POUND EZRA

Stralci

(a cura di Benedetto Brugia)


Prima scossa

Perché l'Italia

Violazione della “libertà”, libertà tradizionale, diritti, ecc.

Temperamento

C'est toujours le beau monde qui gouverne

Il potere

Freud

La terra

Conclusione

Prima scossa

Il Fascismo è probabilmente il primo movimento antisnob arrivato in questa penisola dopo l’èra di Catone figlio. D'altro canto c'è tanto di cultura seria in Italia. C'è la classe degli eruditi, gente con abitudini fisse al corrente d'una quantità piccola di letteratura catalogata a valore fisso, con un gusto discutibilissimo per l'arte antica, ecc. In ogni città troverete chi rumina i ruderi del Rinascimento, ma contenuto in se stesso, scevro da ogni vanità sociale, scambiando poche parole, o nemmeno dandosi la pena di scambiare parole, nei piccoli caffè, vivendo con dignità della sua rendita invisibile. Ma la situazione si complica: questi professori sensibili e benigni che non hanno mai, durante la loro vita, affermato nulla; che sono forse troppo raffinati o colti per far mai un'affermazione qualunque, o troppo cortesi per arrischiare un'opinione che potrebbe urtare il loro interlocutore, sono d'altro canto stabilizzati in modo notevole, testardi, immobili. Non hanno mai preteso che altri cambiasse una propria opinione, né si sono mai sognati di cambiare una delle loro. L'erudizione li ha condotti a un mondo d'incertezze, come entro un boschetto recondito dove non c'è nulla da contraddire. Questo non significa che siano dei settantenni, sono miei contemporanei o hanno trent'anni o quaranta. Quelli d'età più avanzata sono i più mansueti, i più giovani più rigidi, ma per il grado di fissità al pari. Se Mussolini avesse commesso l’errore di studiare in un’Università italiana, il decennio fascista non sarebbe mai esistito.

Perché l'Italia

L'Italia! Per la semplice ragione che dopo la grande infamia non rimaneva altra goccia d'energia in Europa capace d'opporre una forza qualsiasi al male infinito dei profittatori e ai trafficanti di sangue umano. L'Inghilterra s'avviliva nel terrore assoluto, disposta a fare da leccascarpe ai banchieri, e ai ruffiani delle banche. La stampa mentiva, ogni discussione economica era tabù. Che la finanza conservava un certo potere in Italia nessuno sarà tanto ingenuo da negare, ma in nessun altro angolino o rifugio d'Europa esisteva un'altra forza che non fosse quella degli strozzini. Corbaccio ha finalmente pubblicato un volume, Mercanti di cannoni, nomi e date su fatti da “noi” lungamente conosciuti. Non conosciamo in questo momento tutti i legami di famiglia fra i diversi profittatori di nitroglicerina, né chi manda sussidi al cugino del cognato di Tizio, ma sappiamo benissimo che molti uomini pubblici non si curano d'impedire un processo di corruzione internazionale. Jefferson fu preso in giro come dottrinario, ma è difficile vedere quale dottrina possa applicarsi al suo “embargo” se non quando l'improvviso capita, cerca di comprenderlo e d'agire. Jefferson adoperava formule verbali come strumenti. Non soffriva di fissazioni. Né lui né Mussolini si sono preoccupati dei meccanismi governativi. Questo non è un paradosso. Così l'uno come l'altro ha inventato una macchina governativa e l'ha fatta funzionare, ma il loro interesse più profondo s'è diretto a qualche altra cosa. Jefferson si trovava fra contingenze senza precedenti. Egli vide all'istante che un sistema nuovo con relativi meccanismi era una necessità per andar incontro ai fatti nuovi.

Era agrario nelle colonie e negli SUA del suo tempo, cioè nel luogo e nell'ora in cui la terra disponibile abbondava. In Europa la terra non bastava; non che di terra non ne esistesse, ma essa apparteneva, cioè era di proprietà di qualcheduno, e non disponibile pel pubblico. Il problema della distribuzione esisteva in America ma quel termine non era ancora adoperato. Tutti erano d'accordo che la terra doveva produrre.

Da un punto di vista politico, domandiamo: che differenza vi è fra una sovrabbondanza e una sovrapproduzione che produce rapidamente una sovrabbondanza? Cosa si fa di fronte all'una o all'altra?

Gli Americani d'allora spartirono le terre fra i cittadini che andavano a coltivarle; ma non presero precauzioni per mantenere tali divisioni negli homesteads (poderi).

Scoprirono, dopo un certo tempo, che la terra  ha bisogno di lavoro. Marx in Germania fece chiasso a proposito del “lavoro”. Marx lo trovò necessario per “tutto”, dicendo che da esso procede ogni “valore”. Molto prima di Marx i contadini francesi cantavano: «Non c'è né principe né duca che non viva dello sforzo del povero bracciante» (le pauvre laboureur). Jefferson previde l'avvento delle macchine; l'idea gli spiacque, quanto quella delle fabbriche. Se cercate legami di simpatia fra Jefferson e Mussolini vi parrà di trovare che hanno odiato le macchine tutti e due, o almeno hanno odiato l'idea di ingabbiare gli uomini e di considerarli “unità” d'un processo produttivo che deforma e riduce l'individuo a un mero amalgama. Forse per Mussolini questo sentimento data dal tempo in cui egli, a Losanna, si trovava sotto il tallone del mastodonte industriale a spingere un carretto. Egli e Jefferson hanno avuto simpatia per le bestie. I buoi, in Italia, tirano ancora l'aratro. Né il forestiero sentimentale né lo studente amante di Virgilio produce la permanenza di questa abitudine. Il bue è simpatico. Credo che nemmeno Marinetti può raffrenare il suo piacere alla vista di un paio di buoi grigi ruminanti sotto gli ulivi, o aggiogati all'aratro su un clivo quasi perpendicolare. Abbondano in Italia campi dove una trattrice non può venire impiegata, e dove le macchine agricole più pesanti non darebbero un utile economico. Nondimeno il Duce, quanto Jefferson, è capace di sopprimere il sentimentalismo. Ha ispezionato le nuove fabbriche e favorisce le macchine impiegate all'aria aperta nei luoghi adatti per la bonifica. Né lui né Jefferson sono stati interessati né abbindolati dalla moneta. Vi sono fra di loro quattro punti d'accordo:

1)) l'agricoltura;
2)) il senso della radice e del ramo;
3)) la prontezza nell'abbandonare la cosa di minore importanza a favore di quella di maggiore importanza;
4))

l'indifferenza al meccanismo in confronto collo scopo principale. Tutti e due pronti nell'adattare i mezzi allo scopo senza badare alle idee astratte, anche se un'idea fosse stata proclamata quindici giorni prima. Jefferson fu tacciato di vacillazione, ma chi la dura per sessant'anni a seguire uno scopo non vacilla. Si vince mantenendo la mobilità. Opportunismo? Con ragione!

Il senso peggiorativo della parola “opportunismo” s'illustra nella politica d'un Churchill.

