JUNG CARL GUSTAV

L'uomo e i suoi simboli

(a cura di Benedetto Brugia)


L'anima dell'uomo

La pittura moderna come simbolo

Carl Gustav Jung (1875-1961) era figlio di un ministro evangelico della Chiesa svizzera riformata e fu ossessionato dalla religione sin dalla prima infanzia. Era solito immaginare che Dio lo costringesse a pensieri abominevoli, quale condizione per la concessione della grazia. Jung fece risalire le origini della sua vita intellettuale a un sogno fatto all'età di tre anni, nel quale scendeva nella terra e vedeva un oggetto fallico su un trono dorato: «Quello è il mangiatore di uomini», gli diceva la madre e lui si risvegliava terrorizzato. Da bambino giocava spesso nelle chiese e nei cimiteri e giunse ad associare il fallo messo sul trono del sogno infantile al Gesù che sentiva invocare ogniqualvolta un corpo era interrato, due aspetti dell'oscura forza della creazione sui quali egli continuò a meditare per il resto della propria vita. Essendo affascinato dallo spiritualismo e dalla natura dell'anima, Jung da principio si interessò alla psichiatria, definendola «un luogo in cui la collisione tra natura e spirito diveniva realtà». Nel 1906 incontrò Freud, con il quale entrò in rapporto divenendo il “principe ereditario del movimento psicoanalitico”. Ma c'erano già delle differenze sostanziali tra i due: l'approccio di Freud all'inconscio era non spiritualista e Jung vi intravedeva un'attenzione eccessiva verso il sesso. A suo avviso, il piacere che un bambino ricavava dal poppare dal seno materno era soltanto la normale soddisfazione derivata dal mangiare, confusa da Freud con un istinto sessuale proprio unicamente dell'adulto. E mentre Freud vedeva nel complesso incestuoso di Edipo — la fantasia infantile di uccidere il padre e possedere la madre — una volontà precisa (seppure inconscia) di penetrazione, Jung vi riconosceva un desiderio di rinascita spirituale. Jung divenne sempre più critico verso i fondamenti esclusivamente sessuali delle teorie freudiane e, in questo modo, gettò le basi per l'elaborazione, in forma autonoma e sistematica, della propria dottrina. Iniziò a studiare l'astrologia e pure la parapsicologia, inizialmente attento a conservare l'amicizia con Freud usando la “corretta” terminologia. Promise anche di tornare dalle sue “nuvole libidiche religiose” con un “ricco bottino” per l'analisi. Nel 1912 pubblicò La libido, simboli e trasformazioni sulla base delle sue ricerche indipendenti e nel 1913 Freud lo definiva già «quello Jung brutale e bigotto», applicando la classica analisi edipica al loro rapporto: geloso, Jung desiderava uccidere “il padre” Freud e possedere lui solo la psicoanalisi (“la bella madre”). Dopo la rottura, Jung si appassionò alla relazione tra fantasie psicotiche e miti antichi. Elaborò così la teoria dell'inconscio collettivo: memorie residue o archetipi che restano seppelliti non solo nella mente individuale, ma nelle menti di tutta l'umanità. Egli intendeva questi archetipi in quanto autoritratti degli istinti umani comuni e credeva che la psiche fosse tesa verso l'interezza e l'equilibrio, per diventare un io. Per Jung, l'io è composto da conscio e inconscio. L'inconscio cerca di compensare per mezzo di sogni, immagini o patologie mediche i comportamenti del conscio e creare così un equilibrio. Le figure archetipiche sono quattro e lavorano sempre in coppia, una conscia e una inconscia che compensa la prima. L'io, il senso dello scopo e dell'identità, è bilanciato dall'ombra primitiva e animalesca. La persona, la maschera che il singolo normalmente mostra alla società, è invece bilanciata dall'immagine dell'anima, che nell'uomo è femminile (anima) e nella donna è maschile (animus). Benché archetipo, questa immagine dell'anima può essere modificata dalle esperienze reali del sesso opposto (specie i genitori), ma può ugualmente essere proiettata verso membri dell'altro sesso fornendone un'immagine distorta.

Archetipi alchimistici — Secondo Jung, la scienza empirica aveva smorzato quella parte dell'immaginazione che concerneva il mito, con il risultato che il mondo occidentale non poteva più sperimentare il misterioso. Nell'ultima parte della sua vista estese le proprie ricerche a un numero ancora maggiore di campi, occupandosi pure del significato dei sogni e dei disegni e del simbolismo delle religioni e dei miti. Jung cercava nell'alchimia medievale un modello su cui basare le sue teorie psicologiche e nel 1944 pubblicò Psicologia e alchimia, rinnovando l'interesse per questo settore del sapere occulto. Egli sottolineava come la ricerca alchimistica della pietra filosofale — l'essenza prima per mezzo della quale si sarebbero potuti trasformare i metalli vili in oro — fosse una ricerca di trasformazione spirituale. Nell'alchimia, la pietra filosofale derivava dall'unione di contrari divini, di buio e luce, e per Jung era simbolo dell'io. La stessa analisi era un processo di alchimia, in quanto ciascun ingrediente dell'alchimista aveva un equivalente psicologico: a esempio, mentre il ferro era coraggioso e passionale, il rame era onesto e nobile. Nella formulazione junghiana, l'inconscio collettivo era il mercurio, un elemento velenoso, ingannevole e capace di trasformare che rendeva possibile l'unione di contrari.   

