CAPOFERRI PIETRO

Vigilia di guerra

(da “L'ora del lavoro” [1941]) (a cura di Benedetto Brugia)


Privilegi di oggi

Sindacato in prima linea

L'inflazione contro il Sindacato

Economia bellica in azione

La guerra economica

L'economia come scienza inglese

I lavoratori e l'economia di guerra

privilegi di oggi 

L'Italia vive una sua grande vigilia, quale forse non ebbero le eroiche giornate del Risorgimento o della guerra mondiale.

L'esame di essa è del massimo interesse perché rivela elementi storici che per il passato sono ancora oggetto di dubbio.

Oggi l'esame consacra questo risultato decisivo: vi è la massa imponente di tutto un popolo che chiede di marciare. Non sarebbe possibile ripetere la domanda che affatica ancora gli storici: partecipò il popolo al Risorgimento?

Noi ci accostiamo al Risorgimento come alla storia sacra della gente nostra e siamo sicuri che il popolo — tutto ciò che noi mussolinianamente intendiamo per popolo — vi fu ben presente.

Ma si potrebbero elevare dubbi dinanzi allo spettacolo odierno?

Il dubbio che affiorò sulla partecipazione del popolo alle prime gesta nazionali fu determinato non tanto dalla presenza o meno delle masse, quanto dalla loro capacità d'impulso e d'iniziativa. La debolezza dell'iniziativa popolare era ancora sensibilissima nel 1914-1918, che pur vide autentici eroismi collettivi. Ma è innegabile che l'eroe, cioè colui che in piena consapevolezza anticipa un evento, colui che «studia» forme sempre piú perfette di adesione alle supreme necessità della Patria, non fu nel passato un personaggio popolare. Occorreva, per suscitarlo, perlomeno un titolo accademico o scolastico, se non proprio un blasone o un posto di alto rango nella scala sociale.

Gli operai e i contadini preferivano cedere il primo ruolo agli studenti, ai produttori meglio qualificati, agli intellettuali. Tant'è vero che le rivoluzioni distruggitrici e negative han cominciato sempre col prendersela con l'intelligenza.

Quello dell'iniziativa, dell'esempio, del primo posto, era un privilegio cui le masse — prese, s'intende, come tali — sembravano avere rinunciato.

Ebbene: la rinuncia è finita. Vi è una rivoluzione morale in corso, dai chiarissimi segni.

È accaduto un giorno tra i lavoratori, attenti come tutti alla grande scuola della verità di queste ore decisive, che qualcuno dicesse: «Vogliamo essere gli arditi di Mussolini; vogliamo dar prova della nostra fede arruolandoci tra i paracadutisti».

Domanda meravigliosa; episodio meraviglioso. Sembrava che vi fosse un'intesa predisposta. Le domande sono affluite a centinaia e a migliaia da ogni parte d'Italia: si tratta di lavoratori volontari, lavoratori occupati, anzi qualificati come richiede l'attuale grandiosa attrezzatura industriale. Ma è inutile qui chiarire ulteriormente l'importanza e il significato di un gesto che è dettato da due motivi: uno altissimo di comprensione del momento storico che vive la nostra Patria; l'altro di nobile invidia e di ammirazione per i paracadutisti tedeschi, rivelazione di un dato pittoresco, insolito, sorprendente e individualista dell'eroismo umano.

Tutto ciò implica spirito d'iniziativa, educazione perfetta (non erudita) dell'individuo. Significa che il popolo reclama a sua volta il privilegio di dare l'esempio.

Ma come tutto ciò (le domande dei paracadutisti operai non sono che un sintomo) è potuto accadere?

Il perché balza subito chiaro. Dopo la Grande guerra rivoluzionaria che minò, senz'abbatterlo, un sistema politico che si appoggiava sul privilegio economico internazionale e sul possesso dei punti nevralgici da cui si domina il mondo; dopo la Rivoluzione delle Camicie nere che, nel campo internazionale, ha posto un problema semplicissimo: ricchezze e terre secondo le possibilità del lavoro e le esigenze della difesa nazionale: ecco una guerra che forse i posteri definiranno sociale.