Shane Leslie ammirò il suo grasso cugino Winston Churchill, e scrisse un libro per informare il mondo di questa sua ammirazione. Winston disse una volta a Shane: «Non perdete tempo a formarvi delle idee. Siate un cannone; sparate colle idee altrui».

Leslie, giornalista, era impressionato. Entrambi i cugini sono meticci americani; vogliono riuscire quanto i più meschini eroi della Saturday Evening Post.

Yeats, anche lui impressionato da Churchill come compagno di tavola, lo trovava molto più interessante di Lloyd George e degli altri politicanti inglesi.

Egli non si spiegava come Winston non fosse arrivato alla vetta, e fosse (nel 1933) più o meno sparito dalla scena; pur se la madre di Winston soleva insistere che: in ogni caso fu lui ad avere la flotta mobilitata nell'agosto 1914. («At any rate he did get the fleet out»).

Insomma, un cannone da 420 puntato alla luna (senza bersaglio). D'altro canto Jefferson agiva sul serio, e il Romagnolo ha un significato. Con tutte le diversità superficiali, né Jefferson né Mussolini è gongorista, cioè essi non oscurano il totale coi dettagli. Jefferson, uomo di legge, adoperò la fraseologia della legge come strumento, come ordigno. Mussolini, ex direttore di giornale, adopera il giornalismo, e in confronto colle consuetudini linguistiche italiane, il modo della sua eloquenza merita attenzione. Essa differisce da quella di Lenin quanto gli scogli differiscono dalla steppa siberiana. È alternativamente soave, estesa come la pianura di Puglia, o rozza come la Liguria costiera. Se voi lo seguite sul cine-giornale parlato, sentite che egli la cambia a seconda della località. Il discorso di Forlì non fu quello di Torino. Egli riconosce la diversità delle diverse parti della penisola.

Il segreto mussoliniano è nella capacità di selezionare l'elemento d'immediata portata nelle contingenze e in qualsiasi difficoltà quello centrale e fondamentale. Colpì il bersaglio nel caso del sottoscritto con: «Perché volete mettere le vostre idee in ordine»?

Jefferson fu «all over the shop», la sua attenzione dispersa; s'interessava a tutto, al punto di scrivere un lungo saggio (senz'importanza) sulla metrica poetica. Volendo creare la civiltà fra le foreste, fece misurare la Maison Carrée di Nîmes; mandò lo scultore Houdin in America, dicendo che sarebbe meglio di non raffigurare Washington in costume di fantasia.

Mussolini, invece, si trovò fra gli splendori frantumati e ammucchiati d'una dozzina di strati: Magna Grecia, Roma, Bisanzio, il classico, il romanico, e il barocco, il tutto coperto di polvere, nell'aria scettica e passiva, accarezzato dal sole millenario, la Bella nel bosco dormiente, piena di consuetudini, fievole, e gli Italiani metà di mente rigida, metà esplosivi come fuochi d'artifizio, d'un entusiasmo evanescente. Il problema: questo mazzo di carte, fra teorie fisse, demoliberali, bolsceviche, anti-clericali, reazionarie; come fare di queste una Nazione, alacre come un torello nell'arena di Cordova?

Fu fatto. Io ho visto diversi spettacoli. Ho visto la vecchia Inghilterra, logora, alzarsi dal 1914 al 1918. Non mi piacciono le guerre, ma dato lo stato di decadenza, di agiatezza e di incompetenza generale dell'Inghilterra nel decennio prima del 1914, nessuno che abbia visto lo sforzo inglese durante quella guerra può rimanere senza rispetto per quella Inghilterra. Io m'inchino.

Non contraddico me stesso. Il rispetto per quello sforzo onesto non ha a che fare colla deliquescenza bavosa nella quale è scesa l'Inghilterra dal 1919 in poi.

Mi piace chi sa fare quello che io non posso fare; vedere Brancusi plasmare una forma di marmo; Picabia sgonfiare con qualche giro di stilografica tutto quel che Picasso ha fatto nel corso di un anno. Ho provato un disprezzo ugualmente forte nel vedere un Balfour evitare, con un giro parlamentare, un argomento onesto.

Girando diversi paesi mi sono domandato: chi vale la pena di essere incontrato? Ricordo che Brancusi disse di Fernand Léger: «Sa vivere». Non stavamo parlando della pittura, ma dei caratteri. Un anno più tardi Brancusi disse d'un gruppo: «Sono avvelenati dal desiderio della gloria».

C’est toujours le beau monde qui gouverne.

Coloro che sanno vivere sono gli artisti d'una onestà spiccata che compiono il loro lavoro con la sincerità che deve governare il lavoro degli scienziati. S'interessano al lavoro in opera, e al lavoro da fare, agli affari personali, alle vanità personali.

Questa impersonalità mi sembra implicita nel Fascismo, nell'idea statale. Dato il progresso tecnico nel mondo moderno, anno XI dell'Èra fascista, dati i noti fatti dell'Economia, restrizioni del medio circolante ecc., ho tentato di trovare la legge algebrica del nuovo impulso politico. Mi risulta che:

1)1

quando esiste una sufficienza di derrate, si devono trovare i mezzi per distribuire quest'abbondanza ai bisognosi. Direi quasi a tutti quelli che desiderano farne uso o consumo;

2)1

è affare della nazione provvedere a che i suoi cittadini vengano serviti prima di preoccuparsi del resto del mondo. Questo s'accorda coll'idea confuciana che voi procurerete il bene del mondo procurando prima il buon governo del vostro proprio paese;

3)1

quando la produttività potenziale di qualsiasi derrata è sufficiente per i bisogni di tutti, è affare del governo assicurarne sia la produzione che la distribuzione.

Notate che in America la terra abbondava e sovrabbondava. Il governo americano la spartì malgrado le proteste di Quincy Adams, il quale avrebbe voluto che la terra rimanesse terra comune della nazione.

L'idea della produzione e della distribuzione diviene un'idea statale dal momento che voi dite “il governo deve”. Mussolini non è affatto socialista fanatico, non vuole che lo Stato pulisca il naso al cittadino e gli faccia la cucina. Se, e quando, un'industria o un individuo, è capace di gestire i propri affari, lasciateglielo fare, cioè se questo individuo si mette a farlo. Solamente nei casi d'incapacità, ingordigia, avarizia, pigrizia, lo Stato intromette la mano per proteggere il popolo non organizzato. Il resto è meccanismo, burocrazia. Jefferson, Mussolini, Lenin lo odiavano. Lenin voleva sbarazzarsene.

Steffens rapportò da Lenin nel 1919: «Tutta questa soprastruttura voglio eliminarla».

Jefferson eliminò l'etichetta settecentesca al punto che si entrava nella sala pranzo della Casa Bianca alla rinfusa, senz'ordine e senza posti prefissi a tavola. Il Fascismo chiese l'azione diretta e l'eliminazione delle inutili chiacchiere. Chi lavora la terra in Italia è, e da tempo è stato, in una situazione migliore di chi lavora in Inghilterra. Alcune stupidaggini e crudeltà dei grandi proprietari inglesi condurrebbero un proprietario italiano al confino. Potete comperare trionfi architettonici, ma non potete distruggere gli ulivi a vostro piacere; non potete sfrattare il colono. Diventando “vostro colono” non diviene vostra proprietà pur se conserva certe cortesie e consuetudini medioevali. Per indicare la natura delle possibilità dei rapporti fra padrone e servo io cito il seguente caso di un marinaio.

