CONSOLI MARIO (*)

Il domani dei popoli

(da “l'Uomo libero”) (a cura di Benedetto Brugia)


Il trionfo del Mondialismo si profila come la fine della Storia, la fine dei popoli, indubbiamente la fine delle civiltà. Uno scenario peggiore di quello immaginato da Orwell si delinea davanti ai nostri occhi. Il dio denaro, simulacro di tutti i meravigliosi dèi che hanno fatto grandi i popoli, sorveglia e incatena una massa informe e atona.

Ma si tratta di un approdo definitivo? Ci saranno ancora zattere o vascelli per riprendere il largo? È questo il quesito fondamentale che si pongono oggi gli uomini liberi.

La storia ci ha abituato al succedersi di periodi di luminose costruzioni di civiltà con oscuri secoli di decadenza, e viceversa. Di ciò siamo pienamente consapevoli. Per quanto profondo sia il pozzo nel quale i popoli sono oggi precipitati, lo spirito dell'uomo non può essere considerato morto; per quanto faticosa e impervia possa essere la strada della risalita, ci sarà senz'altro, come sempre è avvenuto, una minoranza di ardimentosi che saprà armarsi di ramponi e piccozza per iniziare l'ascesa. E i popoli, ancora una volta, sapranno riconoscere chi si dimostra in grado di guidarli verso la libertà.

Ma, per non cadere in un paralizzante fideismo, occorre osservare con estrema attenzione ciò che avviene e individuare i punti dove per prime si formeranno le crepe nei muri della fortezza mondialista.

Sintomi di debolezza già si avvertono.

L'anima delle masse ha un prezzo che deve essere pagato puntualmente, in contanti; non è previsto il credito. L'aumento della disoccupazione, la contrazione dei salari, la scomparsa dello Stato-sociale, l'incremento delle fasce di povertà stanno avvicinando il possibile risveglio di quelle pulsioni nazionali sinora sopite dalla droga del benessere consumistico.

Molti degli inquinamenti causati dall'industrializzazione selvaggia stanno imponendo soluzioni, se non risolutive, che almeno facciano da tampone. Si è calcolato che fra pochissimi anni per ogni macchina da produzione dovrà esserci un'altra macchina di pari, se non di superiore potenzialità, adibita a risolvere i problemi di inquinamento generati dall'altra. E questo innalzerà esponenzialmente i costi di produzione; e non ci riferiamo tanto al denaro — hanno imparato fin troppo bene a inventare soldi dal nulla —, ma, principalmente, ai costi in energia e in lavoro.

Vi sono poi gli errori di calcolo cui gli uomini del Mondialismo appaiono particolarmente avvezzi. Non si tratta di errori sui conti monetari, dove loro sono maestri, ma sulle valutazioni della risposta dell'elemento umano alle loro “grandi manovre”.

«In particolare, molti economisti contemporanei ignorano semplicemente l'eventualità che alcuni preferiscano vivere in un paese dall'economia un po' meno efficiente rispetto a quanto potrebbe essere, per via di diversi ostacoli fra cui il protezionismo. In sostanza, questi economisti danno implicitamente per scontato che le società esistano allo scopo di servire le esigenze della propria economia, anziché l'esatto contrario, e non attribuiscono quindi alcuna importanza alla stabilità dell'occupazione (contano i livelli di profitto), alla preservazione delle tradizioni (per esempio, la tradizionale coltivazione del riso in Giappone) o alla necessità di evitare che le disparità in termini di reddito e di benessere divengano enormi» (1).

Con il crollo dell'impero sovietico i grandi finanzieri, i banchieri internazionali e gli investitori hanno dovuto registrare una pesante battuta d'arresto nei loro programmi. Avevano previsto che l'enorme massa umana controllata dall'URSS divenisse, d'un colpo, un nuovo grande mercato consumistico a completa disposizione del Mondialismo e delle sue speculazioni. Ma la risposta dell'elemento umano è stata tutt'altro che univoca e docile. Sono infatti riemerse questioni religiose, etniche, antiche rivalità nazionali sopite per decenni sotto i cingoli dei carri armati dell'Armata Rossa, ma per nulla spente. L'impero sovietico si è così polverizzato e, sinora, i maneggioni del denaro si sono dovuti accontentare di speculare, attraverso mafie e cricche di politicanti corrotti, solo su una Russia territorialmente mutilata e ridotta alla fame, alla droga, alla delinquenza e al caos sociale (2).

Ci sono poi popoli che hanno già ampiamente dimostrato di saper opporre fortissime resistenze all'omologazione mondialista, come le nazioni arabe e la popolosissima India.