Si ripeterà un nome noto nella storia di Roma, quando i popoli italici si levarono a reclamare parità di diritti politici con il popolo dell'Urbe. Ma sociale sarà per un'altra ragione, perché, oltre alla giustizia «politica» che risponde al senso di legittima espansione fissato fin dalla prima tavola di fondazione dei Fasci, si esige oggi la giustizia sociale nella distribuzione dei beni mondiali. Si tratta di verità elementari, semplicissime, racchiuse in formule concrete che tutti capiscono, come i nostri nonni capivano i formidabili problemi della formazione della Patria, racchiusi in poche parole: libertà, indipendenza, unità.

Altrettanto accade oggi. Nessuno potrebbe tracciare in poche parole il programma della nuova Europa; ma le formule elementari: spazio vitale; indipendenza, e perciò ricchezza, economica; lotta dei popoli poveri contro i detentori dei monopoli d'ogni specie; sono intuite e capite perfettamente dalle masse. Hanno un contenuto terribilmente realistico, ma s'innalzano anche come bandiere ideali, delle quali il popolo italiano avrà sempre bisogno. Era necessario però creare masse capaci di capirle, perché elevate a conoscere i processi produttivi, i giochi economici, i problemi dei rifornimenti mondiali, la bellezza della cultura in genere. E queste masse Mussolini ha creato ed oggi Gli rispondono spontaneamente, ardentemente, senza bisogno di essere trascinate.

L'educazione mussoliniana è riuscita a disperdere per sempre quel senso di fatalismo, di umiltà, di rassegnazione che pesava sul popolo italiano. Gli ha dato il desiderio e perciò il bisogno di piú ampi orizzonti, di piú alte mete. Gli ha dato il senso della giustizia, che è la piú potente molla delle azioni umane. Quando noi diciamo che l'Africa o l'Australia potrebbero nutrire centinaia di milioni d'uomini, apriamo dinanzi alla mente dell'operaio di Mussolini qualche cosa di molto preciso, esatto, tangibile: e gli dimostriamo praticamente il criminoso errore di chi si ostina a organizzare il mondo in maniera che si verifichi l'assurdo di popoli che vivono di rendita a spese di altri popoli. Questi concetti non erano ignoti ai vecchi socialisti, ma erano allora semplici trovate retoriche, favole di mondi sconosciuti che non scalfivano neppure l'immaginazione delle masse. Né i dirigenti di un tempo avevano un'idea molto chiara della distribuzione internazionale delle ricchezze. Bisogna arrivare a Filippo Corridoni che, giovanissimo, nel silenzio di un carcere, scrive che l'Italia deve pensare a Suez se non vorrà crepare di fame nel Mediterraneo. Ma nessuno avrebbe concepito di poter segnare Suez sulla carta geografica delle rivendicazioni del lavoro.

Oggi, invece, tutti questi problemi sono vivi nella mente e nel cuore degli operai. Sono agitati e compresi non solo perché s'inquadrano nella rivoluzione imperiale e sociale, ma perché destano in ciascuno l'orgoglio di partecipare a qualche cosa di veramente suo, che l'interessa direttamente, che esige il suo concorso, la sua presenza, la sua iniziativa.

Lavoro ed armi hanno prodotto tra le masse la piú preziosa delle mobilitazioni: la mobilitazione spirituale.

sindacato in prima linea 

Dopo la consegna data dal Duce al popolo italiano, armi e lavoro, il nostro posto si è precisato meglio; diciamo che si è qualificato e perfezionato come un posto di lavoro.

Come la qualifica ed il perfezionamento migliorano il lavoro manuale, cosí una piú precisa consegna impone nuovi doveri; cosí la parola del Duce sospinge su vie nuove che sono — anche se corrono sui ferrei binari della realtà e del lavoro quotidiano — vie dello spirito.

Nell'ora presente, mentre si celebra il glorioso anniversario della fondazione dell'Impero, armi e lavoro sono una consegna spirituale perché rivolti a realizzare la giustizia tra le Nazioni, cioè le basi della convivenza internazionale di tutte le masse lavoratrici, anche di quelle che oggi continuano ad illudersi di difendere le proprie sorti, difendendo gli interessi di coloro che detengono le posizioni del mondo.