L'anima dell'uomo

La cosiddetta coscienza civilizzata si è nettamente separata dagli istinti di fondo senza, però, che questi ultimi siano scomparsi. Essi hanno semplicemente perduto ogni contatto con la nostra coscienza e perciò sono costretti ad affermarsi in maniera indiretta. Ciò può verificarsi per mezzo di sintomi fisici nel caso della nevrosi, o attraverso inconvenienti di vario tipo, come stati d'animo inspiegabili, improvvise dimenticanze o errori di linguaggio. All'uomo piace credere di essere padrone della propria anima. Ma nella misura in cui egli si dimostra incapace di controllare i propri stati d'animo e le proprie emozioni, o di prendere coscienza degli infiniti modi segreti in cui i fattori inconsci arrivano a insinuarsi nei suoi propositi e nelle sue decisioni, egli non è affatto padrone di se stesso. Questi fattori inconsci debbono la loro esistenza all'autonomia degli archetipi. L'uomo moderno cerca di evitare di prendere coscienza di questa spaccatura della sua personalità istituendo un sistema di compartimenti stagni. Certi aspetti della sua vita esteriore e del suo comportamento sono mantenuti, per così dire, in zone separate e non sono mai messi a confronto fra di loro. Come esempio di questa cosiddetta psicologia a compartimenti, ricordo il caso di un alcoolizzato che si era lasciato lodevolmente influenzare da un certo movimento religioso e, affascinato dall'entusiasmo di quegli adepti, si era dimenticato di aver bisogno di bere. Ovviamente si era sparsa la voce che egli era stato miracolosamente guarito da Gesù e che perciò rappresentava un esempio vivente della grazia divina e dell'efficacia di quella particolare organizzazione religiosa. Tuttavia, dopo poche settimane di confessioni pubbliche, l'attrazione per questo avvenimento cominciò a venir meno e il buon uomo tornò a sentire il bisogno di rifocillarsi con qualche bicchierino. Così ricominciò a bere. Ma questa volta la solerte organizzazione concluse che il caso era “patologico” e non suscettibile di essere invocato a testimonianza di un intervento di Gesù e perciò lo ricoverarono in una clinica per consentire al medico di ottenere un risultato migliore di quello conseguito dal Guaritore divino.

Questo è un aspetto della moderna mentalità “culturale” che è degno di essere esplorato in quanto mostra un grado allarmante di dissociazione e di confusione psicologica.

Se, per un momento, paragoniamo il genere umano a un individuo, ci accorgiamo che esso è nelle stesse condizioni di una persona dominata da forze sconosciute; anche la razza umana si compiace di isolare alcuni problemi in compartimenti separati. Proprio per questa ragione noi dobbiamo prestare una grande attenzione a ciò che facciamo, poiché il genere umano è attualmente minacciato da pericoli mortali da esso stesso creati e che si ingigantiscono progressivamente sfuggendo al nostro controllo. Il mondo in cui viviamo è, per così dire, dissociato allo stesso modo di un nevrotico, e la Cortina di ferro denota questa simbolica linea di divisione. L'uomo occidentale, divenuto consapevole dell'aggressiva volontà di potenza dell'Est, si trova costretto ad apprestare misure di difesa di straordinaria entità, mentre va fiero, contemporaneamente, della sua virtù e delle sue buone intenzioni.

Ciò che non gli riesce di vedere è il fatto che i suoi stessi vizi, da esso ammantati di buone maniere internazionali, si vengono ritorcendo contro di lui dal mondo comunista, in maniera spudorata e sistematica. Ciò che l'Occidente ha tollerato, ma segretamente e con un leggero senso di vergogna (cioè la menzogna diplomatica, il tradimento sistematico, minacce dissimulate), ci viene restituito esplicitamente e integralmente dall'Oriente e ci inviluppa in nodi nevrotici. È il volto della sua stessa ombra demoniaca che sogghigna dall'altro versante della Cortina di ferro in faccia all'uomo occidentale.

È questo stato di cose a spiegare quel particolare sentimento di impotenza di tante persone delle società occidentali. Esse hanno cominciato a rendersi conto che le difficoltà contro cui ci dibattiamo sono essenzialmente problemi morali e che il tentativo di reagire a essi attraverso una politica di intenso armamento nucleare o di “competizione” economica è destinato a scarsi risultati poiché si tratta di un'arma a doppio taglio. Molti di noi ora capiscono che mezzi mentali e morali sarebbero più efficaci in quanto ci fornirebbero un'immunità psichica contro questa dilagante infezione.

