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CAMPANELLA
TOMMASO
La
Città del Sole
(a
cura di Benedetto Brugia)
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Appendice della
Politica
detta
LA CITTÀ DEL
SOLE
di
fra'
Tomaso
Campanella
dialogo poetico
(cioè dialogo
di republica, nel quale si disegna l'idea di riforma della republica
cristiana,
conforme alla
promessa da Dio fatta alle Sante Caterina e Brigida)
interlocutori
Ospitalario
(1)
e
Genovese
nochiero del Colombo |
| Osp. |
Dimmi, di grazia, tutto quello che t'avvenne in questa navigazione. |
| Gen. |
Già t'ho detto come girai il mondo tutto, e poi come arrivai alla Taprobana (2)
e fui forzato metter in terra, e poi, fuggendo la furia di terrazzani, mi
rinselvai, e uscii in un gran piano proprio sotto l'equinoziale. |
| Osp. |
Qui che t'occorse? |
| Gen. |
Subito incontrai un gran squadrone d'uomini e donne armate, e molti di loro
intendevano la lingua mia, li quali mi condussero alla Città del Sole
(3). |
| Osp. |
Di' come è fatta questa città e come si governa. |
| Gen. |
Sorge nell'ampia campagna un colle, sopra il quale sta la maggior parte della
città; ma arrivano i suoi giri molto spazio fuor delle radici del monte, il
quale è tanto, che la città fa due miglia di diametro e piú,e viene ad essere
sette miglia di circolo; ma, per la levatura, piú abitazioni ha, che si fosse
in piano.
È la città distinta
in sette gironi grandissimi, nominati dalli sette pianeti, e s'entra dall'uno
all'altro per quattro strade e per quattro porte, alli quattro angoli del mondo
spettanti (4); ma sta in modo che, se fosse espugnato il primo girone, bisogna
piú travaglio al secondo e poi piú; talché sette fiate bisogna espugnarla per
vincerla. Ma io son di parere, che neanche il primo si può, tanto è grosso e
terrapieno (5), e ha valguardi
(6), torrioni, artelleria e fossati di fuora.
Entrati dunque per la
porta Tramontana, di ferro coperta, fatta che s'alza e cala con bello ingegno,
si vede un piano di cinquanta passi tra la muraglia prima e l'altra. Appresso
stanno palazzi tutti uniti per giro col muro, che puoi dir che tutti siano uno;
e di sopra han li rivellini sopra a colonne, come chiostri di frati, e di sotto
non vi è introito, se non dalla parte concava delli palazzi. Poi son le stanze
belle con le finestre al convesso e al concavo, e son distinte con picciole mura
tra loro. Solo il muro convesso è grosso otto palmi, il concavo tre, li mezzani
uno o poco piú.
Appresso poi s'arriva
al secondo piano, ch'è dui passi o tre manco, e si vedono le seconde mura con
li rivellini in fuora e passeggiatori; e dalla parte dentro, l'altro muro, che
serra i palazzi in mezzo, ha il chiostro con le colonne di sotto, e di sopra
belle pitture.
E cosí s'arriva fin
al supremo e sempre per piani. Solo quando s'entran le porte, che son doppie per
le mura interiori ed esteriori, si ascende per gradi tali, che non si conosce,
perché vanno obliquamente, e son d'altura quasi insensibile distinte le scale.
Nella summità del
monte vi è un gran piano e un gran tempio in mezzo, di stupendo artifizio.
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| Osp. |
Di', di' mo, per vita tua. |
| Gen. |
Il
tempio è tondo perfettamente, e non ha muraglia che lo circonda; ma sta situato
sopra colonne grosse e belle assai. La cupola grande ha in mezzo una cupoletta
con uno spiraglio, che pende sopra l'altare, ch'è un solo e sta nel mezzo del
tempio. Girano le colonne trecento passi e piú, e fuor delle colonne della
cupola vi sono per otto passi li chiostri con mura poco elevate sopra le sedie,
che stan d'intorno al concavo dell'esterior muro, benché in tutte le colonne
interiori, che senza muro fraposto tengono il tempio insieme, non manchino
sedili portatili assai.
Sopra l'altare non vi
è altro ch'un mappamondo assai grande, dove tutto il cielo è dipinto, e un
altro dove è la terra. Poi sul cielo della cupola vi stanno tutte le stelle
maggiori del cielo, notate coi nomi loro e virtú, c'hanno sopra le cose
terrene, con tre versi per una; ci son i poli e i circoli signati non del tutto,
perché manca il muro a basso, ma si vedono finiti in corrispondenza alli globbi
dell'altare. Vi sono sempre accese sette lampade nominate dalli sette pianeti.
Sopra il tempio vi
stanno alcune celle nella cupoletta attorno, e molte altre grandi sopra li
chiostri, e qui abitano li religiosi, che son da quaranta, ecc.
Vi è sopra la cupola
una banderuola per mostrare i venti, e ne signano trentasei; e sanno quando
spira ogni vento che stagione porta. E qui sta anco un libro in lettere d'oro di
cose importantissime.
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| Osp. |
Per tua fé, dimmi tutto il modo del governo, ché qui t'aspettavo. |
| Gen. |
È
un prencipe sacerdote tra loro, che s'appella Sole, e in lingua nostra si dice
Metafisico: questo è capo di tutti in spirituale e temporale, e tutti li negozi
in lui si terminano.
Ha tre prencipi
collaterali: Pon, Sin, Mor, che vuol dir: Potestà, Sapienza e Amore.
Il Potestà ha cura
delle guerre e delle paci e dell'arte militare; è supremo nella guerra, ma non
sopra Sole; ha cura dell'offiziali, guerrieri, soldati, munizioni,
fortificazioni ed espugnazioni.
Il Sapienza ha cura
di tutte le scienze e delli dottori e magistrati dell'arti liberali e
meccaniche, e tiene sotto di sé tanti offiziali quante son le scienze: ci è
l'Astrologo, il Cosmografo, il Geometra, il Loico, il Rettorico, il Grammatico,
il Medico, il Fisico, il Politico, il Morale; e tiene un libro solo, dove stan
tutte le scienze, che fa leggere a tutto il popolo ad usanza di Pitagorici. E
questo ha fatto pingere in tutte le muraglie, su li rivellini, dentro e di fuora, tutte le scienze
(7).
Nelle mura del tempio
esteriori e nelle cortine, che si calano quando si predica per non perdersi la
voce, vi sta ogni stella ordinatamente con tre versi per una.
Nel dentro del primo
girone tutte le figure matematiche, piú che ne scrisse Euclide e Archimede, con
la lor proposizione significante. Nel di fuora vi è la carta della Terra tutta,
e poi le tavole d'ogni provinzia con li riti e costumi e leggi loro, e con
l'alfabeti ordinati sopra il loro alfabeto.
Nel dentro del
secondo girone vi son tutte le pietre preziose e non preziose, e minerali, e
metalli veri e pinti, con le dichiarazioni di due versi per uno. Nel di fuora vi
son tutte sorti di laghi, mari e fiumi, vini e ogli e altri liquori, e loro
virtú e origini e qualità; e ci son le caraffe piene di diversi liquori di
cento e trecento anni, con li quali sanano tutte l'infirmità quasi.
Nel dentro del terzo
vi son tutte le sorti di erbe e arbori del mondo pinte, e pur in teste di terra
sopra il rivellino, e le dichiarazioni dove prima si ritrovaro, e le virtú
loro, e le simiglianze c'hanno con le stelle e con li metalli e con le membra
umane, e l'uso loro in medicina. Nel di fuora tutte maniere di pesci di fiumi,
lachi e mari, e le virtú loro, e 'l modo di vivere, di generarsi e allevarsi, e
a che serveno, e le simiglianze c'hanno con le cose celesti e terrestri e
dell'arte e della natura; sí che mi stupii, quando trovai pesce vescovo e
catena e chiodo e stella, appunto come son queste cose tra noi (8). Ci sono
ancini, rizzi, spondoli (9) e tutto quanto è degno di sapere con mirabil arte
di pittura e di scrittura che dichiara.
Nel quarto, dentro vi
son tutte sorti di uccelli pinti e lor qualità, grandezze e costumi, e la
fenice è verissima appresso loro. Nel di fuora stanno tutte sorti di animali
reptili, serpi, draghi, vermini, e l'insetti, mosche, tafani ecc., con le loro
condizioni, veneni e virtuti; e son piú che non pensamo.
Nel quinto, dentro vi
son l'animali perfetti terrestri di tante sorti che è stupore. Non sappiamo noi
la millesima parte, e però, sendo grandi di corpo, l'han pinti ancora nel di
fuora rivellino; e quante maniere di cavalli solamente! oh, belle figure
dichiarate dottamente!
Nel sesto, dentro vi
son tutte l'arti meccaniche, e l'inventori loro, e li diversi modi, come s'usano
in diverse regioni del mondo. Nel di fuora vi son tutti l'inventori delle leggi
e delle scienze e dell'armi. Trovai Moisè, Osiri, Giove, Mercurio, Macometto e
altri assai; e in luoco assai onorato era Giesù Cristo e li dodici Apostoli,
che ne tengono gran conto, Cesare, Alessandro, Pirro e tutti li Romani; onde io
ammirato come sapeano quelle istorie, mi mostraro che essi teneano di tutte
nazioni lingua, e che mandavano apposta per il mondo ambasciatori, e
s'informavano del bene e del male di tutti; e godeno assai in questo. Viddi che
nella China le bombarde e le stampe furo prima ch'a noi. Ci son poi li mastri di
queste cose; e li figliuoli, senza fastidio, giocando, si trovano saper tutte le
scienze istoricamente prima che abbin dieci anni.
Il Amore ha cura
della generazione, con unir li maschi e le femine in modo che faccin buona
razza; e si riden di noi che attendemo alla razza de cani e cavalli, e
trascuramo la nostra. Tien cura dell'educazione, delle medicine, spezierie, del
seminare e raccogliere li frutti, delle biade, delle mense e d'ogni altra cosa
pertinente al vitto e vestito e coito, e ha molti maestri e maestre dedicate a
queste arti.
Il Metafisico tratta
tutti questi negozi con loro, ché, senza lui nulla si fa, e ogni cosa la
communicano essi quattro, e dove il Metafisico inchina, son d'accordo.
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| Osp. |
Or dimmi degli offizi e dell'educazione e del modo come si vive; si è republica
o monarchia o Stato di pochi. |
| Gen. |
Questa è una gente ch'arrivò là dall'Indie, ed erano molti filosofi, che
fuggiro la rovina di Mogori (10) e d'altri predoni e tiranni; onde si risolsero
di vivere alla filosofica in commune, si ben la communità delle donne non si
usa tra le genti della provinzia loro; ma essi l'usano, ed è questo il modo.
Tutte cose son communi; ma stan in man di offiziali le dispense, onde non solo
il vitto, ma le scienze e onori e spassi son communi, ma in maniera che non si
può appropriare cosa alcuna (11).
Dicono essi che tutta
la proprietà nasce da far casa appartata, e figli e moglie propria, onde nasce
l'amor proprio; ché, per sublimar a ricchezze o a dignità il figlio o
lasciarlo erede, ognuno diventa o rapace publico, se non ha timore, sendo
potente; o avaro e insidioso e ippocrita, si è impotente. Ma quando perdono
l'amor proprio, resta il commune solo.
