|
CONSOLI MARIO Il consolidamento del Mondialismo (da “l'Uomo libero”) (a cura di Benedetto Brugia) Una volta diffusosi su tutto il globo come unico potere che ogni cosa può controllare e che da nessuno può essere controllato, per fugare dal proprio regno ogni possibile nube, il Mondialismo ha bisogno di mantenere i popoli in uno stato di disgregazione perenne. Il denaro, non più strumento di scambio in momentanea sostituzione di beni e ricchezze reali, è oggi utilizzato come sistema di potere e di condizionamento. La dimensione “virtuale” caratterizzante oggi il denaro, l'ha definitivamente sganciato, anche esteticamente, da ogni logica del reale, del concreto, del produttivo. I miliardi di miliardi di miliardi che vengono inventati, praticamente dal nulla — digitati su una tastiera di computer e nemmeno più stampati, se non in minimissima parte —, che rimbalzano da una parte all'altra del globo attraverso le reti informatiche, servono solo a imbrigliare tutti i popoli in un sistema perverso di schiavitù. «Il progressivo dominio del denaro va di pari passo col suo progressivo allontanarsi dalla materia. Il denaro non è mai stato così presente nella nostra esistenza come oggi che, fisicamente, è assente» (1). Negli USA e in Germania sono già attive delle postazioni sperimentali studiate per sostituire le attuali carte di credito con la semplice pressione della mano su un'apposita piastra in grado di riconoscerne l'impronta e trasmetterla alle centrali informatiche delle banche. La sostituzione delle banconote con le carte di credito è già un'operazione in stato di avanzata realizzazione. Il passaggio dalle carte di credito all'impronta della mano avverrà ancor più velocemente; basterà che aumenti la circolazione di carte clonate — con tutte le ovvie conseguenze — per convincere gli utenti a scegliere il nuovo mezzo di pagamento. Con ciò il controllo economico di “tutti”, in “tutto” il globo, sarà cosa fatta. Chi dovesse essere rigettato dal sistema, per qualsiasi motivo — economico o politico —, non avrebbe infatti più nessuna agibilità in questo mondo. Il denaro, fisicamente, sta morendo e sulle sue ceneri si sta consolidando il potere totale del dio denaro. Sarà come in un maxi-gioco di società. C'è chi tiene la cassa, detta le regole, controlla che siano rispettate; tutti gli altri, se vogliono giocare — e cioè vivere nella società “civile” —, dovranno accettarle e, aspettando il loro turno, gettare i dadi che stabiliranno la loro posizione nel “giro dell'oca” programmato dai “cassieri”. Perché il problema è proprio questo: un “cassiere” esiste veramente; chi detta le regole, stabilisce quanti e quali siano i soldi da inventare, quale debba essere il ruolo dei singoli popoli e degli individui al loro interno, ha nome e cognome, se pur residenza perennemente provvisoria. Sono famiglie, gruppi di banchieri e di finanzieri facilmente individuabili, che attraverso il sistema delle multinazionali, della globalizzazione della produzione, del vertiginoso spostarsi, via informatica, del denaro virtuale, decidono, intervengono, controllano. È un errore ritenere che siano gli Stati Uniti d'America i detentori del potere finanziario mondiale: anch'essi sono uno strumento, oggi indubbiamente privilegiato, ma per nulla definitivo. La Federal Reserve, quella che stampa i dollari, quelli veri e quelli virtuali, non è proprietà del popolo degli USA, né accetta ordini dal suo presidente, dal suo governo o dal suo senato. È una società privata, le cui azioni sono in mano ai soliti banchieri, alle solite famiglie, ai soliti finanzieri. Oggi se ne stanno in America perché a loro fa comodo così, ma ieri se ne stavano in Inghilterra, in Germania, in Francia, in Italia; nessuno può prevedere dove se ne staranno domani, e peraltro ciò risulta ininfluente per il destino del mondo. È una categoria di personaggi che non ha mai avuto patria né stabile dimora. Tra i tanti esempi che si possono addurre a dimostrare il disinvolto nomadismo di queste famiglie, ricordiamo che alla Conferenza di pace di Parigi del 1919 si ritrovarono seduti allo stesso tavolo i fratelli Paul, Felix e Max Warburg, i primi due a “rappresentare” gli interessi economici degli Stati Uniti d'America, il terzo