DONI ANTON FRANCESCO

L'Academia peregrina

e i Mondi sopra le medaglie del Doni

(da“Il Mondo Savio e Pazzo”) (a cura di Benedetto Brugia)


ANTON FRANCESCO DONI nacque a Firenze nel 1513. Si avviò dapprima alla carriera monastica per presto abbandonarla e farsi prete secolare. Girovagò per l'Italia e sostò piú a lungo a Piacenza per studiarvi il diritto. Non potendo sopportare gli studi di legge fino alla fine, cercò di entrare al servizio di qualche Signore o di qualche prelato, ma, non essendovi riuscito, si trasferí a Firenze e qui aprí una tipografia. Anche in questa attività ebbe scarsa fortuna e, pertanto, riprese il suo peregrinare fermandosi definitivamente nel Veneto, ove, nel 1574, nella città di Monselice, moriva, ormai uscito di mente. Nel corso della sua vita furono stampate opere sue e traduzioni di autori stranieri. Fu spirito polemico, celebre  la sua polemica con l'Aretino col quale aveva in comune lo spirito bizzarro. Scrisse molte opere, in prosa e in poesia, e sui piú vari argomenti, tra le quali ricordiamo: le Lettere (1543), Dialoghi della Musica (1544), Prima e Seconda Libreria (1550-1551), e le piú celebri, La Zucca (1551-1552), I Mondi (1552), I Marmi (1553). Scritti scapigliati, denotano una preparazione vasta ma non accurata e saldamente fondata, ora nella forma del dialogo, ora della commedia, spesso intrammezzati di versi; scrisse pure novelle, il poema La guerra di Cipro, e l'aspra invettiva La vita dell’infame Aretino. Si fece editore della Utopia di Tomaso Moro nella traduzione del Lando. Il capolavoro del Doni viene considerato I Marmi, dialoghi tra sapienti e popolani, immaginati dal Doni come se si fossero svolti presso i Marmi di Santa Reparata in Firenze. Tutte le sue opere sono scritte nel vivo ed efficace parlar fiorentino, sono facili e prive di ogni pedanteria, rappresentano un po' le esigenze della scapigliatura del Cinquecento. Ogni suo scritto è dominato da una costante inquietudine che si manifesta in bizzarrie sconclusionate, quasi istrioniche, ma tutto è pervaso, e sempre, da una vena morale e da un atteggiamento di sana mediocrità. È impossibile stabilire il confine tra l'eresia e il moralismo, tra l'utopia e la realtà, tra la condanna per le debolezze e la pazzia degli uomini e la bonarietà. Ne I Mondi e, specie nel Mondo savio e pazzo, si delinea il suo ideale politico. La perfezione della vita politica, secondo il Doni, sta nel viver bene e felicemente, e, per attuare questo ideale, bisogna eliminare alcuni ostacoli, primo, fra tutti, la ricchezza che deriva dal fatto che pochi vivono e godono della fatica di molti. Quindi niente ricchezze, ma uguaglianza di condizioni per tutti in modo da far sparire la distinzione tra povero e ricco. Ciascuno deve assicurarsi l'esistenza col proprio lavoro e nessuno può esser esonerato dal lavoro se non per ragioni di salute e d'infermità; perfino i poeti devono lavorare. Anche il denaro deve esser eliminato nella città felice e gli scambi devono esser fatti in natura; non deve sovrastare sulla città un governo che potrebbe esser causa di odi e di lotte politiche, ma ciascuna delle cento strade della città deve esser sotto la sorveglianza di un sacerdote che cura l'andamento della vita, la quale non ha bisogno di leggi per esser regolata, perché la causa dei contrasti e delle ambizioni personali è eliminata. La città, immaginata dal Doni, ha un ordinamento razionale e la sua stessa costruzione, le sue strade, la distribuzione delle attività, la regolamentazione del lavoro, del riposo, dei pasti, del tempo libero, dei matrimoni, delle nascite, rispondono ad una esigenza razionale. La negazione della famiglia, il disconoscimento dei figli, sostenuti dal Doni, stanno ad indicare come egli cerchi di sopprimere i sentimenti, che possono esser motivo di dolori, di sofferenze, per far prevalere le esigenze della ragione, capace di eliminare alla base gli elementi di contrasto del vivere civile. Entriamo cosí nel regno di utopia, e da questo alcuni critici hanno tratto delle considerazioni intorno al socialismo del Doni. Gran parte di ciò che ha sostenuto il Doni non è altro che l'aspirazione delle plebi, della povera gente, e queste aspirazioni prima che nel Doni si ritrovano nei testi religiosi antichi, nelle opere filosofiche, per esempio di Platone di cui il Doni è un entusiasta ammiratore, nelle rivolte degli oppressi dell'antichità e del Medio Evo, per cui sembra alquanto azzardato parlare del socialismo del Doni. Altra ispirazione alla concezione del Doni, oltre la Repubblica di Platone, è da ricercarsi nel modello vivente della Repubblica di Venezia per la quale il Doni ebbe una grande ammirazione.