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| Osp. |
Dunque nullo vorrà fatigare, mentre aspetta che l'altro fatichi, come
Aristotile dice contra Platone. |
| Gen. |
Io
non so disputare, ma ti dico c'hanno tanto amore alla patria loro, che è una
cosa stupenda, piú che si dice delli Romani, quanto son piú spropriati (12). E
credo che li preti e monaci nostri, se non avessero li parenti e li amici, o
l'ambizione di crescere piú a dignità, sariano piú spropriati e santi e
caritativi con tutti. |
| Osp. |
Dunque là non ci è amicizia, poiché non si fan piacere l'un l'altro. |
| Gen. |
Anzi grandissima: perché è bello a vedere, che tra loro non ponno donarsi cosa
alcuna, perché tutto hanno del commune; e molto guardano gli offiziali, che
nullo abbia piú che merita. Però quanto è bisogno tutti l'hanno. E l'amico si
conosce tra loro nelle guerre, nell'infirmità, nelle scienze, dove s'aiutano e
s'insegnano l'un l'altro. E tutti li gioveni s'appellan frati, e quei che son
quindici anni piú di loro, padri, e quindici meno, figli. E poi vi stanno l'offiziali
a tutte cose attenti, che nullo possa all'altro far torto nella fratellenza (13). |
| Osp. |
E come? |
| Gen. |
Di
quante virtú noi abbiamo, essi hanno l'offiziale; ci è uno che si chiama
Liberalità, uno Magnanimità, uno Castità, uno Fortezza, uno Giustizia
criminale o civile, un Solerzia, un Verità, Beneficenza, Gratitudine,
Misericordia, ecc.; e a ciascuno di questi si elegge quello, che da fanciullo
nelle scole si conosce inchinato a tal virtú. E però, non sendo tra loro
latrocini, né assassini, né stupri e incesti, adulteri, delli quali noi ci
accusamo, essi si accusano d'ingratitudine, di malignità, quando uno non vuol
far piacere onesto, di bugia, che abborriscono piú che la peste; e questi rei
per pena son privati della mensa commune, o del commerzio delle donne, e
d'alcuni onori, finché pare al giudice, per ammendarli (14). |
| Osp. |
Or dimmi, come fan gli offiziali? |
| Gen. |
Questo non si può dire, se non sai la vita loro. Prima è da sapere (15) che
gli uomini e le donne vestono d'un modo atto a guerreggiare, benché le donne
hanno la sopravesta fin sotto al ginocchio e l'uomini sopra, e s'allevan tutti
in tutte l'arti. Dopo li tre anni li fanciulli imparano la lingua e l'alfabeto
nelle mura, caminando in quattro schiere; e quattro vecchi li guidano e
insegnano, e poi li fan giocare e correre, per rinforzarli, e sempre scalzi e
scapigli, fin alli sette anni, e li conducono nell'officine dell'arti, cositori (16), pittori, orefici, ecc.; e mirano l'inclinazione. Dopo li sette anni vanno
alle lezioni delle scienze naturali, tutti; ché son quattro lettori della
medesima lezione, e in quattro ore tutte quattro squadre si spediscono; perché,
mentre gli altri si esercitano il corpo, o fan li publici servizi, gli altri
stanno alla lezione. Poi alli dieci tutti si mettono alle matematiche, medicine
e altre scienze, e ci è continua disputa tra di loro e concorrenza; e quelli
poi diventano offiziali di quella scienza, dove miglior profitto fanno, o di
quell'arte meccanica, perché ognuna ha il suo capo. E in campagna, nei lavori e
nella pastura delle bestie pur vanno ad imparare; e quello è tenuto di piú
gran nobiltà, che piú arti impara, e meglio le fa. Onde si ridono di noi che
gli artefici appellamo ignobili, e diciamo nobili quelli, che null'arte imparano
e stanno oziosi e tengono in ozio e lascivia tanti servitori con roina della
republica.
Gli offiziali poi
s'eleggono da quelli quattro capi, e dalli mastri di quell'arte, li quali molto
bene sanno chi è piú atto a quell'arte o virtú, in cui ha da reggere, e si
propongono in consiglio, e ognuno oppone quel che sa di loro. Però non può
essere Sole se non quello che sa tutte l'istorie delle genti e riti e sacrifizi
e republiche e inventori di leggi e arti. Poi bisogna che sappia tutte l'arti
meccaniche, perché ogni due giorni se n'impara una, ma l'uso qui le fa saper
tutte, e la pittura (17). E tutte le scienze ha da sapere, matematiche, fisiche,
astrologiche. Delle lingue non si cura, perché ha l'interpreti, che son i
grammatici loro. Ma piú di tutti bisogna che sia metafisico e teologo, che
sappia ben la radice e prova d'ogn'arte e scienza, e le similitudini e
differenze delle cose, la Necessità, il Fato e l'Armonia del mondo, la
Possanza, Sapienza e Amor divino e d'ogni cosa (18), e li gradi degli enti e
corrispondenze loro con le cose celesti, terrestri e marine, e studia molto bene
nei profeti e astrologia. Dunque si sa chi ha da esser Sole, e se non passa
trentacinque anni, non arriva a tal grado; e questo offizio è perpetuo, mentre
non si trova chi sappia piú di lui e sia piú atto al governo.
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| Osp. |
E chi può saper tanto? Anzi, non può saper governare chi attende alle
scienze. |
| Gen. |
Io dissi a loro questo, e mi risposero: «Piú certi semo noi, che un
tanto letterato sa governare, che voi che sublimate l'ignoranti, pensando che
siano atti perché son nati signori, o eletti da fazione potente. Ma il nostro
Sole sia pur tristo in governo: non sarà mai crudele, né scelerato, né
tiranno un che tanto sa. Ma sappiate che questo è argomento che può tra voi,
dove pensate che sia dotto chi sa piú grammatica e logica d'Aristotile o di
questo o quello autore; al che ci vol sol memoria servile, onde l'uomo si fa
inerte, perché non contempla le cose ma li libri, e s'avvilisce l'anima in
quelle cose morte; né sa come Dio regga le cose, e gli usi della natura e delle
nazioni. Il che non può avvenire al nostro Sole, perché non può arrivare a
tante scienze chi non è scaltro d'ingegno ad ogni cosa, onde è sempre
attissimo al governo. Noi pur sappiamo che chi sa una scienza sola, non sa
quella né l'altre bene; e che colui che è atto ad una sola, studiata in libro,
è inerte e grosso. Ma non cosí avviene alli pronti d'ingegno e facili ad ogni
conoscenza, come è bisogno che sia il Sole. E nella città nostra s'imparano le
scienze con facilità tale, come vedi, che piú in un anno qui si sa, che in
diece o quindici tra voi, e mira in questi fanciulli».
Nel che io restai
confuso per le ragioni sue e la prova di quelli fanciulli, che intendevano la
mia lingua; perché d'ogni lingua sempre hanno d'esser tre che la sappiano. E
tra loro non ci è ozio nullo, se non quello che li fa dotti; ché però vanno
in campagna a correre, a tirar dardi, sparar archibugi, seguitar fiere,
lavorare, conoscer l'erbe, mo una schiera, mo un'altra di loro.
Li tre offiziali
primi non bisogna che sappino se non quell'arti che all'offizio loro partengono.
Onde sanno l'arti communi a tutti, istoricamente imparandole, e poi le proprie,
dove piú si dà uno che un altro: cosí il Potestà saperà l'arte cavalieresca,
fabricar ogni sorte d'armi, cose di guerra, machine, arte militare, ecc. Ma
tutti questi offiziali han d'essere filosofi, di piú, e istorici, naturalisti e
umanisti.
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| Osp. |
Vorrei che dicessi
l'offizi tutti, e li distinguessi; e s'è bisogno l'educazion commune. |
| Gen. |
Sono prima le stanze communi, dormitori, letti e bisogni; ma ogni sei mesi
si distingueno dalli mastri, chi ha da dormire in questo girone o in
quell'altro, e nella stanza prima o seconda, notate per alfabeto.
Poi son l'arti
communi agli uomini e donne, le speculative e meccaniche; con questa
distinzione, che quelle dove ci va fatica grande e viaggio, le fan gli uomini,
come arare, seminare, cogliere i frutti e pascer le pecore; però nell'aia,
nella vendemia, nel formar il cascio e mungere si soleno le donne mandare, e
nell'orti vicini alla città per erbe e servizi facili. Universalmente, le arti
che si fanno sedendo e stando, per lo piú son delle donne, come tessere,
cuscire, tagliar i capelli e le bare, la speziaria, fare tutte sorti di
vestimenti; altro che l'arte del ferraro e delle armi. Pur chi è atta a pingere,
non se le vieta. La musica è solo delle donne, perché piú dilettano, e de'
fanciulli, ma non di trombe e tamburi. Fanno anche le vivande; apparecchiano le
mense; ma il servire a tavola è proprio delli gioveni, maschi e femine, finché
son di vint'anni.
Hanno in ogni girone
le publiche cucine e le dispense della robba. E ad ogni officio soprastante è
un vecchio e una vecchia, che comandano e han potestà di battere o far battere
da altri li negligenti e disobedienti, e notano ognuno e ognuna in che esercizio
meglio riesce. Tutta la gioventú serve alli vecchi che passano quarant'anni; ma
il mastro e maestra han cura la sera, quando vanno a dormire, e la mattina di
mandar alli servizi di quelli a chi tocca, uno o due ad ogni stanza, ed essi
gioveni si servono tra loro, e chi ricusa, guai a lui! Vi son prime e seconde
mense: d'una parte mangiano le donne, dall'altra gli uomini, e stanno come in
refettori di frati. Si fa senza strepito, e un sempre legge a tavola, cantando,
e spesso l'offiziale parla sopra qualche passo della lezione. È una dolce cosa
vedersi servire di tante bella gioventú, in abito succinto, cosí a tempo, e
vedersi a canto tanti amici, frati, figli e madri vivere con tanto rispetto e
amore.
Si dona a ciascuno,
secondo il suo esercizio, piatto di pitanza e minestra, frutti, cascio; e li
medici hanno cura di dire alli cochi in quel giorno, qual sorte di vivanda
conviene, e quale alli vecchi e quale alli gioveni e quale all'ammalati. Gli
offiziali hanno miglior parte; questi mandano spesso della loro a tavola a chi
piú si ha fatto onore la mattina nelle lezioni e dispute di scienze e armi, e
questo si stima per grande onore e favore. E nelle feste fanno cantar una musica
pur in tavola; e perché tutti mettono mano alli servizi, mai non si trova che
manchi cosa alcuna. Son vecchi savi soprastanti a chi cucina, e alli refettori,
e stimano assai la nettezza nelle strade, nelle stanze e nelli vasi e nelle
vestimenta e nella persona.
Vesteno dentro camisa
bianca di lino, poi un vestito, ch'è giubbone e calza insieme, senza pieghe e
spaccato per mezzo, dal lato e di sotto, e poi imbottonato. E arriva la calza
insino al tallone, a cui si pone un pedale grande come un bolzacchino (19), e la
scarpa sopra. E son ben attillate, che quando si spogliano la sopraveste, si
scerneno tutte le fattezze della persona Si mutano le vesti quattro volte varie,
quando il Sole entra in Cancro e Capricorno, Ariete e Libra (20). E, secondo la
complessione e procerità, sta al Medico di distribuirle col Vestiario di
ciascun girone. Ed è cosa mirabile che in un punto hanno quante vesti vogliono,
grosse, sottili, secondo il tempo. Veston tutti di bianco, e ogni mese si lavan
le vesti con sapone, o bucato quelle di tela.
