OMODEI ZORINI GIANVINCENZO

I muri e le scritte


Prima ancora di andare alla scuola elementare abitavo... in municipio. Era una grande casa dal colore un po' smorto, per metà, appunto, adibita a municipio e per metà ad abitazione del segretario comunale e del medico condotto, che era mio padre. La casa confinava con un torrente che si perdeva poi nella pianura e su cui ricordo ancora il battito dei panni delle lavandaie. Come ricordo gli echi dei canti delle mondariso in un panorama piatto e brumoso da cui ancora non erano scomparsi gli ultimi gelsi. D'estate, poi, era tutto un gracidare di rane... Ma sulla facciata di quella grande casa-municipio c'era pure una scritta a quei tempi non ancora troppo vecchia: «Noi tireremo diritto». Fu certo, quella, una delle prime frasi complete che leggevo, e la leggevo proprio perché l'avevo sempre sopra il naso ogni volta che scendevo nell'ampio cortile negli anni lontani in cui imparavo a sillabare. Il significato della scritta mi sfuggiva e anche i grandi, in quei tempi ancora segnati dal vicino ricordo dello spargimento di sangue fraterno, preferivano non dare spiegazioni. E la scritta era sempre lì, incombente e misteriosa: «Noi tireremo diritto»... Poi vidi su altri muri delle differenti frasi in parte un poco smunte, ma che, immancabilmente, riapparivano ogni volta che pioveva, e pareva quasi che l'acqua loro donasse nuovo vigore e nuova forza: «Roma dona», «Vincere», «Duce»... In un altro paese dove abitai poi (e dove tuttora abito), fino a un quarto di secolo fa vi era una scritta più articolata: «È l'aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende». Il pensiero era espresso su due righe in una strada interna del paese sulla facciata di una casa bianca, così spiccava ancora meglio. Il padrone di quella casa era un “ciclista”, vale a dire un meccanico di biciclette, e aveva fatto il partigiano. Gli dava quindi non poco fastidio vedersi indicato come abitatore della casa con l'unica grande scritta fascista di tutto il paese. Ed è per questo che più volte lo vidi con un secchiello di calce in mano nell'intento di cancellare le bieche parole. Ma ogni volta era sempre la stessa storia: bastava una pioggia e la famigerata scritta ricompariva rendendo inutili tutti gli sforzi da lui fatti per non lasciare più leggere... Si vede che la vernice “autarchica” valeva di più della calce “democratica”.

Una volta, però, vidi appollaiato su una scala un muratore con in mano uno scalpello: la scritta dell'aratro fu scalpellata e sulla casa del “ciclista” restò una specie di abrasione rettangolare abbastanza regolare: la Storia era stata cancellata, con grande soddisfazione del padrone di casa. Con gli anni vidi sempre meno scritte, e le poche superstiti sempre più smunte e illeggibili: «...iamo ...ori ...uova storia». Ricordo nel vecchio borgo d'Orta, che s'affaccia sul romantico lago di San Giulio, un vecchio palazzone di una certa dignità che fino a non molti anni fa conservava l'indicazione di una disciolta caserma: “MVSN - Presidio di Orta Novarese”.

Il nome del Corpo era posto a semicerchio; sopra la rimanente scritta ora vi è una lunetta bianca che sormonta una bianca striscia diritta sulla facciata grigia e decrepita di quello che era stato un palazzo normale e che ora attende solo l'azione demolitrice e definitiva del tempo...

Ma lo scorso anno, transitando per la Val Sabbia in torpedone con una cricca di amici, mi parve di sognare: una vecchia scritta (credo proprio quella dell'aratro e della spada) era fresca, come eseguita il giorno prima e leggibile anche da distanza. La nostra guida ci spiegò che, nel desiderio di non dimenticare il passato, un'amministrazione comunale — non schiava di vecchie mentalità retoriche e faziose — aveva deciso di ripristinare l'annoso graffito, non certo per farne oggetto di culto, ma per non nascondere del tutto un momento della nostra storia, bello o brutto che lo si volesse giudicare.

Fu una sorpresa per me e per altri: forse in qualche luogo della nostra penisola lo “struzzo-Italia” non era più allevato!

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26 dicembre 1987


 

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