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Per una completa bibliografia sull'opera del Doni si veda A. F. Doni, I Marmi, a cura di P. Fanfani, Firenze, 1863; E. Bertana, «Un socialista del Cinquecento», in Vecchie utopie, Milano, 1895, pag. 301 e segg.; I Marmi, a cura di E. Chiorboli, 2 voll., Bari, 1928; E. Chiorboli, A. F. Doni, in «Nuova Antologia», maggio 1928; C. Curcio, Dal Rinascimento alla Controriforma, Roma, 1934.

La presente edizione riproduce l'edizione veneziana del Marcolini del 1552. Parte dell'opera I Mondi si trova in “Utopisti e riformatori italiani del Cinquecento”, a cura di C. Curcio, Roma, 1944, e in G. C. Ferrero, P. Aretino e A. F. Doni, Scritti scelti, Torino, 1951, pagg. 478-90.

 

All’Illustrissimo ed Eccellentissimo S. Pietro Strozzi dedicata

Discorso dello Elevato Academico peregrino in nome di tutta l’Academia

 

Ai lettori

A molti è parso che i gran secreti, e altri misteri siano stati sempre velati, sotto ombre, parabole, e figure, e per simil mezzi, dimostrati agli uomini leggesi similmente stupende cose, uscite dal sogni; i quali, secondo S. Agostino, hanno cinque rami; sonno, sogno, visione, estasi e fantasma. Vedesi ultimamente che l'uomo salito alle celesti sfere con elevar la mente alle cose del Divino Amore, lasciando questi terreni pensieri, e trasformatosi tutto nella miglior parte. Sopra queste desiderate e dolci fantasie di sapere quello che sta in noi; sotto e sopra; anzi, piú d'esser capaci di quello che è fuori del nostro intendere; molti uomini si sono posti imaginandosi con l'intelletto e lambicandosi il cervello come ora fanno i nostri academici a scriver non solamente di questo, ma di diversi Mondi (non già come posero Democrito e l'Epicuro [1]), cosí i sagaci secreti della Natura, come gli ascosti misteri del Cielo e di Dio, il quale è incomprensibile e le sue vie sono investigabili. Onde quest'uomo, Mondo piccolo, s'è acostato al Mondo grande, quale è questa macchina che si vede; e cercato d'unirsi con il Mondo Massimo, Iddio onnipotente; per piú strade, le quali, hanno avuto varie riuscite.

Niente di manco quello che è scritto, se non si paragona sopra la pietra come si fa l'Oro; dico se non si conferma con la parola di Dio tutto ho per favola e per chimera, per non dir castelli in aria, come saranno molti di questi Mondi. Adunque, volendo ragionare di questo e d'altri Mondi e dare a credere di rivelare agli uomini varie fantasie, cose le quali alcuno (mi credo io) non ne scrisse mai, né ragionò, vengo prima a dirvi che nel leggere voi dovete pigliare sempre mai la pietra, cioè Cristo (2); e sopra di quella vi dovete fondare; perciò che egli è scritto: nessuno ponga altro fondamento. Prendete sempre quella pietra, riprobata da coloro che fabricarono, la quale è stata messa poi nel luogo principale della fabrica e con quella fate paragone di questi scritti, parte veri, parte dubbiosi, e parte risoluti. Tutto quello che voi troverete buono oro, date la gloria a quel Signore, il qual risuscitando da morte a vita liberò l'anima nostra dalle mani de l'infernale tiranno; e quello che sarà archimia abbiategli tutti per capricci, per essalazioni d'umori o per bizzaria scappata fuori di molte zucche vote: Credo bene s'avrete pazienza di leggere, voi udirete certo alcune cose non meno maravigliose che nuove.

Io mi rendo certissimo ch'assai uomini non saranno capaci del nostro scrivere, né potranno a certe cose astratte, imaginate da noi, con il lor cervello penetrare. Ma noi ci ingegneremo con tutte le forze dell'intelletto di farci intendere.

Ora, coloro che non saranno saliti al grado di quella scienza che farà bisogno di sapere, si stieno contenti (disse Dante) al “quia” (3), e legghino con quella intelligenza che eglino hanno le sentenze, le parabole, gli essempi, e le figure non solamente di questi diversi Mondi ch'intendono discrivere gl'academici nostri, parte imaginati, e parte veri; ma ciascuno altro libro scritto da coloro che piú di me e di loro sono stati intelligenti e dotti.

Bisogna dunque fare a noi (se ci fia però su questo capriccio cosa dura ad intendere) come fa quel cittadino nato, allevato e pratico nella sua patria, il quale guida una persona nuovamente venuta nella terra per vedere ogni cosa che v'è di bello. Prima costui lo mena ne' luoghi generali e conosciuti, e poi ne' particolari riposti, ultimamente lo conduce sopra qualche edificio che signoreggi la città, o sopra qualche monticello. e quivi gli fa vedere il sito, la larghezza, lunghezza e gli fa conoscere i publici edifici, le strade e tutte le cose; onde da questo luogo superiore, egli viene a stabilirsi nell'idea la imaginazione della terra.

