lingua, di tendenze, d'abitudini, di facoltà, non potete tentarla. L'individuo è troppo debole e l'Umanità troppo vasta. Mio Dio — prega, salpando, il marinaio della Brettagna —, proteggetemi: il mio battello è sì piccolo e il vostro Oceano così grande! E quella preghiera riassume la condizione di ciascun di voi, se non si trova un mezzo di moltiplicare indefinitamente le vostre forze, la vostra potenza d'azione. Questo mezzo, Dio lo trovava per voi, quando vi dava una Patria, quando, come un saggio direttore di lavori distribuisce le parti diverse a seconda della capacità, ripartiva in gruppi, in nuclei distinti, l'Umanità sulla faccia del nostro globo e cacciava il germe delle Nazioni. I tristi governi hanno guastato il disegno di Dio che voi potete vedere segnato chiaramente, per quello almeno che riguarda la nostra Europa, dai corsi dei grandi fiumi, dalle curve degli alti monti e dalle altre condizioni geografiche: l'hanno guastato colla conquista, coll'avidità, colla gelosia dell'altrui giusta potenza: guastato di tanto che oggi, dall'Inghilterra e dalla Francia infuori, non v'è forse Nazione i cui confini corrispondano a quel disegno. Essi non conoscevano e non conoscono Patria fuorché la loro famiglia, la dinastia, l'egoismo di casta. Ma il disegno divino si compirà senza fallo. Le divisioni naturali, le innate spontanee tendenze dei popoli, si sostituiranno alle divisioni arbitrarie sancite dai tristi governi. La Carta d'Europa sarà rifatta. La Patria del Popolo sorgerà, definita dal voto dei liberi, sulle rovine della Patria dei re, delle caste privilegiate. Tra quelle patrie sarà armonia, affratellamento. E allora, il lavoro dell'Umanità verso il miglioramento comune, verso la scoperta e l'applicazione della propria legge di vita, ripartito a seconda delle capacità locali e associato, potrà compirsi per via di sviluppo progressivo, pacifico: allora, ciascuno di voi, forte degli affetti e dei mezzi di molti milioni d'uomini parlanti la stessa lingua, dotati di tendenze uniformi, educati dalla stessa tradizione storica, potrà sperare di giovare coll'opera propria a tutta quanta l'Umanità. A voi, uomini nati in Italia, Dio assegnava, quasi prediligendovi, la Patria meglio definita d'Europa. In altre terre segnate con limiti più incerti o interrotti, possono insorgere questioni che il voto pacifico di tutti scioglierà un giorno, ma che hanno costato e costeranno forse ancora lagrime e sangue: sulla vostra, no. Dio v'ha steso intorno linee di confini sublimi, innegabili: da un lato, i più alti monti d'Europa, l'Alpi; dall'altro, il Mare, l'immenso Mare. Aprite un compasso: collocate una punta al nord dell'Italia, su Parma: appuntate l'altra agli sbocchi del Varo e segnate con essa, nella direzione delle Alpi, un semicerchio: quella punta che andrà, compìto il semicerchio, a cadere sugli sbocchi dell'Isonzo avrà segnato la frontiera che Dio vi dava. Sino a quella frontiera si parla, s'intende la vostra lingua: oltre quella, non avete diritti. Vostre sono innegabilmente la Sicilia, la Sardegna, la Corsica, e le isole minori collocate fra quelle e la terraferma d'Italia. La forza brutale può ancora per poco contendervi quei confini; ma il consenso segreto dei popoli li riconosce d'antico, e il giorno in cui, levati unanimi all'ultima prova, pianterete la nostra bandiera tricolore su quella frontiera, l'Europa intera acclamerà sorta e accettata nel consorzio delle Nazioni l'Italia. A quest'ultima prova dovete tendere con tutti gli sforzi. Senza Patria, voi non avete nome, né segno, né voto, né diritti, né battesimo di fratelli tra i popoli. Siete i bastardi dell'Umanità. Soldati senza bandiera, israeliti delle Nazioni, voi non otterrete fede né protezione: non avrete mallevadori. Non v'illudete a compiere, se prima non vi conquistate una Patria, la vostra emancipazione da un'ingiusta condizione sociale; dove non è Patria, non è Patto comune al quale possiate richiamarvi: regna solo l'egoismo degli interessi, e chi ha predominio lo serba, dacché non v'è tutela comune a propria tutela. Non vi seduca l'idea di migliorare, senza sciogliere prima la questione Nazionale, le vostre condizioni materiali: non potete riuscirvi. Le vostre associazioni industriali, le consorterie di mutuo soccorso, son buone com'opera educatrice, come