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TRIPODI NINO Il fascismo secondo Mussolini Il fascismo dinanzi alla vita e all'uomo Mussolini apre le sue pagine delineando i caratteri generali del fascismo, il quale, come ogni salda concezione politica, è prassi ed è pensiero. È cioè azione che si sviluppa correlativamente a contingenze di luogo e di tempo e perciò col realismo implicito a tutti i movimenti umani non ispirati a vuote teorie, ma alle esigenze del momento storico. Però questa azione, egli aggiunge, non è disgiunta da un intimo contenuto ideale: esso, salvandola da un agnostico praticismo, la eleva a formula di verità nella storia superiore del pensiero. Precisato è così il legame tra il precetto mussoliniano e la tradizione italiana. La verità, secondo la definizione di Tommaso d'Aquino, è nella corrispondenza del pensiero con l'azione, ed è vera solo la formula di quei movimenti i cui fatti politici sono contestuali all'elaborazione dottrinaria. La concomitanza fra il pensare e il fare, la simultaneità produttiva di idee e di avvenimenti, ha l'impronta della gente italica. La natura degli italiani rifugge dagli astrattismi e dalle interpretazioni aridamente logiche del mondo. Essa detta ai romani il «cave a consequentiariis», a Leonardo fa dire prive di verità le discipline «che principio e fine hanno soltanto nella mente», a Galileo suggerisce che «nulla di nuovo la logica può trovare da sola». Induce Giordano Bruno ad autodefinirsi «academico di nulla academia» e porta infine Vico a liberarsi da ogni «affetto di setta», cioè da ogni pregiudiziale scolastica nell'interpretare la storia. Per restare nella tradizione realistica italiana, Mussolini rifiuta qualsiasi armamentario di dottrine astratte. Poiché ogni sistema è un errore e ogni teoria una prigione, egli si definisce in varie occasioni aristocratico e democratico, conservatore e progressista, reazionario e rivoluzionario, legalitario e illegalitario; «batte a tutte le porte col vento della propria eresia», romantica ma espressiva frase scritta da lui sul Popolo d'Italia il 23 marzo 1921; asseconda tutte le circostanze nelle quali la politica è costretta a vivere e ad agire, poiché, tornerà ad affermarlo il 25 maggio 1935 alla Camera dei deputati, «il realismo politico deve stare a fondamento della [sua] azione». Il fascismo dinanzi alla vita e all'uomo Il riscontro della prassi e del pensiero fascista è la vita, la vita nella sua realtà e con le sue leggi, la vita inquadrata in una «concezione organica del mondo» e non cerebralmente congetturata nella mente dei filosofi. Mussolini avverte che il fascismo non può essere inteso in molti dei suoi atteggiamenti pratici se non si tiene presente il suo modo di concepire la vita. Modo, aggiunge subito sinteticamente, spiritualistico. E spiega che, contro la visione dell'uomo schiavo di una legge brutalmente naturale, istintivamente determinato nei suoi atti dal piacere egoistico e momentaneo, l'uomo del fascismo vive nella Nazione e per la Patria, sente la legge morale che lega gli individui e le generazioni in una missione comune, supera gli istinti edonistici e limitati entro i confini della materia, e instaura invece nel dovere una superiore vita spirituale, libera dai vincoli pesanti del tempo e dello spazio. Già nel 1922, su Gerarchia, aveva scritto: «Se è vero che la materia è rimasta per un secolo sugli altari, oggi è lo spirito che ne prende il posto... Tutte le creazioni dello spirito, a cominciare da quelle religiose, vengono al primo piano... Quando si dice che Dio ritorna, si intende affermare che i valori dello spirito ritornano». La concezione mussoliniana della vita ha perciò due presupposti: quello realistico, contenuto nella necessità di avere perennemente presente «un concetto della realtà transeunte e particolare su cui bisogna agire»; e quello spiritualistico, rappresentato dal potere che la volontà umana possiede di guidare la realtà, di piegarla ai propri orientamenti, di farsi artefice della storia. Mussolini torna spesso nella Dottrina su questo concetto della «volontà umana dominatrice di altre volontà», poiché egli eleva la forza volitiva dell'uomo a elemento essenziale della logica del fascismo. Va ricordato sin da ora, e ci torneremo in seguito, che l'incidenza di una filosofia della volontà sulla formazione del pensiero fascista risale al sindacalismo rivoluzionario di Sorel, teoricizzato da Bergson e propagandato in Italia da Mussolini, Corridoni, Orano, Leone, Panunzio, Dinale e altri. Il sindacalismo soreliano