Senza essere invitato o assunto in servizio un marinaio si mise a sedere nell'ampia cucina d'una villa. Prese la villa sotto la sua tutela, non domandò niente. Sedeva in cucina. Poi mangiò un poco. Alla fine fece l'autista. Questo non dimostra nulla eccetto certe frasi della mentalità osservata in Liguria dove i servi domandano ai ricchi il doppio di quanto chiedono agli stranieri di mezzi modesti. Sarà dovuto a un senso d'equità primitiva, o al buon senso latino.

Violazione della “libertà”, libertà tradizionale, diritti, ecc.

A Jefferson non fu difficile ritenere gli uomini dentro il Paese. Di fatto egli non sapeva immaginare che uno che avesse abitato l'America desiderasse emigrare in un'Europa napoleonica e monarchica. Però quando sorgeva una crisi egli non si mostrò riguardoso della libertà teorica, e proclamò un embargo, conosciuto in America come il “Suo embargo”.

Mussolini si trovò di fronte a una situazione opposta. Da anni gli Italiani avevano l'abitudine d'andare all'estero e di mandare i risparmi in patria. Questo processo non prosciugò le paludi, non migliorò i palazzi sconvolti da Napoleone, dagli Austriaci e dalla natura distruttrice dei tetti.

La Francia andava succhiando il miglior sangue d'Italia. Ciò fu capito dalla Germania. La Germania pensava che, invece di riempirsi d'Annamiti, Marocchini e d'Italiani dei quali l'Italia aveva bisogno, la Francia avrebbe potuto accogliere certi più o meno consanguinei Tedeschi. Mussolini vide che la mano d'opera lasciava l'Italia per costruire la Francia, o, peggio, andava a formare una riserva di carne da cannone per la Francia, da essere disponibile al momento in cui il “Comité des Forges” poteva creare un nuovo e grandissimo mercato per i prodotti di Creusot.

Chi fabbrica fucili ha piacere di venderli, e il corrispondente de La Stampa ci indica come la vendita dei cannoni e degli esplosivi differisce dagli altri affari, cioè munizioni vendute a una nazione, più voi aumentate la domanda di munizioni negli altri. Quindi il grande amore dei banchieri per i fabbricanti di munizioni. La Francia a mezzo della cosiddetta pace (di Versaglia) ha ricevuto una bella quantità di ferro, facile a scavare dal sottosuolo, con profitto, e nessuno della famiglia Schneider ha mai considerato un peccato il desiderio di vendere i prodotti metallurgici, il più presto possibile e nella maggiore possibile quantità. Quindi l'embargo italiano sull'esportazione dell'essere umano italiano. E da dieci anni la popolazione italica sta bonificando il proprio giardino.

Nessuno odia i passaporti più del sottoscritto; ma i passaporti a scopo intelligente differiscono dai passaporti imposti al popolo americano con disegno infame. Non dico che l'ignobile W. Wilson fu pienamente conscio della sua imbecillità. Egli impose i passaporti agli Americani in conformità coi protocolli di Sion, cioè per creare attriti e ostacolare i viaggi di studio, e la comprensione che ne può derivare, imponendo il visto a dieci dollari; lo studente americano, visitando parecchi paesi dell'Europa, paga 40 o 50 dollari ai governi esteri; lo straniero, emigrando agli SUA, fu costretto a pagarne dieci. Non fu solamente idiozia burocratica.

(Nota nell'anno XXII - L'ignobile Roosevelt segue nella stessa linea, congelando i crediti europei negli SUA, egli fece congelare il doppio di crediti americani in Europa. Questi governi, come il partito democratico negli USA, servono l'internazionale degli usurai, in odio ai propri popoli).

Il putridume basilare d'una mezza dozzina di presidentucci mezzoscemi mira a distruggere tutte le buone istituzioni americane. Wilson ebbe, secondo il suo proprio vanto, una mente a “direzione unica” (one track, un binario), ma il marciume in una parte di un sistema politico non rimane in quella parte, anzi dilaga dappertutto in quel sistema.

Sotto l'embargo di Jefferson e sotto quello di Mussolini stava una volontà tesa al benessere della nazione. Né preconcetto né teoria tolse alla vista dell'uno né dell'altro Duce il bisogno immediato. Gli storiografi tendono a credere che l'embargo di Jefferson fece più bene che male, e non c'è ombra di dubbio che l'embargo di Mussolini ha raggiunto lo scopo. Nessuno nega l'effetto materiale e immediato della battaglia del grano, della bonifica, dei restauri.

(Nota, 1944 - Effetto non solamente materiale. Per conto mio certifico il risveglio dell'intelligenza italiana, sensibile nel nuovo linguaggio della Camera).

Ho potuto confrontare la vacuità gassosa, l'evasione, l'incompetenza del linguaggio nella Camera dei Comuni di Londra, con lo stile per esempio della seduta dell'8 gennaio a Roma, dove i deputati parlavano con chiarezza, anche con concisione, non evitando i perni dei problemi, e non emettendo fumogeno. Sapevano che un giornalista perito avrebbe saputo cestinare un discorso come avrebbe potuto cestinare il manoscritto vacuo d'un collaboratore del suo giornale. E in ogni caso attesta ch'io mi sento più libero qui in Italia che non a Londra o a Parigi. Ammetto la mia capacità d'illusione, ma registro questa mia sensazione. Non credo che qualsiasi sforzo veramente costruttivo sia stato sabotato in Italia dal giorno della Marcia su Roma. Questo è il mio atto di fede.

(Nota, 1944 - Dico sforzo costruttivo; non dico che ogni fantasia d'inesperto sia stata appoggiata).

In quanto al pensiero e alle lettere, i bolscevichi non hanno potuto sostanziare la loro dichiarazione che desiderano “passeggeri-compagni” (i.e. scrittori simpatizzanti, non bolscevichi). Hanno dichiarato che la letteratura esiste per lo Stato, ma forse non intendono la frase a modo mio né vostro. Io credo che qualsiasi precisione di linguaggio, qualsiasi definizione vera e precisa d'una parola, o uso d'una parola in senso giusto, non può non essere utile allo Stato. Il Duce ci viene incontro, smontando i carrieristi del partito con la frase: «La tessera non conferisce il genio».

Egli non limitava la parola “genio” all'abilità letteraria o giornalistica.

Tutto il mondo è paese, o famiglia. Nella famiglia non si vogliono membri malaticci, né cellule mosce nel corpo. Confucio, che detiene il primato mondiale del buon senso, ci dice: «Si arriva alla bonifica del mondo per via del buon governo interno del proprio paese». Uno Stato moscio e instabile, specialmente nella penisola italiana, non può aiutare la salute europea. Uno Stato disteso lungo la costa atlantica dell'America nel 1800 era un altro paio di maniche. Ma i tipi d'intelligenza adatti a far funzionare l'uno e l'altro possono avere una parentela profonda, sentita da chi è capace di identificare le somiglianze essenziali.