Ben altra è la consapevolezza che anima gli operai italiani che, dalle ragioni ideali della Rivoluzione e dalla conquista dell'Impero, conoscono il significato rivoluzionario della distribuzione piú equa di quelle posizioni e dell'eliminazione degli ingiustificati monopoli.

Per questo alla consegna «armi e lavoro» i Sindacati risposero portandosi nella prima linea della volontà nazionale.

In questa prima linea si salda la volontà di lavorare e di vigilare. Si collauda ancora una volta il Sindacato fascista che raccoglie i frutti di una lunga opera intesa ad elevare politicamente, professionalmente, moralmente le masse.

Per la prova di fede che queste sono chiamate a dare si può definire, anche quella della vigilia, una prova del fuoco.

Gli entusiasmi che i ricordi del maggio italiano destano nelle masse non sono fiammate a scadenza fissa. Sono entusiasmi che pervadono officine, cantieri, famiglie, e suonano come una risposta formidabile all'appello della nostra preparazione. Sono la risposta di tutto un popolo educato alle idealità nazionali e sociali del Fascismo e sensibilissimo alle esigenze della Storia.

«Armi e lavoro» riassumono in sé un'unica volontà, un'unica decisione. Segnano il modo di vivere e di pensare del nostro popolo.

Forse in quella che è vita di masse, nulla in Europa eguaglia lo spettacolo del lavoratore italiano in questa nostra vigilia. Qui si manifestano tutte le virtú della razza, tutti i frutti della ventennale educazione mussoliniana. «Se dovremo passare ad uno stato di guerra, lo faremo quasi senza scosse». Osservava a questo proposito il Popolo d’Italia che tanto valeva stare come i Francesi tra il calcestruzzo della linea Maginot, quanto stare come gli Italiani al proprio posto di lavoro. Nessuno piú degli Italiani ne fu convinto; nessuno piú dei lavoratori evitò di far distinzioni tra mentalità di guerra e mentalità di pace. Questo fatto è cosí caratteristico e sintomatico che può reputarsi la prima realizzazione della formula «lavoro e armi». Le altre sarebbero venuto poi, secondo le necessità.

E vennero animate e sorrette dall'organizzazione sindacale che ascrive a suo titolo d'onore aver contribuito a creare il particolare stato d'animo dei lavoratori italiani, con i quali si può oggi tutto affrontare ed osare.

Ne consegue logicamente che l'Organizzazione sindacale ha dinanzi a sé compiti sempre piú vasti e precisi. La complessità della vita produttiva imposta dai periodi eccezionali, le difficoltà che si parano dinanzi all'azione sociale, la necessità di conoscere profondamente uomini e situazioni, potenziano in pari tempo tutta l'attività del Sindacato.

Se questo non si presentasse cosí compatto e convinto, qualcuno potrebbe pensare che, maturando ulteriormente i tempi decisivi, il Sindacato dovrebbe ritirarsi sotto la tenda, in attesa del sereno.

E invece non c'è mai stata un'ora tanto sua. Il Sindacato fascista sa che il mondo deve decidere tra il monopolio dei ricchi e le possibilità del lavoro per tutti; ma sa pure che l'urto si ripercuote tra il sindacalismo dei popoli ben forniti e il sindacalismo dei popoli lavoratori. È quest'urto che dà forse la maggiore caratteristica al conflitto, che è conflitto tra masse lavoratrici. Ma quelle «classiste» aggiogate alla fortuna economica e finanziaria delle grandi democrazie riconoscono quale fatto accidentale lo Stato, mentre quelle totalitarie vedono nello Stato corporativo l'assetto definitivo di un tipo di civiltà che va rendendosi universale, orgogliose, come sono, d'aver già conquistata la Patria.

l'inflazione contro il sindacato 

Abbiamo già fatto sentire la nostra parola — parola di responsabilità e d'esperienza — a proposito dell'adeguamento delle retribuzioni ai lavoratori e a proposito del posto che doveva occupare il Sindacato in quella grande vigilia armata. Tutti motivi che ci hanno suggerito parole dure.