intendeva proiettare le masse in un attivismo insurrezionale, creando direttamente in esse, al di fuori dei partiti, l'orgoglio di una volontà operante. Nota la Sarfatti che Nietzsche e Stirner non sarebbero bastati da soli a chiarire al giovane Mussolini il concetto della «volontà disciplinata»: occorreva Sorel perché l'elemento volitivo si svincolasse dal presupposto anarchico e astrattamente ribelle, e si coordinasse con la società. Nel 1908, su Pensiero romagnolo, Mussolini aveva pubblicato in tre puntate un saggio di commento a Nietzsche, intitolato La filosofia della forza. In esso aveva esaltato il «fortemente volere» dell'uomo per la creazione storica. Dopo quasi trent'anni torna a sostenere che porre la volontà al centro della vita e intenderla come «la chiave magica che apre la porta alla potenza», onde «dove vi è una volontà vi è una strada», significa non concepire più la vita come mossa soltanto dalla riflessione logica, o solo librata sull'ala di una mistica ascetica e contemplativa. Significa invece riservare la creazione della storia a quelli che egli stesso, fin dall'articolo Audacia, sul primo numero del Popolo d’Italia nel 1914, aveva chiamato uomini vivi, cioè dotati di forza ideale e reale, impegnati in una lotta continua con la natura, atleti capaci di piegare con lo spirito la materia e di camminare verso stadi di esistenze più nobili e orgogliose. Se questi uomini, per questa concezione, fanno dunque la storia, il centro di tutta la vita è nell'uomo, il quale «con la sua libera volontà può e deve crearsi il suo mondo». L'uomo è postulato da Mussolini attivo e impegnato nell'azione con tutte le sue energie, virilmente consapevole delle difficoltà che ci sono e pronto ad affrontarle e a superarle. Dirà anche: «Chi si ferma è perduto». Perciò per il fascismo la vita non può essere concepita che come lotta, spettando all'uomo conquistarsi quella che è veramente degna di lui, col creare prima di tutto in se stesso lo strumento per edificarla. Se l'uomo è libero di volere, e la volontà capace di autodeterminarsi eticamente e politicamente, così gli individui come i popoli sono responsabili del loro destino. «In gran parte responsabili» precisa però in altre pagine Mussolini, perché anche il destino ha una forza provvidenziale e divina che può andare oltre la limitata antiveggenza umana. Ma quel che appunto distingue il valore dei popoli, cioè degli individui storicamente considerati, quel che misura la loro forza genetica della storia, è «la condotta di fronte al destino»; cioè il potenziale di coscienza e di energia che essi attingono dalla stirpe per trarne stimolo nei momenti delle grandi crisi. C'è allora, egli dice, il debole che si piega, o c'è il forte che non si rassegna e cerca di fronteggiare il destino e di forgiarsene uno migliore. Bisogna intendersi sul significato dello spiritualismo volitivo di cui parla Mussolini. Esso vale in quanto rivendicazione della vita da ogni tentativo di mortificazione materialista, cioè di riduzione di essa a una manifestazione zoologica comandata da leggi fisiche. Mussolini crede esserci invece qualcosa che trascende la materia, ed è lo spirito dell'uomo in perpetua lotta con essa e tanto più vittorioso quanto più deciso ad affrontarla. Il potere dello spirito non deve essere confuso con l'onnipotenza dell'idea. Lo spirito contiene l'idea in quanto processo della mente pensante, ma non è soltanto idea. Contiene la ragione, ma non soltanto la ragione. Le sconfinate forze del sentimento, delle passioni, dell'intuizione, della fede, convergono in esso, in una integrità armonica nella quale l'uomo si completa. Inoltre il mondo, per Mussolini, non si riduce a una formula monistica. Nella Dottrina egli parla di due realtà: una transeunte e particolare, e una permanente e universale. Parla di elementi immanenti e di elementi trascendenti. Soprattutto accentua questo perenne contrasto, questo dualismo combattivo, tra l'uomo e il mondo che lo circonda, tra lo spirito e la materia. Non c'è posizione scolasticamente idealistica in questo, nonostante che l'idealismo abbia cercato di incapsulare nei suoi schemi logici il fascismo, fraintendendo l'esaltazione mussoliniana dei valori spirituali dell'uomo e della storia col proposito di spiegare l'uomo con l'uomo e di conferire alla storia valore di assoluto. L'idealismo falsa il concetto fascista del rapporto fra prassi e pensiero. Se il fascismo dà alla dottrina un contenuto ideale che la elevi verso la verità, contemporaneamente tiene conto delle contingenze concrete per