Nell'ultimo ventennio le possibilità del mondo di fornirsi di tutto sono aumentate in proporzione geometrica e oltre l'immaginabile. In modo analogo l'estensione della terra disponibile è stata aumentata oltre l'immaginabile quando l'Europa idiota ricevette un nuovo continente, e si mise a fare l'imbecillone, prima nel carpire i metalli, annichilendo gli Incas, poi nel giuoco delle colonie, queste estensioni enormi che nessuna nazione d'allora era attrezzata a organizzare e a gestire.

L'idiozia putrida dei governi settecenteschi sorpassa l'immaginazione dell'uomo normale che non abbia fatto lo spoglio d'un centinaio di volumi di quella storia. I re e i ministri furono scemi quanto un Otto Kahn o l'ultimo Czar delle Russie, ugualmente incapaci di previdenza.

Temperamento

Capisco che un mio amico, giureconsulto italiano distintissimo, sia sinceramente turbato dal Fascismo. Dice elegiacamente: «L'errore della mia generazione era...». Mussolini può migliorare qualche cosa, e il lavoro del giureconsulto, la sua familiarità coi codici può divenire più o meno inservibile. Questo dà noia a chi sta in panciolle, ma la sua afflizione differisce da quella di mio suocero in Inghilterra, dove le leggi promulgate da Lloyd George sono talmente ambigue che nessuno può scoprirne l'intenzione precisa né il significato preciso. Queste leggi inglesi hanno tolto il potere legislativo ai legislatori per collocarlo nelle mani degli azzeccagarbugli, da interpretare, probabilmente, al maggior beneficio della cricca dominante. Ci sono diversi modi per raggirare un popolo, privandolo del potere posseduto legalmente.

Forse nessuno storiografo americano è stato più imparziale di W. E. Woodward, autore di “Washington, Image and Man”. Nessuno ha maggiore intuito nell'indicare il peso specifico dei notabili, senza calore, coll'equanimità d'uno scrittore che non cerca di sostenere una teoria qualsiasi... Proveniente dal giornalismo americano, egli lo ha quasi giustificato, realizzando l'ideale dell'imparzialità. Troverete difficilmente giudizi più equilibrati dei suoi a proposito di Jefferson, o un miglior riassunto delle vedute di Jefferson. Non so se potrò farne io uno di valore uguale prima di citare la corrispondenza jeffersoniana.

Jefferson riteneva che nessuna nazione aveva il diritto d'indebitarsi oltre alla sua capacità di pagare, più o meno senza difficoltà, entro diciannove anni. Questo concetto non entrava nella politica pratica durante la sua vita.

Egli voleva liberare l'America dal sistema schiavista, ma questo non accadde, pur se egli ne contrastò l'estensione al Nord e all'Ovest.

Egli voleva che il suo paese si tenesse fuori dagli affari dell'Europa, e l'America non vi fu coinvolta sino al 1812.

«I cannibali dell'Europa stanno mangiandosi l'un l'altro ancora una volta», egli scrisse. Questo vale per l'Europa del 1932. Leggete il volume di Corbaccio sui Mercanti di cannoni, esso può indicare lo spirito dell'Europa, forse in contrapposto alla sanità mediterranea.

Se Roma fu impero vincitore, l'Italia del Rinascimento creò la dottrina della “bilancia dei poteri”, prima per proprio uso dentro la penisola. L'Italia generò notevoli creatori di pace, che fondarono la loro gloria sulla pace, magari ottenuta colla spada: Nicolò d'Este. Cosimo e Lorenzo de' Medici, anche il condottiero Francesco Sforza, tutti uomini che sostenevano l'ordine, e, quando era possibile, la moderazione.

La linea generale del conflitto americano nella prima metà dell'Ottocento era fra gli interessi pubblici e “gli interessi”. Non una baruffa teatrale. Oggi dobbiamo trasporre una lezione jeffersoniana e adattarla alle contingenze odierne. «Il  luogo migliore per la conservazione del denaro è nelle braghe del popolo». Questo non significa un ritorno alla tesaurizzazione birmana o degli Hindù, i quali, senza fiducia nell'ordine pubblico o nella durata d'una dinastia, sotterrano il metallo per maggiore sicurezza.

Abbiamo avuto un secolo di benefici dal concentramento dei capitali (assieme ai danni). Siamo arrivati a un punto dove bisogna far entrare il danaro nelle tasche del popolo se vogliamo che le merci si muovano e la vita moderna continui a essere la vita buona.

(Nota - Lascio questo come una descrizione dell'anno 1933. Io ero pieno delle idee di C. H. Douglas. Non avevo letto Gesell, e il dottor Funk non era giunto ad alto ufficio. Il resto di questo capitoletto deve rettificarsi, o essere letto in confronto cogli ulteriori sviluppi del pensiero economico. Lascio quel che avevo scritto nel 1933. Forse aiuterà qualche lettore che vuol seguire la strada percorsa da alcuni economisti pionieri durante il decennio).

Questo tentativo di mettere il danaro nelle tasche del popolo sarebbe dinamico, mobile, e il più lontano immaginabile dalla tumulazione di gioielli dell'Oriente.

La tumulazione non produce un progresso meccanico. Ma differisce dal vincolare e dal congelare il credito e la circolazione delle banche.

Non mi pare che la carta moneta nelle braghe del popolo creerebbe un ristagno generale, né vi rimarrebbe per le stesse ragioni che cagionano la tesaurizzazione orientale. Forse il popolano avrebbe il desiderio di mostrare il suo potere, e questa forma di distribuzione della moneta condurrebbe a una maggiore circolazione delle merci.

(Nota, 1944 - Questo si riferiva a una distribuzione della moneta in tempo d'abbondanza, non in un tempo di carestia prodotta da una guerra).

La frase “la ricchezza è lo scambio” vuol dire che il benessere risulta dallo scambio dei prodotti. Questo vecchio luogo comune ha bisogno d'essere ripetuto e ripubblicato. Il bas de laine francese non ha mai danneggiato nessuno, come ha fatto la congelazione del credito.

Ritraduciamo la frase jeffersoniana: «Il luogo migliore per la riserva del credito d'una nazione è nel maggiore numero possibile di tasche del pubblico». Credo che quest'opinione rimarrà vera durante il cambiamento del sistema a cui stiamo arrivando.

(Nota, a D. 1944 - Avrei dovuto distinguere più chiaramente fra credito e potere d'acquisto. Ma lascio stare la mia frase del 1933).

Se il danaro verrà considerato come certificato di lavoro compiuto, il bisogno d’imporre tasse e imposte sparirà.

(Nota, a D. 1944 - Lascio questa espressione imperfetta perché voglio che la si legga colla data della mia prima pubblicazione. Avrei dovuto scrivere: il bisogno d'imporre tasse e imposte nella forma consueta. Non avevo letto Gesell, ma m'ero avvicinato al problema che egli risolve. Continuo la mia prima esposizione).

Il lavoro fatto a beneficio dello Stato verrebbe ricompensato con un certificato statale, pagato direttamente senza che lo Stato o l'individuo abbia bisogno di chiedere il permesso a gruppi privati.