Tutte le stanze
sottane sono officine, cucine, granari, guardarobbe, dispense, refettori,
lavatori; ma si lavano nelle pile delli chiostri. L'acqua si getta per le
latrine o per canali, che vanno a quelle. Hanno in tutte le piazze delli gironi
le lor fontane, che tirano l'acque dal fondo solo con muover un legno, onde esse
spicciano per li canali. Vi è acqua sorgente molta e nelle conserve, a cui
vanno le piogge per li canali delle case, passando per arenosi acquedotti. Si
lavano le persone loro spesso, secondo il maestro e 'l medico ordina. L'arti si
fanno tutte nei chiostri di sotto, e le speculative di sopra, dove sono le
pitture, e nel tempio si leggono negli atri di fuora. Son orologi di sole e di
squille per tutti i giorni, e banderole per saper i venti.
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| Osp. |
Or dimmi della generazione. |
| Gen. |
Nulla femina si sottopone al maschio, se non arriva a
dicinov'anni, né il
maschio si mette alla generazione inanti alli vintiuno, e piú si è di
complessione bianco (21). Nel tempo inanti ad alcuno è lecito il coito con le
donne sterili o pregne, per non far in vaso indebito; e le maestre matrone con
li seniori della generazione han cura di provederli, secondo a loro è detto in
secreto da quelli piú molestati da Venere. Li provedono, ma non lo fanno senza
far parola al maestro maggiore, che è un gran medico, e sottostà ad Amore,
prencipe offiziale. Se si trovano in sodomia, son vituperati, e li fan portare
due giorni legata al collo una scarpa, significando che pervertiro l'ordine e
posero li piedi in testa, e la seconda volta crescen la pena finché diventa
capitale. Ma chi si astiene fin a ventun anno d'ogni coito è celebrato con
alcuni onori e canzoni.
Perché quando si
esercitano alla lotta, come i Greci antichi, son nudi tutti, maschi e femine, li
mastri conoscono chi è impotente o no al coito, e quali membra con quali si
confanno. E cosí, sendo ben lavati, si donano al coito ogni tre sere; e non
accoppiano se non le femine grandi e belle alli grandi e virtuosi, e le grasse
a' macri, e le macre alli grassi, per far temperie (22). La sera vanno i
fanciulli e conciano i letti, e poi vanno a dormire, secondo ordina il mastro e
la maestra. Né si pongon al coito, se non quando hanno digerito, e prima fanno
orazione, e hanno belle statue di uomini illustri, dove le donne mirano. Poi
escono alla finestra, e pregono Dio del Cielo, che li doni prole buona. E
dormeno in due celle, sparti fin a quell'ora che si han da congiungere, e allora
va la maestra, e apre l'uscio dell'una e l'altra cella. Questa ora è
determinata dall'Astrologo e medico; e si forzan sempre di pigliar tempo, che
Mercurio e Venere siano orientali dal Sole in casa benigna, e che sian mirati da
Giove di buono aspetto e da Saturno e Marte cosí il Sole come la Luna, che
spesso sono afete (23). E per lo piú vogliono Vergine in ascendente; ma assai
si guardano che Saturno o Marte non stiano in angolo, perché tutti quattro
angoli con opposizioni e quadrati infettano, e da essi angoli è la radice della
virtú vitale e della sorte, dependente dall'armonia del tutto con le parti. Non
si curano di satellizio (24), ma solo degli aspetti buoni. Ma il satellizio solo
nella fondazione della città e della legge ricercano, che però non abbia
prencipe Marte o Saturno, se non con buone disposizioni. E han per peccato li
generatori non trovarsi mondi tre giorni avanti di coito e d'azioni prave, e di
non esser devoti al Creatore. Gli altri, che per delizia o per servire alla
necessità si donano al coito con sterili o pregne o con donne di poco valore,
non osservan queste sottigliezze. E gli offiziali, che son tutti sacerdoti, e li
sapienti non si fanno generatori, se non osservano molti giorni piú condizioni;
perché essi, per la molta speculazione, han debole lo spirito animale, e non
trasfondeno il valor della testa, perché pensano sempre a qualche cosa; onde
trista razza fanno. Talché si guarda bene, e si donano questi a donne vive,
gagliarde e belle; e gli uomini fantastichi e capricciosi a donne grasse,
temperate, di costumi blandi. E dicono che la purità della complessione, onde
le virtú fruttano, non si può acquistare con arte, e che difficilmente senza
disposizion naturale può la virtú morale allignare, e che gli uomini di mala
natura per timor della legge fanno bene, e, quella cessante, struggon la
republica con manifesti o segreti modi. Però tutto lo studio principale deve
essere nella generazione, e mirar li meriti naturali, e non la dote o la fallace
nobiltà.
Se alcune di queste
donne non concipeno con uno, le mettono con altri; se poi si trova sterile, si
può accomunare, ma non ha l'onor delle matrone in consiglio della generazione e
nella mensa e nel tempio; e questo lo fanno perché essa non procuri la
sterilità per lussuriare. Quelle che hanno conceputo, per quindici giorni non
si esercitano; poi fanno leggeri esercizi per rinforzar la prole e aprir li
meati del nutrimento a quella. Partorito che hanno, esse stesse allevano i figli
in luochi communi, per due anni lattando e piú, secondo pare al Fisico. Dopo si
smamma la prole, e si dona in guardia delle mastre, se son femine, o delli
maestri, con gli altri fanciulli; e qui si esercitano all'alfabeto, a caminare,
correre, lottare e alle figure istoriate; e han vesti di color vario e bello.
Alli sette anni si donano alle scienze naturali, e poi all'altre, secondo pare
agli offiziali, e poi si mettono in meccanica. Ma li figli di poco valore si
mandano alle ville, e, quando riescono, poi si riducono alla città. Ma per lo
piú, sendo generati nella medesima costellazione, li contemporanei son di
virtú consimili e di fattezze e di costumi. E questa è concordia stabile nella
republica, e s'amano grandemente e aiutano l'un l'altro (25).
Li nomi loro non si
mettono a caso, ma dal Metafisico, secondo la proprietà, come usavan li Romani:
onde altri si chiamano il Bello, altri il Nasuto, altri il Peduto, altri Bieco,
altri Crasso, ecc.; ma quando poi diventano valenti nell'arte loro o fanno
qualche prova in guerra, s'aggiunge il cognome dall'arte, come Pittor Magno,
Aureo, Eccellente, Gagliardo, dicendo: Crasso Aureo, ecc.; o pur dall'atto
dicendo: Crasso Forte, Astuto, Vincitore, Magno, Massimo, ecc., e dal nemico
vinto, come Africano, Asiano, Tosco, ecc.; Manfredi, Tortelio dall'aver superato
Manfredi o Tortelio o simili altri. E questi cognomi s'aggiungono dall'offiziali
grandi, e si donano con una corona conveniente all'atto o arte sua, con applauso
e musica. E si vanno a perdere per questi applausi, perché oro e argento non si
stima, se non come materia di vasi o di guarnimenti communi a tutti.
|
| Osp. |
Non ci è gelosia tra loro o dolore a chi non sia fatto generatore o quel
che ambisce? |
| Gen. |
Signor no, perché a nullo manca il necessario loro quanto al gusto; e la
generazione è osservata religiosamente per ben publico, non privato, ed è
bisogno stare al detto dell'offiziali. Platone disse che si dovean gabbare li
pretendenti a belle donne immeritamente, con far uscir la sorte destramente
secondo il merito; il che qui non bisogna far con inganno di ballotte per
contentarsi delle brutte i brutti, perché tra loro non ci è bruttezza; ché,
esercitandosi esse donne, diventano di color vivo e di membra forti e grandi, e
nella gagliardia e vivezza e grandezza consiste la beltà appresso a loro. Però
è pena della vita imbellettarsi la faccia o portar pianelle, o vesti con le
code per coprir i piedi di legno (26); ma non averiano commodità manco di far
questo, perché chi ci li daria? E dicono che questo abuso in noi viene
dall'ozio delle donne, che le fa scolorite e fiacche e piccole; e però han
bisogno di colori e alte pianelle, e di farsi belle per tenerezza, e cosí
guastano la propria complessione e della prole. Di piú, s'uno s'innamora di
qualche donna, è lecito tra loro parlare, far versi, scherzi, imprese di fiori
e di piante. Ma se si guasta la generazione, in nullo modo si dispensa tra loro
il coito, se non quando ella è pregna o sterile. Però non si conosce tra loro
se non amor d'amicizia per lo piú non di concupiscenza ardente.
La robba non si
stima, perché ognuno ha quanto li bisogna (27), salvo per segno d'onore. Onde
agli eroi ed eroisse la republica fa certi doni, in tavola o in feste publiche,
di ghirlande o di vestimenta belle fregiate; benché tutti di bianco il giorno e
nella città, ma di notte e fuor della città vestono a rosso, o di seta o di
lana. Abborreno il color nero, come feccia delle cose, e però odiano i
Giapponesi, amici di quello. La superbia è tenuta per gran peccato, e si
punisce un atto di superbia in quel modo che l'ha commesso. Onde nullo reputa
viltà servire in mensa, in cucina o altrove, ma lo chiamano imparare; e dicono
che cosí è onore al piede caminare, come all'occhio guardare; onde chi è
deputato a qualche offizio, lo fa come cosa onoratissima, e non tengono schiavi,
perché essi bastano a se stessi, anzi soverchiano. Ma noi non cosí, perché in
Napoli son da trecento milia anime, e non faticano cinquanta milia; e questi
patiscono fatica assai e si struggono; e l'oziosi si perdono anche per l'ozio,
avarizia, lascivia e usura, e molta gente guastano, tenendoli in servitú e
povertà, o fandoli partecipi di lor vizi, talché manca il servizio publico, e
non si può il campo, la milizia o l'arte fare, se non male e con stento. Ma tra
loro, partendosi l'offizi a tutti e le arti e fatiche, non tocca faticar quattro
ore il giorno per uno (28); sí ben tutto il resto è imparare giocando,
disputando, leggendo, insegnando, caminando, e sempre con gaudio. E non s'usa
gioco che si faccia sedendo, né scacchi, né dadi, né carte o simili, ma ben
la palla, il pallone, rollo (29), lotta, tirar palo, dardo, archibugio.
Dicono ancora che la
povertà grande fa gli uomini vili, astuti, ladri, insidiosi, fuorasciti (30),
bugiardi, testimoni falsi; e le ricchezze insolenti, superbi, ignoranti,
traditori, disamorati, presumitori di quel che non sanno. Però la communità
tutti li fa ricchi e poveri: ricchi ch'ogni cosa hanno e possedono; poveri,
perché non s'attaccano a servire alle cose, ma ogni cosa serve a loro. E molto
laudano in questo le religiosi della cristianità e la vita dell'Apostoli.
|
| Osp. |
È bella cosa questa e santa; ma quella delle donne communi pare dura e ardua.
S. Clemente Romano dice che le donne pur sian communi, ma la glosa intende
quanto all'ossequio, non al letto, e Tertulliano consente alla glosa; ché i
Cristiani antichi tutto ebbero commune, altro che le mogli, ma queste pur furo
communi nell'ossequio. |
| Gen. |
Io non so di questo; so bene che essi han l'ossequio commune delle donne
e 'l letto, ma non sempre, se non per generare. E credo che si possano ingannare
ancora; ma essi si difendono con Socrate, Catone, Platone e altri (31). Potria
stare che lasciassero questo uso un giorno, perché nelle città soggette a loro
non accomunano se non le robbe, e le donne quanto all'ossequio e all'arti, ma
non al letto; e questo l'ascrivono all'imperfezione di quelli che non han
filosofato. Però vanno spiando di tutte nazioni l'usanze, e sempre migliorano;
e quando sapranno le ragioni vive del Cristianesmo, provate con miracoli,
consentiranno, perché son dolcissimi. Ma fin mo trattano naturalmente senza
fede rivelata; né ponno a piú sormontare.