Tuttavia questi tentativi si sono dimostrati tutti singolarmente inefficaci e tali continueranno a essere fino a che cercheremo di convincere noi stessi e il resto del mondo che solo essi (cioè gli avversari) hanno torto. Sarebbe molto più produttivo compiere un serio tentativo di prendere coscienza dell'ombra della nostra civiltà e dei suoi terribili misfatti. Se potessimo vedere la nostra ombra (cioè il lato oscuro della nostra natura), riusciremmo a immunizzarci da qualsiasi infezione e penetrazione sia morale che mentale. Allo stato attuale delle cose, noi ci rendiamo invece disponibili per ogni infezione poiché ci comportiamo praticamente nello stesso modo in cui essi agiscono. Solo che a nostro ulteriore svantaggio c'è il fatto di non vedere né di voler capire ciò che noi stessi veniamo facendo con le nostre mani, mascherandoci sotto il manto delle buone maniere.

Il mondo comunista, bisogna riconoscerlo, ha un grande mito (che noi chiamiamo un'illusione, nella vana speranza che il nostro superiore giudizio valga a farlo scomparire). Si tratta dell'antichissimo sogno archetipico di un'Età dell'Oro (o Paradiso), dove ci sarà abbondanza di tutto per tutti e grandi, giuste e sagge leggi a regolare una specie di giardino d'infanzia del genere umano. Questo potente archetipo nella sua versione infantile si è impadronito di loro, ma esso non scomparirà mai dal mondo alla semplice vista della nostra superiore civiltà. Anzi, noi ce lo trasciniamo dietro fin dalla fanciullezza poiché la civiltà occidentale è prigioniera della stessa mitologia. Inconsciamente noi nutriamo i medesimi pregiudizi, le medesime speranze, le medesime attese. Anche noi crediamo in una civiltà del benessere, nella pace universale, nell'eguaglianza degli uomini, nei suoi eterni diritti umani, nella giustizia, nella verità e (ma non diciamolo troppo ad alta voce) nel Regno di Dio sulla terra.

La triste verità è che la vera vita dell'uomo è dilacerata da un complesso di inesorabili contrari: giorno e notte, nascita e morte, felicità e sventura, bene e male. Non possiamo neppure esser certi che l'uno prevarrà sull'altro, che il bene sconfiggerà il male, o la gioia si affermerà sul dolore. La vita è un campo di battaglia: così è sempre stata e così sarà sempre; se così non fosse finirebbe la vita.

Fu proprio questo conflitto interiore a guidare i primi cristiani verso l'attesa e la speranza di una prossima fine del mondo, o i buddisti a rifiutare tutti i desideri e le aspirazioni terrene. Questi atteggiamenti sarebbero stati nettamente suicidi se non fossero stati connessi con particolari idee e consuetudini mentali e morali che costituiscono il nocciolo di entrambe queste religioni e che, fino a un certo punto, tendono a modificare la loro radicale negazione del mondo.

Sottolineo questo punto perché, oggigiorno, ci sono milioni di persone che hanno perso la fede per ogni specie di religione. Esse non comprendono più la loro religione. Finché la vita scorre liscia senza la religione, la perdita non viene sentita; ma quando entra in gioco la sofferenza le cose cambiano. È a questo punto che la gente comincia a cercare una via d'uscita e a riflettere sul significato della vita e sulle sue sconcertanti e dolorose esperienze.

È significativo che lo psicologo (per mia stessa esperienza) venga consultato più da ebrei e da protestanti che da cattolici. Ciò è facilmente prevedibile poiché la Chiesa cattolica si sente ancora responsabile della cura animarum. Ma in questa epoca scientifica lo psichiatra è suscettibile di sentirsi rivolgere domande che un tempo erano prerogativa esclusiva del teologo. La gente si rende conto che molte cose sarebbero diverse per loro se credessero positivamente in un sistema significativo di vita o in Dio e nell'immortalità. Lo spettro dell'approssimarsi della morte spesso fornisce un potente incentivo a questo genere di pensieri. Fin dai tempi immemorabili, gli uomini hanno nutrito idee sul conto di un Essere Supremo (uno o diversi) e sul Signore dell'Aldilà. Solo ai nostri giorni essi pensano di poter fare a meno di queste idee.

Poiché non possiamo scoprire in cielo il trono di Dio usando un radiotelescopio o stabilire (con sicurezza) che un padre o una madre amorosi sopravvivano ancora in una forma più o meno corporea, si sostiene generalmente che queste idee “non sono vere”. Io direi piuttosto che esse non sono sufficientemente “vere” poiché si tratta di concezioni che hanno accompagnato la vita degli uomini sin dai tempi preistorici e che tuttora irrompono nella coscienza a ogni minima provocazione.