I motivi per le parole dure, lo diciamo subito, sono tutt'altro che finiti.

In sostanza il bilancio del movimento sindacale significa sempre, e piú che mai, che l'umana legge del Duce in materia economica intende attuare costantemente quell'unica solidarietà nazionale che si esprime dal Regime fascista e dal sistema corporativo.

Ma non vi è solidarietà senza sacrificio; anzi non si concepisce solidarietà nei periodi eccezionali che attraversiamo, e piú attraverseremo, senza sacrificio. Altrimenti diventerebbe demagogia agli effetti morali, e inflazione agli effetti economici!

I raduni dei lavoratori hanno provato un'altra specie anche piú importante di adeguamento: quello costante dell'animo dei lavoratori alle necessità della Patria. Su questo dobbiamo contare e su questo ragionare: tutti i problemi ne saranno enormemente semplificati.

Abbiamo nominato a bella posta una parola paurosa: inflazione. Se c'è un'ora antidemagogica, è questa; ma nulla è piú demagogico dell'inflazione.

A tutto quanto si è detto, bisogna aggiungere chiaro e netto che se nelle ore di domani sono scritte nuove difficoltà in quel complesso che si chiama costo della vita, la difesa del bilancio familiare non verrà mai meno, ma nessuno deve aspettarsi l'automaticità del rapporto di aumento tra il carovita e il salario.

La minaccia maggiore al bilancio familiare è costituita precisamente dall'inflazione e a grattar bene quelli che la propongono in sordina, si scoprirebbe forse la faccia vera dei sostenitori di questo indirizzo.

Il pericolo dell'inflazione fu prospettato dal Duce nel discorso al Senato il 13 gennaio 1934-XII, fondamentale nella storia del Corporativismo: «L'inflazione è la via che conduce alla catastrofe. Ma chi può pensare effettivamente che la moltiplicazione dei segni monetari aumenti la ricchezza di un popolo? Qualcuno ha già fatto il paragone: sarebbe lo stesso che riproducendo un milione di volte la stessa negativa dello stesso individuo si ritenesse che la popolazione è aumentata di un milione di uomini!».

Specialmente quando sono pronunciate in certe occasioni, le parole del Duce sono leggi che vanno osservate e meditate piú delle leggi formali. Ma Egli si era pronunciato con altrettanta chiarezza fin dagli albori del Suo Governo. Nel discorso alla Camera dei Deputati, il 16 novembre 1923-I, aveva ammonito il Popolo italiano, specificando l'immediato programma:

«Le direttive di politica interna si riassumono in queste parole: economia, lavoro, disciplina... Chi dice lavoro dice classi lavoratrici della città e dei campi. Il proletariato che lavora... ha tutto da guadagnare da una politica finanziaria che salvi il bilancio dello Stato ed eviti quella bancarotta che si farebbe sentire in disastroso modo specialmente sulle classi piú umili della popolazione».

Dall'anno I al XIX Mussolini ha creato, piú che un Regime, una Civiltà; le idee vi assumono una forza irresistibile.

Alla scuola del Duce sappiamo valutarle perché conosciamo i formidabili, spietati egoismi che dirigono la guerra economica internazionale; perché sentiamo di partecipare a questa guerra tutti e ciascuno, quale che sia il proprio posto di responsabilità e di lavoro. Sarebbe stato impossibile in Regimi che mettevano la briglia sul collo della demagogia, richiamare i lavoratori ad un senso di difesa collettiva, che può giungere perfino a rinunciare al chimerico beneficio di una maggiore disponibilità di moneta.

Ma questa nostra realistica visione di un problema che è economico e morale insieme, non contraddice ai postulai della solidarietà nazionale e della difesa del bilancio domestico?

La domanda merita una risposta chiarificatrice ed orientatrice, soprattutto per i camerati lavoratori sui quali potrebbe fare una certa presa.

Il Regime fascista è un Regime di popolo. Se vi sono — e sarebbe ottimismo esagerato negarlo — note stridenti e zone sorde, ciò non è dovuto al sistema, ma agli inevitabili ritardatari, ai tenaci parassitismi, alle mentalità anchilosate di taluni. In sostanza la civiltà del lavoro è un'unità e una realtà: è dunque un patrimonio comune che i lavoratori debbono difendere e aumentare.