Fia di bisogno fare il simile a noi di questi diversi mondi che s'hanno a discrivere; principiare con certe cose note, piacevoli publice, non favolose o in tutto ridicole, ma piene di curiosità per metter desiderio e per aprir la strada al lettore. Poi con alcune secrete conosciute; e alla fine con una superiore intelligenza fare intendere e conoscere l'animo nostro di parte in parte.

Tutti coloro che hanno scritto nuove invenzioni, per insegnare, per dare spasso, per far la mente degli uomini elevata, per mostrare i secreti de la loro memoria e acutezza di ingegno, o per credersi (con una opinione imaginata) alcuna cosa vera, e darla ad intendere per verissima al Mondo; tutti, dico, hanno finto visioni, sogni, favole, e altri modi astratti. Dante finse d'andare, vivendo, all'Inferno, Purgatorio e Paradiso. Matteo Palmieri (4) mostrò d'esser guidato, dalla Sibilla nell'altro mondo e scrisse nuove invenzioni d'anime e altre cose molto sottili da imaginarsi. Virgilio fu Divino, il Sanazzaro (5) nell'Arcadia mirabile e altri infiniti hanno scritto cose supreme. Ci sono stati poi nella religion Cristiana alcuni santi che hanno rivelato per via di visioni molto belle verità. I pittori (per venir piú basso) ancora eglino si sono ingegnati di darci alcune cose astratte per le mani, dipingendoci il Monte di Parnaso: le Historie d'Ovidio (6) sotto coperte di favole, e Luciano (7) per vere narrazioni ha scritto di dotte cose. E infino a Esopo (8) con i topi, ranocchi, mosche e scimie ci ha ottimamente amaestrati. Non sarà adunque cosa strana che fingino nuovi mondi, popoli, reggimenti, abiti, fabriche, piaceri e materie nuove a molti, i quali son certo che impareranno assai. Abbiamo poi fatto come un convito, di questo nostro libro, perciò che noi ci apparecchiamo dentro d'ogni sorte cibo, onde a questa tavola si potranno saziare d'ogni sorte d'uomini, sieno di che grado, professione, e ordine (o disordine) si voglino, intendendo sempre che tutti abbino gli occhi ai cibi buoni, utili, e sani e non dannosi; i quali con tutte le nostre forze ci ingegneremo di scacciarli da questo pasto perciò che non nuochino ad alcuno. E perché alcuna cosa non ci resti dire adietro solamente per aprirvi la strada di questi Mondi, verremo ad introdurre in queste prime diceríe il fondamento di due Academie nelle quali son molti academici letterati, che faranno tutto questo ragionamento e con la dottrina loro sodisfaranno a tutti i vostri e miei desideri.

 

MONDI

MEDAGLIE

MONDO PICCOLO

MONDO GRANDE

MONDO MASSIMO

MONDO MISTO

MONDO IMAGINATO

MONDO RISIBILE

MONDO DE' PAZZI

D'ORO, D'ARGENTO, DI RAME E D'ARCHIMIA

 

    

MONDO SAVIO

dell'Academia Peregrina (9)

 

Dedicato allo Illustrissimo S. il Signor Marchese Doria (10)

 

Il Pazzo e il Savio academici, per una visione mostrata da Giove e da Momo (11)

in forma di peregrini, veggono da un nuovo Mondo
il quale da uno di loro è detto Pazzo e da un altro Savio Mondo 

 

Savio e Pazzo

Sa.

Ben mi pareva sogno; ben diceva io, la non è cosa che possi essere, ma pure ella aveva tanto del proprio, del vivo e del buono che la mi tratteneva con grandissimo diletto.

Pa.

Talvolta vengano veri i sogni, ma se tu mi vuoi fare un piacer grandissimo, da che tu mi hai detto tanto inanzi, cioè che tu non vedesti mai la piú bella cosa, comincia da capo e disegnami il luogo, e a cosa per cosa dimmi il tutto particolarmente. Mi par gran cosa veramente che si ritrovi un mondo che ciascuno godi tutto quello che si gode in questo nostro e che non abbino gli uomini se non un pensiero, e tutte le passioni umane sien levate vie; comincia adunque in sino dal principio del sogno.

Sa.

È mi pareva d'esser nella nostra Academia, e che vi entrasse dentro due peregrini, i piú belli uomini che io vedessi mai, e dopo che gli ebbero veduto, e inteso i nostri ordini, udito i nostri ragionamenti, ascoltato la nostra lezione, e intrinsicatosi con esso noi, parve che un pigliassi me per la mano e l'altro te per l'altra, e che ci menassero in un mondo nuovo diverso da questo.

Pa.

So che io non ci fui, né mi ricordo aver sognato cosa alcuna.

Sa.