L'uomo moderno può affermare di poterne fare a meno e può sostenere la sua opinione insistendo nel dire che non esiste alcuna prova scientifica a sostegno della loro veridicità. Ovvero egli può anche rimpiangere la perdita delle sue convinzioni. Ma dal momento che si tratta di cose invisibili e inconoscibili (poiché Dio sta al di là di ogni capacità di comprensione umana e l'immortalità non è dimostrabile in alcun modo), perché dobbiamo perderci nella ricerca di prove razionali? Anche se non fossimo consapevoli della nostra necessità di consumare il sale insieme al cibo, continueremmo pur sempre a trarre vantaggio dal suo uso. Anche se sostenessimo che l'uso del sale è una semplice illusione del palato o una superstizione, esso continuerebbe a produrre un benefico effetto sulle nostre condizioni di vita. E allora, perché dovremmo fare a meno di concezioni che si dimostrano utili nei momenti di crisi e che danno un significato alla nostra esistenza?

E inoltre, come possiamo essere sicuri che tali idee non corrispondano a verità? Molti mi darebbero ragione se dicessi che esse sono probabilmente semplici illusioni; essi però non arrivano a capire che la negazione di ogni fede religiosa è altrettanto non dimostrativa quanto la sua affermazione. Noi siamo assolutamente liberi di scegliere l'uno o l'altro dei due punti di vista; tuttavia si tratta sempre di una decisione arbitraria.

In ogni caso c'è un'importante ragione pratica per la quale dovremmo essere inclini a coltivare pensieri non suscettibili di ottenere una conferma positiva: tale ragione è che essi sono notoriamente utili. L'uomo ha assolutamente bisogno di idee e convinzioni generali che diano un significato alla sua vita e che gli permettano di individuare il suo posto nell'universo. Quando è convinto che esse abbiano un senso, egli trova la forza di affrontare le più incredibili avversità; viceversa egli si sente sopraffatto quando, nel colmo della sventura, si trova costretto ad ammettere di essere coinvolto in una vicenda senza senso.

La funzione dei simboli religiosi è quella di dare un significato alla vita dell'uomo. Gli Indiani Pueblo credono di essere figli del Padre Sole e questa fede conferisce alla loro vita una prospettiva (e uno scopo) che supera di gran lunga la loro limitata esistenza. Essa consente loro di dispiegare largamente la propria personalità e di vivere una vita piena, da persone integrali. La loro condizione è infinitamente più soddisfacente di quella dell'uomo civilizzato, che è consapevole di essere (e di restare) nient'altro che uno sconfitto senza alcun profondo significato esistenziale.

Il senso di un significato superiore dell'esistenza è ciò che innalza l'uomo al di sopra della sua condizione elementare. Se gli manca questo senso egli è perduto e infelice. Se san Paolo fosse stato convinto di non essere nulla più che un errabondo tessitore di tappeti, certamente non sarebbe stato l'uomo che fu. La sua vita vera e significativa riposava sull'intima certezza di essere il messaggero del Signore. Qualcuno potrà accusarlo di essere stato un megalomane, ma un'opinione come questa si rivela inconsistente di fronte alla testimonianza della storia e al giudizio di intere generazioni. Il mito che s'impossessò di lui lo rese qualcosa di più grande del semplice artigiano che era.

Un mito di questo genere, tuttavia, è costituito da simboli che non sono stati inventati consciamente: essi si sono prodotti spontaneamente. Non fu l'uomo Gesù a creare il mito dell'uomo-Dio. Esso esisteva già da molti secoli prima della sua nascita. Egli stesso fu conquistato da questa idea simbolica che, come ci narra san Marco, lo spinse a uscire dall'ambiente ristretto della famiglia del falegname di Nazareth.

I miti risalgono a un narratore primitivo e ai suoi sogni, a uomini mossi dallo stimolo appassionato delle loro fantasie. Costoro non si differenziavano gran che da coloro che dopo molte generazioni sono stati chiamati poeti e filosofi. I narratori primitivi non si preoccupavano di conoscere l'origine delle loro fantasie; fu solo in epoche molto posteriori che ci si cominciò a chiedere da dove i racconti avessero avuto origine. Eppure, molti secoli fa, nella cosiddetta “antica” Grecia, la mente degli uomini era già sufficientemente avanzata da supporre che le storie degli dèi non fossero altro che tradizioni arcaiche deformate relative ad antichissimi re e condottieri. In altre parole si era già arrivati alla conclusione che i miti erano troppo inverosimili per significare esattamente ciò che narravano: perciò si cercò di ridurli a una forma generalmente comprensibile.