fatto economico: rimarranno sterili finché non abbiate un'Italia. Il problema economico esige principalmente aumento di capitale e di produzione; e finché il vostro paese è smembrato in frazioni — finché, separati da linee doganali e difficoltà artificiali d'ogni sorta, non avete se non mercati ristretti dinanzi a voi — non potete sperar quell'aumento. Oggi — non v'illudete — voi non siete la classe operaia d'Italia, siete frazioni di quella classe: impotenti, ineguali al grande intento che vi proponete. La vostra emancipazione non potrà iniziarsi praticamente se non quando un Governo Nazionale, intendendo i segni dei tempi, avrà inserito da Roma, nella Dichiarazione di Principii che sarà norma allo sviluppo della vita italiana, le parole: il lavoro è sacro ed è la sorgente della ricchezza d’Italia. Non vi sviate dunque dietro a speranze di progresso materiale che, nelle vostre condizioni dell'oggi, sono illusioni. La Patria sola, la vasta e ricca Patria Italiana che si stende dalle Alpi all'ultima terra di Sicilia, può compiere quelle speranze. Voi non potete ottenere ciò che è vostro diritto se non obbedendo a ciò che vi comanda il Dovere. Meritate ed avrete. Oh miei fratelli! amate la Patria. La Patria è la nostra casa: la casa di Dio che ci ha data, ponendovi dentro una numerosa famiglia che ci ama e che noi amiamo, colla quale possiamo intenderci meglio e più rapidamente che non con altri, e che per la concentrazione sopra un dato terreno e per la natura omogenea degli elementi ch'essa possiede, è chiamata a un genere speciale d'azione. La Patria è la nostra lavoreria: i prodotti della nostra attività devono stendersi da quella a beneficio di tutta la terra; ma gli istrumenti del lavoro che noi possiamo meglio e più efficacemente trattare, stanno in quella, e noi non possiamo rinunziarvi senza tradire l'intenzione di Dio e senza diminuire le nostre forze. Lavorando, secondo i veri principii, per la Patria, noi lavoriamo per l'Umanità: la Patria è il punto d'appoggio della leva che noi dobbiamo dirigere a vantaggio comune. Perdendo quel punto d'appoggio, noi corriamo rischio di riuscire inutili alla Patria e all'Umanità. Prima d'associarsi colle Nazioni che compongono l'Umanità, bisogna esistere come Nazione. Non v'è associazione che tra gli eguali; e voi non avete esistenza collettiva riconosciuta. L'Umanità è un grande esercito, che muove alla conquista di terre incognite, contro nemici potenti e avveduti. I Popoli sono i diversi corpi, le divisioni di quell'esercito. Ciascuno ha un posto che gli è confidato: ciascuno ha un'operazione particolare da eseguire; e la vittoria comune dipende dall'esattezza colla quale le diverse operazioni saranno compite. Non turbate l'ordine della battaglia. Non abbandonate la bandiera che Dio vi diede. Dovunque vi troviate, in seno a qualunque popolo le circostanze vi caccino, combattete per la libertà di quel popolo, se il momento lo esige; ma combattete come Italiani, così che il sangue che verserete frutti onore ed amore, non a voi solamente, ma alla vostra Patria. E Italiano sia il pensiero continuo dell'anime vostre: Italiani siano gli atti della vostra vita; Italiani i segni sotto i quali v'ordinate a lavorare per l'Umanità. Non dite: io, dite: noi. La Patria s'incarni in ciascuno di voi. Ciascuno di voi si senta, si faccia mallevadore de' suoi fratelli: ciascuno di voi impari a far sì che in lui sia rispettata ed amata la Patria. La Patria è una, indivisibile. Come i membri d'una famiglia non hanno gioia della mensa comune se un d'essi è lontano, rapito all'affetto fraterno, così voi non abbiate gioia e riposo finché una frazione del territorio sul quale si parla la vostra lingua è divelta dalla Nazione. La Patria è il segno della missione che Dio v'ha dato da compiere nell'Umanità. Le facoltà, le forze di tutti i suoi figli devono associarsi pel compimento di quella missione. Una certa somma di doveri e di diritti comuni spetta ad ogni uomo che risponde al chi sei? degli altri popoli: sono Italiano. Quei doveri e quei diritti non possono essere rappresentati che da un solo Potere escito dal vostro voto. La Patria deve aver dunque un solo Governo. I politici che si chiamano federalisti (18) e che vorrebbero far dell'Italia una fratellanza di Stati diversi, smembrano la Patria e