In questo senso il Sindacato li guida a partecipare agli stessi diritti e agli stessi doveri: partecipazione che sarà lauta o magra, secondo le necessità del fine superiore da raggiungere o della catastrofe da evitare.

La natura del diritto dei lavoratori può essere definita da numerose e indimenticabili parole del Duce; ma basta richiamarsi alle Sue già citate da anni lontanissimi: nessun privilegio alla borghesia produttiva, nessun privilegio alle classi lavoratrici delle città e dei campi. Questo grande principio riconduce tutti i problemi delle retribuzioni operaie nel quadro di una vita piú dura, eventualmente imposta dallo stato di guerra. A che avrebbe giovato un ventennio di educazione fascista, a che lo sforzo recente ma intenso, che le Organizzazioni sindacali intendono compiere per educare ed elevare le masse, se nel momento di una crisi, queste masse non fossero pronte al sacrificio che mette alla prova i valori umani, specialmente attraverso il dato economico?

Naturalmente esso deve avere la contropartita nel sacrificio di tutti i ceti e di tutte le categorie; ma ora ci limitiamo a riferirci ai lavoratori, perché queste nostre osservazioni sono piuttosto insolite per essi.

C'è innegabilmente, in giro, il vezzo di accarezzare e illudere i lavoratori. Non neghiamo neppure che alcuni li spingerebbero volentieri verso una «sproletarizzazione» che, pur animata dai piú generosi propositi, li conduce ad imitare il piccolo borghesismo, ad assumere mentalità borghesi, a cadere nella mediocrità spirituale borghese, a sperare in un'assicurazione panciafichista.

Noi, al contrario, ci sforziamo di dare ai lavoratori la coscienza di se stessi, di renderli veramente «loro». Crediamo alla famosa verità sociale del Pareto sulla circolazione delle aristocrazie, ma non nel senso di mettere una classe al posto di un'altra, scavalcandola o distruggendola. La Rivoluzione fascista è creatrice; non sposta i ceti sociali: li fabbrica, li suscita, li plasma.

Le parole dure che si accompagnano al clima duro dell'attuale periodo storico, esprimono appunto la nostra profonda fede che le classi lavoratrici si sono veramente formate nell'Italia fascista, come nuovo ceto sociale.

Questa novità può modificare il consueto concetto di giustizia sociale che è per lo piú inteso come facoltà dei lavoratori di chiedere e di ottenere.

Secondo noi è una richiamare il movimento sindacale alla purezza delle sue origini e della sua sostanza, perché la sola scala per arrivare al conseguimento di tutti i diritti è il compimento di tutti i doveri.

economia bellica in azione 

Il crollo della vecchia economia avverrà indubbiamente con la formazione della Nuova Europa, dopo la presente guerra o di quel ciclo di guerre — la 1914-18 fu la prima — di cui la presente segna la chiusura. Sta di fatto che la pace ventennale trascorsa rivelò ieri tutti i caratteri di una tregua, che fin dal principio però furono osservati e additati da onesti uomini politici e da ingegni pensosi del pubblico bene.

Soltanto alla fine dell'attuale periodo bellico, quando saremo sicuri che il mondo intende organizzarsi secondo la morale e l'economia della civiltà fascista, cioè secondo i presupposti della giustizia internazionale e dello Stato corporativo all'interno, sarà lecito annunziare l'instaurazione della vera pace, forse la pace per secoli.

Per fortuna sintomi di rapido svecchiamento e di innovazioni profonde si manifestarono subito nel corpo europeo. È evidente, cioè, che il dato sociale — che può essere talora, sotto un certo rispetto, antieconomico — conquistò subito i Paesi belligeranti e i neutri; non si trattò di imitare il sistema della non belligerante Italia (che proseguiva nettamente le direttive della sua ormai storica economia rivoluzionaria), ma di permettere ad alcuni venerandi concetti di andare in riposo. Null'altro, naturalmente, per allora.

