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CONSOLI MARIO Il lavoro nel mondo globalizzato (da “l'Uomo libero”) (a cura di Benedetto Brugia) Una delle vittime del Libero Mercato e della globalizzazione è il lavoro. Il rapporto tra l'uomo e il lavoro nasce dalla duplice esigenza di procurarsi beni per la sopravvivenza e di contribuire alle necessità della comunità cui si appartiene. Si tratta quindi di una necessità, ma anche di un ruolo che rende l'uomo partecipe e corresponsabile del bene comune (1). Nel corso dei secoli il lavoro ha consentito all'individuo di ottenere molto più che la semplice sopravvivenza: ha appagato la sua creatività, la sua spiritualità — anche l'arte è lavoro — e soprattutto gli ha consentito un organico inserimento nella società. Ha cioè reso possibile all'individuo ricoprire un ruolo sociale, quindi di raggiungere quel prestigio e quella dignità che contribuiscono a dare senso alla vita. «Il prestigio, inteso come posizione sociale dell'individuo in seno al gruppo, è sempre stato un interesse primario dell'uomo. Solo che un tempo era determinato da caratteristiche (la forza fisica, l'onore, la dignità, la generosità, la sapienza, l'appartenenza a un certo gruppo) che nulla avevano a che fare con la sfera economica; la ricchezza ne era casomai una conseguenza. Tanto che si poteva avere prestigio senza essere ricchi» (2). Il salario o il guadagno sono stati senza dubbio una delle finalità del lavoro, ma spesso non la principale. Oggi invece l'unica motivazione che spinge l'uomo è l'acquisizione di denaro. L'impiego viene scelto privilegiando due soli parametri: la minor fatica e il massimo guadagno possibili. Di utilità sociale, di ruolo, di decoro o dignità neanche l'ombra. Anche l'affezione al lavoro è un lontano ricordo. La figura del giovane che inizia un'attività per perfezionarla durante tutta la vita, rimanendole sempre attaccato, privilegiando anche la fedeltà all'azienda del primo impiego, ha lasciato decisamente il posto a una specie di lavoratori-zingari o, per dirla tecnicamente, precari o interinali. Stanno diventando sempre più numerose le persone che arrivano alla fine della propria vita lavorativa collezionando molteplici tipi di mansioni, spesso completamente differenti tra di loro, evidentemente a grande scapito della qualità delle professioni. Una volta chi andava in pensione conservava, con orgoglio, la propria dignità lavorativa e lo si qualificava evidenziando il ruolo che aveva ricoperto. Ieri c'erano ferrovieri a riposo, artigiani a riposo, insegnanti a riposo, militari a riposo, magistrati a riposo, e così via; oggi ci sono solo anonimi pensionati. Questa dequalificazione del lavoro e questo suo sganciamento da un preciso e stabile ruolo sociale, ha introdotto pesanti e preoccupanti elementi di instabilità e insicurezza cui si aggiungono le crescenti minacce di disoccupazione e la concorrenza delle masse di immigrati che stanno invadendo le nostre regioni. Da una parte assistiamo ad una tecnologia esasperata che riduce drasticamente la domanda di posti di lavoro per i processi produttivi e dall'altra alla globalizzazione, che porta inevitabilmente ad una riduzione delle retribuzioni. Abbattute le barriere nazionali, distrutte le possibilità di tutela da parte dei singoli Stati dei diritti dei propri lavoratori, l'inesorabile legge della concorrenza impone ai salari sempre più uno schiacciamento verso la proverbiale ciotola di riso del cinesino ed un allontanamento di quello stipendio decoroso e tutelato, conquista di equilibrio, giustizia e civiltà raggiunta soprattutto dai popoli europei. «La globalizzazione arricchisce i paesi poveri in via di industrializzazione, impoverisce la maggioranza benestante dei paesi ricchi e aumenta a dismisura il reddito dell'1 per cento della popolazione di entrambe le aree che ha il privilegio di dirigere le operazioni» (3). Questo tipo di sviluppo ha già raggiunto anche da noi una fase di grande accelerazione ma, per veder ancor più chiaramente quale futuro ci viene preparato, è opportuno sbirciare ancora all'interno di quella società che ci viene indicata come modello e meta per il domani, quella americana. Luttwak ci offre una radiografia precisa e dettagliata: «Ovunque giunga, il turbocapitalismo (4) genera nuova ricchezza dalle risorse sprigionate dall'eliminazione, in nome della concorrenza, di prassi inefficienti, di aziende e intere industrie in precedenza di proprietà statale, o sovvenzionate, o protette da dazi e regolamentazioni. Al pari eliminati risultano naturalmente anche i posti di lavoro un tempo sicuri dei