non ne intendono l'Unità. Gli Stati nei quali si divide oggi l'Italia non sono creazione del nostro popolo: escirono da calcoli d'ambizione di principi o di conquistatori stranieri, e non giovano che ad accarezzare la vanità delle aristocrazie locali, alle quali è necessaria una sfera più ristretta della grande Patria. Ciò che voi, popolo, creaste, abbelliste, consacraste coi vostri affetti, colle vostre gioie, coi vostri dolori, col vostro sangue, è la Città, il Comune, non la Provincia o lo Stato. Nella Città, nel Comune dove dormono i vostri padri e vivranno i nati da voi, s'esercitano le vostre facoltà, i vostri diritti personali, si svolge la vostra vita d'individuo. È della vostra Città che ciascuno di voi può dire ciò che cantano i Veneziani della loro: Venezia la xe nostra. - L’avemo fata nu. In essa avete bisogno di libertà, come nella Patria comune avete bisogno d'associazione. Libertà di Comune e Unità di Patria, sia dunque la vostra fede. Non dite Roma e Toscana, Roma e Lombardia, Roma e Sicilia; dite: Roma e Firenze, Roma e Siena, Roma e Livorno, e così per tutti i Comuni d'Italia: Roma per tutto ciò che rappresenta la vita Italiana, la vita della Nazione; il vostro Comune per quanto rappresenta la vita individuale. Tutte le altre divisioni sono artificiali, e non s'appoggiano sulla vostra tradizione Nazionale. La Patria è una comunione di liberi e d'eguali affratellati in concordia di lavori verso un unico fine. Voi dovete farla e mantenerla tale. La Patria non è un aggregato, è un'associazione. Non v'è dunque veramente Patria senza un Diritto uniforme. Non v'è Patria dove l'uniformità di quel Diritto è violata dall'esistenza di caste, di privilegi, d'ineguaglianze — dove l'attività d'una porzione delle forze e facoltà individuali è cancellata o assopita — dove non è principio comune accettato, riconosciuto, sviluppato da tutti: v'è non Nazione, non popolo, ma moltitudine, agglomerazione fortuita d'uomini che le circostanze riunirono, che circostanze diverse separeranno. In nome del vostro amore alla Patria, voi combatterete senza tregua l'esistenza d'ogni privilegio, d'ogni ineguaglianza sul suolo che v'ha dato vita. Un solo privilegio è legittimo: il privilegio del Genio quando il Genio si mostri affratellato colla Virtù, ma è privilegio concesso da Dio e non dagli uomini — e quando voi lo riconoscete seguendone le ispirazioni, lo riconoscete liberamente, esercitando la vostra ragione, la vostra scelta. Qualunque privilegio pretende sommessione da voi in virtù della forza d'eredità, d'un diritto che non sia diritto comune, è usurpazione, è tirannide; e voi dovete combatterla e spegnerla. La Patria deve essere il vostro Tempio. Dio al vertice, un popolo d'eguali alla base: non abbiate altra formola, altra Legge morale, se non volete disonorare la Patria e voi. Le leggi secondarie che devono via via regolare la vostra vita siano l'applicazione progressiva di quella Legge suprema. E perché lo siano, è necessario che tutti contribuiscano a farle. Le leggi fatte da una sola frazione di cittadini non possono, per natura di cose e d'uomini, riflettere che il pensiero, le aspirazioni, i desideri di quella frazione: rappresentano, non la Patria, ma un terzo, un quarto, una classe, una zona della patria. La legge deve esprimere l'aspirazione generale, promuovere l'utile di tutti, rispondere a un battito del core della Nazione. La Nazione intera dev'essere dunque, direttamente o indirettamente, legislatrice. Cedendo a pochi uomini quella missione, voi sostituite l'egoismo d'una classe alla patria ch'è l'unione di tutte. La Patria non è un territorio; il territorio non ne è che la base. La Patria è l'idea che sorge su quello; è il pensiero d'amore, il senso di comunione che stringe in uno tutti i figli di quel territorio. Finché un solo tra i vostri fratelli non è rappresentato dal voto nello sviluppo della vita nazionale — finché un solo vegeta ineducato fra gli educati — finché un solo, capace e voglioso di lavoro, langue, per mancanza di lavoro, nella miseria — voi non avrete la Patria come dovreste averla, la Patria di tutti, la Patria per tutti. Il voto, l'educazione, il lavoro sono le tre colonne fondamentali della Nazione; non abbiate posa finché non siano per opera vostra solidamente innalzate. E quando lo saranno — quando avrete assicurato a voi tutti il pane del corpo e quello dell'anima — quando liberi, uniti, intrecciate le destre come fratelli intorno a una madre amata, moverete in bella e santa armonia allo sviluppo delle vostre facoltà e della missione Italiana — ricordatevi che quella missione è l'Unità morale d'Europa: ricordatevi gl'immensi doveri ch'essa v'impone. L'Italia è la sola terra che abbia due volte gettato la grande parola unificatrice alle nazioni disgiunte. La vita d'Italia fu vita di tutti. Due volte Roma fu la Metropoli, il Tempio del mondo Europeo: la prima quando le nostre aquile percorsero conquistatrici da un punto all'altro le terre cognite (19) e le prepararono all'Unità colle istituzioni civili: la seconda, quando, domati dalla potenza della natura, delle grandi memorie e dell'ispirazione religiosa, i conquistatori settentrionali, il genio d'Italia s'incarnò nel Papato e adempì da Roma la solenne missione, cessata da quattro secoli (20), di diffondere la parola d'Unità dell'anime ai popoli del mondo Cristiano. Albeggia oggi per la nostra Italia una terza missione; di tanto più vasta quanto più grande e potente dei Cesari e dei Papi sarà il Popolo italiano, la Patria Una e Libera che voi dovete fondare. Il presentimento di questa missione agita l'Europa e tiene incatenati all'Italia l'occhio e il pensiero delle Nazioni. I vostri doveri verso la Patria stanno in ragione dell'altezza di questa missione. Voi dovete mantenerla pura d'egoismo, incontaminata di menzogna e delle arti di quel gesuitismo politico che chiamano diplomazia. La politica della Patria sarà fondata per opera vostra sull'adorazione a' principii non sull'idolatria dell'Interesse o dell'Opportunità. L'Europa ha paesi pei quali la Libertà è sacra al di dentro, violata sistematicamente al di fuori; popoli che dicono: altro è il Vero, altro l’Utile; altra cosa è la teorica, altra è la pratica. Quei paesi espieranno lungamente, inevitabilmente la loro colpa nell'isolamento, nell'oppressione e nell'anarchia. Ma voi sapete la missione della nostra Patria e seguirete altra via. Per voi l'Italia avrà sì come un solo Dio nei cieli, una sola verità, una sola norma di vita politica sulla terra. Sull'edifizio che il Popolo d'Italia innalzerà più sublime del Campidoglio e del Vaticano, voi pianterete la bandiera della Libertà e dell'Associazione sì che rifulga sugli occhi a tutte le Nazioni, né la velerete mai per terrore di despoti o libidine d'interessi d'un giorno. Avrete audacia sì come fede. Confesserete altamente il pensiero che fermenta in core all'Italia davanti al mondo e a quei che si dicono padroni del mondo. Non rinnegherete mai le Nazioni sorelle. La vita della Patria si svolgerà per voi bella e forte, libera di paure servili e di scettiche esitazioni, serbando per base il popolo, per norma le conseguenze de' suoi principii logicamente dedotte ed energicamente applicate, per forza la forza di tutti, per risultato il miglioramento di tutti, per fine il compimento della missione che Dio le dava. E perché voi sarete pronti a morire per l'Umanità, la vita della Patria sarà immortale. La Famiglia è la Patria del core. V'è un Angelo nella Famiglia che rende, con una misteriosa influenza di grazie, di dolcezza e d'amore, il compimento dei doveri meno arido, i dolori meno amari. Le sole gioie pure e non miste di tristezza che sia dato all'uomo di goder sulla terra, sono, mercé quell'Angiolo, le gioie della Famiglia. Chi non ha potuto, per fatalità di circostanze, vivere, sotto l'ali dell'Angiolo, la vita serena della famiglia, ha un'ombra di mestizia stesa sull'anima, un vuoto che nulla riempie nel core; ed io che scrivo per voi queste pagine, lo so. Benedite Iddio che creava quell'Angiolo, o voi che avete le gioie e le consolazioni della Famiglia. Non le tenete in poco conto, perché vi sembri di poter trovare altrove gioie più fervide o consolazioni più rapide ai vostri dolori. La Famiglia ha in sé un elemento di bene raro a trovarsi altrove, la durata. Gli affetti, in essa, vi si estendono intorno lenti, inavvertiti, ma tenaci e durevoli siccome l'ellera (21) intorno alla pianta: vi seguono d'ora in ora: si immedesimano taciti colla vostra vita. Voi spesso non li discernete, poiché fanno parte di voi; ma quando li perdete, sentite come | |||||||