Nessuno credette piú, nei Paesi già impegnati, al luogo comune che l'onere della guerra possa essere addossato alle generazioni future. Anche meno si credette che le spese possano essere rimborsate dalle Nazioni vinte, con romantico pagamento delle indennità.

Il crollo di questi due pilastri dell'economia liberale di guerra, porta dritto ad ammettere che la guerra debba essere sostenuta — senza illusioni — dagli uomini presenti e dai beni immediatamente disponibili.

Le generazioni future risentiranno la loro parte di sacrificio, in quanto erediteranno un patrimonio nazionale fortemente intaccato; ma questo non può preoccupare i popoli che — come l'Italiano e il Tedesco — hanno sostituito agli antichi criterii della ricchezza, il criterio del lavoro che è praticamente illimitato. Ciò è dimostrato dal potenziale produttivo delle due Nazioni, delle quali una si è rialzata dopo lo spaventevole salasso delle riparazioni e delle occupazioni delle fonti produttive; l'altra è divenuta uno dei primi popoli del mondo, pur essendo passata dal 1913 al 1919 da un debito pubblico di 10 miliardi ad uno di 80-100: e senza contropartita.

Un altro pilastro del tentennante edifizio è quello dei sopraprofitti di guerra, o, come ha detto lo spontaneo e tragico umorismo dei popoli tartassati, il «pescecanismo». L'Inghilterra medita un cumulo di imposte che arriveranno all'85 per cento dei redditi britannici: con ciò non si realizza lo Stato totalitario, ma lo Stato mostro, lo Stato Moloch. Per l'Italia non sarebbero possibili imprese di tal genere perché lo Stato totalitario, corporativo, si mette in grado di non colpire il pescecanismo, ma di evitarne la formazione.

È, come dicevamo poc'anzi, il sostrato sociale che si palesa in Italia anche nei provvedimenti piú legati all'economia. L'imposta sui sopraprofitti, la svalutazione della moneta, l'inflazione, ecc. costituirono il meccanismo economico fatale della guerra mondiale. Si formò allora una partita doppia: chi lavorava e chi guadagnava; chi combatteva e chi si procurava un posto tra i pescecani. Ogni tanto lo Stato partiva a galoppo contro i ricchi e i profittatori e menava bòtte, anche da orbi. Esaurita la spinta offensiva, tutto tornava nella normalità... economica.

Ci sembra che questa sia la vecchia strada su cui stanno per mettersi le Potenze democratiche, pur dando a divedere d'aver capito che certi canoni economici non servono piú.

In Italia è un'altra cosa. Noi non avremo sopraprofittatori. Questo è certo. Crediamo fino ad un certo punto all'inviolabilità dei regolamenti in genere; ma la parola di Mussolini è qualche cosa di piú di una legge: è l'assoluto della volontà fascista.

Meno matematicamente sicura è la possibilità di contenere i prezzi. Ma è già un vantaggio adeguarli rigorosamente ai costi di produzione. Nel periodo bellico avviene necessariamente uno spostamento dei fattori produttivi dai bisogni privati a quelli militari; tutta la tecnica finanziaria inerente alla produzione e ai trasporti risulta enormemente turbata; si formano produzioni a costi altissimi, ecc. Proprio a questo punto, nelle Nazioni totalitarie, il problema diventa sociale e organizzativo. Si tratta cioè di contenere la tendenza all'aumento che diventa generale; in linea economica e in linea psicologica (spesso confuse in economia) si opera in certi casi uno slittamento veloce che è il contrario della cosí detta «vischiosità» dei prezzi nel caso della diminuzione dei costi.

La campagna sui prezzi è in Italia in pieno sviluppo. Il razionamento iniziato per alcuni generi, la lotta contro gli accaparratori, il blocco dei prezzi di alcuni prodotti fondamentali, l'aumento dei salari, ecc. non sono che l'aspetto comune del fondamento sociale della nostra economia di guerra. L'equa distribuzione dei beni disponibili per il consumo privato, l'eguaglianza dei ricchi e dei meno abbienti di fronte alle disponibilità, l'eliminazione pregiudiziale del sopraprofitto, rivelano in tempo utile tutto un indirizzo che è la logica conseguenza del principio corporativo e del principio della solidarietà nazionale.