dipendenti che vi lavoravano, mentre al contempo gli artefici e i beneficiari del nuovo corso si arricchiscono a una velocità mai vista prima, o in una proporzione che non ha precedenti» (5). La regola numero uno del sistema è il massimo utile possibile, non importa a quale prezzo per gli uomini. «I veri tagli ai costi, quelli che Wall Street anticipa facendo salire le quotazioni delle azioni, ricompensando non a caso i massimi dirigenti dal licenziamento facile che magari hanno qualche opzione sul titolo, non vengono dai paroloni dei consulenti di impresa bensì da vere e proprie ondate di estromissione a cascata: segretarie preposte a rispondere al telefono, sostituite da messaggerie vocali; segretarie preposte alla stesura della corrispondenza, sostituite da elaboratori di testi, schede fax e posta elettronica; segretarie addette all'archiviazione, rimpiazzate da memorie elettroniche; capiufficio non più necessari perché non c'è nessuno di cui essere a capo; impiegati di basso livello, sostituiti dall'elaborazione dati; responsabili amministrativi che non hanno più nessuno di cui essere responsabili; e quadri intermedi, non più necessari per vigilare sugli impiegati di concetto e sul personale amministrativo, visto che sono stati licenziati» (6). «Le aziende americane hanno imparato» — ammette l'insospettabile Furio Colombo — «che se io questo pomeriggio licenzio mille persone, domani mattina le azioni della mia azienda valgono decine di milioni di dollari in più» (7). E l'aumento della disoccupazione, per la regola della domanda e dell'offerta, porta ad una diminuzione dei salari. «La nuova economia del terziario» — ribadisce Luttwak — «paga meno rispetto alle sorpassate industrie in cui i lavoratori fabbricano ancora beni materiali». «La categoria dei top manager guadagna molto più di un tempo, i quadri intermedi molto meno». «Il 50-55enne maschio, bianco, con istruzione superiore, ex dipendente di azienda ed ex esempio di sogno americano [...], oggi campa fra risparmi, subipoteche sulla casa [...] ed è divenuta una figura assai familiare negli Stati Uniti contemporanei» (8). «La Boeing è riuscita a licenziare circa 45.000 dipendenti fra il 1992 e il 1996». «Una ricerca condotta dall'American Management Association su 720 imprese di recente sottoposte a ristrutturazione, indica che il 30 per cento si è ripreso gli ex dipendenti, ma in affitto e senza pagare contributi pensionistici e sanitari» (9). «I dirigenti d'azienda si sentono liberi di trattare la forza lavoro alla stregua di una merce “usa e getta”, forti della facilità con cui si reperisce altro personale da assumere quando e dove sia necessario». «Termine massimo di sei mesi è previsto per l'assistenza pubblica ai disoccupati, rispetto ai dodici o ai ventiquattro mesi dell'Europa occidentale». «La retribuzione oraria netta di sette americani su dieci risulta stagnante o in costante calo in termini reali fin dagli anni Settanta». «Ogni lavoratore dipendente, con la sola eccezione delle alte dirigenze, deve recarsi al lavoro ogni giorno senza sapere se potrà tornarvi anche l'indomani» (10). «Negli Stati Uniti le retribuzioni hanno iniziato a convergere lentamente con quelle dei paesi del Terzo Mondo e, ormai da tempo, risultano nettamente al di sotto del corrispondente livello tedesco o giapponese» (11). Anche Chomsky constata: «Negli ultimi quindici anni per la maggior parte della popolazione di questo paese i redditi hanno subito una stagnazione o un decremento, mentre le condizioni di lavoro e la sicurezza dell'impiego sono peggiorate; un fenomeno senza precedenti è rappresentato dal fatto che questa tendenza si è mantenuta anche dopo la ripresa economica. Le disuguaglianze hanno raggiunto livelli sconosciuti da settant'anni e senz'altro superiori a quelli degli altri paesi industriali. Gli Stati Uniti hanno un livello di povertà infantile superiore a quello di tutte le altre società industriali» (12). «Dove più elevata è la capitalizzazione, vi sono meno posti di lavoro, e viceversa» puntualizza Luttwak. «Tra il 1968 e il 1995 la retribuzione annua media di un ingegnere laureato e con dodici anni di esperienza è calata del 13 per cento in dollari costanti». «Gli Stati Uniti non hanno mai rappresentato una società particolarmente egualitaria nella distribuzione del reddito, tuttavia l'estrema sperequazione di oggi è stata raggiunta solo con l'arrivo del turbocapitalismo» (13). Con la cronicizzazione della politica dei licenziamenti, come ovvio, si esaspera il fenomeno della mobilità che, nel caso specifico, oltre a far rimbalzare i lavoratori da un posto