In tempi più vicini a noi abbiamo visto trattare allo stesso modo il simbolismo dei sogni. Nelle prime fasi di sviluppo della psicologia ci si rese conto dell'importanza dei sogni, ma come i greci erano giunti alla conclusione che i loro miti altro non erano che semplici elaborazioni della storia razionale o “normale”, così alcuni pionieri della psicologia conclusero che il significato dei sogni non era quello letterale. Le immagini o i simboli onirici vennero così messi in disparte alla stregua di forme bizzarre in cui i contenuti rimossi della psiche si manifestavano alla mente conscia. Perciò diventò un luogo comune il concetto che i sogni avessero un significato del tutto diverso da quello esplicito.

Ho già descritto il modo in cui giunsi a dissentire da quest'idea e a intraprendere lo studio sia della forma che del contenuto dei sogni. Per quale ragione essi dovrebbero significare qualcosa di diverso dai loro contenuti? Esiste forse qualcosa in natura che sia diverso da quello che è attualmente? Il sogno è un fenomeno normale e naturale e non significa ciò che esso non è. Anche il Talmud dice che «il sogno è tale quale viene interpretato». La confusione nasce solo per il fatto che i contenuti del sogno sono simbolici e possiedono perciò più di un significato. I simboli sono orientati in direzioni differenti da quelle che noi riusciamo a ravvisare con la mente conscia e perciò si riferiscono a qualcosa di inconscio o almeno di non completamente conscio.

Per una mentalità scientifica fenomeni come quelli rappresentati dalle idee simboliche costituiscono un serio motivo di imbarazzo poiché non possono venire formulati in termini intellettualmente e logicamente soddisfacenti. Essi però non sono l'unico caso del genere in psicologia. Le difficoltà cominciano col tentativo di definire il fenomeno dell'“affetto” o emozione che sfugge a tutti i tentativi dello psicologo di racchiuderlo in una definizione conclusiva. La causa di questa difficoltà è la stessa in entrambi i casi: si tratta cioè dell'intervento dell'inconscio.

Ho una sufficiente esperienza scientifica per rendermi conto di quanto sia imbarazzante dover studiare fatti che non possono venire completamente o adeguatamente compresi. La difficoltà di affrontare fenomeni come questi è che i fatti sono innegabili, eppure non possono essere formulati in termini razionali. Perciò bisognerebbe essere in grado di comprendere la vita in se stessa, poiché è la vita che produce emozioni e idee simboliche.

Lo psicologo accademico è perfettamente libero di non prendere in considerazione il fenomeno dell'emozione o il concetto di inconscio (o nessuno dei due contemporaneamente). Tuttavia essi rimangono fatti cui almeno lo psicologo medico deve prestare la necessaria attenzione, poiché i conflitti e l'intervento dell'inconscio sono i tratti caratteristici della sua scienza. Se tratta a fondo un paziente egli si trova a dover fare i conti con questi elementi irrazionali, duri a essere formulati in termini razionali. Perciò è del tutto normale che le persone sprovviste dell'esperienza propria dello psicologo medico riescano difficilmente ad adeguarsi quando la psicologia cessa di essere una tranquilla attività di laboratorio e diventa invece parte attiva dell'avventura della vita reale. Altro è esercitarsi al bersaglio in un poligono di tiro, altro è partecipare a una vera battaglia: il medico si trova di fronte a tutta una serie di fattori casuali caratteristici di una guerra autentica. Egli si trova ad avere a che fare con realtà psichiche, anche se non è in grado di ridurle in definizioni scientifiche. È per questo motivo che nessun manuale può insegnare la psicologia: si può imparare solo dall'esperienza diretta.

Possiamo renderci conto chiaramente di questo punto esaminando alcuni simboli ben noti.

Per esempio la croce è, nella religione cristiana, un simbolo significativo che esprime tutta una moltitudine di aspetti, idee ed emozioni; ma una croce apposta dopo un nome in una lista serve solo a indicare che quell'individuo è morto. Il fallo funge da simbolo universale nella religione indù, ma se un monello di strada ne disegna uno sopra un muro esso riflette solo il suo interesse per il proprio pene. Poiché le fantasie dell'infanzia e dell'adolescenza si prolungano spesso nella vita adulta, molti sogni rivelano inequivocabili allusioni sessuali. Sarebbe assurdo interpretarle come qualcosa d'altro. Ma quando un massone sostiene che frati e monache si debbano congiungere insieme, o un elettricista parla di maschio e di femmina a proposito della spina e della presa di corrente, sarebbe ridicolo supporre che essi indulgano a fantasie infantili ancora vive. L'elettricista usa nomi coloriti per descrivere semplicemente i suoi materiali. Quando un indù colto vi parla del lingam (il fallo che rappresenta il dio Siva nella mitologia indù), vi sentite raccontare delle cose che noi occidentali non connetteremmo mai al pene. Il lingam non è certamente un'allusione oscena, né la croce è soltanto un segno di morte. Molto dipende dalla maturità del sognante che produce queste immagini.