le realizzazioni di essa. Se Mussolini vuole che idea e azione tendano a una realtà eterna e universale, sa però che debbono attraversare per giungervi una realtà transeunte e particolare formata dal mondo organico e dalla vita quotidiana. In questa concezione che, secondo la stessa parola mussoliniana, è positiva senza essere positivistica, l'immanentismo non trova posto. Né l'uomo, né la storia vivono, nel fascismo, di aseità. L'uomo fascista, è scritto nella Dottrina, ha una legge morale e umana che stringe insieme individui e generazioni in una tradizione e in una missione, subordinata però alla legge superiore di una volontà obiettiva che trascende l'individuo e lo eleva verso il mondo dello spirito. La storia a sua volta, dicono i mussoliniani Colloqui del Ludwig, non è un risultato delle esclusive forze personali dell'uomo, ma un'eterna vicenda di cui l'uomo è artefice terreno, operante in libertà sì, ma sempre nell'orbita della forza divina dell'universo. Questa forza non è deterministica dell'attività umana, ma è lume che fa discernere il bene dal male, è la volontà che aiuta a risollevare i valori crollati, è regola che disciplina le cose perché non vadano contro la loro natura. Permane quindi la lotta nella vita e di essa soggetto centrale è l'uomo. Però Mussolini, pur dandogli il credito della volontà, ha serena e severa convinzione della finitezza e dei limiti dell'umano. A un alto consesso scientifico, nei primi anni del suo Governo, disse di credere nell'ineluttabilità in una zona chiusa, di una parete sulla quale lo spirito umano non altro può scrivere che una parola: Dio. Allorché l'idealismo ansiosamente ritenne di facilitare al fascismo l'apertura di questa porta, non poté che apprestargli regole monistiche soggettive e dimostrazioni immanentiste. Esse non potevano soddisfare l'istanza dualistica della coscienza fascista, né il suo credo nella trascendenza e, quel che è più grave, contrastavano quel senso di un'energia provvidente mantenutosi cattolicamente costante nella storia del più sano pensiero politico e filosofico italiano. Al monismo soggettivista così Cartesio come Hegel, così Spinoza e Leibniz come Croce, sacrificano, col mondo naturale, quello etico. Ridotto l'uomo alle sue astrazioni, e posto Dio tra queste, la legge morale si personalizza e si esaurisce nel soggetto pensante. E se l'immanentismo per i suoi presupposti statici e meccanici sopprime la volitività, il monismo idealista sopprime la responsabilità. Non c'è il senso della responsabilità nell'uomo di Croce che ha la misura soltanto in se stesso o nell'idea che si è presuntuosamente creata; non può essere volitiva una vita che altro non è che quel che deve essere. Con la caduta della legge morale, a partire dalla critica kantiana all'etica del cristianesimo, cade ogni religione perché inutile è il culto della bontà e della verità eterna e trascendente, se il vero e il buono sono attributi, come volle il primo Gentile, solo dei nostri atti puri. Con la morale religiosa, scompare anche quella politica allorché l'idealismo nell'io dissolve la solidarietà umana e il senso dello Stato. Si pensi al concetto di Nazione, nella diversa accezione idealistica e fascista. La Nazione, quale Mussolini la intende, non è immanente all'individuo, non è da lui posta né da lui creata, non è soltanto nell'idea che egli si fa di un complesso di elementi elaborati interiormente e costituiti nella sua sola coscienza in Nazione. Essa invece ha un'essenza trascendente, che nasce e vive per volontà dello Stato, il quale la sente punto iniziale e finale dell'esistenza storica dell'uomo poiché sola nutrice di cultura e alveo delle sue civiltà. Se è lo Stato la volontà di potenza che realizza e accresce gli elementi oggettivi e la missione trascendente della Nazione, non può avere etichetta fascista quell'idealismo che fa vivere la Nazione nelle coscienze dei singoli, e la esaurisce all'angustia dei limiti e nell'adulterazione dei significati che l'arbitrio individuale le impone. In Mussolini che, parlando agli operai del Monte Amiata, proclama, accanto alla forza creativa e coesiva dello Stato, la realtà della Nazione nei «quaranta milioni di italiani che hanno lo stesso linguaggio, lo stesso costume, lo stesso sangue, lo stesso destino, gli stessi interessi», c'è anche un'oggettività storica che sostanzia la nazionalità, non un idealistico soggettivismo assoluto, o un relativismo psicologico antitetici con la preesistenza di essa nella realtà naturale oltre che in quella morale. Resta però tra idealismo