Mi sono imposto diversi grattacapi per l'aspetto troppo semplice di questo giudizio. Per ogni quantitativo di beni durevoli deve esistere un corrispondente biglietto, onde non sarebbe necessario portare una tonnellata di marmo, o un seggiolone, invece di portare il biglietto al posto di scambio.

Ma che cosa si deve fare per la derrate non durevoli? Per quel che si mangia, o quel che marcisce? Non giova mantenere in circolazione biglietti corrispondenti a merci che non esistono più. Quando la merce non esiste più, il valore del biglietto ribasserà. La storia si è occupata del problema dei beni deperibili. Grano e derrate del genere sono stati in certe epoche a prezzi bassissimi in confronto con quelli delle merci durevoli.

Ma anche se il certificato di lavoro compiuto a richiesta del governo viene trasferito da Caio a Sempronio solamente al momento in cui Sempronio porta una merce o compie un lavoro a richiesta di Caio, cioè quando Caio riceve qualche cosa o qualche servizio, il biglietto (certificato) potrebbe conservare il suo valore nominale, o in ogni caso i biglietti rimasti nella tasca di Sempronio non sconvolgerebbero necessariamente tutto il funzionamento del nuovo sistema, né costringerebbero la gente a chiedere l'elemosina agli angoli delle strade.

Non esiste ragione perché questa riserva nelle tasche dei singoli abbia a essere più pericolosa d'una riserva nelle banche. Il suo congelamento sarebbe molto meno probabile.

Io sospetto che la quantità di danaro spesa direttamente in opere pubbliche desiderabili e utili equivalga a press'a poco all'aumento del circolante che Hume giudicava necessario al benessere nazionale. È ovvio, nondimeno, che nel momento che instaurerete un tale sistema, ogni combutta, ogni giunta correrebbe al vostro Parlamento piagnucolando per essere impiegato, o per aver concessioni, ecc. ma tutti gli altri avrebbero un senso molto più vivo del significato delle opere pubbliche, e, passata la prima febbre, anche un governo elettivo potrebbe venir migliorato o approvato.

In ogni caso ogni aumento permanente dell'attrezzatura produttiva della nazione deve venire pagato in questo modo.

(Rimangerò queste parole quando mi presenterete una prova contraria).

C'est toujours le beau monde qui gouverne

Chiunque ha visto il mobilio del Palazzo di Schönbrunn capisce il crollo dell'Impero austriaco, e chiunque lo abbia visto prima avrebbe dovuto prevedere quel crollo. Frobenius ha preceduto gli altri archeologi ed esploratori:

a))

perché egli non crede che le cose esistano senza causa;

b))

perché egli ha contemplato le forme delle ceramiche, ecc., convincendosi che queste forme hanno le loro cause.

Un impero non sta solidamente in cima a un miscuglio di mobilio da bordello di seconda classe immensamente arricchito. Quando il mobilio e l'addobbo della Corte arrivano al livello del salotto della scena del “music hall”, l'impero decade.

L'arte decade quando si sostituisce l'elemento costo all'elemento disegno come criterio di scelta degli oggetti materiali. Una grande epoca s'infischia delle spese, e di solito si manifesta con un minimo di costo e un massimo di prodotto cerebrale. I bolscevichi dedicavano una maggior cura alla vita intellettuale, e forse un maggior rispetto al criterio di quella posseduta dai seguaci dei Romanoff. La vita intellettuale saggiata in una riunione, una serata dove si ballava, ecc. nell'appartamento d'un deputato laburista a Londra mi pareva, recentemente, più sveglia che non nelle riunioni dei liberali.

Quando un beau monde diviene troppo bavoso o troppo brutto, un nuovo e diverso bel mondo sorge per sostituirlo.

Credo che i nuovi movimenti dell'arte si palesano nei primi in una maggiore esigenza e precisione nel giudicare l'antichità. Si comincia con una revisione del concetto del “classico” e della gerarchia dei valori dei capolavori.

Quando l'elenco dei capolavori è viziato, le opere vere vengono confuse fra i “pretesti”. Le false ovvero le finte opere non sono solamente imitazioni moderne. Ci sono opere che sono state finte fin dal loro nascere.

Il risveglio italiano incominciava a mostrarsi in due modi:

1.1

Il contenuto delle vetrine delle librerie cambiava. Invece della vecchia scelta, Dante, Petrarca, Tasso e Ariosto, apparivano lentamente le traduzioni di Kipling e di Dostoievsky. La breccia si apriva vieppiù larga a un torrente di traduzioni buone, cattive, mediocri, letteratura gialla, Woodhouse, robaccia, ecc.; ma fra essi anche esemplari di Henry James, di Hardy e di un numero discreto di libri pregevoli, senza, pertanto, mostrare alcun criterio vero, o tentativo di diffondere gli ottimi piuttosto che i pessimi. Un tale sforzo manca pure in Francia, in Inghilterra e in America. Ma nessuno che abbia l'abitudine di guardare le vetrine delle librerie, e che conosce quelle italiane da trent'anni può fare a meno di rilevarne la differenza, che deve indicare una differenza di appetito.

2.1

I restauri. Dalla Sicilia fino ad Ascoli, da un'estremità dello stivale all'altra, lo stucco goffo e grossolano viene staccato dalle colonne, e le linee pure del romanico vengono liberate. La vecchia non radicabile perizia italica viene dimostrata da anonimi operai di oggi. Tre colonne, sei frammenti, un paio di capitelli scovati da un muro pericolante, e nello spazio di pochi mesi il chiostro grazioso torna a esistere qual fu ai tempi di Federigo II. Qualcheduno mormora il nome di Corrado Ricci, ma nessuno sa quante altre sensibilità siano state messe in atto.

Dove altri regimi si sarebbero mostrati vacillanti e avari, il regime fascista, in questo campo di restauri, ha tirato diritto senza fuochi d'artifizio. Tranne gli specialisti operanti, non credo che vi siano una decina d'uomini in Italia che conoscano così bene questi restauri quanto il sottoscritto, essendo egli andato a zonzo per la penisola per guardare quello che si trovava di faccia. Non si tratta soltanto di riempire dei vecchi buchi col cemento. È una riconquista d'una perizia antica, come quello ch'io ho visto a Teramo o ad Ascoli Piceno, lassù nelle montagne, verso l'Adriatico “dove nessuno va”.

La parola “gerarchia” costituisce forse l'inizio d'un senso critico, ovvero saranno quattro tegoli e una dozzina di frammenti di maiolica insuperabile, blu pallido, su bruno pallido, nell'anticamera del Palazzo Venezia a indicare la rinascita critica.

Il potere

Il costume millenario della schiavitù, e l'abitudine di imporre la schiavitù ad altri rimane forte nell'umanità. La “chattel-slavery”, schiavitù dei negri, sparì dall'America durante la Guerra di Secessione, cioè dopo la scoperta che il lavoro “libero” costava meno al datore di lavoro.