Altro è il razionamento imposto dalla scarsezza dei rifornimenti  esteri o dallo spostamento delle produzioni: ed altro è il razionamento fatto in vista di una giustizia distributiva. Noi conosciamo per ora un primo esperimento di quest'ultimo e potremo evidentemente conoscere anche quell'altro; ma lo Stato corporativo ci assicurerà sempre che è il supremo interesse della produzione e della Nazione a determinarlo.

Vi è inoltre in tutto ciò, come ricordavamo, un problema organizzativo. Anche questo deve considerarsi avviato a soluzione o pronto ad essere risolto integralmente in caso di necessità immediata. Fin dai primi mesi di guerra, in Germania, si è avuta la prova della bontà organizzativa degli Stati totalitari. Il Maresciallo Göring, lasciando al Ministro dell'Economia, Funk, soltanto il finanziamento vero e proprio della guerra, ha spostato tutta l'attrezzatura del piano quadriennale autarchico verso l'economia bellica, formando un Consiglio generale composto di tutte le maggiori autorità economiche, politiche, organizzative del Reich.

Comando unico, direzione unica, collegamento unico: l'esempio corporativo italiano fu certo presente in questo gigantesco congegno della produzione bellica tedesca e forse affretterà l'avvento di una vera e propria «economia nazista».

Cosí, da premesse corporative e autarchiche, da principii sociali e di solidarietà nazionale, gli Stati totalitari traggono anche nel dramma della guerra ragioni di progresso e di sviluppo delle loro dottrine, senza ricorrere alle visioni catastrofiche delle grandi Democrazie, che possono avere la forza di scrollare le colonne del tempio, ma seppellendovi sotto i loro popoli.

la guerra economica 

La guerra economica è in atto in tutto il mondo e specialmente in Europa.

La guerra delle armi ne ha mostrato i crudeli aspetti che il Duce aveva divinato in tempi tranquilli, ma non è stata essa a iniziarla.

Se la guerra mondiale fu un punto a capo, possiamo dire che l'attuale guerra economica comincia con Versaglia che, tagliando e spostando le Nazioni, ne sconvolse anche i mercati. Gli smodati arricchimenti anglo-francesi, gli sconvolgimenti nei settori danubiani e baltici insegnino, per non parlare che dell'Europa. Non è, quindi, che la guerra economica si sia affiancata a quella delle armi; ma ne è stata messa in tragico rilievo.

I Paesi belligeranti hanno enormemente aggravato il turbamento dei mercati internazionali al duplice fine di assicurarsi e di moltiplicare le proprie scorte e a quello di coinvolgere neutri e non belligeranti nel proprio destino. È un brusco, rovinoso interrompersi di un assetto che era venuto bene o male normalizzandosi: dallo stato di guerra l'economia è passata alla guerra aperta.

L'Italia non poté sottrarsi a questa situazione, né intese nascondersi dietro un illusorio ottimismo. Infatti le conseguenze presto si manifestarono: il peso delle quali sopporta la massa di coloro che vivono del proprio lavoro, o di modesti cespiti, o di redditi di piccoli risparmi.

Tutto ciò dà alla situazione economica un aspetto sociale che ha determinato gli sforzi del Governo e degli Organi corporativi, intesi ad esercitare in pieno i loro compiti di indirizzo e di controllo, perché nessuna speculazione possa annidarsi tra le complicate pieghe della situazione. Non sarà difficile raggiungere un vitale equilibrio tra le necessità sociali e le necessità economiche, ma non bisogna avere impazienze che servirebbero soltanto ad annebbiare l'orizzonte e a scoraggiare gli illusi.

La recentissima esperienza dell'imposta sull'entrata spiega tuttavia l'impazienza, perché i suoi oneri si sono riversati sul consumatore, lasciando ai soggetti del «negozio economico» la fatica dell'esazione. Ciò dimostra la necessità di valutare i provvedimenti e le situazioni determinati dal momento economico, non solo in se stessi e mirando ad un risultato complessivo, ma anche in funzione sociale.