a “rappresentare” quelli della Germania sconfitta (2). D'altronde a seguire la storia di queste famiglie e delle loro banche si compie parecchie volte il giro del mondo. I Warburg li troviamo a Pisa nel 1200, poi in Germania, in Inghilterra e negli Stati Uniti d'America. I Rotschild danno inizio alla loro carriera finanziaria a Francoforte, nel 1743, ma per “fare buoni affari” si fanno poi cittadini austriaci, inglesi, napoletani, francesi, oltre che ovviamente americani. I Ginzburg provengono dalla Lituania, ma di prestito in prestito, di usura in usura, li incontriamo in Germania, a Parigi, in Giappone e negli USA. I Rockefeller prima che americani sono stati francesi e, prima ancora, tedeschi (3). I “cassieri”, i plutocrati, i facitori di regole di questo grande “gioco di società” esistono, eccome se esistono! E chi maneggia il denaro dispone di un'autonomia, di una discrezionalità e di un'inamovibilità sconosciuta a politici, magistrati, militari, pubblici amministratori, anche dei massimi livelli. «I presidenti delle Banche centrali professano il diritto di ignorare l'opinione pubblica invocando i propri obblighi verso un'autorità superiore, la sublime santità della moneta forte. Invariabilmente in carica per mandati lunghi quanto un pontificato e che spesso vengono rinnovati prima dello scadere per tranquillizzare i mercati finanziari, questi personaggi sono circondati da un'aura di potere sovrano giustamente negata a semplici ministri di governo, primi ministri e presidenti, tutti comuni mortali, eletti o sconfessati dalle masse ignoranti con il loro voto» (4). La Federal Reserve, oltre ad essere una banca privata che tiene strettamente segreti i nomi degli azionisti, manca totalmente di trasparenza, svolge le proprie riunioni rigorosamente a porte chiuse e il suo presidente dispone di un'autorità tale da consentirgli di incaricare direttamente l'FBI delle indagini sulle eventuali fughe di notizie che riscontrasse. Con la forza del potere da loro acquisito, i “cassieri” hanno imposto un sistema planetario che, come un'enorme ragnatela, condiziona e controlla ogni popolo ed ogni uomo. E qui occorre essere più precisi, perché in effetti risulta davvero poco credibile che esistano dei maxi-ministeri, così potenti e organizzati da potersi occupare con capillarità di tutto e di tutti contemporaneamente in ogni angolo del mondo: di ogni banca, multinazionale, azienda, negozio, supermercato, governo, amministrazione locale, giornale, televisione, casa editrice, scuola. In effetti il compito di questi “cassieri”, una volta avviato il sistema mondialista — o turbocapitalista, o del libero mercato selvaggio, secondo come lo si voglia chiamare —, è quello di continuare a dettare le regole, facendo in modo che siano rispettate, e di incassare l'utile, sempre maggiore, di tutta l'operazione. E, poiché i numeri che contraddistinguono questo utile sono seguiti da un'infinita serie di zeri, ciò che questi signori incassano si traduce in un continuo incremento di potere, sempre più incondizionato, sempre più esteso. Il controllo diretto non è necessario, perché il sistema si basa sul coinvolgimento economico di tutti e, una volta condotta l'economia in vetta alla scala dei valori e alla gerarchia del potere, ognuno si trova costretto, volente o nolente, a remare seguendo la rotta indicata dai plutocrati. Nei corsi per “manager” — i cosiddetti “masters” — si insegna che nell'uomo in carriera oggi deve operarsi uno sdoppiamento: il ruolo professionale deve risultare asettico, impersonale, improntato esclusivamente all'ottenimento del massimo profitto per l'azienda; la sfera morale, ideale, affettiva e le stesse opinioni devono essere scrupolosamente relegate alla vita privata, cioè a quei brandelli di ore che oggi vengono chiamati “tempo libero”. Può aiutare a comprendere questa realtà lo studio del sistema di vendita “all'americana”, il sistema “coinvolgente”, che va sempre più di moda anche in Europa: il cosiddetto “multilevel”. L'azienda X, per vendere i propri prodotti, si affida a più venditori di tipo A, ai quali vengono imposte precise regole che loro dovranno rispettare. Questi venderanno i prodotti dell'azienda X sui quali percepiranno adeguate provvigioni, ma