Di piú questo è
bello, che fra loro non ci è difetto che faccia l'uomo ozioso, se non l'età
decrepita, quando serve solo per consiglio (32). Ma chi è zoppo serve alle
sentinelle con gli occhi; chi non ha occhi serve a carminar la lana e levar il
pelo dal nervo delle penne per li matarazzi; chi non ha mani, ad altro
esercizio; e se un solo membro ha, con quello serve; ma questi stanno, se non
furo illustrissimi per la città, nelle ville, e son governati bene, e son spie
che avvisano alla republica ogni cosa.
|
| Osp. |
Di' mo della guerra; ché poi dell'arti e vitto mi dirai, poi delle
scienze, e al fine della religione. |
| Gen. |
Il Potestà tiene sotto di sé un offiziale dell'armi, un altro
dell'artellaria,
un delli cavalieri, un delli ingegneri; e ognuno di questi ha sotto di sé molti
mastri di quell'arte. Ma di piú ci sono gli atleti, che a tutti insegnano
l'esercizio della guerra. Questi sono attempati, prudenti capitani, che
esercitano li gioveni di dodici anni in suso all'arme; benché prima nella lotta
e correre e tirar pietre erano avvezzi da mastri inferiori. Or questi
l'insegnano a ferire, a guadagnar l'inimico con arte, a giocar di spada, di
lancia, a saettare, a cavalcare, a sequire, a fuggire, a star nell'ordine
militare. E le donne pure imparano queste arti sotto maestre e mastri loro, per
quando fusse bisogno aiutar gli uomini nelle guerre vicine alla città; e, se
venisse assalto, difendono le mura. Onde ben sanno sparar l'archibugio, far
balle, gittar pietre, andar incontro. E si sforzano tor da loro ogni timore, e
hanno gran pene quei che mostran codardia. Non temono la morte, perché tutti
credono l'immortalità dell'anima, e che, morendo, s'accompagnano con li spiriti
buoni o rei, secondo li meriti. Benché essi siano stati Bragmani pittagorici (33), non credono trasmigrazione d'anima, se non per qualche giudizio di Dio.
Né s'astengono di ferir il nimico ribello della ragione, che non merita esser
uomo.
Fanno la mostra ogni
dui mesi, e ogni giorno ci è l'esercizio dell'arma, o in campagna, cavalcando,
o dentro, e una lezione d'arte militare, e fanno sempre leggere l'istorie di
Cesare, d'Alessandro, di Scipione e d'Annibale, e poi danno il giudizio loro
quasi tutti, dicendo: «Qui fecero bene, qui male»; e poi risponde il mastro e
determina.
|
| Osp. |
Con chi fan le guerre
(34)? e per che causa, se son tanto felici? |
| Gen. |
Se mai non avessero guerra, pure si esercitano all'arte di guerra e alla
caccia per non impoltronire e per quel che potria succedere. Di piú, vi son
quattro regi nell'isola, li quali han grande invidia della felicità loro,
perché li popoli desiderariano vivere come questi Solari, e vorriano star piú
soggetti ad essi, che non a' propri regi. Onde spesso loro è mossa guerra,
sotto color d'usurpar confini e di viver empiamente, perché non sequeno le
superstizioni di Gentili, né dell'altri Bragmani; e spesso li fan guerra, come
ribelli che prima erano soggetti. E con tutto questo perdono sempre. Or essi
Solari, subito che patiscono preda, insulto o altro disonore, o son travagliati
l'amici loro, o pure son chiamati d'alcune città tiranneggiate come liberatori,
essi si mettono a consiglio, e prima s'inginocchiano a Dio e pregano che li
faccia ben consigliarsi, poi s'esamina il merito del negozio, e cosí si
bandisce la guerra. Mandano un sacerdote detto il Forense: costui dimanda a'
nemici che rendano il tolto o lascino la tirannia; e se quelli negano, li
bandiscono la guerra, chiamando Dio delle vendette in testimonio contra chi ha
il torto; e si quelli prolungano il negozio, non li danno tempo, si è re, piú
d'un'ora, si è republica, tre ore a deliberar la risposta, per non esser
burlati; e cosí si piglia la guerra, se quelli son contumaci alla ragione. Ma
dopo ch'è pigliata, ogni cosa esequisce il locotenente del Potestà; ed esso
comanda senza consiglio d'altri, ma, si è cosa di momento, comanda il Amor e 'l
Sapienza e 'l Sole. Si propone in consiglio grande, dove entra tutto il popolo
di venti anni in su, e le donne ancora, e si dichiara la giustizia dell'impresa
dal Predicatore, e metteno in ordine ogni cosa.
Devesi sapere ch'essi
hanno tutte sorti de arme apparecchiate nell'armari, e spesso si provano quelle
in guerre finte. Han per tutti li gironi, nell'esterior muro, l'artellerie e l'archebugi
preparati e molti altri cannoni di campagna che portano in guerra, e n'han pur
di legno, nonché di metallo; e cosí sopra le carra li conducono, e l'altre
munizioni nelli muli, e bagaglie. E se sono in campo aperto, serrano le bagaglie
in mezzo e l'artellerie, e combattono gran pezzo, e poi fan la ritirata. E 'l
nemico, credendo che cedano, s'inganna; perché essi fanno ala, pigliano fiato e
lasciano l'artiglierie sparare, e poi tornano alla zuffa contro nemici
scompigliati. Usano far i padiglioni alla romana con steccati e fosse intorno
con gran prestezza. Ci son li mastri di bagaglie, d'artellerie e dell'opere.
Tutti soldati san maneggiar la zappa e la secure (35). Vi son cinque, otto o
diece capitani di consiglio di guerra e di stratagemme, che comandano alle
squadre loro secondo prima insieme si consigliorno. Soleno portar seco una
squadra di fanciulli a cavallo per imparar la guerra e incarnarsi, come lupicini,
al sangue; e nei pericoli si ritirano, e molte donne con loro. E dopo la
battaglia esse donne e fanciulli fanno carezze alli guerrieri, li medicano,
serveno, abbracciano e confortano; e quelli, per mostrarsi valenti alle donne e
figli loro, fanno gran prove. Nell'assalti, chi prima saglie il muro ha dopo in
onore una corona di gramigna con applauso militare delle donne e fanciulli. Chi
aiuta il compagno ha la corona civica di quercia; chi uccide il tiranno, le
spoglie opime, che porta al tempio, e si dona dal Sole il cognome dell'impresa.
Usano i cavalieri una
lancia, due pistole avanti cavallo, di mirabil tempra, strette in bocca, che per
questo passano ogn'armatura, e hanno anco lo stocco. Altri portano la mazza, e
questi son gli uomini d'arme, perché, non potendo un'armatura ferrea penetrare
con spada o con pistola, sempre assaltano il nemico con la mazza, come Achille
contra Cigno (36), e lo sconquassano e
gittano. Ha due catene la mazza in punta,
a cui pendeno due palle, che, menando, circondano il collo del nemico, lo
cingeno, tirano e gettano; e, per poterla maneggiare, non tengono briglia con
mano, ma con li piedi, incrocicchiata nella sella, e avvinchiata nell'estremo
alle staffe, non alli piedi, per non impedirsi; e le staffe han di fuori la
sfera e dentro il triangolo, onde il piede torcendo ne' lati, le fan girare,
ché stan affibiate alli staffili, e cosí tirano a sé o allongano il freno con
mirabil prestezza, e con la destra torceno a sinistra e a contrario.
Questo secreto manco i Tartari hanno inteso, ché stirare e torcere non sanno
con le staffe. Li cavalli leggeri cominciano con li schioppi, e poi entrano
l'aste e le frombole, delle quali tengono gran conto. E usano combattere per
fila intessute, andando altri, e altri ritirandosi a vicenda; e hanno li
squadroni saldi delle piche per fermezza del campo; e le spade sono l'ultima
prova.
Ci son poi li trionfi
militari ad uso di Romani, e piú belli, e le supplicazioni ringraziatorie. E si
presenta al tempio il capitano, e si narrano li gesti dal poeta o istorico
ch'andò con lui. E 'l prencipe lo corona, e a tutti soldati fa qualche regalo e
onore, e per molti dí sono esenti dalle fatiche publiche. Ma essi l'hanno a
male, perché non sanno star oziosi e aiutano gli altri. E all'incontro quei che
per loro colpa han perduto, si ricevono con vituperio, e chi fu il primo a
fuggire non può scampar la morte, se non quando tutto l'esercito domanda in
grazia la sua vita, e ognun piglia parte della pena. Ma poco s'ammette tal
indulgenza, si non quando ci è gran ragione. Chi non aiutò l'amico o fece atto
vile, è frustato; chi fu disobediente, si mette a morire dentro un palco di
bestie con un bastone in mano, e se vince i leoni e l'orsi, che è quasi
impossibile, torna in grazia.
Le città superate o
date a loro subito mettono ogni avere in commune, e riceveno gli offiziali
solari e la guardia, e si van sempre acconciando all'uso della Città del Sole,
maestra loro; e mandano li figli ad imparare in quella, senza contribuire a
spese.
Saria lungo a dirti
del mastro delle spie e sentinelle, degli ordini loro dentro e fuore la città,
che te li puoi pensare, ché son eletti da bambini secondo l'inclinazione e
costellazione vista nella genitura loro. Onde ognuno, oprando secondo la
proprietà sua naturale, fa bene quell'esercizio e con piacere per esserli
naturale; cosí dico delle strategemme e altri, ecc. La città di notte e di
giorno ha le guardie nelle quattro porte e nelle mura estreme, su li torrioni e
valguardi; e il giorno al piú le femine, la notte li maschi guardano; e questo
lo fanno per non impoltronire e per li casi fortuiti. Han le veglie, come i
nostri soldati, divise di tre in tre ore; la sera entrano in guardia.
Usano le cacce per
imagini di guerra, e li giochi in piazza a cavallo e a piede ogni festa, e poi
segue la musica, ecc.
Perdonano volentieri
a' nemici e dopo la vittoria li fanno bene. Se gettano mura o vogliono occider i
capi o altro danno a' vinti, tutto fanno in un giorno, e poi li fanno bene, e
dicono che non si deve far guerra se non per far gli uomini buoni, non per
estinguerli. Se tra loro ci è qualche gara d'ingiuria o d'altro, perché essi
non contendono se non di onore, il prencipe e suoi offiziali puniscono il reo
severamente, s'incorse ad ingiuria di fatto dopo le prime ire; se di parole,
aspettano in guerra a diffinirle, dicendo che l'ira si deve sfogare contro l'inimici.
E chi fa poi in guerra piú atti eroici, quello è tenuto c'abbia raggione
nell'onoranza, e l'altro cede. Ma nelle cose del giusto ci son le pene; però in
duello di mano non ponno venire, e chi vol mostrarsi megliore, faccilo in guerra
publica.
|
| Osp. |
Bella cosa per non fomentar fazioni a roina della patria e schifar le guerre
civili, onde nasce il tiranno, come fu in Roma e Atene. Narra or, ti prego,
dell'artefici loro. |
| Gen. |
Devi aver inteso come commune a tutti è l'arte militare, l'agricoltura,
la pastorale; ch'ognuno è obbligato a saperle, e queste son le piú nobili tra
loro; ma chi piú arti sa, piú nobile è, nell'esercitarla quello è posto, che
piú è atto. L'arti fatigose e utili son di piú laude, come il ferraro, il
fabricatore (37); e non si schifa nullo a pigliarle, tanto piú che nella
natività loro si vede l'inclinazione, e tra loro, per lo compartimento della
fatiche, nullo viene a participar fatica destruttiva dell'individuo, ma solo
conservativa. L'arti che sono di manco fatica son delle femine. Le speculative
son di tutti, e chi piú è eccellente si fa lettore; e questo è piú onorato
che nelle meccaniche, e si fa sacerdote. Saper natare è a tutti necessario, e
ci sono a posta le piscine fuor, nelle fosse della città, e dentro vi son le
fontane.
