CONSOLI MARIO

Le sovranità nazionali

(da “l'Uomo libero”) (a cura di Benedetto Brugia)


Nel febbraio del 1992 viene firmato il Trattato di Maastricht; nel giugno del 1998 nasce la Banca Centrale Europea. Questi due avvenimenti segnano la perdita di sovranità monetaria dei paesi firmatari.

Una nuova autorità, completamente sganciata da quella politica, inizia ad operare in assoluta autonomia.

«La Banca Centrale Europea può essere inquadrata nella categoria [...] delle autorità indipendenti, non gerarchicamente sottoposte al governo, alle quali la legge assegna un fine ben definito [...] e adeguata discrezionalità amministrativa» (1).

«Non esiste indipendenza altrettanto splendida quanto quella di cui gode la Banca Centrale Europea: non deve accettare istruzioni né dai governi, né dalla stessa Unione Europea [...], né dal Parlamento europeo. Siamo in presenza di un potere veramente sovrano, ceduto irrevocabilmente a un'istituzione capeggiata da un presidente di banca centrale, selezionato e consigliato da altri presidenti di banche centrali, a loro volta reclutati e formati dai loro predecessori nella rispettiva banca centrale. La Banca Centrale Europea, che nessuno ha eletto, ha assunto il controllo totale ed esclusivo sulla politica monetaria di tutti gli Stati membri fin dall'atto dell'inaugurazione, il 1° gennaio 1999. Libera da ogni interferenza democratica, essa potrà invece interferire a piacimento in tutto quanto riguarda il denaro in ogni Stato membro» (2).

Afferma inoltre Giuseppe Guarino: «Non tutti i poteri negati allo Stato sono diventati poteri dell'Unione. [...] Vi è un'enorme area, quella della disciplina dell'economia, che viene sottratta a ogni intervento sia dello Stato, sia dell'Unione» (3).

Non sono più i governi, in buona sostanza, a determinare la politica monetaria del proprio paese, ma un organo esterno, cui è demandata l'autorità di stabilire i parametri di sviluppo e di bilancio entro i quali i singoli governi debbono muoversi, nonché gli obbiettivi economici che devono essere perseguiti.

«Oggi le banche centrali e i governi sembrano molto più preoccupati di soddisfare i mercati finanziari che di porre obbiettivi di benessere sociale ed economico» (4).

Conseguentemente anche la politica — le riforme istituzionali e ogni aspetto della vita nazionale — risulta ingabbiata da steccati inviolabili e, fuori da ogni demagogia e propaganda, la libertà dello Stato, e quindi di tutti i suoi cittadini, rimane lettera morta.

Questo avviene sempre quando una nazione perde la propria sovranità: particolarmente quando si tratta di quella monetaria, finanziaria e quindi economica.

«Datemi il diritto di emettere e controllare il denaro di una nazione, e m'infischierò di chi detta le leggi» ebbe ad affermare Meyer Amschel Rothschild» (5).

E ciò che sta avvenendo in Europa, similmente, si sta compiendo quasi in ogni parte del mondo. «Per mezzo del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo, e del GATT, la concezione americana si è diffusa nel mondo in via di sviluppo: qualcuno direbbe che è stata imposta» (6).

«In altri paesi l'avanzata del turbocapitalismo è soltanto agli inizi. In Corea del Sud, per esempio, l'effettivo controllo sulla grande impresa esercitato dalle banche, a loro volta controllate dal governo (sistema che, insieme con il protezionismo, si è rivelato sicuramente efficace nel bloccare la diffusione del turbocapitalismo), è stato abolito nel 1998, per ordine del Fondo Monetario Internazionale» (7).

Si tratta di tante tessere collocate, una dopo l'altra, in un unico, grande mosaico, quello del potere mondialista. E dove gli Stati cercano di resistere, di opporre difese alla propria sovranità, giunge la violenza dei mercati e i ricatti della finanza internazionale e degli istituti monetari preposti ad imporre il “nuovo corso”.

«I movimenti della finanza non sono incontrollabili tanto per inadeguatezza degli Stati, quanto perché le tendenze oggi prevalenti della cultura economica liberista hanno portato a svincolarli giuridicamente da ogni controllo» (8).