si attivano anche a reperire, ognuno, altri tre venditori i quali si dovranno impegnare a fare altrettanto, dando vita ad una piramide sempre più complessa. L'agente del livello più basso incasserà solo una parte delle provvigioni sulle vendite effettuate. Vediamo come verrà distribuita l'altra parte delle provvigioni. L'agente H incasserà una percentuale sulle vendite di M, N, O; l'agente E sulle vendite di H, I, L, M, N, O, P, Q, R, S, T, U; l'agente B sulle vendite di E, F, G, dei 9 agenti di penultimo livello e dei 27 agenti di ultimo livello; l'agente A sulle vendite di B, C, D, dei 9 agenti di terzultimo livello, del 27 agenti di penultimo livello, degli 81 agenti di ultimo livello. Attorno al sistema “multilevel” si sono poi operate numerose varianti, tra cui quella, talmente diffusa da diventare essenziale, di far acquistare il prodotto agli agenti, come condizione per far parte del circuito dei venditori. L'argomento di vendita si sposta quindi velocemente dal prodotto — il cui prezzo, essendo gravato da una pioggia di provvigioni, non può certo essere conveniente — alla possibilità per l'acquirente, entrando a far parte di quella organizzazione di vendita, di procurarsi molto denaro. L'opera di convincimento generalmente si struttura attraverso una serie di imbonimenti che vanno dall'essere accolti in lussuosi alberghi e ristoranti, al partecipare a riunioni coinvolgenti con musiche, proiezioni, conferenze spettacolari, attentamente preparate da psicologi, psichiatri e maghi della pubblicità. Il prodotto è sempre incidentale: detersivi, cosmetici, elettrodomestici, case e appartamenti in multiproprietà, pacchetti di “software” per usufruire di accessi informatici o quant'altro. Può essere una cosa costosa, ma utile, o una vera e propria patacca; non ha nessuna importanza. Ciò che effettivamente si vende è l'ingresso in un'organizzazione studiata per far soldi, facili e tanti; nient'altro. La merce è solo un pretesto, una copertura. Cosa si ottiene dunque con tali sistemi di vendita? Innanzitutto, se è vero che ogni venditore guadagna, a seconda del livello, anche dalle vendite di un certo numero di altri agenti, all'azienda giungeranno utili dal lavoro di “tutti” gli agenti, di “tutti” i livelli. Capita talvolta, nelle organizzazioni “multilevel”, che molti venditori non conoscano nemmeno i dirigenti dell'azienda e non siano mai andati a visitare la “casa madre”, pur dopo numerosi anni di lavoro. Con i “multilevel” un'azienda, ancorché di ridotte dimensioni, con pochi dipendenti, senza dover pagare né stipendi né contributi, e senza doversi gravare di onerosi compiti di controllo, può riuscire a far lavorare per la vendita dei propri prodotti un grande numero di venditori. Quando, ad esempio, l'organizzazione di vendita di “Millionaire” ha voluto fare un'assemblea plenaria dei propri venditori in Italia, ha dovuto affittare un palazzetto dello sport. Un altro elemento che balza agli occhi osservando il “multilevel” è il particolare legame che si viene a creare tra il singolo venditore, gli altri agenti e l'azienda. Il rappresentante usufruisce di un vantaggioso stato economico a patto che riesca a controllare l'operato dei suoi sotto-agenti, a promuovere l'acquisizione di nuovi adepti ed a condizione di rimanere strettamente legato a quel circuito di vendita. I collaboratori, anche senza controlli o particolari incentivi, nel loro stesso interesse, devono diventare anche propagandisti, promotori e controllori del buon funzionamento del sistema. Un agente che lavora per una ditta normale può, nel corso della sua vita lavorativa, decidere di cambiare azienda, conservando la propria clientela, e ciò gli dà libertà di decidere e gestire il proprio futuro. Il venditore del “multilevel”, se cambia azienda, deve ricominciare tutto daccapo, perdendo ciò che aveva acquisito: relazioni, conoscenze, spazi operativi. Si forma così un vincolo forzoso che annulla la libertà dell'individuo. Tutte le decisioni della “casa madre” devono essere puntualmente rispettate, anche quelle che non si condividono, anche quelle che appaiono sbagliate, anche in assenza di un collegamento diretto o di un controllo del centro sulla periferia della struttura, perché questa è la “conditio sine qua non” perché le cose continuino a funzionare. Il sistema mondialista si articola un po' come questa sorta di catena di Sant'Antonio. Le regole le fanno i grandi burattinai; loro si riservano il controllo sull'emissione del denaro, sulle banche, sulla circolazione di ogni valuta. Poi, chiunque decida di far parte del gioco — e i soldi sono distribuiti solo tra questi — deve fare la sua parte; deve diventare, consapevole o inconsapevole poco importa, un ingranaggio del sistema ed anche un fervente propagandista e un attento controllore del suo buon funzionamento. I burattinai si preoccupano che il mercato si mantenga ovunque “libero” da vincoli, siano essi doganali, valutari e, soprattutto, politici: nessuna ingerenza deve esserci nel campo della finanza e dei commerci. Loro si assicurano infine che le produzioni seguano lo schema della globalizzazione: la bicicletta mondialista deve essere assemblata negli USA, con telaio fatto in Asia, ruote in Europa, ammennicoli vari in qualche paese del Terzo Mondo; la sua commercializzazione poi deve camminare per strade ancora differenti. La bicicletta mondialista non deve essere mai identificabile con una nazione in particolare, né come fabbricazione, né come mercato. A nessuno deve interessare come è stata pagata la manodopera utilizzata per quel telaio, per quelle ruote, per quegli ammennicoli, e come vivono quegli operai, e che problemi hanno. Sempre minori sono poi i controlli effettuabili a tutela del consumatore, sia da parte di enti e associazioni, sia da parte dei singoli Stati. Recentemente si sono sviluppati scandali e controversie commerciali attorno ad alimenti giudicati, secondo parametri di una singola nazione, pericolosi per la salute dei consumatori. Dopo i primi clamori giornalistici e le prime scaramucce internazionali, puntualmente le questioni sono state assorbite dalla solita coltre di quel silenzio stampa cui siamo ormai abituati, ed ora, con la massima indifferenza, si “preme” perché quegli scomodi parametri siano corretti in maniera più permissiva. Non è certo la “longa manus” dei burattinai a tirare giù la “claire” delle tradizionali botteghe, ciò è solo conseguenza del dilagare dei megacentri commerciali e delle catene multinazionali della distribuzione. Non è certo una squadra di funzionari mondialisti ad occuparsi della scomparsa dei singoli artigiani abituati di generazione in generazione, per secoli, a produrre manufatti con particolare cura e buona qualità, ma è solo conseguenza delle nuove leggi di mercato che non possono conciliarsi in nulla con quel tipo di prodotto, con quei costi e con quei prezzi. Il sistema mondialista è come una lunghissima autostrada, un anello di asfalto che attraversa tutto il globo; un'autostrada ad una sola direzione, senza uscite e con barriere per incassare i pedaggi, installate con regolarità ogni tot chilometri. Lungo il tragitto si incontrano innumerevoli autogrill, tutti identici, con all'interno un'infinità di prodotti, sempre gli stessi. Ai lati della carreggiata enormi cartelloni pubblicitari, pieni di colori e di luci. Se durante il percorso si incappa in un incidente non è molto grave, giacché il flusso continuo di autovetture sarà sufficiente per sospingere ai lati i rottami, se necessario i corpi dei malcapitati, e liberare il fondo stradale. Per chi si dovesse soffermare a riflettere sul senso e il valore che ha — per lui e anche in sé — il continuare a percorrere quell'autostrada, l'andare avanti sempre nella stessa direzione, gravosi problemi di ordine psicologico e pratico si manifesterebbero. Solo due alternative infatti gli vengono offerte: o riflettere pure quanto vuole sull'inutilità della sua esistenza e sull'imbecillità di una tale vita, ma continuare ad andare avanti come tutti gli altri, con tutta la frustrazione che ne consegue, o cercare di uscire all'autostrada. Scavalcare il “guardrail” e avventurarsi sulla scarpata è facile, basta deciderlo. Non ci sono guardiani coi mitra ad impedirlo, non ci sono fili spinati con l'alta tensione, non ci sono sbarre né fossati. Basta abbandonare la propria vettura sulla corsia d'emergenza, un salto e si è già fuori. Ma oltre la scarpata non c'è niente; i paesi d'un tempo sono