La mercatura
(38) a
loro poco serve, ma però conoscono il valor delle monete, e batteno moneta per
l'ambasciatori loro, acciocché possino commutare con la pecunia il vitto che
non ponno portare, e fanno venire d'ogni parte del mondo mercanti a loro per
smaltir le cose soverchie, e non vogliono danari, se non merci di quelle cose
che essi non hanno. E si ridono quando vedono i fanciulli, che quelli donano
tanta robba per poco argento, ma non li vecchi. Non vogliono che schiavi o
forastieri infettino la città di mali costumi; però vendono quelli che
pigliano in guerra, o li mettono a cavar fosse e far esercizi faticosi fuor
della città, dove sempre vanno quattro squadre di soldati a guardare il
territorio e quelli che lavorano, uscendo dalle quattro porte, le quali hanno le
strade di mattoni fin al mare per condotta delle robbe e facilità delli
forastieri. Alli quali fanno gran carezze, li donano da mangiare per tre giorni,
li lavano li piedi, li fan veder la città e l'ordine loro, entrare a consiglio
e a mensa. E ci son uomini deputati a guardarli, e se voglion farsi cittadini,
li provano un mese nelle ville e uno nella città, e cosí poi risolveno, e li
ricevono con certe cerimonie e giuramenti.
L'agricoltura è in
gran stima: non ci è palmo di terra che non frutti. Osservano li venti e le
stelle propizie, ed escono tutti in campo armati ad arare, seminare, zappare,
metere (39), raccogliere, vindemiare, con musiche, trombe e stendardi; e ogni
cosa fanno fra pochissime ore. Hanno la carra a vela, che caminano con il
vento, e quando non ci è vento, una bestia tira un gran carro — bella cosa!
— e han li guardiani del territorio armati, che per li campi sempre van
girando. Poco usano letame all'orti e a' campi, dicendo che li semi diventano
putridi e fan vita breve, come le donne imbellettate e non belle per
esercizio fanno prole fiacca. Onde né pur la terra imbellettano, ma ben
l'esercitano, e hanno gran secreti di far nascere presto e multiplicare, e non
perder sempre. E tengon un libro a posta di tal esercizio, che si chiama la Georgica.
Una parte del territorio, quanto basta, si ara; l'altra serve per pascolo delle
bestie. Or questa nobil arte di far cavalli, bovi, pecore, cani e ogni sorte
d'animali domestici è in sommo pregio appresso loro come fu in tempo antico
d'Abramo (40); e con modi magici li fanno venire al coito, che possan ben
generare, inanzi a cavalli pinti o bovi o pecore; e non lasciano andar in
campagna li stalloni con le giumente, ma li donano a tempo opportuno inanzi alle
stalle di campagna. Osservano Sagittario in ascendente, con buono aspetto di
Marte e Giove: per li bovi, Tauro; per le pecore, Ariete, secondo l'arte. Hanno
poi mandre di galline sotto le Pleiadi e papare e anatre, guidate a pascere
dalle donne con gusto loro presso alla città e li luochi dove la sera son
serrate. A far il cascio e latticini, butiri e simili molto attendono, e a'
caponi e a' castrati e al frutto (41); e ci è un libro di quest'arte detto la Buccolica.
E abbondano d'ogni cosa, perché ognuno desidera esser primo alla fatica per la
docilità delli costumi e per esser poca e fruttuosa; e ognun di loro, che è
capo di questo esercizio, s'appella re, dicendo che questo è nome loro proprio,
e non di chi non sa. Gran cosa, che donne e uomini sempre vanno in squadroni,
né mai soli, e sempre all'obedienza del capo si trovano senza nullo disgusto; e
ciò perché l'hanno come padre o frate maggiore.
Han poi le montagne e
le cacce d'animali, e spesso s'esercitano.
La marinaria è di
molta reputazione, e tengono alcuni vascelli, che senza vento e senza remi
caminano (42), e altri con vento e remi. Intendono assai le stelle, e flussi e
reflussi del mare, e navigano per conoscer genti e paesi. A nullo fan torto;
senza esser stimolati non combattono. Dicono che il mondo averà da riducersi a
vivere come essi fanno, però cercano sempre sapere se altri vivono meglio di
loro. Hanno confederazione con li Chinesi, e con piú popoli isolani e del
continente di Siam e di Cancacina (43) e Calicut, solo per spiare.
Hanno anche gran
secreti di fuochi artifiziali per le guerre marine e terrestri, e stratagemme,
che mai non restan di vincere.
|
| Osp. |
Che e come mangiano? E quanto è lunga la vita loro? |
| Gen. |
Essi dicono che prima bisogna mirar la vita del tutto e poi delle parti; onde
quando edificaro la città, posero i segni fissi nelli quattro angoli del mondo.
Il Sole in ascendente in Leone, e Giove in Leone orientale dal Sole, e Mercurio
e Venere in Cancro, ma vicini, che facean satellizio; Marte nella nona in
Ariete, che mirava di sua casa con felice aspetto l'ascendente e l'afeta, e la
Luna in Tauro, che mirava di buono aspetto Mercurio e Venere, e non facea
aspetto quadrato al Sole. Stava Saturno entrando nella quarta senza far mal
aspetto a Marte e al Sole. La Fortuna con il Capo di Medusa (44) in decima quasi
era, onde essi s'augurano signoria, fermezza e grandezza. E Mercurio, sendo in
buono aspetto di Vergine e nella triplicità dell'asside (45) suo, illuminato
dalla Luna, non può esser tristo; ma, sendo gioviale la scienza loro, non
mendica, poco si curano d'aspettarlo in Vergine e la congiunzione.
Or essi mangiano
carne, butiri, mèle, cascio, dattili, erbe diverse, e prima non volean uccidere
gli animali, parendo crudeltà (46); ma poi, vedendo che era pur crudeltà
ammazzar l'erbe, che han senso (47), onde bisognava morire, consideraro che le
cose ignobili son fatte per le nobili, e magnano ogni cosa. Non però uccidono
volontieri l'animali fruttuosi, come bovi e cavalli. Hanno però distinti li
cibi utili dalli disutili, e secondo la medicina si serveno: una fiata mangiano
carne, una pesce e una erbe, e poi tornano alla carne per circolo, per non
gravare né estenuare la natura. Li vecchi han cibi piú digestibili, e mangiano
tre volte il giorno e poco, li fanciulli quattro, la communità due. Vivono
almeno cento anni, al piú centosettanta o ducento al rarissimo. E son molto
temperati nel bevere: vino non si dona a' fanciulli sino alli diciannove anni
senza necessità grandissima, e bevono con acqua poi, e cosí le donne; li
vecchi di cinquanta anni in su beveno senz'acqua, ma, quando han da fare qualche
consiglio o giudizio, mettono acqua. Mangiano, secondo la stagione dell'anno,
quel che è piú utile e proprio, secondo provisto viene dal capo Medico, che ha
cura. Usano assai l'odori: la mattina, quando si levano, si pettinano e lavano
con acqua fresca tutti; poi masticano maiorana o petrosino (48) o menta, e se la
frecano nelle mani, e li vecchi usano incenso; e fanno orazione brevissima al
levante come il Pater noster; ed escono e vanno chi a servire i vecchi,
chi in coro, chi ad apparecchiare le cose del commune; e poi si riducono alle
prime lezioni, poi al tempio, poi escono all'esercizio, poi riposano poco,
sedendo, e vanno a magnare.
Tra loro non ci è
podagre, né chiragre, né catarri, né sciatiche, né doglie coliche, né
flati, perché questi nascono dalla distillazione e inflazione, ed essi per
l'esercizio purgano ogni flato e umore. Onde è tenuto a vergogna che uno si
vegga sputare, dicendo che questo nasce da poco esercizio, da poltroneria o da
mangiar ingordo. Patiscono piú tosto d'infiammazioni e spasmi secchi alli quali
con la copia del buon cibo e bagni sovvengono; e all'etica con bagni dolci e
latticini, e star in campagne amene in bello esercizio. Morbo venereo non può
allignare, perché si lavano spesso li corpi con vino e ogli aromatici; e il
sudore anche leva quell'infetto vapore, che putrefà il sangue e le midolle. Né
tisici si fanno, per non esser distillazione che cali al petto, e molto meno
asma, poiché umor grosso ci vuole a farla. Curano le febri ardenti con acqua
fresca, e l'efimere solo con odori e brodi grassi e con dormire, o con suoni e
allegrie; le terzane con levar sangue e con reubarbaro o simili attrattivi, e
con bevere acque di radici d'erbe purganti e acetose. Di rado vengono a medicine
purganti. Le quartane son facili a sanare per paure sùbite, per erbe simili
all'umore od opposite; e mi mostraro certi secreti mirabili di quelle. Delle
continue tengono conto assai, e fanno osservanze di stelle ed erbe, e preghiere
a Dio per sanarle. Quintane, ottane, settane poche si trovano, dove non ci sono
umori grossi. Usano li bagni e l'olei all'usanza antica, e ci trovaro molto piú
secreti per star netto, sano, gagliardo. Si sforzano con questi e altri modi
aiutarsi contro il morbo sacro (49) ché ne pateno spesso.
|
| Osp. |
Segno
d'ingegno grande, onde Ercole, Socrate, Macometto, Scoto e Callimaco ne
patiro. |
| Gen. |
E s'aiutano con preghiere al cielo e con odori e confortamenti della testa e
cose acide e allegrezze e brodi grassi, sparsi di fiore di farina. Nel condir le
vivande non han pari: pongono macis (50), mèle, butiro e con aromati assai, che
ti confortano grandemente. Non beveno annevato, come i Napolitani
(51), neanche
caldo, come li Chinesi, perché non ha bisogno d'aiutarsi contro l'umori grossi
in favor del natio calore, ma lo confortano con aglio pesto e aceto, serpillo,
menta, basilico, l'estate e nella stanchezza; né contra il soverchio calor
dall'aromati aumentato, perché non escono di regola. Hanno pur un secreto di
rinovar la vita ogni sette anni, senza afflizione, con bell'arte. |
| Osp. |
Non hai ancora detto delle scienze e degli offiziali. |
| Gen. |
Sí, ma poiché sei tanto curioso, ti dirò piú. Ogni nova Luna e ogni
opposizione sua fanno consiglio dopo il sacrifizio; e qui entrano tutti di venti
anni in suso, e si dimanda ad ognuno che cosa manca alla città, e chi offiziale
è buono e chi è tristo. Dopo ogn'otto dí, si congregano tutti l'offiziali,
che son il Sole, Pon, Sin, Mor; e ognun di questi ha tre offiziali sotto di sé
(52), che son tredici, e ognun di questi tre altri, che fan tutti quaranta; e
quelli han l'offizi dell'arti convenienti a loro, il Potestà della milizia, il
Sapienza delle scienze, il Amore del vitto, generazione e vestito ed educazione;
e li mastri d'ogni squadra, cioè caporioni, decurioni, centurioni sí delle
donne come degli uomini. E si ragiona di quel che bisogna al publico, e si
eleggon gli offiziali, pria nominati in consiglio grande. Dopo ogni dí fa
consiglio Sole e li tre prencipi delle cose occorrenti, e confirmano e
conciano quel che si è trattato nell'elezione e gli altri bisogni. Non usano
sorti, se non quando son dubbi in modo che non sanno a qual parte pendere.