«In India, sia l'ideologia socialdemocratica di buona parte dell'élite istruita, sia il populismo di matrice indù dei loro oppositori, si sono rivelati un ostacolo al turbocapitalismo molto più tenace rispetto ai corrotti rimasugli di comunismo in Cina» (3).

Di questi sintomi di debolezza, nel progetto mondialista, di contraddizioni e di errori di valutazione si comincia a sentire sempre più acuto l'odore. E sono in molti a percepirlo.

Afferma Luttwak: «Vero è che le spinte emotive suscitate da temporanee ristrettezze economiche potrebbero innestare cicli di azione e reazione. Il risentimento suscitato da gravi squilibri negli scambi commerciali, da richieste perentorie di apertura di mercati o da comportamenti stranieri particolarmente invadenti non si limita a causare ondate di critiche. Ogni episodio lascia un durevole residuo di ostilità, acuendo il sentimento di inimicizia verso qualunque paese costituisca la controparte in simili transazioni. Il freddo calcolo di profitti e perdite non è sufficiente a sventare l'esplodere di rivalità geoeconomiche senza limiti» (4).

Alberoni ritiene che «il dio denaro, lasciato solo, produce disoccupazione, disordine, incertezza, violenza. Finché non sorgono movimenti che lo frenano, e ricostituiscono l'ordine sociale. È quanto sta accadendo oggi. L'impetuoso dilagare del capitalismo finanziario ha già cominciato a mettere in moto movimenti destinati a frenare la potenza devastante. Stanno crescendo l'ansia, l'incertezza, lo smarrimento. Ma stanno anche crescendo il bisogno di valori, di radicamento, il desiderio di vivere in comunità forti e dignitose. E queste forze si faranno sempre più vive nel prossimo decennio» (5).

Scrive Accame: «C'è da un lato lo squilibrio tra Stati Uniti, paese più indebitato al mondo, e Giappone, che nonostante le difficoltà in cui versa il suo sistema bancario resta pur sempre il principale creditore nel mondo: il debito USA supera i mille miliardi di dollari (paragonabili al prodotto interno lordo italiano o al nostro debito pubblico) ed altrettanto è il credito nipponico. Stupisce che in queste condizioni si consideri più malato ed a rischio il Giappone degli Stati Uniti. Il vero pericolo potrebbe non venire dallo yen, ma proprio dal dollaro».

«C'è poi lo sviluppo degli investitori istituzionali, i cui bilanci aumentano a ritmi superiori al 10 per cento l'anno: il volume di fondi da essi intermediati è stimato nell'ordine di ventottomila miliardi di dollari, uguale al prodotto annuo dell'economia mondiale. Infine c'è la stima sul valore dei prodotti finanziari derivati, che s'aggira sui sessantamila miliardi di dollari, cioè più del doppio del PIL mondiale. Fazio ha quindi avvertito che nella crisi del Messico (1995) e soprattutto in quella più recente dell'Asia, costata 110 miliardi di dollari in interventi di sostegno, la comunità internazionale ha compiuto uno sforzo finanziario ingente, senza precedenti. Uno sforzo di tali dimensioni difficilmente potrà essere ripetuto» (6).

Lester Thurow arriva a dire: «È impossibile sapere dove e quando esploderà la crisi, e quali dimensioni assumerà. Ma che prima o poi una crisi debba verificarsi è una certezza assoluta. La cosa più probabile è che la crisi si manifesti con una corsa a disfarsi dei dollari» (7).

Di analogo parere si dichiara Massimo Fini: «Il giorno che il colossale volume del denaro in circolazione, o una parte consistente di esso, si presenterà all'incasso per essere convertito in beni, servizi e lavoro che non rappresenta più da tempo, forse da sempre, il sistema crollerà. Ciò avverrà quando venute alla fine meno le condizioni per il suo mantenimento sarà caduta l'illusione che il denaro sia un valore invece di simularlo» (8).

Così si esprime Rifkin: «La crescita della disoccupazione a livello mondiale e l'esasperazione della divisione tra ricchi e poveri stanno creando i presupposti per uno sconvolgimento sociale e una guerra tra classi di proporzione mai vista nell'era moderna. Il crimine, la violenza e i microconflitti aumentano e danno chiari segnali di una tendenza alla crescita per gli anni a venire. Una nuova forma di barbarie ci attende al di là delle mura del mondo moderno: appena al di fuori delle isole di quiete suburbane ed extraurbane e delle “enclaves” urbane popolate da ricchi e quasi ricchi si accalcano orde di esseri umani poveri e disperati: privi di tutto, ma pieni di rabbia e con poche speranze di riuscire ad affrancarsi dalla loro condizione; sono i potenziali sanculotti, le masse che, inascoltate, reclamano giustizia e l'ammissione a godere dei benefici della nuova civiltà. Queste orde continuano a ingrossarsi dei milioni di lavoratori che vengono licenziati e che si ritrovano, dalla mattina alla sera, irrevocabilmente chiusi fuori dai cancelli del nuovo villaggio tecnologico globale» (9).