deserti o distrutti, le strade normali, piene di buche, hanno lasciato spazio ad ogni tipo di sterpaglia. È difficile, quasi impossibile, procurarsi cibo ed abiti. Si incontra qualcun altro di tanto in tanto, ma solo disperati, stracciati e affamati che la balorda condizione di vita ha reso restii a scambiare anche quattro parole con chi incontra. Se qualcuno ritenesse l'allegoria esagerata, quasi un azzardato tentativo di far fantapolitica, lo rimandiamo ad osservare quel “prevue” che ci è quotidianamente offerto dalle città americane. In effetti siamo fortunati; abbiamo la possibilità di vedere, come in una sfera di cristallo, il domani che ci stanno preparando: gli USA sono il modello, il prototipo, la sperimentazione in laboratorio. È noto a tutti lo spettacolo offerto dalle strade di New York: i vicoli che collegano le eleganti strade, scintillanti dei più prestigiosi negozi, con luci e colori, sono depositi di maleodorante spazzatura, regno di gatti randagi e dei “disperati” che cercano qualcosa di cui cibarsi tramestando nei bidoni dei rifiuti. La scena del barbone che muore di fame sul marciapiede, all'angolo della strada, nella più completa indifferenza dell'elegante e indaffarato passeggio newyorkese, è una delle realtà più usuali e normali. Gli Stati Uniti, attuale e provvisoria residenza dei grandi papaveri della finanza mondialista, regno incontrastato del più sfrenato arricchimento capitalistico, sono il paese dove il divario fra ricchezza e povertà è maggiore rispetto a tutte le altre nazioni del mondo. E siccome povertà e delinquenza vanno sempre a braccetto, la percentuale di popolazione stabilmente trattenuta nelle patrie galere è un altro dei primati che gli USA possono vantare. Due milioni di carcerati, più di circa quattro milioni in libertà condizionata e vigilata. Una cifra percentualmente “dieci volte” superiore a quella esistente oggi in Italia. I poveri — coloro che non hanno sufficiente reddito per garantirsi cibo e condizioni di vita accettabili — in America sono il 14 per cento della popolazione; tra i giovani le cose vanno ancor peggio: si supera il 20 per cento. E questo fenomeno non riguarda solo la popolazione di colore: «Nel 1996, sul totale ufficiale dei 36.529.000 poveri residenti negli Stati Uniti, 24.650.000 erano bianchi, di cui 16.267.000 non ispanici, a fronte di 9.694.000 neri» (5). Si tratta di una situazione generalizzata, conseguenza di un sistema sociale ed economico che pone l'uomo in fondo alla scala dei valori. Il divario fra ricchezza e povertà negli USA è inoltre un fenomeno in continua espansione: col passare dei decenni la forbice si allarga. Nel 1978 il 20 per cento delle famiglie più ricche detenevano il 41 per cento del reddito complessivo, mentre il 20 per cento, al fondo della scala sociale, solo il 5 per cento; nel 1995 al 20 per cento più ricco andava il 52,9 per cento e a quello più povero rimaneva solo lo 0,9 per cento! (6). Per arginare questo fenomeno esplosivo e socialmente insostenibile, il governo statunitense deve continuamente intervenire con inasprimenti fiscali e interventi assistenziali pubblici, riuscendo però ad ottenere ugualmente risultati sempre peggiori rispetto alle precedenti percentuali. È proprio sul piano dei valori che il sistema mondialista sferra il primo e decisivo attacco alle società tradizionali, preparando il terreno per il suo dominio planetario. Infatti non può essere terreno fertile per tali progetti una comunità organica, cioè capace di conservare al proprio interno una differenziazione dei ruoli e al tempo stesso una forte capacità di integrazione dei propri componenti in un sereno riconoscimento di se stessi come parte di un tutto, capace di proiettare l'individuo ad un livello superiore nello spazio e nel tempo: famiglia, etnia, popolo, patria. Con un'offensiva a 360 gradi, complici tutti i paladini degli umanitarismi da tre soldi e dei diritti del singolo a tutti i costi, a prescindere dalla posizione di questi nei confronti della collettività (7), la società è smantellata, pezzo su pezzo, sino a trasformarsi in un'accozzaglia di anonimi individui, insignificanti comparse in un'esistenza senza identità, motivazioni, destino e futuro. È ancora il caso di andare a