Un manipolo lotta adesso per convincere la folla che le macchine potrebbero sostituire gli schiavi. L'ostacolo grande è che il “boss” (da “bos”, il bove) ama comandare ai confratelli. “La volontà al potere”, ammirata, gonfiata dalla generazione precedente alla nostra, diventò letteratura isterico-nietzschiana. Nulla di più volgare, nel pessimo senso della parola, è mai penetrato nell'“intellighenzia” dilettantistica. Il potere è chiesto per certi fini, ma né Lenin né Mussolini si sono dimostrati in primo luogo avidi di “potere”.

L'uomo grande è mosso da una passione diversa: la passione per l'ordine.

Da ciò la confusione delle mentalità inferiori. La passione superiore è incompatibile colla tirannia meschina.

Una schiera di professori afflitti dal “complesso d'inferiorità” balbetta sulla parentela fra “genio e pazzia”, dicendo che l'uomo di genio “deve essere pazzo”. Da cinque o sei anni le mosche dei bari, e gli idioti dei salottini romani aspettavano che Mussolini impazzisse. La mentalità fragile, vivendo di privilegio e di pregiudizio, alla fine, fa lo struzzo. C'è qualche cosa che la mamma non ha detto, e l'imbecille non può accettarla.

Quando Mussolini ha espresso una soddisfazione qualsiasi, è stato cagione di qualche cosa compiuta, qualche opera d'arte nel senso civile, per esempio, il ricondurre i Romani al mare, colla nuova strada di Ostia.

«So-Shu, re di Soku, costruì delle strade». Che trionfo tumultuoso avrebbero fatto i Cinesi antichi per la liberazione del Lago d'Albano.

Freud

Un piagnone di Bloomsbury disse una volta: «Gli scritti di Freud forse non illuminano gran che la psicologia umana, ma raccontano parecchio sulla vita privata viennese».

Sono, in verità, il fior fiore d'una società in liquefazione. La testa media ha minor bisogno che le si tolga qualche cosa che di farci entrare qualche cosa.

Lasciamo stare l'ex nevrastenico freudizzato... I prodotti di Freud sono generalmente idioti alla Dostoievsky, preoccupati dei loro interni inutili, come l'ubriaco che guarda con solennità portentosa la briciola sul proprio panciotto.

Non vedo i vantaggi del sistema freudiano sul sistema della legione romana. Nessun individuo che meriti d'essere salvato, può essere rovinato da una quantità ragionevole d'obbedienza praticata con scopi definiti, per un tempo limitato. I comandi della Milizia sono superiori ai raduni psichici fra debilitati.

Una cosa che fa dimenticare il mal di pancia (fisico o psichico) vale probabilmente la concentrazione dell'attenzione sulle analisi dei prodotti, o edotti, d'una sonda da lavaggio. L'ignoranza moderna, covata e intensificata dalla quasi totalità dei sistemi universitari, è riuscita a cancellare od offuscare la vecchia distinzione, che si trova nel De Dialectica di Rodolfo Agricola dove la composizione verbale è divisa secondo lo scopo: ut doceat, ut moveat, ut dilectet, cioè insegnare, commuovere, dar diletto. Non giova alla discussione delle lettere o della filosofia criticare una categoria secondo i requisiti d'un'altra. Sappiamo che il sistema universitario germanico fu pervertito, prima del 1914, dalla ricerca della verità (verità materiale nelle ricerche naturali) al punto di diventare un'enorme macchina per sviare una parte della mente nazionale dai problemi immediati, per tumularla, e condurla dove non darebbe fastidio ai dirigenti. In America le Università sovvenzionate sono diventate innocue nei dipartimenti che “non hanno importanza”, cioè dove la materia insegnata non incide, o non ha bisogno d'incidere sulla vita.

Quando arriviamo agli studi economici, la mano dei padroni è meno nascosta. Io non sono più a contatto. So che i professori vengono cacciati di quando in quando. Ho sentito che l'Università femminile Vassar ha avuto una curiosa e ricca dotazione che dovrà durare finché non si insegna nulla contro le alte tariffe doganali sulle importazioni. Senza contrasto l'istinto dell'autoconservazione è la passione della burocrazia, e questo conduce all'innocuo; e all'anodino. Tale è la natura burocratica. Quando si è riusciti a entrare è quasi impossibile di venirne scacciati per ragione d'incapacità. Finché nessuno ti vede, rimani, la carriera è lenta. Zampe molli, passi silenziosi; guarda, ascolta! Questo ha anche prodotto il carrierista dell'erudizione, colui che va cauto, studiando qual sorte di balle anodine condurranno ai fastigi, o meglio assicurando lo stipendio nelle Università plutocratiche?

Ne ho incontrati diversi; uno che produceva fandonie per “essere promosso”, un altro che dolcemente malcontento della mancanza d'interesse o scopo d'un lavoro che non poteva, nel più esteso giro d'immaginazione, condurre al possesso d'una opinione qualsiasi oltreché sulla mancanza di carattere e l'inutilità dello studio stesso, in confronto con qualsiasi attività intellettuale. Naturalmente egli sentiva il bisogno del proprio stipendio.

Così, da ultimo, voi arrivate ai compilatori di cataloghi, ecc., utili, innegabilmente, ma d'un reddito minimo all'intelletto dell'individuo o della nazione. Di fatto l'idea d'una vita intellettuale in un'Università americana si presenta di solito come uno scherzo, da parte di gente dotata del “senso d'umorismo”. Quando si pensa di fare un tale esperimento, cioè di vivere coll'intelletto in un'Università americana, il tentativo viene di solito attribuito a dei maniaci “cranks”, e spesso con ragione.

Un verso di Yeats definisce il mondo (anglo-sassone) come «porco prammatico».

Un crank in questo «porco prammatico del mondo» è chiunque possieda ambizione oltre quella di salvare la pelle propria dei conciatori.

Un inventore cessa d'essere classificato crank quando ha acquistato danari, o viene sfruttato da qualcuno già arricchito. Henry Ford è il tipo migliore del crank (se viene considerato nel proprio interno); era visibile come individuo giovane, ma una volta rinchiuso nel carro-armato del trionfo ha dimenticato la sua consistenza personale.

Il fatto che a volta si richiedono due, tre, quattro cranks per arrivare al fatto compiuto occulta al lettore medio l'utilità dei componenti successivi del processo.

C’est beau! «È bello», disse Fernand Léger, in difesa della Repubblica francese, «perché non richiede grandi uomini per farla funzionare».

Bello spettacolo! Ma Fernand non pensava al Comité des Forges, che pare avvicinarsi più al vero governo della Francia che non i signori della Camera o la testa di legno dell'Elysée. Il Comitato possiede già la sua dittatura e il suo sistema di partito unico, che è senza alcuna responsabilità pubblica. Gli SUA, quando furono finalmente traditi da Wilson, rivelarono dal loro interno segreto, non solamente i finanzieri che avevano una specie di responsabilità, privata se non pubblica, ma anche la figura losca del Colonnello House, che girovaga qua e là senza la benché minima responsabilità di alcun genere. Il disgusto causato da Wilson, non processato, produsse una reazione contro l'idea di avere “un uomo forte” alla Casa Bianca, quindi abbiamo sofferto tre deficienti, e Dio sa che cosa l'attuale, che Mencken chiama «una sorella debole», ci offrirà.