all'altro e da un settore all'altro, ha assunto decisamente la fisionomia di una “mobilità verso il basso”. «Camerieri, cameriere, portieri e così via, un tempo neri a basso livello di istruzione, oggi sono in prevalenza bianchi, con tanto di diploma di maturità e perfino di laurea» (14). Le previsioni ci indicano che nella prossima ventina d'anni, «in luogo dell'attuale 70 per cento di occupati nell'agricoltura, nell'industria e nei servizi pubblici, la quota di forza-lavoro così impiegata scenderà al 48 o al 37 per cento» (15). «Negli Stati Uniti l'ortodossia monetaria svaluta il lavoro per non svalutare il denaro, ma invece di creare disoccupazione, crea un calo delle retribuzioni: oltre metà di tutti i posti di lavoro dell'economia statunitense sono oggi meno remunerati rispetto a vent'anni fa, a valore del dollaro costante» (16). «Negli Stati Uniti gli unici piccoli negozi sopravvissuti in città e campagna, oltre alle boutique specializzate e agli esercizi di ristorazione, sono i piccoli empori, in realtà appartenenti alla catena 7-11 o ad altri giganti, i quali impiegano commessi sottopagati che lavorano a turni» (17). Le multinazionali, con frequenza sempre più ossessiva, ci vengono a parlare di “competitività a livello globale”, di “aumento dei profitti” e di “licenziamenti in massa”, come di elementi strettamente interconnessi e quindi caparbiamente perseguiti. Lo scenario che ci è presentato da Luttwak risulta talmente allarmante che molti potrebbero ritenerlo non così facilmente importabile in Europa. A chiarirci le idee, in modo breve e inequivocabile, è giunto il presidente del Consiglio D'Alema, l'11 settembre '99, quando, inaugurando la Fiera del Levante a Bari, ha affermato: «È finito il tempo del posto sicuro ed è giunto quello del lavoro interinale: se in America non si fosse dato ampio spazio al lavoro precario, oggi in USA avremmo un tasso di disoccupazione maggiore che a Reggio Calabria». E, a rincarare la dose, il presidente della Repubblica Ciampi, durante la sua recente visita a L'Aquila, ha dichiarato: «Ormai non si entra più in fabbrica per restarci tutta la vita». Le ultime statistiche indicano che in Germania l'attuale percentuale dei lavoratori precari è del 30 per cento; dieci anni fa era del 10 per cento (18). D'altronde l'inclinazione a considerare il lavoro nulla di più che uno dei fattori della produzione si era sempre manifestata presso tutte le teorie economiche liberiste. Con grande disinvoltura e con evidente disprezzo di ogni esigenza sociale, il popolo è considerato manodopera e, come tale, costo da ridurre e contenere il più possibile, nel superiore interesse dell'economia di mercato. Jeremy Bentham scriveva: «Nello stadio più elevato della prosperità sociale la grande massa dei cittadini molto probabilmente possiederà poche risorse oltre al suo lavoro quotidiano e sarà di conseguenza quasi sempre vicina all'indigenza». E David Ricardo teorizzava che «solo l'individuo ridotto alla fame, o che comunque stesse appena sopra il livello minimo di sussistenza, era veramente funzionale al mercato del lavoro. “Nell'arco di tutto questo sviluppo”, osserva Polanyi, “la società umana era diventata un accessorio del sistema economico”» (19). «Il feudatario, il maestro, il proprietario della bottega tiene alle sue dipendenze una persona in quanto tale; oggi si acquista, col denaro, la forza-lavoro, che è energia umana, in quanto merce, e la si oggettivizza. Il feudatario prende ai suoi ordini l'uomo in quanto uomo, l'imprenditore l'uomo in quanto oggetto. È vero che il lavoratore, come la prostituta, concede solo una parte di sé, tenendo fuori dal rapporto il resto della sua persona, ma, esattamente come la prostituta, si vende come oggetto» (20). Già Simmel aveva affrontato questo tema: «Nell'essenza del denaro si percepisce qualche cosa dell'essenza della prostituzione. L'indifferenza con cui si presta ad ogni utilizzazione, l'infedeltà con cui si separa da ogni oggetto, perché non era veramente legato a nessuno, l'oggettività, che esclude qualsiasi rapporto affettivo e lo rende adatto a essere un puro mezzo, tutto ciò determina un'analogia fatale tra denaro e prostituzione» (21). Il lavoro occupa la maggior parte del tempo vissuto dall'uomo contemporaneo, e ciò non può che influire totalmente sulla sua vita. Appare quindi evidente come la dequalificazione del lavoro si traduca in dequalificazione dell'uomo, della sua esistenza, della sua dignità. ________________ |
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Oggi è il giorno
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