Questi peregrini ci menarono in una gran Città, la quale era fabricata in tondo perfettissimo, a guisa d'una stella (12). Tu t'imagini la terra in questa forma come io te la disegno in terra. Ecco che io ti segno un circulo, fa conto che questo cerchio sieno le muraglie, e qui nel mezzo dove io fo questo punto, sia un tempio alto, grande come è la cupola di Fiorenza quatto o sei volte.

Pa.

Bisognerà che noi scambiamo il nome da te a me, perché tu di' cose da pazzo.

Sa.

Ascolta pure. Questo tempio aveva cento porte, le quali, tirate a linea come fanno i raggi d'una stella venivano diritti alle mura della Città, la quale aveva similmente cento porte, cosí venivano a essere ancora cento strade. Onde chi stava nel mezzo del tempio, e si voltava tondo tondo veniva a vedere in una sola volta tutta la Città.

Pa.

Mi piace che arrivando uno nella terra, veniva a esser fuori di questo pensiero di fallar la strada e quei di dentro d'insegnarla, che non è poco rompimento di cervello avere a dimandare dove si va di qua, di là, volta a man manca; ritorna, fermati, e va piú su. Era altra Città al Mondo Nuovo di cotesta?

Sa.

Ciascuna provinzia ne aveva una, come dir verbi grazia la Lombardia, la Toscana, la Romagna, Frioli, la Marca, e vattene là.

Pa.

E il restante del paese in fra queste provinzie a che serviva?

Sa.

Serviva, che ciascun terreno fruttificava secondo la natura sua, perché dove facevano bene le viti, non vi si faceva piantare altro; dove il frumento, dove i fieni, e dove le legna, non s'andava framettendo altro, se non una di queste cose.

Pa.

Ora conosco perché le nostre possessioni non ci rendano piú che noi vogliamo fare fruttare una sorte di terra, d'ogni cosa, biade, vini, oli, frutti, grani, legne, e fieni. Onde non cosí tosto uno ha due campi di terra, che gli vuol far fare di tutto, e il terreno non è buono per tante cose, la natura sua non lo comporta, però una ne fa bene, e dieci male (13).

Sa.

Cosí mi pare ancora a me. E tutti coloro che abitavano il paese che faceva vino, non attendevano ad altro che alle vigne, piantar vigne, cultivarle, accrescerle e governarle, tal che in pochi anni sapevano la natura della pianta, e l'esperienza de' passati faceva far miracoli a quelle piante.

Pa.

Questa cosa mi va per fantasia, per diventare perfetto in una cosa.

Sa.

Aveva la Città in ogni strada due arte, come dire da un canto tutti sarti, dall'altro tutte le botteghe di panno. Un'altra strada, da un canto speziali, all'incontro stavano tutti i medici; un'altra via calzolai che facevano scarpe, pianelle, e stivali; dall'altro tutti coiai; da un'altra fornai che facevano pane, e al dirimpetto, mulini che macinavano a secco. Un'altra via tante donne che filavano, e dipanavano, riducendo i lor filo a perfezione, e quelli all'incontro tessevano. Onde vi veniva a esser dugento arti, e ciascuno non faceva altra cosa che quella.

Pa.

Del mangiare?

Sa.

Eranvi due strade o tre d'osterie, e quello che cucinava l'una cucinava l'altra: e davano tanto mangiare all'uno quanto all'altro: queste non avevan altra faccenda che dar da mangiare alle persone: e quando avevano bisogno di calze, se n'andavano dal sarto, e se le facevan dare, cosí tutte l'altre cose per loro uso, e erano compartite le bocche; perciò che toccava per osteria verbigrazia cinquanta, cento o dugento uomini: e come avevano dato da mangiare a tanti quanto gli toccavano, serravano la porta talmente che tutti andavano di mano in mano insino all'ultima. E di ciascuna strada aveva cura un sacerdote del tempio, e il piú vecchio de' cento sacerdoti, era il capo della terra; il quale non aveva altro che tanto quanto ciascuno altro. I vestimenti erano tutti eguali, salvo che i colori, che insino a' dieci anni era bianco, insino ai venti verde, da' venti a' trenta paonazzo; insino ai quaranta rosso, e poi il restante della vita negro. E altri colori non vi bisognava.

Pa.

Anco questa non mi dispiace di questa equalità, che sí come è il nascere e il morire, tutto va sopra una linea, che ancora il vivere non uscisse di riga (14). Ma chi s'amalava?

Sa.

Andava nella strada degli spedali, dove era curato, visitato da' medici, e al manco la lunga sperienza, e i tanti medici che non avevano altro che fare e ponevano tutto il lor sapere in curare, faceva far bene ogni cosa.

Pa.

Oh come stava male che un ricco andassi allo spedale.

Sa.

Sta in cervello: quivi non era piú l'uno che l'altro ricco, tanto mangiava, e vestiva l'uno e aveva casa fornita come l'altro.

Pa.

A nascere come andava?

Sa.

Una strada, o due di donne, e andava a comune la cosa. Onde non si sapeva mai di chi uno fosse figliuolo, e a questo modo la cosa andava pari, perché nascendo era allevato, e come veniva in età, si faceva o studiare, o imparare un'arte, secondo che gli porgeva la natura.