«Sta emergendo una nuova forma di democrazia (ma dubito che la parola giusta per definirla sia ancora democrazia) in cui le politiche non sono proposte dai governi e decise dai parlamenti, ma proposte e non di rado decise dai mercati finanziari, soprattutto da quello internazionale. Il “voting power” (potere di voto) non è più nelle mani del popolo, ma da chi detiene le leve finanziarie mondiali» (9).

Altra potente arma per privare le nazioni della propria sovranità si è dimostrata quella dei prestiti (10). Quando i debiti vengono contratti con gli enti monetari internazionali, è a questi, in pratica, che i governi debbono ubbidire, ed abbiamo ben visto quali forze sottendano questi enti e quali interessi tutelino.

«I governi con grandi debiti sono [...] nelle mani degli investitori, nazionali o esteri, che possono spostare i loro investimenti su altre valute» (11).

Quando una nazione consente la vendita a capitali esteri della propria industria, dei propri servizi, pezzo dopo pezzo, di tutto il proprio apparato economico, l'autorità politica si volatilizza sino a ricoprire un ruolo puramente formale, e la sovranità svanisce inesorabilmente. È a questo punto che entrano in gioco, con conseguenze devastanti e socialmente pericolosissime, le privatizzazioni.

«Ciò che i profeti del turbocapitalismo celebrano, predicano e chiedono [...] è la privatizzazione di ogni genere di servizi di proprietà dello Stato e la trasformazione di pubbliche istituzioni, dalle università e dagli orti botanici alle carceri, dalle scuole e dalle biblioteche alle case di riposo per anziani, in aziende private gestite nell'ottica del profitto» (12).

La vendita degli enti pubblici è effettuata da parte dello Stato al capitale privato che si compone, in minima parte, di risparmiatori nazionali (13) e, per la fetta più grande, di investimenti internazionali. Ciò significa che quando in Italia le poste, gli ospedali, i trasporti, l'energia elettrica, le università, le autostrade, ecc. saranno tutti privatizzati, le poste, gli ospedali, i trasporti, l'energia elettrica, le università, le autostrade e tutto il resto smetteranno di essere un bene italiano a disposizione degli italiani. E smetteranno anche di essere gestiti con il criterio del servizio pubblico: diverranno aziende funzionanti esclusivamente nell'ottica del profitto economico e quando dovessero diventare passive, potrebbero anche chiudere in quattro e quattr'otto, come una qualsiasi fabbrica obsoleta o una bottega che non rende più.

Si configurano quindi, sempre più chiaramente, uno Stato e un governo ridotti al ruolo di prestanome di una società i cui proprietari — quelli che decidono — non hanno nulla a che vedere con quella nazione. Inoltre si profilano costi sociali sempre più alti, che evidentemente sono a carico esclusivo dell'erario, quindi dei contribuenti, quindi soprattutto dei cittadini.

Il capitale estero infatti trova sempre il sistema di evitare le tasse o di pagarne il meno possibile — molte aziende diventano multinazionali proprio per questo —; quindi le spese dello Stato devono essere coperte da un numero sempre più esiguo di contribuenti. Il che significa che per i cittadini le tasse sono destinate ad aumentare sempre di più. Poi, in ogni caso, lo Stato rimarrà, anche quando avrà privatizzato tutto, il destinatario finale delle necessità sociali, che dovrà in qualche modo risolvere, andando incontro a nuove spese che si tradurranno, ancora una volta, in inasprimenti fiscali.

Quando i “privati” non avranno più interesse a mantenere in vita una linea ferroviaria, un ospedale, una centrale elettrica o qualsiasi altro servizio indispensabile, non sarà forse costretto, lo Stato, a pagare i “privati” per garantire il proseguimento del servizio? Con la differenza che allora non si tratterà più di coprire dei costi, ma di pagare dei profitti mancati. Ed evidentemente si tratta di cifre molto differenti tra di loro.

Con le privatizzazioni lo Stato si pone in condizione di essere costantemente ricattato dalla finanza privata; prevalentemente da quella internazionale.

Se si pensa, ad esempio, alla fantamiliardaria somma che lo Stato ha pagato in decenni di pubblica assistenza per rimborsare alle case farmaceutiche le medicine distribuite ai cittadini, e le si confronta coi costi, ben più ridotti, che avrebbe dovuto sostenere quello Stato che avesse prodotto in proprio almeno i medicinali più importanti, si ha un'idea della situazione che, prima o poi, si dovrà affrontare e risolvere in ogni nazione che oggi, in maniera totale e indiscriminata, ha scelto la via delle privatizzazioni.