e fascismo un addentellato storico. L'idealismo indubbiamente giovò al pensiero italiano prefascista per liberarlo dal naturalismo e dalle teoriche eguagliatrici e democratiche degli ultimi decenni del secolo XIX e dei primi del ventesimo. Contribuì l'idealismo a riportare l'uomo nel gruppo politico, a sviluppare la concezione di una Nazione che, superando gli ipostatici e fisicamente limitati suoi elementi naturali, attinge nuova essenza spirituale. Oltre a ciò, l'azione personale e il poderoso pensiero di Giovanni Gentile non mancarono di avvalorare storicamente e di quotare culturalmente alcuni postulati propriamente politici del fascismo, ivi compresa la collaborazione da lui data a Mussolini per la prima parte della Dottrina che andiamo commentando. Ma sarebbe un grosso errore ritenere con ciò che il fascismo sia nato come idea, o si sia posto come azione, per solo merito dell'idealismo. Movimento esclusivamente filosofico, l'idealismo poté, se mai, aggiungersi alle molteplici forze storiche che nell'anteguerra avviavano la coscienza italiana verso nuove mete antimeccaniche e antimaterialiste. Dall'insieme di tali forze, attivato dalla guerra, sorse il fascismo, ma da nessuna di esse si fece assorbire. Qualcuno, che obiettivamente volle puntualizzare i riferimenti tra idealismo e fascismo, dovette riconoscere che il fascismo, nonché incapsularsi in una dottrina impostagli dal di fuori, trovati in essa germi utilizzabili, l'ancorò energicamente, con propria volontà ed esperienza, più che alla sua particolare autobiografia, alla più vasta storia del pensiero italiano. Il ricondurre la vita all'uomo, il porre l'uomo al centro della storia rendendolo soggetto attivo di essa attraverso la creazione dello Stato, l'intendere tutto questo non in modo positivistico, né scettico, o agnostico, o pessimistico, o passivamente ottimistico, ma in modo spirituale e in pari tempo positivo (abbiamo visto la differenza tra i due termini: positivo e positivistico), porta a qualificare come «etica» la concezione che Mussolini ha della vita nelle pagine della Dottrina. E poiché la vita, in tutti i suoi aspetti, non altrimenti è intesa che nello Stato, questo non può che avere contenuto etico, prima che giuridico o sociale. Ciò impone un preliminare chiarimento sul rapporto tra politica e morale. Intorno a esso, sotto l'azione delle teoriche liberali e socialistiche, ruotano dottrine dirette a sostenere lo Stato laico e amorale; a teorizzare, come il Leone scrisse, una politica che non dovrebbe avere l'ufficio di porgere la spada alla morale e tanto meno lo scudo alla verità; a escogitare col Sighele una legge di conservazione capace di spiegare la pretesa di una doppia moralità. C'è dunque, a spezzare quel rapporto, tutta la montante marea del pensiero razionalista concludente nell'individuo il problema etico. L'etica sarebbe soltanto questione di libertà assoluta del singolo, insofferente di coazione così politica che religiosa. Occorre riprendere invece la strada che va da Vico a Cuoco, a Gioberti, a Pisacane, a Oriani, a Mussolini. Concretando lo Stato il bene supremo sulla terra, e dovendo gli uomini, per la loro intrinseca socialità, a esso tendere in ogni momento della vita, la politica, essendo diretta verso quel bene, assurge di per sé a un valore morale. Il che non significa che politica e morale si identifichino, ma che tra di esse corra un rapporto di natura quanto meno teleologico. Viene osservato che l'elemento della forza, proprio del fenomeno politico, ma estraneo a quello morale, crei un'antitesi tra politica e morale. Ma la forza, acquisita nell'ordine sociale, non è essa sorgente di ordine e quindi di bene? La politica è forza che trova il consenso, non violenza che implica la cessazione del consenso stesso. Mussolini, il 24 marzo 1924 (la data è sintomatica), disse al Teatro Costanzi in Roma: «Del resto la forza è consenso. Non ci può essere forza se non vi è consenso e il consenso non esiste se non c’è la forza». È vero che la politica esplica la propria funzione in un mondo esteriore e per il bene della società, mentre la morale, nella sua accezione religiosa, agisce in quello interiore e per il bene dell'anima. Ma la società degli uomini e l'anima dell'uomo non tendono entrambe verso Dio, cioè verso uno stadio di maggiore perfezione? È quest'aspirazione, questo punto terminale, che regge il rapporto per cui la politica non può ignorare né porsi contro la morale senza ostacolare agli uomini il processo ascensivo verso il vero, come la morale non può fare