scrutare il “prevue” della società mondialista, l'attuale situazione americana: «Uno dei vincoli imposti all'americano contemporaneo è la necessità ad essere autosufficiente fino all'esasperazione, perché una volta raggiunta la qualifica di adulto egli non può più contare sull'aiuto della famiglia di origine. Non esistono i cugini su cui possono invece fare affidamento i disoccupati greci o andalusi, né i genitori italiani pronti a sostenere i figli in eterno: nell'America di oggi non ci si aiuta più nemmeno tra fratelli e sorelle» (8). «L'Homo Americanus è geneticamente programmato per necessitare del sostegno affettivo di una famiglia completa proprio come l'Homo Sapiens che popola l'Italia e la Norvegia. Tuttavia egli si trova spesso a vivere in uno stato di solitudine affettiva a cui la specie umana non si è ancora adattata. [...] Un giovane che resti a casa dopo i vent'anni non è ritenuto un figliolo affettuoso ma un problema, una fonte di imbarazzo» (9). Molti si rifugiano in manie pseudospirituali: «L'equivalente del fast food sul piano affettivo, per esistenze altrimenti vuote, è rappresentato da cappelle, templi, ashram, santuari e sabba di culto pseudoevangelico, New Age, pseudoinduista, pseudobuddista, pseudomussulmano, cattocatecumenico, pseudoscientifico, pseudopolitico e altro ancora. Gli Stati Uniti ne sono pervasi. Gli introiti complessivi dell'odierna schiera di sette in America superano quelli dell'industria informatica. [...] Altri americani colmano il vuoto affettivo di una famiglia che non c'è con l'universo privato dell'abuso abituale, frequente od occasionale, di droga o alcool. [...] Anche il gioco può essere un rimedio: chi soffre di solitudine può sempre andare a giocare a bowling, seppur da solo. Ma il sistema più diffuso e più efficace è tenere alto il morale con un flusso ininterrotto di regali. È sempre bello ricevere regali, però i regali in questione non sono doni. Non sono regali fatti da qualcun altro. Gli americani comprano regali per sé» (10). * * * Le domande che da sempre l'uomo si è posto sono state quelle esistenziali: chi siamo, da dove veniamo, verso cosa andiamo, perché viviamo. Senza volerci addentrare nei meandri delle dissertazioni filosofiche né affrontare i grandi temi religiosi, riteniamo ugualmente importante ricordare come le società hanno sempre offerto, soprattutto attraverso un sistema di valori, quei punti di riferimento necessari ai singoli individui. Gli interrogativi esistenziali cui non si riesce a dar risposta sfociano sempre in frustranti sensi di angoscia. Il sentimento di appartenenza all'etnia, al popolo, alla famiglia, ha sempre dilatato ed elevato, sia in senso qualitativo che temporale, quella piccola cosa che sarebbe la vita di un individuo se concepita isolata. Siamo anelli di una lunga catena; viviamo utilizzando immensi patrimoni spirituali, culturali, scientifici, materiali e tecnologici che la lunghissima serie di generazioni che ci ha preceduto ha pazientemente e saggiamente preparato. I posteri usufruiranno anche delle nostre opere o pagheranno per i nostri errori. Esiste un legame indissolubile tra noi, i nostri padri, i nostri figli; è un legame talmente potente da rendere, nella società tradizionale, molto relativo il concetto di morte. «La vita non è che un tratto di congiunzione tra due eternità: il passato e il futuro» ebbe a scrivere Mussolini. «Vivere nei cuori e nelle opere che lasciamo non è morire» è una frase che mi è capitato di leggere su una targa in una baita di montagna. Il compito primo del Mondialismo, per forgiare il proprio popolo cosmopolita di consumatori, è stato quello di spezzare la catena, di interrompere la congiunzione tra presente, passato e futuro. Il suddito del regno del dio denaro è l'individuo assoluto, non solo separato dai padri e dai figli, ma anche dagli altri che vivono contemporaneamente a lui, un individuo destinato a morire veramente. Senza radici, senza un destino superiore, senza idee e progetti proiettati nel domani, senza valori, punti di riferimento e certezze, all'uomo sono rimaste solo angosce, paranoie e frustrazioni di ogni tipo. La stragrande maggioranza degli americani è in “analisi”. ________________ |
|
Oggi è il giorno
© 1998-
|