Questi offiziali si mutano secondo la volontà del popolo inchina, ma li quattro
primi no, se non quando essi stessi, per consiglio fatto tra loro, cedono a chi
veggono saper piú di loro e aver piú purgato ingegno; e son tanto docili e
buoni, che volontieri cedeno a chi piú sa e imparano da quelli; ma questo è di
rado assai.
Li capi principali
delle scienze son soggetti al Sapienza, altri che il Metafisico, che è esso
Sole, che a tutte scienze comanda, come architetto, e ha vergogna ignorare cosa
alcuna al mondo umano. Sotto a lui (53) sta il Grammatico, il Logico, il Fisico,
il Medico, il Politico, l'Economico, il Morale, l'Astronomo, l'Astrologo, il
Geometra, il Cosmografo, il Musico, il Prospettivo (54), l'Aritmetico, il Poeta,
l'Oratore, il Pittore, il Scultore. Sotto Amore sta il Genitario, l'Educatore,
il Vestiario, l'Agricola, l'Armentario, il Pastore, il Cicurario, il Gran
Coquinario (55). Sotto Potestà il Stratagemmario, il Campione, il
Ferrario, l'Armario,
l'Argentario, il Monetario, l'Ingegnero, Mastro spia, Mastro cavallarizzo, il
Gladiatore, l'Artegliero, il Frombolario, il Giustiziero. E tutti questi han li
particolari artefici soggetti.
Or qui hai da sapere
che ognun è giudicato da quello dell'arte sua; talché ogni capo dell'arte è
giudice, e punisce d'esilio, di frusta, di vituperio, di non mangiar in mensa
commune, di non andar in chiesa, non parlar alle donne. Ma quando occorre caso
ingiurioso, l'omicidio si punisce con morte, e occhio per occhio e naso per naso
si paga per la pena della pariglia, quando è caso pensato. Quando è rissa
subitanea, si mitiga la sentenza, ma non dal giudice, perché condanna subito
secondo la legge, ma dalli tre prencipi. E s'appella pure al Metafisico per
grazia, non per giustizia, e quello può far la grazia. Non tengono carcere, se
non per qualche ribello nemico un torrione. Non si scrive processo, ma in
presenza del giudice e del Potestà si dice il pro e il contra; e subito si
condanna dal giudice; e poi dal Potestà, se s'appella, il sequente dí si
condanna; e poi dal Sole il terzo dí si condanna, o s'aggrazia dopo molti dí
con consenso del popolo. E nessuno può morire, se tutto il popolo a man commune
non l'uccide; ché boia non hanno, ma tutti lo lapidano o brugiano, facendo che
esso si leghi la polvere per morir subito. E tutti piangono e pregano Dio, che
plachi l'ira sua, dolendosi che sian venuti a resecare un membro infetto dal
corpo della republica; e fanno di modo che esso stesso accetti la sentenza, e
disputano con lui fin tanto che esso, convinto, dica che la merita; ma quando è
caso contra la libertà o contra Dio o contra gli offiziali maggiori, senza
misericordia si esequisce. Questi soli si puniscono con morte; e quel che more
ha da dire tutte le cause perché non deve morire, e li peccati degli altri e
dell'offiziali, dicendo quelli meritano peggio; e se vince, lo mandano in esilio
e purgano la città con preghiere e sacrifizi e ammende; ma non però
travagliano li nominati.
Li falli di
fragilità e d'ignoranza si puniscono solo con vituperi, e con farlo imparare a
contenersi, e quell'arte in cui peccò, o altra, e si trattano in modo, che
paion l'un membro dell'altro.
Qui è da saper, che
se un peccatore, senza aspettar accusa, va da sé all'offiziali accusandosi e
dimandando ammenda, lo liberano dalla pena dell'occulto peccato e la commutano
mentre (56) non fu accusato.
Si guardano assai
dalla calunnia per non patir la medesima pena. E perché sempre stanno
accompagnati quasi, ci vuole cinque testimoni a convincere; se non, si libera
col giuramento il reo. Ma se due altre volte è accusato da lui o tre testimoni,
al doppio paga la pena.
Le leggi son
pochissime, tutte scritte in una tavola di rame alla porta del tempio, cioè
nelle colonne, nelle quali ci son scritte tutte le quiddità (57) delle cose in
breve: che cosa è Dio, che cosa è angelo, che cosa è mondo, stella, uomo,
ecc., con gran sale, e d'ogni virtú la diffinizione. E li giudici d'ogni virtú
hanno la sedia in quel luoco, quando giudicano, e dicono: «Ecco, tu peccasti
contra questa diffinizione: leggi»; e cosí poi lo condanna o d'ingratitudine o
di pigrizia o d'ignoranza; e le condanne son certe vere medicine, piú che pene,
e di soavità grande.
|
| Osp. |
Or dire ti bisogna delli sacerdoti e sacrifizi e credenza loro. |
| Gen. |
Sommo sacerdote è Sole; e tutti gli offiziali son sacerdoti, parlando delli
capi, e offizio loro è purgar la coscienze. Talché tutti si confessano a
quelli, ed essi imparano che sorti di peccati regnano. E si confessano alli tre
maggiori tanto li peccati propri, quanto li strani in genere, senza nominare li
peccatori, e li tre poi si confessano al Sole. Il quale conosce che sorti di
errori corrono e sovviene alli bisogni della città e fa a Dio sacrifizio e
orazioni, a cui esso confessa li peccati suoi e di tutto il popolo publicamente
in su l'altare, ogni volta che sia necessario per amendarli, senza nominar
alcuno. E cosí assolve il popolo, ammonendo che si guardi di quelli errori, e
confessa i suoi in publico e poi fa sacrifizio a Dio, che voglia assolvere tutta
la città e ammaestrarla e difenderla (58). Il sacrifizio è questo, che dimanda
al popolo chi si vuol sacrificare per li suoi membri, e cosí un di quelli piú
buoni si sacrifica. E 'l sacerdote lo pone sopra una tavola, che è tenuta da
quattro funi, che stanno a quattro girelle (59) della cupola, e, fatta
l'orazione a Dio che riceva quel sacrifizio nobile e voluntario umano (non di
bestie involuntarie, come fanno i Gentili), fa tirar le funi; e quello saglie in
alto alla cupoletta e qui si mette in orazione; e li si dà da magnare
parcamente, sino a tanto che la città è espiata. Ed esso con orazioni e
digiuni prega Dio, che riceva il pronto sacrifizio suo; e cosí, dopo venti o
trenta giorni, placata l'ira di Dio, torna a basso per le parti di fuore o si fa
sacerdote; e questo è sempre onorato e ben voluto, perché esso si dà per
morto, ma Dio non vuol che mora.
Di piú vi stanno
ventiquattro sacerdoti sopra il tempio, li quali a mezzanotte, a mezzodí, la
mattina e la sera cantano alcuni salmi a Dio; e l'offizio loro è di guardar le
stelle e notare con astrolabi tutti li movimenti loro e gli effetti che
producono, onde sanno in che paese che mutazione è stata e ha da essere. E
questi dicono l'ore della generazione e li giorni del seminare e raccogliere, e
serveno come mezzani tra Dio e gli uomini; e di essi per lo piú si fanno li
Soli e scriveno gran cose e investigano scienze. Non vengono a basso, se non per
mangiare; con donne non si impacciano, se non qualche volta per medicina del
corpo. Va ogni dí Sole in alto e parla con loro di quel che hanno investigato
sopra il benefizio della città e di tutte le nazioni del mondo. In tempio da
basso sempre ha da esser uno che faccia orazione a Dio, e ogni ora si muta, come
noi facciamo le quarant'ore (60) e questo si dice continuo
sacrifizio.
Dopo mangiare si
rendon grazie a Dio con musica, e poi si cantano gesti di eroi cristiani, ebrei,
gentili, di tutte nazioni, per spasso e per godere. Si cantano inni d'amore e di
sapienza e d'ogni virtú. Si piglia ognuno quella che piú ama, e fanno alcuni
balli sotto li chiostri, bellissimi. Le donne portano li capelli lunghi,
inghirlandati e uniti in un groppo in mezzo la testa con una treccia. Gli uomini
solo un cerro (61), un velo e berrettino. Usano cappelli in campagna, in casa
berrette bianche o rosse o varie, secondo l'offizio e arte che fanno, e gli
offiziali piú grandi e pompose.
Tutte le feste loro
son quattro principali, cioè quando entra il Sole in Ariete, in Cancro, in
Libra, in Capricorno; e fanno gran rappresentazioni belle e dotte; e ogni
congiunzione e opposizione di Luna fanno certe feste. E nelli giorni che fondaro
la città e quando ebbero vittoria, fanno il medesimo con musica di voci
femminine e con trombe e tamburi e artiglierie; e li poeti cantano le laudi
delli piú virtuosi. Ma chi dice bugia in laude è punito; non si può dir poeta
chi finge menzogne tra loro; e questa licenza dicono che è ruina del mondo, che
toglie il premio alle virtú e lo dona altrui per paura o adulazione.
Non si fa statua a
nullo, se non dopo che more; ma, vivendo, si scrive nel libro delli eroi chi ha
trovato arti nove e secreti d'importanza, o fatto gran benefizio in guerra o
pace al publico.
Non si atterrano
(62)
li corpi morti, ma si bruggiano per levar la peste e per convertirsi in fuoco,
cosa tanto nobile e viva, che vien dal Sole e a lui torna, e per non restar
sospetto d'idolatria. Restano pitture solo o statue di grand'uomini, e quelle
mirano le donne formose, che s'applicano all'uso della razza.
L'orazioni si fan
alli quattro angoli del mondo orizzontali, e la mattina prima a levante, poi a
ponente, poi a mezzodí, poi a settentrione; la sera al riverso, prima a
ponente, poi a levante, poi a settentrione, poi ad ostro. E replicano solo un
verso, che dimanda corpo sano e mente sana a loro e a tutte le genti, e
beatitudine, e conclude: «come par meglio a Dio». Ma l'orazione attentamente e
lunga si fa in cielo; però l'altare è tondo e in croce spartito, per dove
entra Sole dopo le quattro repetizioni, e prega mirando in suso. Questo lo fan
per gran misterio. Le vesti pontificali son stupende di bellezza e di
significato a guisa di quelle di Aron (63).
Distingueno li tempi
secondo l'anno tropico, non sidereo (64), ma sempre notano quanto anticipa
questo di tempo. Credono che il Sole cali a basso (65), e però facendo piú
stretti circoli arriva alli tropici ed equinozi prima che l'anno passato; o vero
pare arrivare, ché l'occhio, vedendolo piú basso in obliquo, lo vede prima
giungere e obliquare. Misurano li mesi con la Luna e l'anno col Sole; e però
non accordano questo con quella fino alli dicinove anni, quando pur il Capo del
drago (66) finisce il suo corso; del che han fatto nova astronomia. Laudano
Tolomeo e ammirano Copernico, benché Aristarco e Filolao prima di lui
(67); ma
dicono che l'uno fa il conto con le pietre, l'altro con le fave, ma nullo con le
stesse cose contate, e pagano il mondo con li scudi di conto, non d'oro. Però
essi cercano assai sottilmente questo negozio, perché importa a saper la
fabrica del mondo, e se perirà e quando, e la sostanza delle stelle e chi ci
sta dentro a loro. E credono esser vero quel che disse Cristo delli segni delle
stelle, Sole e Luna (68), li quali alli stolti non pareno veri, ma li
venirà,
come ladro di notte, il fin delle cose. Onde aspettano la renovazione del
secolo, e forsi il fine. Dicono che è gran dubbio sapere se 'l mondo fu fatto
di nulla o delle rovine d'altri mondi o del caos; ma par verisimile che sia
fatto, anzi certo (69). Son nemici d'Aristotile, l'appellano pedante.