L'interpretazione dei sogni e dei simboli richiede intelligenza; essa non può essere ridotta a un sistema meccanico con cui imbottire cervelli privi di immaginazione. Essa richiede contemporaneamente una sempre più approfondita conoscenza dell'individualità del sognante e un corrispondente affinamento della personale consapevolezza dell'interprete. Ogni esperto in questo campo ammetterà la possibilità di ricorrere ad alcuni utili criteri empirici, ma essi devono essere tuttavia applicati con prudenza e acume. Si possono seguire scrupolosamente tutte le regole e tuttavia trovarsi a cadere nelle più terribili sciocchezze solo per il fatto di aver trascurato un dettaglio apparentemente di scarso rilievo, che tuttavia un'intelligenza più acuta non si sarebbe lasciato sfuggire. Anche un uomo di grande intelligenza può compiere gravi errori per mancanza di intuizione o di sentimento.

Quando tentiamo di interpretare i simboli ci troviamo di fronte non solo il simbolo in sé, ma l'intera totalità dell'individuo produttore del simbolo. Ciò implica lo studio della sua formazione culturale e nel corso di questo processo ci si imbatte in numerose lacune della nostra educazione. Io stesso mi sono imposto come regola di considerare ogni singolo caso come un'esperienza completamente nuova sul conto della quale non conosca neppure l'abbiccì. Le risposte usuali possono rivelarsi pratiche e utili finché si studia la superficie, ma quando si affrontano i problemi di fondo è la vita stessa a imporsi in primo piano e anche i princìpi teorici più brillanti diventano semplici parole prive di senso.

L'immaginazione e l'intuizione sono di importanza vitale per la nostra comprensione. Sebbene, secondo l'opinione popolare corrente, esse siano necessarie soprattutto al poeta e all'artista (e che per le faccende “pratiche” si debba loro prestare scarso affidamento), esse sono in realtà di altrettanta vitale importanza a tutti i livelli superiori della scienza. In questa sede svolgono un ruolo sempre più importante che soppianta quello dell'intelletto “razionale” e la sua applicazione a un problema specifico. Anche la fisica, la più rigorosa di tutte le scienze applicate, si fonda in maniera sbalorditiva sopra l'intuizione che opera per mezzo dell'inconscio (benché sia possibile dimostrare a posteriori i procedimenti logici che avrebbero potuto condurre allo stesso risultato di quello raggiunto intuitivamente).

L'intuizione è pressoché indispensabile nell'interpretazione dei simboli e spesso può assicurare la loro immediata comprensione da parte del sognante. Tuttavia una fortunata intuizione può essere altrettanto convincente da un punto di vista soggettivo, quanto pericolosa. Essa può suggerire un falso sentimento di sicurezza. Per esempio, può spingere sia l'interprete che il sognante a proseguire in una comoda e relativamente facile relazione suscettibile di sfociare in una specie di sogno reciproco. La base sicura di un'effettiva conoscenza intellettuale e di una comprensione morale va perduta se ci si lascia sopraffare dalla soddisfazione di aver capito per intuito. Si può giungere a spiegare e conoscere davvero solo riducendo le intuizioni a un'esatta conoscenza dei fatti e delle loro connessioni logiche.

Un onesto ricercatore deve ammettere di non essere sempre in grado di seguire questo procedimento; tuttavia, sarebbe disonesto non tenerlo sempre presente. Anche lo scienziato è un essere umano e perciò è naturale che egli, come tanti altri, sia portato a odiare le cose che non riesce a spiegare. È un'illusione comune credere che quanto conosciamo oggigiorno esaurisca il campo totale dello scibile. Nulla è più vulnerabile della teoria scientifica, che costituisce solo un tentativo effimero di spiegare alcuni fatti e non una verità eterna in sé compiuta.

La pittura moderna come simbolo

I termini “arte moderna” e “pittura moderna” vengono impiegati, in questo capitolo, nello stesso senso in cui li usa il profano. Oggetto del nostro esame sarà, per usare la terminologia di Kühn, la moderna pittura immaginativa. I quadri che rientrano nell'ambito di questa possono essere “astratti” (o, piuttosto, “non-figurativi”), ma non lo sono necessariamente. Non faremo alcuna distinzione fra le varie correnti, quali il cubismo, il fauvismo, l'espressionismo, il futurismo, il suprematismo, il costruttivismo, l'orfismo, e così via. Qualsiasi specifica allusione all'una o all'altra di tali correnti avrà carattere assolutamente eccezionale.