Pa.

Benedetto sia cotesto paese che levava via il dolor della morte della moglie, de' parenti, de' padri, delle madri, e de' figliuoli, onde non si doveva mai piangere!

Sa.

Non mai, perché si levava dalla madre subito che era grandicello e si dava a governo degli uomini, e le femine ad altre femine che insegnavano.

Pa.

Costà non accadeva a rubare, perché non sapeva che far delle cose uno che l'avesse tolte, perché avendo da vivere e da vestire, e esser governato, non accadeva impacci; le donne dovevano tenere i panni lini per mutarsi, e esser le botteghe di ciascuna cosa: “to' questa vecchia, dammene una nuova”, “ecco la brutta, dammi la bianca”.

Sa.

Cosí stava.

Pa.

Quell'aver le donne in comune non mi piace.

Sa.

Anzi, per esser cosa da pazzi ti avrebbe a piacere.

Pa.

Delle doti e del litigare.

Sa.

Che doti, o che liti, per che cosa s'aveva egli a litigare? Tutto era comune, e i contadini vestivano come quei della terra (15), perché ciascuno portava giú il suo frutto, della sua fatica, e pigliava ciò che gli faceva bisogno. Guarda che s'avesse a stare a vendere e rivendere, comprare e ricomprare.

Pa.

Oh che possi egli star sempre in piedi cotesto vivere, poiché la turba de' notai, de' procuratori, avocati, e altri lacci intrigati, vanno a monte, e che tanti e tanti inganni e falsità mercantili sono disperse in cotesti paesi. Vedi che andò un tratto alla malora, la stadera, il braccio, lo staio, la mina, la canna (16); e tante misure che sono al mondo per istraziar la gente.

Sa.

Ogni sette dí facevano la loro festa, come a noi la domenica, e in quel dí non si faceva altro che stare nel Tempio, con gran divozione, e ogni sera, due ore inanzi la notte, ciascuno faceva festa del suo lavorare. Cosí ogni dí venivano ad avere d'ogni cosa un poco, e la mattina tutti visitavano il Tempio, e poi attendevano a' loro essercizi.

Pa.

I vecchi vecchi che non potevano far nulla, né caminare?

Sa.

Si stavano agli spedali e erano governati e mantenuti equalmente, e avevano questo, che facevano l'uno all'altro, tutto quello, che ciascuno vorrebbe che fosse fatto a lui.

Pa.

Questa ordinazione è stata buona a uscir di bocca tua, perché è cosa savia, ma de' mostri che nascevano, come sarebbe, gobbi, zoppi, guerci etc. dove dove?

Sa.

Un pozzo grande grande v'era, nel quale si gettavano dentro tutti subito nati: onde non si vedeva queste diformità in quel mondo.

Pa.

La cosa mi va, ma non la lodo; delle infirmità incurabili come son cancheri, mal francese, fistole, posteme, tisichi e altri mali?

Sa.

Certa bevanda di risagallo, e di sollimati, arsenichi (17), e simili sciloppi la guarivano in un'ora.

Pa.

Troppa disonesta.

Sa.

O egli si dà qua a chi è bello, buono, sano e fresco, che fa utile e non danno? Però posson costoro per legittima cagione servirsene?

Pa.

Era bella cosa veramente uscir d'affanno a un tratto, e cavare altri di danno e di sospetti. Io comincio a comprendere che si levavano via tutti i vizi, qua non accade giocare, perché l'avere danari e non sapere che farne è un sogno.

Sa.

Danari non ce ne canta, disse il cieco (18), coloro che provedevano da mangiare andavano a tor la carne ai beccai, il vino alle canove, le legne alle cataste, e sopra tutto quel trattare equali le persone mi piace, e il levar via il disopra il disotto, l'andare in mezzo, e altre nostre cerimonie.

Pa.

S'io non avessi paura di fastidire te e me a un tratto, io allegherei sempre a ogni cosa che tu di', il tal che dette la tal legge, v'era il medesimo il quale dette quell'altra, ancor lui ordinò cosí.

Sa.

Che rilieva cotesto, chi è dotto e abbi letto la Republica di Platone, la legge de' Lacedemoni, de' Ligurghi, de' Romani, e insino de' Cristiani, là dove il Diavol tien la coda, ma chi non è esperto in libris non accade fargli piú pataffi (19) di novelle, basta che questo è sogno, questa è saviezza, questa è opinione degli uomini, questa è pazzia.

Pa.

Vero, vero, io ci sono per una gran parte, come facevano costoro per conto delle donne a non venire in quistioni?

Sa.

L'avere una, due, tre, cento, e mille femine al comando della S. V. non vi farà mai entrare in bizzaria, perché si perde l'amore, tanto piú che l'uomo s'è assuefatto a quella legge, a quell'ordinariaccio senza amore.

Pa.

Cosí si debbe fare lasciare la cosa a benefizio di natura. Ma s'uno si fosse inamorato?

Sa.