altrettanto con la politica senza annullare il presupposto necessario perché tra gli uomini si sviluppino le idee etiche e i relativi giudizi valutativi, cioè lo Stato. Facendosi la religione interprete e portatrice dell'essenza morale degli uomini, il problema involge quello del rapporto tra Stato e Chiesa, tra politica e religione. Mussolini, nella Dottrina, fa immediatamente seguire al paragrafo sulla concezione etica della vita quello sulla concezione religiosa del fascismo. E accentua che la politica religiosa della sua rivoluzione non si esaurisce in considerazioni di mera opportunità, ma attua quella fusione tra pensiero e azione che sta alla base di ogni creazione. Il tema è ripreso al paragrafo 12 della seconda parte: «Lo Stato fascista non rimane indifferente di fronte al fatto religioso in genere e a quella particolare religione positiva che è il cattolicismo italiano. Lo Stato non ha una teologia, ma ha una morale. Nello Stato fascista la religione viene considerata come una delle manifestazioni più profonde dello spirito». È ovvio però che, per Mussolini, il fascismo debba preoccuparsi del fatto che l'uomo, professando le virtù formative della coscienza morale, non si distolga dalla concreta visione della realtà e dalla fede in essa per via di influenze confessionali. Le pratiche del culto, infatti, dato il loro contenuto extra-temporale, mal provvederebbero a conferirgli quell'accortezza per le contingenze che la politica appresta meglio della religione. In conclusione il rapporto fra Chiesa e Stato resta per Mussolini costituzionalmente posto nel discorso inaugurale della prima sessione parlamentare della Terza Italia: onorare il clero, ma contenerlo nei limiti del santuario; portare alla religione e alla libertà di coscienza il più illuminato rispetto, ma serbare inflessibilmente incolumi le prerogative della potestà statale e i diritti della sovranità nazionale. Fu al rispetto di tale sovranità che le norme concordatarie del 1929 tra la Santa Sede e l'Italia si ispirarono, di guida che lo Stato potesse contenere la religione, ma non esserne contenuto. Ciò vuol dire che lo Stato, per Mussolini, deve arricchirsi di tale contenuto morale da dividere con la Chiesa la cura dello spirito, riservando a essa il segreto mondo delle coscienze, ma assumendosi l'onere di vigilare sull'educazione di esse e sulle voci collettive che ne germinano. Per tali attribuzioni, non una meccanica gestione dei beni materiali esaurisce la sostanza dello Stato, ma esso si fa custode e potenziatore dei valori morali degli individui. Titolare di sovranità su quanto il cittadino compie oltre il suo interiore, lo Stato non pretende però di elevarsi a dignità confessionale, trasformandosi come in Inghilterra in Chiesa e Stato insieme, né pretende di esaurire il problema morale entro l'etica politica. Il riconoscimento mussoliniano che un popolo non può divenire grande e potente, conscio dei suoi destini, «se non si accosta alla religione e non la considera elemento essenziale della sua vita pubblica e privata» dimostra che lo Stato rispetta la separazione tra le due massime categorie dello spirito e promuove in entrambe quei valori che, mancando all'uomo, ne deprimerebbero la personalità. Ecco perché lo Stato propone anche a se stesso il problema della religiosità degli atti umani e se ne impone una soluzione quanto più possibile concordante con quella postulata dalla Chiesa cattolica. Che per la realizzazione ecclesiale di tale religiosità Mussolini orienti la dottrina fascista verso il cattolicesimo, è un fatto conseguente anch'esso al contenuto storico e realistico di essa. Storicamente la tradizione imperiale e latina discende agli italiani attraverso il cattolicesimo. Confessionalmente il nostro popolo documenta in ciò una di quelle costanti già ricordate. Per questo il fascismo, come Mussolini disse, non antireligioso in genere, non può essere anticristiano e anticattolico in particolare. Di se stesso Mussolini precisò: «Io sono cristiano in quanto cattolico». Ma c'è di più. Nella scelta mussoliniana che, se un Dio è, non può che essere quello del cattolicesimo, è la riconferma delle aperture fatte dalla religione cattolica alla dottrina del fascismo, e cioè, secondo il Carlini, per la spiritualità che è alla base del cristianesimo e per il senso di vita morale che il cattolicesimo concepisce secondo quegli stessi princìpi di disciplina, di gerarchia, di obbedienza all'autorità, che regolano le norme della dottrina fascista. |
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