Il problema della democrazia è di sapere se gli uomini di buona volontà possono farla funzionare; se i veri problemi, distinti dai pretesti, possano irrompere nelle sale delle legislature, e se una parte del pubblico, abbastanza attiva, possa indurirsi a unire e a costringere i suoi delegati eletti ad agire con pulizia in una maniera approssimativamente intelligente.

Condannate i bolscevichi quanto volete, ma i progetti russi sono serviti a stimolare l'Italia e l'America. Il sistema americano democratico è, per la prima volta, a confronto coi sistemi che professano una maggiore cura del benessere nazionale. Diviene sempre più difficile dimostrare perché i progetti giganteschi della nuova amministrazione americana come la “Muscle Shoals” (1) devono essere sfruttati a beneficio di privati invece che della nazione intera.

È divenuto, di fatto, impossibile dimostrare che l'attività personale è minore, o che lo scopo dell'individuo, le sue attività, i suoi campi d'iniziativa siano più limitati sotto Mussolini che non sotto un sistema che pretende di essere repubblicano.

La sfida di Mussolini all'America è semplicemente di sapere se le idee propulsive di Jefferson, di J. Adams, di Van Buren, o di chiunque rende gloriose le pagine della storia americana, fungano o non fungano meglio nell'America di questo decennio che non nell'Italia del Duce.

Secondo il sottoscritto non funzionano in America. E solamente una riorganizzazione vigorosissima li farebbe funzionare, e se mai saranno costrette a funzionare, Mussolini avrà servito di stimolo, e sarà entrato nella storia americana, come Lenin, in un altro senso, è entrato nella storia mondiale.

Questo non significa, necessariamente, che importeremo formule più adatte all'Italia o alla Russia che non al deserto dell'Arizona, né al temperamento degli agricoltori del retroterra di Boston, ma significa un orientamento della volontà.

La brama di dominio di Wilson era quella di un malato e squilibrato, che prima d'arrivare alla Casa Bianca aveva avuto poco esperienza del mondo. Essere rettore d'una Università in una piccola città, praticate le piccole ipocrisie richieste per essere un esempio agli studenti, preparano alla vita politica quanto essere abate di un monastero.

La terra

Non si può basare un sistema permanente sulla prassi speciale americana fra il 1776 e 1990. I contadini dell'Europa volevano la terra. La terra nell'America, fino ai miei tempi, era libera a chiunque si prendesse la pena di andare dove giaceva libera la terra e coltivarla.

Non c'è bisogno di dire che un tale stato di cose non era esistito nell'Europa, anche nei tempi delle migrazioni delle tribù.

L'errore (americano) fu, presumibilmente, il non aver limitato i diritti di proprietà al tempo che il claim (la terra così occupata) era de facto adoperata dal colono.

Quincy Adams voleva conservare le ricchezze nazionali per uso della nazione, e adoperarne la rendita in miglioramenti, materiali e intellettuali, indagini scientifiche, ecc.

Come è detto sopra, questa politica di Quincy Adams avrebbe ritardato l'occupazione del continente. Il partito opposto voleva la terra subito, e non si permetteva il lusso di prevedere nulla. Fra le esche della coltivazione di 160 jugeri, figurava la possibilità di venderli più tardi e trasferirsi altrove. Così come di solito nella storia, si trascurava la radice. La metà dell'umanità è miope e non vede; il banco dei farabutti, demoni sfruttatori, costruiscono dilemmi falsi, divisioni politiche, falsi orizzonti, truccature. Similmente l'Emendamento XVIII (proibizione degli alcolici) nella nostra terra afflitta, il problema della proprietà mineraria in Inghilterra, due terzi di tutte le leggi proposte dai Tory e dai liberali!

L'essenziale fu che per un secolo il Governo americano si dilettava di donazioni continue della terra, non una divisione proporzionale, o di certificati proporzionali, ma 160 jugeri di diverse qualità (varianti da 640 di terreni desertici, a 5 jugeri di terreni minerari) a coloro che si dicevano pronti a servirsene.

Dovrebbe essere stato ovvio che questa enorme ricchezza non richiedeva grande parsimonia; il paese avrebbe prosperato ugualmente senza gran riguardo alla precisione del sistema. Nondimeno l'avarizia e l'imbecillità umane crearono una crisi. Passate le difficoltà della creazione della Repubblica 1776-1810, nel 1830 la nazione esisteva. La terra abbondava spettacolosamente. Il “valore” marxista disponibile nel “lavoro” non aveva bisogno di una dimostrazione. Eppure? Venne una crisi, un panico, con tutti gli effetti teatrali d'un dopo-guerra come nel 1920-1930 europea, americana, occidentale.

La Prima Banca si oppose alla Nazione: era stata nazionale quando l'amministrazione era federalista e rimase federalista, quando i jeffersoniani presero il governo, cioè la Banca non rappresentava più la volontà della nazione nel campo finanziario. Veniva annichilita. Una seconda Banca fu creata dopo un'altra guerra.

Ci fu bisogno di tutto il prestigio militare e quindi popolare di Jackson, e l'intelletto e persistenza di Van Buren per liberare la nazione dalle sue branche. Van Buren ne scrisse la storia nel 1860, e quella storia rimase inedita sino al 1920.

Quella storia in titoli cubitali: gli immigranti partivano colla loro carta-moneta, che era moneta buona, ma che fu domani senza valore a viaggio compiuto.

La Banca emetteva racers (corrieri-veloci), cioè assegni che richiedevano parecchi mesi o settimane per arrivare da un posto a un altro lontano, dove venivano scambiati contro altra carta.

C'era un “boom” (prosperità d'inflazione); il prezzo delle terre in vendita saliva oltre le ultime possibilità d'una rendita materiale, precisamente come i titoli industriali negli SUA nel 1928; non perché il valore del prodotto sarebbe cresciuto, ma solamente a causa della possibilità di rivendere i titoli a cifre più alte sul mercato della speculazione, trovando un altro idiota che li comperava.

Stesse eccitazioni, ottimismi, stile Saturday Evening Post: slogans di Wall Street, si vedeva la stessa miopia a proposito delle cose essenziali, come per esempio l'impossibilità che la terra potesse produrre senza essere lavorata, impossibilità di trasportare i prodotti a distanza senza i mezzi adeguati da confrontare con la politica d'Inghilterra nell'Africa postbellica, dove i gonzi furono incoraggiati nel 1930 a coltivare il tabacco, senza un mercato. Nel 1830 mancavano i trasporti. Ma sottostavano gli stessi rapporti e le stesse manovre bancarie.

Stessa risma d'uomini pubblici, omaggi all'alta finanza, spinti da confusione cerebrale, o dalla speranza di lucro immediato e personale.

Non so fino a qual punto si possa sperare che il lettore voglia fare l'analisi dei fatti, né a qual punto si potrebbe condensare la testimonianza di Van Buren. Era fra i più intelligenti avvocati che il mondo abbia mai conosciuto; è ignorato, perché i processi si svolsero nella cittadina di Albany in paese lontano. Il suo stile lucido, il coordinamento dei fatti varrebbe un patrimonio a un giovane legale serio, ma fanno disperare chi vuol semplificare o abbreviare l'argomento.