Non sai tu che l'amore consiste nella privazione della cosa amata, in quella rarità, in quel difficile, tosto passano simili apetiti, e quell'abito del non avere a patire, scancella subito simil partite.

Pa.

La non mi piace cotesta ordinazione, a esser privo d'un ardente desiderio amoroso, e d'uno infervorato desio.

Sa.

Se tu considerassi quanti mali si cancellano, non direste cosí; il vituperio non ci sarebbe; l'onore non sarebbe sfregiato; i parentadi non sarebbon vituperati, non sarebbono amazzate le moglie; non uccisi i mariti; non accaderebbono alla giornata quistioni, le femine non sarebbon cagione d'infiniti mali, sarebbono spenti i tumulti delle nozze, le nascoste fraudi de' maritazzi, le ruffianerie, le liti delle recuse; gli assassinamenti delle doti, e le trappole degli inganni degli scelerati; insino alle donne per questo stupro hanno amazzato i loro mariti; delle quali ce ne sono antichi e moderni essempi, e per una femina per un altro amore, si sono spente le famiglie onorate e le case nobilissime.

Pa.

L'ha ben questa tua ragione un certo che del verisimile, ma chi non volesse lavorare, come andrebbe ella?

Sa.

Chi fossi poltrone, e gli ne fossi stato soportato una, due e tre, s'ordinava che non mangiasse se non fatto il suo lavoro.

Pa.

Chi non lavora non mangia adunque.

Sa.

Domine, ita (20), e tanto aveva da mangiare l'uno come l'altro: come t'ho detto.

Pa.

Un goloso vi sarebbe stato male.

Sa.

Che golosità volevi tu che gli venisse in apetito se non aveva gustato altro che di sei o dieci sorte vivande il piú piú?

Pa.

È ben fatto, bene: e mi piace questo ordine d'avere spento quel vituperio de le ubriachezze, de' vomiti, di quello stare a crapulare cinque e sei ore da tavola. Sí che la sta bene questa cosa. So che le composte, le zuccherate, le savorate, le zanzaverate (21) non davano troppo disturbo alla voracità della gola nostra insaziabile. E la carestia non doveva dar loro molto fastidio. Ma se un'altra terra avesse voluto andare a prendere quella altra?

Sa.

A farne che, prima non v'era arme da offendere o da diffendere: e poi che l'avessero presa, che n'aveva a fare, se voleva fare che alcuni lavorassino, e gli altri si stessino, pochi avessino assai, e gli assai poco: non so che rilevava a colui questo, perché non v'eran le pompe, non le fogge, non le giostre (22), non le prodezze de' cavalieri erranti, e non il donare a questo overo quell'altro, e poi, chi si sarebbe mosso a far questo, con che caldo? A che fine?

Pa.

La mi pare cotesta stanza, un viver da bestie, in certe cose, e in certe altre da mezzi uomini e mezzi cavalli, e altre cose tutte da uomini. Ma chi fosse stato pazzo, cioè entrato in quei furori, da rovinare, straziare, rompere, e gettar via ogni cosa?

Sa.

Non bisogna che tu penetri tanto inanzi, perché le cagioni del diventar matto sono infinite, che noi altri abbiamo; onde, levate via le occasioni, ci sarebbe pochi pazzi, o noi saremmo tutti pazzi a un modo.

Pa.

Come dir la roba, il vestire, il gioco, lo inganno, il dolore della perdita d'una cosa, e altre infinite tresche?

Sa. Simil cose.
Pa. L'andare a cavallo?
Sa.

E dove, a tor che, a riportar che cosa, a far che, a rompersi il collo? I cavalli portavano la soma, i muli, e gli asini, e coloro che portavano a questa villa le cose bisognose loro, riportavano alla città delle altre per sostentamento di quella.

Pa. Chi aveva cura a questo?
Sa.

Un uomo che abitava alla porta della città con dieci uomini, che non attendevano ad altro che far provedere per la sua strada.

Pa.

Chi si fosse dilettato di dar fuoco a una casa, e a una villa, per vedere quel bel fuoco: o di dar la volta a un cavallo carico giú per una balza per vederlo rotolare all'ingiú, che sarebbe egli stato?

Sa.

Quei dieci uomini, lo facevano andare dal principale della terra, e egli gli dava una presa di manna fatta d'arsenico (23) e lo guariva dal suo umore.

Pa. Se fosse stato di gran forza costui?
Sa. Son baie, non si può resistere a tanti, né difendersi da le migliaia de' popoli.
Pa. Uno che si fosse dilettato di musica, che faceva, eranvi musici?
Sa.

S'intende; il dí che si riposavano si facevano nel Tempio di cento sorte musiche, e per essere esperimentati e essercitati, non si poteva udire le piú mirabil cose; perché non attendevano ad altro, e ogni sera tutti si facevano sentire nel Tempio. Talmente che ogni persona godeva della fatica, della virtú, dell'arte fra l'uno e l'altro, e, come si dice, l'una mano lavava l'altra.