Cento altre previsioni potrebbero essere formulate, sia su un piano strettamente monetario sia con argomentazioni riguardanti la fragilità dello sviluppo informatico, le conseguenze degli inquinamenti, l'inaridimento dei terreni agricoli, la problematicità di individuare nuove fonti energetiche o altro ancora.

La recente sommossa che ha accolto il summit del WTO a Seattle, negli USA, e che ha costretto le autorità americane a porre la città in stato di coprifuoco e ad effettuare diverse centinaia di arresti, rappresenta un sintomo estremamente significativo.

Occorre comprendere che sono numerosissime le possibilità che il Mondialismo entri in difficoltà e che queste crisi potranno manifestarsi anche in contemporanea, moltiplicando i loro effetti devastanti. Ed è assolutamente certo — si è già visto in diverse occasioni — che, secondo la legge fisica dei vasi comunicanti, le crisi creeranno dei vuoti che tenderanno ad essere riempiti proprio da ciò che il Mondialismo cerca di sopprimere: il senso d'identità dei popoli, la voglia di libertà, le pulsioni religiose e ideali. Sarà la rivincita della politica che dovrà, necessariamente, riprendere in mano le redini delle nazioni.

La subordinazione, netta e indiscutibile, dell'economia alla sfera politica dovrà rappresentare il fondamento su cui costruire il mondo di domani. Solo attraverso questa pregiudiziale sarà possibile sviluppare quella solidarietà e quella partecipazione necessarie al ricompattamento dei popoli.

«Disciplinare le forze dell'economia e adeguarle alle necessità della nazione» (10) fu la direttiva che Mussolini impartì nella consegna per l'anno XI. La sconfitta militare bloccò quel tipo di concezione di governo ed avviò il processo che ha condotto il mondo alla tirannide mondialista.

È da lì che bisogna ripartire. «Politica ed economia» — scrisse Oswald Spengler — «non possono essere separate nella vita delle nazioni. Esse [...] stanno tra di loro come il governo di una nave sta alla destinazione della merce trasportata. A bordo, la figura principale è il comandante, non il mercante...» (11).

Il modello americano imposto all'Europa, insieme al dollaro, dovrà essere rimosso e rigettato. Al posto della società multirazziale si vorrà, fortemente, ritrovare la compattezza etnica e culturale, e si rifonderà un nuovo corpo di valori originali, come punto di collegamento tra il passato — del quale si sarà ritrovato l'orgoglio — e un futuro di libertà.

«La solidarietà interna dei popoli deriva tuttora da una comune identità nazionale che esiste soltanto nella misura in cui esclude tutti gli altri popoli». «Essere francesi, italiani o anche brasiliani equivale a un “noi” molto più specifico rispetto al “noi” multiculturale degli americani e racchiude una carica emozionale ben più forte» (12).

*   *   *

Il compito degli uomini liberi oggi deve essere quello di preparare il tempo del cambiamento, infondendo nelle coscienze delle minoranze più sensibili la consapevolezza delle cose e le idee sulle future costruzioni. Contro il virus della pavida accettazione dello “status quo”, occorre infondere il seme della volontà di rivolta.

Il domani è ancora tutto da conquistare.

________________

(*)

Ringrazio, per la preziosa collaborazione, gli amici Piero Sella, Sergio Gozzoli, Gianantonio Valli, Salvatore Verde, e mia figlia Elena.

(1)

E. N. Luttwak, op. cit.

(2)

«Recentemente il ministero degli Affari sociali russo ha calcolato che il 25 per cento della popolazione è scivolato al di sotto del livello di sussistenza». (N. Chomsky, op. cit.).

(3)

E. N. Luttwak, op. cit.

(4)

E. N. Luttwak, op. cit.

(5)

F. Alberoni, op. cit.

(6)

G. Accame, op. cit.

(7)

Lester Thurow, Il futuro del capitalismo, Mondadori, 1996, p. 253.

(8)

M. Fini, op. cit.

(9)

Jeremy Rifkin, La fine del lavoro, Baldini & Castoldi, 1997, p. 455.

(10)

Benito Mussolini, Messaggio nell'undicesimo anniversario della Marcia su Roma, 27 ottobre dell'anno XI E.F. (1933).

(11)

Oswald Spengler, Anni della decisione, Edizioni di Ar, 1994, p. 50.

(12)

E. N. Luttwak, op. cit.


 

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