Onorano il Sole e le
stelle come cose viventi e statue di Dio e tempi celesti; ma non l'adorano, e
piú onorano il Sole. Nulla creatura adorano di latria, altro che Dio, e però a
lui serveno solo sotto l'insegna del Sole, ch'è insegna e volto di Dio, da cui
viene la luce e 'l calore e ogni altra cosa. Però l'altare è come un Sole
fatto, e li sacerdoti pregano Dio nel Sole e nelle stelle, com'in altari, e nel
cielo, come tempio; e chiamano gli angeli buoni per intercessori, che stanno
nelle stelle, vive case loro, e che le bellezze sue Dio piú le mostrò in cielo
e nel Sole, come suo trofeo e statua.
Negano gli eccentrici
ed epicicili di Tolomeo e di Copernico; affermano che sia un solo cielo, e che
li pianeti da sé si movano e alzino, quando al Sole si congiungeno per la luce
maggiore che riceveno; e abbassino nelle quadrature e nell'opposizioni per
avvicinarsi a lui. E la Luna in congiunzione e opposizione s'alza per stare
sotto il Sole e ricever luce in questi siti assai, che la sublima. E per questo
le stelle, benché vadano sempre di levante a ponente, nell'alzare paion gir a
dietro; e cosí si veggono (70), perché il stellato cielo corre velocemente in
ventiquattro ore, ed esse, ogni dí caminando meno, restano piú a dietro;
talché, sendo passate dal cielo, paion tornare. E quando son nell'opposito del
Sole, piglian breve circolo per la bassezza, ché s'inchinano a pigliar luce di
lui, e però caminano inante assai; e quando vanno a par delle stelle fisse, si
dicon stazionari; quando piú veloci, retrogradi, secondo li volgari astrologi;
e quando meno, diretti. Ma la Luna, tardissima in congiunzione e opposizione,
non par tornare, ma solo avanzare inanti poco, perché il primo cielo non è
tanto piú di lei veloce allora c'ha lume assai o di sopra o di sotto, onde non
par retrograda, ma solo tarda indietro e veloce inanti. E cosí si vede che né
epicicli, né eccentrici ci voleno a farli alzare e retrocedere. Vero è ch'in
alcune parti del mondo han consenso con le cose sopracelesti, e si fermano, e
però diconsi alzar in eccentrico.
Del Sole poi rendono
la causa fisica (71), che nel settentrione s'alza per contrastar la Terra, dove
essa prese forza, mentre esso scorse nel merigge, quando fu il principio del
mondo. Talché in settembre bisogna dire che sia stato fatto il mondo, come gli
Ebrei e Caldei antiqui, non li moderni, escogitaro: e cosí, alzando per rifar
il suo, sta piú giorni in settentrione che in austro, e par salir in
eccentrico, ecc.
Tengono dui princípi
fisici: il Sole padre e la Terra madre; e l'aere essere cielo impuro, e 'l fuoco
venir dal Sole, e 'l mar essere sudore della terra liquefatta dal Sole e unir
l'aere con la terra, come il sangue lo spirito col corpo umano; e 'l mondo
essere animal grande, e noi star intra lui, come i vermi nel nostro corpo
(72);
e però noi appartenemo alla providenza di Dio, e non del mondo e delle stelle,
perché rispetto a loro siamo casuali; ma rispetto a Dio, di cui essi sono
stromenti, siamo antevisti e provisti; però a Dio solo avemo l'obligo di
signore, di padre e di tutto.
Tengono per cosa
certa l'immortalità dell'anima, e che s'accompagni, morendo, con spiriti buoni
o rei, secondo il merito. Ma li luochi delle pene e premi non l'han per tanto
certi; ma assai ragionevole pare che sia il cielo e i luochi sotterranei. Stanno
anche molto curiosi di sapere se queste pene sono eterne o no. Di piú son certi
che vi siano angeli buoni e tristi, come avviene tra gli uomini, ma quel che
sarà di loro aspettano avviso dal cielo. Stanno in dubbio se ci siano altri
mondi fuori di questo, ma stimano pazzia dir che non ci sia niente, perché il
niente né dentro né fuori del mondo è, e Dio, infinito ente, non comporta il
niente seco (73).
Fanno metafisici
princípi delle cose l'ente, ch'è Dio, e 'l niente, ch'è il mancamento
d'essere, come condizione senza cui nulla si fa, perché non se faria si fosse:
dunque non era quel che si fa (74). Dal correre al niente nasce il male e 'l
peccato; però il peccatore si dice annichilarsi e il peccato ha causa
deficiente, non efficiente. La deficienza è il medesimo che mancanza, cioè o
di potere o di sapere o di volere, e in questo ultimo metteno il peccato.
Perché chi può e sa ben fare, deve volere, perché la volontà nasce da loro,
ma non e contra. Qui ti stupisci ch'adorano Dio in Trinitate, dicendo
ch'è somma Possanza, da cui procede somma Sapienza, e d'essi entrambi, sommo
Amore. Ma non conosceno le persone distinte e nominate al modo nostro, perché
non ebbero rivelazione, ma sanno ch'in Dio ci è processione e relazione di sé
a sé; e cosí tutte cose compongono di possanza, sapienza e amore, in quanto
han l'essere; d'impotenza, insipienza e disamore, in quanto pendeno da non
essere. E per quelle meritano, per queste peccano, o di peccato di natura nelli
primi o d'arte in tutti tre. E cosí la natura particolare pecca nel far i
mostri per impotenza o ignoranza. Ma tutte queste cose son intese da Dio
potentissimo, sapientissimo e ottimo, onde in lui nullo ente pecca e fuori di
lui sí; ma non si va fuor di lui, se non per noi, non per lui, perché in noi
la deficienza è, in lui l'efficienza. Onde il peccare è atto di Dio, in quanto
ha essere ed efficienza; ma in quanto ha non essere e deficienza, nel che
consiste la quidità d'esso peccare, è in noi, ch'al non essere e disordine
declinamo.
|
| Osp. |
Oh, come son arguti! |
| Gen. |
S'io avesse tenuto a mente, e non avesse pressa (75) e paura, io ti
sfondacaria (76) gran cose; ma perdo la nave, se non mi parto. |
| Osp. |
Per tua fé, dimmi questo solo: che dicono del peccato d'Adamo? |
| Gen. |
Essi confessano che nel mondo ci sia gran corruttela, e che gli uomini si
reggono follemente e non con ragione; e che i buoni pateno e i tristi reggono;
benché chiamano infelicità quella loro, perché è annichilarsi il mostrarsi
quel che non sei, cioè d'essere re, d'essere buono, d'esser savio, ecc., e non
esser in verità. Dal che argomentano che ci sia stato gran scompiglio nelle
cose umane, e stavano per dire con Platone, che li cieli prima giravano
dall'occaso, là dove mo è il levante, e poi variaro. Dissero anco che può
essere che governi qualche inferior virtú, e la Prima lo permetta, ma questa
pur stimaro pazzia. Piú pazzia è dire che prima resse Saturno bene, e poi
Giove, e poi gli altri pianeti; ma confessano che l'età del mondo succedono
secondo l'ordine di pianeti, e credono che la mutanza degli assidi ogni mille
anni o mille seicento variano il mondo (77). E questa nostra età par che sia di
Mercurio, si bene le congiunzioni magne l'intravariano, e l'anomalie han gran
forza fatale.
Finalmente dicono
ch'è felice il cristiano, che si contenta di credere che sia avvenuto per il
peccato d'Adamo tanto scompiglio, e credeno che dai padri a' figli corre il male
piú della pena che della colpa. Ma dai figli al padre torna la colpa, perché
trascuraro la generazione, la fecero fuor di tempo e luoco, e in peccato, e
senza scelta di genitori, e trascuraro l'educazione, ché mal l'indottrinaro.
Però essi attendeno assai a questi dui punti, generazione ed educazione; e
dicono che la pena e la colpa redonda alla città, tanto de' figli, quanto de'
padri; però non si vedeno bene e par che il mondo si regga a caso. Ma chi mira
la costruzione del mondo, l'anatomia dell'uomo (come essi fan de' condennati a
morte, anatomizzandoli) e delle bestie e delle piante, e gli usi delle parti e
particelle loro, è forzato a confessare la providenza di Dio ad alta voce.
Però si deve l'uomo molto dedicare alla vera religione, e onorar l'autor suo; e
questo non può ben fare chi non investiga l'opere sue e non attende a ben
filosofare, e chi non osserva le sue leggi sante:
Quel
che non vuoi per te non far ad altri,
e
que che vuoi per te fa tu il medesimo
(78).
Dal che ne segue, che
se dai figli e dalle genti noi onor cercamo, alle quali poco damo, assai piú
dovemo noi a Dio, da cui tutto ricevemo, in tutto siamo e per tutto. Sia sempre
lodato.
|
| Osp. |
Se questi, che seguon solo la legge della natura, sono tanto vicini al
cristianesmo, che nulla cosa aggiunge alla legge naturale si non i sacramenti,
io cavo argumento da questa relazione che la vera legge è la cristiana, e che,
tolti gli abusi, sarà signora del mondo. E che però gli Spagnuoli trovaro il
resto del mondo, benché il primo trovatore fu il Colombo vostro genovese, per
unirlo tutto ad una legge; e questi filosofi saran testimoni della verità,
eletti da Dio. E credo che noi non sappiamo quel che ci facemo, ma siamo
instromenti di Dio. Quelli vanno per avarizia di danari cercando novi paesi, ma
Dio intende piú alto fine. Il Sole cerca strugger la Terra, non far piante e
uomini; ma Dio si serve di loro in questo. Sia laudato. |
| Gen. |
Oh, se sapessi che cosa dicono per astrologia e per
l'istessi profeti nostri
ed ebrei e d'altre genti di questo secolo nostro, c'ha piú istoria in cento
anni che non ebbe il mondo in quattro mila; e piú libri si fecero in questi
cento che in cinque mila; e dell'invenzioni stupende della calamita e stampe e
archibugi, gran segni dell'union del mondo; e come, stando nella triplicità
quarta l'asside di Mercurio a tempo che le congiunzioni magne si faceano in
Cancro, fece queste cose inventare per la Luna e Marte, che in quel segno valeno
al navigar novo, novi regni e nove armi. Ma entrando l'asside di Saturno in
Capricorno, e di Mercurio in Sagittario, e di Marte in Vergine, e le
congiunzioni magne tornando alla triplicità prima dopo l'apparizion della
stella nova in Cassiopea (79), sarà grande monarchia nova, e di leggi riforma e
di arti, e profeti, e rinovazione. E dicono che a' Cristiani questo apporterà
grand'utile; ma prima si svelle e monda, poi s'edifica e pianta.
Abbi pazienza, che ho
da fare.
Questo sappi,
c'han
trovato l'arte del volare, che sola manca al mondo, e aspettano un occhiale di
veder le stelle occulte (80) e un oricchiale d'udir l'armonia delli moti di
pianeti (81).
|
| Osp. |
Oh! oh! oh! mi piace. Ma Cancro è segno feminile di Venere e di Luna, e che
può far di bene? |
| Gen. |
Essi dicono che la femina apporta fecondità di cose in cielo, e virtú manco
gagliarda rispetto a noi aver dominio. Onde si vede che in questo secolo regnano
le donne, come l'Amazzoni tra la Nubbia e 'l Monopotapa (82), e tra gli Europei
la Rossa in Turchia, la Bona in Polonia, Maria in Ongheria, Elisabetta in
Inghilterra, Catarina in Francia, Margherita in Fiandra, la Bianca in Toscana,
Maria in Scozia, Camilla in Roma e Isabella in Spagna, inventrice del Mondo
Novo. E 'l poeta di questo secolo (83) incominciò dalle donne dicendo:
Le donne, i
cavalier, l'armi e l'amori
(84).