Pa. Pittori e scultori eravene?
Sa. Messer, sí.
Pa. O quando avevano dipinto tutta la terra che essercizio era il loro?
Sa.

Il tempo guasta, e secondo che venivano valenti, cancellavano le piú brutte, e facevano delle piú belle cose, istorie, e fantasie.

Pa.

Questo mondo de' Pazzi o de' Savi che tu voglia dire, che tu vedesti, bisognava farlo quando non si sapeva nulla, che quegli uomini erano grossi come macheroni, e non erano state, le dee, gli dei, le ninfe, i pastori, le fate, le feste, le favole, e i poeti in mal'ora che hanno trovato piú idre, piú numi, piú geni, ombre, e bugie che non sono le novelle degli strolaghi (24). Eranvi poeti?

Sa.

Sí, ma bisognava che menassino le mani a far altro che versi ancora, come sarebbe a dire pescare, uccellare, cacciare, far reti, e altri mestieri da poter cantare versi: che non vi andasse troppa manifattura di sudore (25).

Pa.

Tirar la carretta sarebbe stato il loro meglio, perché l'avere un'arte sí disperata alle mani gli avrebbe fatti far versi bestiali.

Sa. Eglino la tirano pur troppo in questo mondo senza dar loro altro tormento.
Pa. Quando uno moriva?
Sa.

Allo spedale, e ti facevano come si fa ora negli spedali fra noi, mettilo là senza troppi funus (26), e senza menarlo atorno a procissione, a farlo vedere vestito d'oro o di seta, ma come un pezzo di carnaccia, (non piú uomo, cadavero, e non cosa da qualche cosa) si metteva là in terra a rendere alla terra quello che gli aveva consumato tanto tempo della terra: e come cosa ordinaria si stimava, come accidente naturale.

Pa.

Vedi che quando un moriva non ci andava tanti testamenti, che fanno litigare tutta la vita d'un uomo, vedi che non aveva paura il padre che il figliuolo mandasse a male la roba, né che si morisse di fame: pur si levò via, tanti depositi, casse, ossi, brevi, bandiere, arme, libri, torce spente, stendardi, novelle, fummi e boria di nonnulla. Guarda che gli avessino a lasciar che la moglie fosse donna e madonna o che la non si rimaritasse, che importa a colui che la si rimariti o no, ha egli forse a tornare per essa, e non la possi menar via, per esser rimaritata un'altra volta, oh che baie; piacemi questa cosa, oh la mi piace!

Sa. A tutti i pazzi piaceno le cose da pazzi.
Pa.

Per la mia fede, che ancora l'avere un che muove il capo a tante girelle (27), a tante tresche, avendo ad andar nell'invisibilio del mai piú rivedere il mondo (28): è una cosa da pazzi publici. Lasciare andar la roba dove la va a benificio di natura, la s'ha un tratto da godere, un uomo l'ha da avere, tutti sono fatture di Dio. O quello la manda male; anzi la dispensa a molti, e quello che era d'uno solo lo mette in comune. Il tale aveva un cassone di ducati e gli ha spesi in un anno; se gli avesse spesi ancora in un mese, che importava, e' s'avevano da spendere a ogni modo. Ma in cotesto paese, non vi accadeva i fallimenti de' mercanti, che è una stretta da uscio, una mala faccenda, un mal bucato (29) e aviene spesso a' nostri giorni?

Sa. Questa importa de' fallimenti.
Pa.

Non il falsar le robe e le monete, non l'ingannare, dando una cosa per un'altra, con giuri e spergiuri, e sopra tutto gli spaventi della morte andavano in oblio, e si viveva senza quei pensieri; le robe di coloro che morivano, chi ereditava?

Sa.

Che roba non aveva altro che quello che aveva indosso, e in casa un letto da dormire, forse che v'erano l'arazzerie, l'argenterie, la vanità, la superfluità, e che colui morendo s'avesse a dolere di quel ch'egli lasciava?

Pa.

Ancor questa è una bella cosa, e l'uomo si trova fuori d'un gran travaglio, ma dimmi, come facesti tu a sognar tante cose?

Sa. E' mi pareva esser un di coloro, e vi stetti un tempo parve a me.
Pa. Chi eri tu, o che facevi?
Sa. Fui un di quei del Tempio.
Pa. Tu dovevi aver poca faccenda.
Sa. Ogni mattina mi conveniva amaestrar la mia contrada, e insegnare.
Pa. Che accadeva insegnare, l'uso era buon maestro.
Sa. Insegnavo a conoscere Dio, e ringraziarlo di tanto dono, e che s'amassino l'uno l'altro.
Pa.

Fa punto, fa pausa, che questa è stata la migliore che tu abbi detta, conoscere Dio, ringraziarlo, e amare il prossimo. E per ora di cotesto tuo sogno non ne voglio piú; io ho inteso in che forma era la città, e la principal parte del reggimento di sé medesimo: un'altra volta dirai tutto il restante.

Sa. Sí se mi verrà bene, pure anch'io sono stracco. A Dio.
Pa.