Né azzarderò una differenziazione estetica delle moderne scuole pittoriche; e, soprattutto, non mi permetterò valutazioni di ordine artistico. La moderna pittura immaginativa verrà considerata esclusivamente come un fenomeno tipico del nostro tempo. Questo è il solo metodo per impostare e risolvere il problema del suo contenuto simbolico. In questo breve capitolo sarà possibile fare menzione soltanto di pochissimi artisti, e di un numero esiguo delle loro opere, scelte, per lo più, a caso. Ci dovremo dunque accontentare di esaminare l'arte moderna, prendendo in considerazione solo qualche artista, o qualche singola opera d'arte.

Possiamo incominciare sottolineando il fatto, di ordine psicologico, che l'artista è stato, in ogni tempo, lo strumento rivelatore dello spirito della propria epoca. Solo in parte è possibile interpretare e comprendere la sua opera nei termini della sua psicologia individuale. Consciamente o inconsciamente, l'artista dà forma ai caratteri e ai valori tipici del suo tempo, e resta, a sua volta, condizionato e formato da questi.

Lo stesso artista moderno, del resto, si rende spesso conto dell'interrelazione fra la propria opera e il proprio tempo. Così, il critico e pittore francese Jean Bazaine scrive nel suo libro Note sulla pittura contemporanea: «Nessuno può dipingere come vuole. Tutto ciò che un pittore può fare, è di voler perseguire, con tutte le sue forze, quel tipo di pittura di cui la sua epoca è capace». L'artista tedesco Franz Marc, morto nella prima guerra mondiale, disse: «I grandi artisti non vanno a ricercare le loro forme nella nebbia del passato, ma accolgono le risonanze più profonde del vivo e reale centro di gravità della loro epoca». E, solo nel 1911, Kandinskij scriveva nel suo famoso saggio Sullo spirituale nell'arte: «In ogni epoca esiste una certa misura di libertà artistica, e anche il genio più creativo non può superare i limiti di quella libertà».

Nel corso degli ultimi cinquant'anni l'“arte moderna” ha dato occasione a una contesa generale, e la discussione continua ancora con tutto il suo calore. I “sì” sono altrettanto convinti e appassionati che i “no”; e, tuttavia, la profezia, più volte ripetuta, che l'arte “moderna” è finita, non si è mai avverata. I nuovi metodi espressivi hanno trionfato decisivamente. L'unico pericolo che li minaccia è costituito soltanto dalla possibilità della loro degenerazione in manierismo. (Nell'Unione Sovietica, dove l'arte non-figurativa è stata spesso ufficialmente proibita, e viene seguita solo privatamente, l'arte figurativa è minacciata da una simile degenerazione).

La generalità del pubblico, quanto meno in Europa, si trova ancora in piena battaglia. La violenza della controversia dimostra che gli animi sono eccitati da una parte e dall'altra. Anche chi si mostra ostile all'arte moderna, non può fare a meno di restare impressionato dalle opere che condanna; resterà irritato, proverà della repulsione, ma (come prova la violenza dei suoi sentimenti) verrà, in ogni caso, anche scosso. Di regola, il fascino di ordine negativo non è meno forte di quello positivo. La folla dei visitatori che si accalcano alle mostre di arte moderna, dovunque queste siano tenute, testimonia di un atteggiamento che non si limita alla semplice curiosità. La curiosità si esaurirebbe presto. Del resto, i prezzi fantastici pagati per certe opere d'arte moderna danno la misura precisa della valutazione sociale di esse.

Il fascino sorge quando l'inconscio resta colpito. L'effetto che produce l'arte moderna non può spiegarsi soltanto nei termini dei valori formali coinvolti. Per l'occhio educato alla scuola tradizionale dell'arte “classica”, o “sensitiva”, quei valori si rivelano come nuovi ed estranei. Non c'è assolutamente niente, nella pittura non-figurativa, che valga a richiamare allo spettatore il suo mondo abituale — non oggetti immessi nel loro ambiente normale, né figure umane, o animali, che parlino un linguaggio familiare. Il cosmo creato dall'artista non rivela nessuna condiscendenza, nessuna visibile corrispondenza. E tuttavia, senza ombra di dubbio, scocca un contatto umano, che può essere anche più intenso che non nel caso dell'arte sensitiva, la quale fa appello diretto alla corrispondenza sentimentale.

Scopo dell'artista moderno è di esprimere le proprie visioni interiori, di individuare il fondo spirituale della vita. La moderna opera d'arte ha abbandonato non soltanto il piano delle cose concrete, “naturali”, sensitive, ma anche il piano dell'individuale. Ha assunto carattere collettivo, e pertanto (anche nella compendiosità del geroglifico pittorico) tocca e interessa non pochi prescelti, ma la massa. Ciò che resta di individuale è il metodo della rappresentazione, lo stile e la qualità dell'opera d'arte. È spesso difficile, per il profano, appurare se le intenzioni dell'artista siano sincere, e i suoi criteri espressivi spontanei, o siano invece frutto di imitazione, o tendano all'effetto più facile. In molti casi l'uomo della strada deve “far l'occhio” a nuovi tipi di linee e di colori. Egli deve imparare il nuovo linguaggio espressivo, proprio come imparerebbe una lingua straniera, prima di poter emettere giudizi sui valori espressivi dell'opera d'arte.