E tutti son maledici
li poeti d'ogge per Marte; e per Venere e per la Luna parlano di bardascismo
(85) e puttanesmo. E gli uomini si effeminano e si chiamano «Vossignoria»; e
in Africa, dove regna Cancro, oltre l'Amazzoni, ci sono in Fez e Marocco li
bordelli degli effeminati publici, e mille sporchezze.
Non però restò, per
esser tropico segno Cancro ed esaltazion di Giove e apogeo del Sole e di Marte
trigono, sí come per la Luna e Marte e Venere ha fatto la nova invenzion del
mondo e la stupenda maniera di girar tutta la Terra e l'imperio donnesco, e per
Mercurio e Marte e Giove le stampe e archibugi, di non far anche de leggi gran
mutamento. Ché nel Mondo Novo e in tutte le marine d'Africa e Asia australi è
entrato il cristianesmo per Giove e Sole, e in Africa la legge del Seriffo per
la Luna, e per Marte in Persia quella d'Alle, renovata dal Sofí
(86), con
mutarsi imperio in tutte quelle parti e in Tartaria. Ma in Germania, Francia e
Inghilterra entrò l'eresia per esser esse a Marte e alla Luna inchinate; e
Spagna per Giove e Italia per il Sole, a cui sottostanno, per Sagittario e
Leone, segni loro, restaro nella bellezza della legge cristiana pura. E quante
cose saran piú di mo inanzi, e quanto imparai da questi savi circa la mutazione
dell'asside de' pianeti e dell'eccentricità e solstizi ed equinozi e
obliquitati, e poli variati e confuse figure nello spazio immenso; e del simbolo
c'hanno le cose nostrali con quelle di fuori del mondo; e quanto seque di
mutamento dopo la congiunzion magna, e l'eclissi, che sequeno dopo la
congiunzion magna, in Ariete e Libra, segni equinoziali, con la renovazione
dell'anomalie, faran cose stupende in confirmar il decreto della congiunzion
magna e mutar tutto il mondo e rinovarlo!
Ma per tua
fé, non
mi trattener piú, c'ho da fare. Sai come sto di pressa. Un'altra volta.
Questo si sappi, che
essi tengon la libertà dell'arbitrio. E dicono che, se in quarant'ore di
tormento un uomo non si lascia dire quel che si risolse tacere, manco le stelle,
che inchinano con modi lontani, ponno sforzare. Ma perché nel senso soavemente
fan mutanza, chi segue piú il senso che la raggione è soggetto a loro. Onde la
costellazione che da Lutero cadavero cavò vapori infetti, da' Gesuini nostri
che furo al suo tempo cavò odorose esalazioni di virtú, e da Fernando Cortese
che promulgò il cristianesmo in Messico nel medesimo tempo.
Ma di quanto è per
sequire presto nel mondo io tel dirò un'altra fiata.
L'eresia è opera
sensuale, come dice S. Paolo, e le stelle nelli sensuali inchinano a quella,
nelli razionali alla vera legge santa della Prima Raggione, sempre laudanda.
Amen.
|
| Osp. |
Aspetta, aspetta. |
| Gen. |
Non posso, non posso. |
_______________
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(1)
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Ospitalario: cioè dell'ordine degli Ospitalieri di San Giovanni in
Gerusalemme o, anche, Ordine di Malta. |
|
(2)
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Taprobana: corrisponde, con ogni probabilità, all'isola di
Ceylon, la
quale si trova a settentrione dell'equatore e, pertanto, il Campanella la
confonde con Sumatra. |
|
(3)
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Città del Sole: è cosí chiamato quello Stato utopistico pensato dal
Campanella. L'immagine del Sole ha un diretto riferimento con la filosofia di
Telesio, secondo il quale il calore e la luce sono fonte di vita. |
|
(4)
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È la città... spettanti: non solo gli architetti del tempo ma anche gli
scrittori politici hanno descritto città con piani urbanistici razionali
rispondenti ai bisogni dei cittadini, divise secondo le attività e i ceti
sociali. Importanti al riguardo i progetti dell'Alberti, del Palladio con la sua
città stellare, del Filarete. |
|
(5)
|
terrapieno: pieno di terra; è aggettivo. |
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(6)
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valguardi: baluardi. |
|
(7)
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E questo... tutte le scienze: sono costruiti intorno alla città sette
gironi di mura; il primo girone, il piú esposto all'assalto dei nemici, è
nudo; negli altri sei, della parte interna ed esterna, sono raffigurate tutte le
scienze. Questo accorgimento del Campanella, inteso a favorire l'istruzione dei
cittadini, ha una grande importanza dal punto di vista pedagogico. Esso inaugura
quel metodo oggettivo nell'istruzione che significa rifiuto di un apprendimento
puramente libresco e fa tutt'uno col metodo sperimentale nella scienza che si
andava allora sviluppando sotto l'azione del Galilei. |
|
(8)
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pesce... noi: a questo punto il Campanella pose la seguente nota: «De
natura horum animalium vide in nostra Magia» («Vedi nella nostra Magia
sulla natura di questi animali»). La Magia fa parte del quarto libro del
Senso delle cose del Campanella. |
|
(9)
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ancini... spondoli: gli ancini e i rizzi sono due sorta di
ricci di mare; gli spondoli sono gli spondili, le ostriche. |
| (10)
|
la rovina di Mogori: accenna all'invasione dei tartari o mogori in India
nel sec. XVI dove fondarono l'impero del Gran Mogor. |
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(11)
|
Tutte cose... alcuna: il Campanella dà inizio alla descrizione dei
princípi sui quali è fondata la vita di questa città. I princípi sono: il
godimento in comune di tutti i beni sia materiali che spirituali e la negazione
del diritto di appropriazione. Princípi base per una società egualitaria.
|
|
(12)
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spropriati: disinteressati.
|
|
(13)
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E poi... fratellanza: per il rispetto di questi princípi sono preposti
dei magistrati i quali prendono il nome, come dice piú avanti il Campanella,
dalla virtú che essi devono far rispettare, come liberalità, magnanimità,
ecc.
|
|
(14)
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per ammendarli: per punirli.
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(15)
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Prima... sapere: il Campanella fa un quadro di come si svolge la vita
comunitaria nella città.
|
|
(16)
|
cositori: cucitori, sarti.
|
|
(17)
|
ma l’uso... pittura: con la parola pittura intende riferirsi
alle pareti dipinte delle sei mura.
|
|
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la Possanza... cosa: i tre ministri, Potestà, Sapienza, Amore, descritti
dal Campanella, corrispondono alle tre primalità o princípi essenziali
della sua metafisica.
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pedale... bolzacchino: una calza grande e alta come uno stivaletto.
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quando... Libra: sta a significare all'inizio di ogni stagione.
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né il... bianco: cioè, se il maschio è di complessione gracile
deve avere un'età superiore agli anni ventuno per essere atto a generare.
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e le grasse... temperie: cioè per equilibrare nella generazione,
accoppiando l'uomo e la donna secondo caratteri somatici opposti.
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afete: sta ad indicare il punto di origine della vita. È un termine
usato in astrologia.
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satellizio: dalla voce latina “satellitium” usata poi da Keplero nel
significato di satellite.
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E questa... l’altro: il Campanella ha dedicato un lungo discorso alla
generazione dei figli e ai problemi medici connessi. Non va trascurato il fatto
che tale discorso acquista importanza in quasi tutti gli scrittori politici del
tempo sia per una diretta influenza degli scritti politici di Platone e
Aristotele, sia per le condizioni politiche del tempo e per lo sviluppo della
scienza medica, i quali, insieme, mentre cercano di offrire all'uomo una
condizione di vita piú salubre, nel contempo cercano di far fronte alle grandi
stragi determinate dalle ricorrenti epidemie di diverse forme morbose.
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i piedi di legno: sta ad indicare delle calzature con suole di legno.
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La robba... bisogna: ciascun abitante della Città del Sole riceve quanto
gli è necessario a soddisfare i propri bisogni; è, quindi, eliminato il
superfluo, vale a dire, lo stimolo ad accumulare, alla appropriazione.
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non tocca... uno: nel suo disegno il Campanella cerca l'equilibrio tra
lavoro e svago, o, come si dice oggi, tra lavoro e tempo libero. Questo tema
cosí vivo negli scrittori politici del Cinquecento e Seicento viene
completamente accantonato coll'affermarsi della società capitalistica e sta
riaffiorando solo oggi in termini molto urgenti.
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rollo: il giuoco del rollo consiste nel far ruzzolare un grosso disco di
legno giú per un pendio.
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fuorasciti: sono coloro che vivono alla macchia per sfuggire a qualche
sanzione.
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ma essi... altri: la legge ateniese concedeva al cittadino di prendere
piú mogli per ripopolare la città dopo le guerre e le epidemie, come fece
Socrate e come Platone teorizzò nella sua Repubblica e, infine, come
Catone Uticense permise a sua moglie di passare a seconde nozze.
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Di piú... consiglio: interessante anche questa preoccupazione del
Campanella che cerca di indicare i modi per non consentire ad alcun cittadino di
vivere in ozio, e mostra anche come possono esser utilizzati gli invalidi e i
mutilati. È questo un problema essenziale per una società, vale a dire, di far
sí che tutti i suoi membri siano validi, importante dal punto di vista
politico, morale e sociale.
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Benché... pittagorici: prima di tutto è da osservare che la Città era
stata fondata da sacerdoti; l'accostamento tra Brahmani e pitagorici sta, forse,
ad indicare che ambedue credevano nella trasmigrazione delle anime o, forse,
anche perché accoppiavano la vita politica con la concezione filosofica.
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Con... guerre: il Campanella precisa che la Città del Sole non ha
problemi di espansione e di conquista e, se i cittadini si addestrano
nell'esercizio delle armi, lo fanno per difendersi dagli assalti di altri
popoli. Traspare da questa affermazione l'ideale politico, proprio della
Controriforma, come ideale di conservazione che contrasta con la realtà
politica del tempo tesa alle conquiste e agli ingrandimenti degli Stati.
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secure: scure
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Achille... Cigno: Cigno, figlio di Poseidone, fatto invulnerabile, cadde
a Troia per mano di Achille e, dopo morto, fu tramutato in cigno.
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fabricatore: muratore.
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La mercatura: a questo punto il Campanella prende a trattare delle varie
attività economiche: commercio, agricoltura, caccia, navigazione. In questa
trattazione, idee antiquate e nuovi arditi suggerimenti si alternano, sicché
non si può affermare che il Campanella avesse elaborato una vera e propria
scienza economica.
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metere: mietere.
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Or... Abramo: si riferisce alla pratica della pastorizia nell'età dei
Patriarchi.
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frutto: sta ad indicare i nati dagli animali domestici.
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e tengono... caminano: è un accenno alle navi che si muovono non piú
mosse dai remi o dalle vele ma per mezzo di ruote a pale, collocate sui fianchi
della nave.
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Cancacina: Cocincina.
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La Fortuna... Medusa: due importanti determinazioni dell'astronomia e
dell'astrologia: Fortuna è chiamata la distanza tra il Sole e la Luna, Capo di
Medusa è una stella della costellazione di Perseo.
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asside: l'asside sta ad indicare l'apogeo.
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e prima... crudeltà: credendo dapprima nella trasmigrazione delle anime,
secondo la concezione pitagorica, non volevan uccidere gli animali.
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ma poi... senso: il Campanella estendeva la sensibilità anche alle
piante, e quindi ritiene che i solari reputino crudele anche uccidere le piante.
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maiorana o petrosino: maggiorana o prezzemolo, erbe usate | |