Non aver per male che io mozzi il tuo ragionamento, come si dice fra le due terre, perché i pazzi non son tenuti a fare se non quanto porta il cervello e la lor bizzaria.

_______________

(1)

Democrito e l’Epicuro: ambedue concepirono il mondo come risultante delle diverse combinazioni degli “atomi”, la parte piú piccola e indivisibile della materia, secondo gli stessi. Democrito è un filosofo greco vissuto nel V-IV sec. a.C.; Epicuro, anch'egli filosofo greco, visse nel IV-III sec. a.C.; la filosofia di Epicuro si trova esposta da Lucrezio Caro (I sec. a.C.) nel De rerum natura.

(2)

pietra... Cristo: come si prova il valore dell'oro su una pietra speciale (pietra del paragone), cosí dei nostri ragionamenti si deve provare il valore nella vita e nel pensiero di Cristo.

(3)

quia: «State contente umane genti al quia», Dante, Purg., III, 37.

(4)

Matteo Palmieri: fiorentino, vissuto tra il 1406 e il 1476. Scrisse: Città di vita, poema in terza rima che tratta dell'origine e del destino dell'anima. Scrisse, inoltre: La città civile, ove si delinea l'ideale del retto cittadino; il primo libro tratta dell'educazione, il secondo ed il terzo dell'onestà, il quarto dell'utile.

(5)

Virgilio... Sanazzaro: di Virgilio (70 a.C.-19 a.C.) si riferisce all'Eneide, al viaggio all'inferno e all'origine di Roma; del Sanazzaro (1456-1530) ricorda l'Arcadia, un romanzo bucolico.

(6)

Ovidio: nato nel 43 a.C. morí nel 18 d.C. Probabilmente il Doni si riferisce a due delle opere di Ovidio, e cioè alle Metamorfosi e ai Fasti.

(7)

Luciano: Luciano di Samosata (1125-196 d.C.), scrittore greco che mette in burla la religione e la filosofia del suo tempo nei suoi celebri dialoghi: Timone, I dialoghi degli dei, dei morti e delle cortigiane, L’Ermotino, L’Asino.

(8)

Esopo: favolista greco, si dice contemporaneo di Solone, cioè vissuto prima del V sec. a.C. Attraverso le favole degli animali satireggiò i costumi e i difetti degli uomini. Ebbe imitatori tra i latini (Fedro), tra i moderni (Lafontaine).

(9)

Academia peregrina: è un parto della fantasia del Doni.

(10)

Marchese Doria: con ogni probabilità si riferisce ad Andrea Doria.

(11)

Momo: figlio della Notte, dio del motteggio, del sarcasmo.

(12)

Città... stella: gli architetti del Cinquecento Leon Battista Alberti, Leonardo ed altri ancora, concepirono dei piani urbanistici in forme geometriche perfette.

(13)

campi... male: il razionalismo del Doni, prospettato anche nella coltura dei campi, va rapportato ai modi di lavorazione, alle scoperte scientifiche e tecniche del tempo.

(14)

Anco... riga: il discorso del Doni tende a mostrare un tipo ideale di società egualitaria in gran parte tratto dalla Utopia di Tomaso Moro del quale il Doni era stato il primo editore nella traduzione italiana.

(15)

terra: città.

(16)

stadera... canna: sono delle misure o strumenti di misura usati in quel tempo: stadera, bilancia; braccio, misura lineare; staio, misura delle biade, equivale a mezzo ettolitro; mina, misura, o moneta, o peso; canna, misura per liquidi.

(17)

risagallo... sollimati... arsenichi: risagallo, o risigallo, combinazione naturale dell'arsenico con lo zolfo; sollimati: sublimati; arsenichi: l'arsenico è un metalloide che forma composti velenosi o terapeutici.

(18)

Danari... cieco: proverbio toscano: non ci sono denari.

(19)

pataffi: alterazione popolare del latino epitaphium, iscrizione mortuaria; qui l'espressione pataffi di novelle vale “lungo discorso”.

(20)

Domine, ita: espressione latina: O Signore è cosí.

(21)

le composte... zanzaverate: composte, conserve di frutta; zuccherate, canditi; savorate, le salse; zanzaverate, con zenzero.

(22)

le pompe... giostre: pompe, cerimonie fastose; fogge, lo stesso che pompe; giostre, tornei. Voci del parlato toscano del tempo.

(23)

manna... arsenico: manna, succhi zuccherati di origine e composizione diversa; arsenico: cfr. n. 17. La manna fatta d’arsenico è probabilmente un medicamento inventato dal Doni.

(24)

strolaghi: sta per astrologi.

(25)

Sí... manifattura di sudore: la poesia, nel pensiero del Doni, nasce dal lavoro che ha un rapporto con la natura.

(26)

funus: onoranze.

(27)

il capo... girelle: pensare a cose volubili.

(28)

avendo... mondo: dovendo andare nel regno dell'aldilà.

(29)

stretta... bucato: modi di dire per chi si trova nei guai.


 

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