I pionieri dell'arte moderna si rendono evidentemente conto di ciò che chiedono al loro pubblico. Mai gli artisti hanno pubblicato tanti “manifesti”, tante dichiarazioni esplicative delle loro intenzioni, come nel corso del ventesimo secolo. E tuttavia, non è soltanto agli altri che essi cercano di spiegare e di giustificare il loro operato; quei tentativi valgono anche nei confronti di loro stessi. Per la maggior parte, quei manifesti sono artistici attestati di fede — tentativi poetici, e spesso confusi e incoerenti, di chiarire gli strani risultati dell'attività artistica moderna.

Ciò che realmente ha importanza, come è ovvio, è (ed è sempre stato) l'incontro e il contatto diretto con l'opera d'arte. Tuttavia, per lo psicologo che si interessa del contenuto simbolico dell'arte moderna, lo studio di quei manifesti e di quelle apologie è quanto mai istruttivo. Ed è per questa ragione che, nel corso del presente studio, ogniqualvolta sarà possibile, lascerò che siano gli artisti stessi a parlare di sé.

Gli inizi dell'arte moderna si fanno datare ai primi anni del 1900. Una delle più importanti personalità di questa fase iniziale fu Kandinskij, la cui influenza è chiaramente rintracciabile anche in dipinti della seconda metà del nostro secolo. Molte sue idee si sono rivelate profetiche. Nel suo saggio Sulla forma, egli scrive: «L'arte di oggi esprime il mondo spirituale saturato fino al limite della rivelazione. Le forme di questa espressione si polarizzano intorno a due estremi:

1))

rigorosa astrazione;

2))

rigoroso realismo.

Da tali estremi si partono due strade che spesso conducono, in definitiva, a un solo esito. Quei due elementi sono stati sempre presenti nel mondo dell'arte; il primo trovava espressione nel secondo. Oggi sembra che essi si sviluppino secondo direttive distinte. Sembra che l'arte abbia posto un punto finale alla piacevole complementarietà di astratto e concreto, e viceversa».

Per chiarire l'idea di Kandinskij, per cui i due elementi artistici, l'astratto e il concreto, si sono “separati”, ricorderemo che, nel 1913, il pittore russo Casimir Malevič disegnò un quadro, che consisteva esclusivamente in un rettangolo nero su fondo bianco. Si tratta, con ogni probabilità, del primo quadro “astratto” che sia mai stato dipinto. Malevič scrisse: «Nella mia lotta disperata per liberare l'arte dalla zavorra del mondo oggettivo, ho trovato rifugio nella forma del quadrato».

Un anno più tardi, il pittore francese Marcel Duchamp pose su un piedistallo un oggetto scelto a caso (uno scolabottiglie) e lo presentò a una mostra. Scrisse, al riguardo, Jean Bazaine: «Quell'oggetto, distolto dal suo contesto utilitaristico, e come spogliato ed esaurito, è investito della desolata dignità delle cose abbandonate. Buono a niente, o pronto per essere usato, aperto a ogni possibilità, esso è vivo. Vive, sul limite dell'esistenza, la sua vita assurda e imbarazzante. Quell'oggetto imbarazzante — è il primo passo verso l'arte».

Colto nella fatale dignità del suo abbandono, e incommensurabilmente esaltato, a quell'oggetto veniva attribuito un significato che può definirsi soltanto magico. Onde la sua «vita assurda e imbarazzante». Diveniva un feticcio e, al contempo, un oggetto da burla. La sua concreta e reale natura veniva completamente superata.

Così il quadrato di Malevič, come lo scolabottiglie di Duchamp, costituivano gesti simbolici, che non hanno niente a che fare con l'arte in senso stretto. E tuttavia essi valgono a indicare i due poli (“astrazione rigorosa” e “rigoroso realismo”), nello spazio fra i quali può ritenersi compresa l'arte immaginativa dei decenni successivi.

Dal punto di vista psicologico, i due gesti, nei confronti dell'oggetto nudo (la materia) e del nudo non-oggetto (lo spirito), sono indicativi di una lacerazione psichica collettiva che trovò la sua espressione simbolica negli anni che precedettero la catastrofe della prima guerra mondiale. Tale lacerazione aveva incominciato a rivelarsi fino dall'epoca del Rinascimento, manifestandosi nei termini del conflitto fra fede e ragione. Nel contempo, il progresso distoglieva sempre di più l'uomo dai fondamenti istintivi della sua natura, talché si apriva un abisso fra mente e natura, fra conscio e inconscio. Questa opposizione caratterizza la situazione psichica che cerca espressione nell'arte moderna.


 

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