E questo è solo uno degli aspetti, preoccupanti e negativi, del destino dei popoli che perdono la sovranità economica, quindi la libertà di scegliersi politica e leggi in autonomia ed originalità.

«Fino a quando il denaro era tenuto, più o meno, al guinzaglio della politica, i suoi fenomeni degenerativi potevano essere, in qualche misura, contenuti. Ora che al guinzaglio ci siamo noi, le conseguenze della divaricazione fra la sua astratta purezza e la carnale concretezza dell'essere umano si sono fatte particolarmente drammatiche» (14).

D'altronde, ci conferma la Sassen, nel regno del Mondialismo «la cittadinanza economica non appartiene ai cittadini. Appartiene alle imprese e ai mercati, soprattutto ai mercati finanziari globali, e non risiede negli individui, né nei cittadini, ma negli attori economici a livello globale. Il fatto di essere globali conferisce potere a questi attori nei confronti dei singoli governi» (15).

«La sovranità è insita nel potere di battere moneta» asserì Ezra Pound (16). E gli Stati nazionali si sono garantiti lo stralegittimo diritto di battere moneta per più di 2.600 anni.

Oggi, oltre al dilagare del denaro virtuale, all'infinito circolare del quasi-denaro, all'imposizione di un dollaro inconvertibile quale unica moneta internazionale, si è giunti anche ad una valuta il cui controllo è completamente sottratto ai governi delle nazioni.

La sovranità nazionale è ormai un bene perduto e, con essa, lo stesso contenuto della libertà.

________________ 

(1)

Francesco Papadia-Carlo Santini, La Banca centrale europea, Il Mulino, 1998, p. 31.

(2)

E. N. Luttwak, op. cit.

(3)

Giuseppe Guarino, Verso l'Europa, ovvero la fine della politica, Mondadori, 1997, p. 74.

(4)

S. Sassen, op.cit.

(5)

G. Barnes, op. cit.

(6)

S. Sassen, op. cit

(7)

E. N. Luttwak, op. cit.

(8)

G. Accame, op. cit.

(9)

Paolo Savona, La disoccupazione e il terzo capitalismo, Sperling & Kupfler, 1997, p. 97.

(10)

Ha scritto Gertrude Coogan: «Gli Stati amministrati in modo onesto non hanno mai bisogno di prendere a prestito denaro dagli stranieri per pagare le spese interne» (G. M. Coogan, I creatori di moneta, Edizioni di Ar, 1998, p. 85). Sullo stesso argomento fa riflettere questo aneddoto riferito da Giacomo Barnes: «Mi ricordo una volta quando ero a New York nel 1938 che m'incontrai con il famigerato ebreo — amico e consigliere di Roosevelt — Barney Baruch. Nel corso della conversazione che ebbi con lui sulla politica finanziaria del presidente statunitense, chiamata eufemisticamente il “New Deal”, egli mi disse: “La grandezza delle nazioni può essere computata dalla grandezza dei loro debiti pubblici”. Naturalmente rispondendogli ebbi buon gioco. Gli dissi: “E la felicità delle nazioni può essere computata dall'assenza dei debiti”. Infatti, è interessante osservare che nelle piccole nazioni, prevalentemente agricole, che non interessano né gli ebrei né gli alti papaveri dell'alta finanza, e dove la classe rentier è più unica che rara, la povertà non è mai cospicua e l'indigenza praticamente inesistente» (G. Barnes, op. cit.)   

(11)

S. Sassen, op. cit.

(12)

E. N. Luttwak, op. cit.

(13)

Per non allarmare la pubblica opinione, i “mass media” sono impegnatissimi nel propagandare solo la vendita delle azioni ai risparmiatori nazionali. Si sforzano, con ciò, di dare l'impressione che le privatizzazioni siano solo un passaggio di proprietà dallo Stato ai cittadini, ma la realtà è molto diversa.

(14)

M. Fini, op. cit.

(15)

S. Sassen, op. cit

(16)

E. Pound, op. cit.


 

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