Forse il lettore mi crederà sulla parola che le prove stanno nell'autobiografia di Van Buren. (“Report of the American Historical Association”, 1918, Government Printing Offices, Washington, 1920).

La Banca mungeva la nazione, la Banca aveva a disposizione ricchezze enormemente superiori a quelle sotto il controllo del Presidente Jackson. Queste disponibilità della Banca si adoperavano non solamente finanziariamente, ma politicamente. Il fisco americano dipendeva dalla Banca, come ora il fisco inglese dipende dalla Banca d'Inghilterra.

La percentuale colossale del potere vero contenuto nel POTERE FINANZIARIO del paese era nelle mani di persone irresponsabili, principalmente del Sig. Biddle, che s'infischiava totalmente del bene pubblico. Egli, possibilmente, o probabilmente, eccitato dall'idea di profitti per se stesso e per i suoi azionisti, ma privo di qualsiasi grande immaginazione e di qualsiasi ambizione di alta moralità del genere di quella che conduceva gli uomini a desiderare una vera corrispondenza tra il fatto e la rappresentazione finanziaria del fatto, cioè come primo passo verso una giustizia economica, la quale non è né impossibile né inconcepibile più di quanto non sia un preciso funzionamento delle macchine in una centrale idro-elettrica.

Siamo, ora, a distanza di cento anni. Abbiamo avuto un secolo d'esperienza nelle precisioni delle macchine (come paragone, e per darci la base d'un criterio). Nell'epoca di Van Buren alcuni credevano ancora al diritto divino dei re; credevano che il principe di Galles, o il Re del Württemberg fosse “migliore” di un Sig. Tyler, o un Sig. Marconi. Erano abituati a vedere i Duchi e Marchesi retti da una categoria della legge, e accettavano che John, Bob, ed Enrico erano retti da un'altra. In Inghilterra si impiccava, ancora, il ladro d'una pecora. Questo per la prima metà della vita di Van Buren. Nessun pari del regno ebbe a soffrire quella pena. Un risentimento contro lo sproporzionato privilegio legale allora non era più insito nella coscienza generale di quanto un'obbiezione a uno sproporzionato privilegio finanziario non sia insito oggi. Nondimeno il popolo vinse ed espulse la Banca.

Van Buren, Presidente, ebbe a sostenere tutto il peso della deflazione. Tyler (suo successore) ebbe il coraggio di non mollare. Il fisco fu liberato, e rimase così finché Wilson eresse un viscido comitato. Naturalmente il potere bancario, nel tempo di Van Buren, incominciò subito a trovare altri mezzi per creare un suo governo de facto. I metodi degli usurai si tracciano sulla curva dei panichi ricorrenti, addobbati a fantasia matematica per comprovare e predicare le crisi a serie e le rovine. Ma i suggerimenti di C. H. Douglas a proposito di un controllo democratico, o i suggerimenti che le due Camere partecipassero, almeno colla loro tacita presenza, alle riunioni del Federal Control Board non possono essere una novità. Attuarli costituirebbe un ritorno alle condizioni vigenti nell'epoca della Prima Banca degli USA durante l'amministrazione di Washington. Tali suggerimenti danno noia solamente a chi teme che i Congressisti e Senatori partecipanti potrebbero desiderare in verità il benessere del popolo e della nazione.

L'America possiede un sistema “di due partiti”, la Russia e l'Italia un “partito unico”, ma Jefferson governò per ventiquattro anni in una condizione de facto di partito unico. Quincy Adams non rappresentò un ritorno al federalismo e il partito di Jefferson tornò al potere per i successivi dodici anni di Jackson e di Van Buren.

Suggerisco l'ipotesi che quando una mente o una volontà unica è sufficientemente superiore alla massa, un sistema di partito unico risulta d'attualità e di necessità, quali che siano i particolari della forma ufficiale dell'amministrazione.

Secondo: quando un'oligarchia corrotta, di qualsiasi natura, controlla una nazione, essa creerà probabilmente un sistema in teoria basato sui due partiti ma li controllerà ambedue; uno dei partiti sarà “solido e conservatore”, l'altro pazzesco quanto possibile. Voi sentirete parlare dell'“oscillazione del pendolo”, e dell'uscire di carica in tempi difficili per lasciare che l'altro partito riceva il biasimo e l'impopolarità.

Si potrebbe speculare: fino a qual punto si possa effettuare una grande attività costruttiva se non sotto un sistema de facto di partito unico?

In un'epoca di grandi cambiamenti nelle contingenze materiali, qual è la probabilità, o necessità d'un sistema de facto di partito unico?

Nel febbraio del 1933 il governo fascista precedette gli altri, sia d'Europa che delle Americhe, nel sostenere che quanto minor lavoro umano è necessario nelle fabbriche, si deve ridurre la durata della giornata di lavoro piuttosto che ridurre il numero del personale impiegato. E si aumenta il personale invece di far lavorare più ore coloro che sono già impiegati. Questo non contenterà i Douglasisti, e d'altro canto non credo che i propositi Douglasisti per il Credito Sociale possano essere respinti alla lunga, ma, date le possibilità della mentalità, e l'ostruzionismo dovuto ai pregiudizi dell'anno XI, quale altro governo ha progredito più di quello fascista, o dimostrato una paragonabile preoccupazione per il benessere degli operai?

Conclusione

La rivoluzione fascista era diretta alla conservazione di certe libertà, e al mantenimento d'un certo livello di cultura o di un certo tono di vita, anzi un rifiuto di abbandonare certe prerogative immateriali e di rinunciare non a un'eredità culturale.

L'economia Douglasista postula l'“eredità culturale” come elemento più importante nella creazione dei “valori” che non il lavoro grezzo e immediato del giorno che passa.

Questo significa il tramonto di Marx come teorico di attualità. Anche dall'alto materiale gran parte dell'economia teorica dei marxisti è sorpassata.

È possibile che tutte le altre rivoluzioni siano arrivate dopo i cambiamenti nelle condizioni materiali, e che solamente la rivoluzione continua di Mussolini è avvenuta, e si svolge simultaneamente col cambiamento delle basi materiali della vita. Il Fascismo divampa, ma per capirne il perché i pseudofascisti sarebbero costretti ad analizzarne la prassi e la direzione. Sarebbe utile per loro considerare quali elementi, e sanità basilari, in contraddistinzione dalle effimere locali, sarebbero utili in Inghilterra e in America. Per stimolare un tale studio io affermo che il Duce verrà classificato non coi despoti e con quelli che amano il dominio, ma con coloro che amano il buon ordine.

Commiato (durante la stampa del libro, due anni dopo averlo scritto). Queste cose essendo come sono, è possibile supporre che Mussolini abbia rigenerato la rivoluzione solamente a scopo di infettarla colla peste del sistema capitalista monetario?

_______________

(1) Vasto progetto per lo sfruttamento industriale di corsi d'acqua e la bonifica in una zona centrale degli Stati Uniti.


 

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