Per fortuna, al di sopra di tutto vi è una verità che è lo scudo piú certo dei lavoratori: cioè che all'ombra del Fascio Littorio e Duce Benito Mussolini non possono ripetersi i fenomeni d'altri tempi allorquando la dura necessità del momento imponeva una ferrea disciplina nella quale, in sacrilega unione, si fondeva il sacrificio della massa con la voracità degli speculatori. Sopraprofitti di guerra e sopraprofitti di congiuntura — come acutamente propone qualcuno di chiamarli — sono irrealizzabili nell'ambiente politico italiano.

È inutile dire che l'incompatibilità tra qualsiasi forma di pescecanismo e lo spirito mussoliniano non ha bisogno di essere dimostrata. Lo stato di guerra può darle nuovo stupendo rilievo; ma essa nasce dal grande principio che tutti gli Italiani sono uguali di fronte alla Patria.

Quando diciamo tutti, non facciamo esclusioni secondo la dottrina della democrazia inglese che mette l'individuo da una parte e lo Stato dall'altra e pesa il primo per vedere se è degno di entrare nel secondo.

Questa uguaglianza nei sacrifici fa sí che noi non abbiamo un problema morale da risolvere. Ne abbiamo soltanto uno sociale che nell'attuale crisi mondiale prende l'aspetto economico. Ma anche questo ha una linearità che ne facilita la soluzione. Uno lo scopo: il raggiungimento dell'equilibrio morale di cui abbiamo parlato piú sopra. Uno il mezzo: l'unità dell'azione coordinatrice d'iniziative e d'istituti nella manovra economica.

Fra questi due poli crediamo possibile e opportuno segnalare lacune, invocare revisioni, proporre modifiche nell'attrezzatura su cui si appoggia la vita stessa della Nazione.

Noi che abbiamo rinnovato la civiltà in nome del principio unitario della vita, noi che abbiamo tutti i mezzi per attuarlo, non abbiamo affidato ad un saldo coordinamento unico la disciplina economica nazionale. Ora questa è sempre, ma specialmente durante la guerra economica scatenatasi sul mondo, strettamente connessa con la produzione e gli scambi.

In settori squisitamente sociali, ma non decisivi e definitivi, abbiamo attuato col Comitato interministeriale pel coordinamento dei prezzi, un significativo passo verso l'unità. Bisogna procedere ancora, tenendo ben presente che le Corporazioni e il Ministero delle Corporazioni sono il terreno fecondo su cui l'unità economica fascista si è già allenata ai piú chiari esperimenti.

Abbiamo accennato ad una politica di scambi.

L'attrezzatura che ha inteso potenziare la duplice corrente importatrice ed esportatrice, presupposto di ogni indipendenza economica e di ogni vantaggio nazionale, può ben definirsi un'attrezzatura da economia di guerra.

Si tratta ora d'innestarla vigorosamente sul tronco produttivo, mentre nuoce talvolta al normale sviluppo dell'attività anche nello stesso settore che si vuole particolarmente curare, quello dell'esportazione, un innesto poco profondo o poco netto. Ciò accade quando si verifichi uno sganciamento di rapporti tra istituti sorti per moltiplicare l'esportazione e difendere la bilancia commerciale e quelli corporativi che hanno la funzione della disciplina economica generale del Paese.

Soltanto l'unità in questo campo potrà assicurare i migliori risultati conseguibili attraverso una visione chiara di tutto il panorama: necessità economiche, esigenze di tesoreria. Aggiungiamo inoltre che in tal modo sarà possibile accelerare e semplificare la procedura, secondo il vivo desiderio dei produttori esportatori, che qualche volta si domandano se le regole poste alla loro azione da parte di organismi sorti per agevolarli, non si risolvano in ostacoli.

Rivedere e perfezionare è il compito della piú elementare e piú utile tattica di guerra, che può far conto molto relativamente sull'azione del tempo. Bisogna, non appena le esperienze si delineano, arrivare alla conclusione ed avanzare. Anche da questo lato si arriva dunque all'utilità del coordinamento di cui parliamo, che cosí per ogni verso tende alla stessa indipendenza.

L'indipendenza economica è la difesa attiva nella guerra bianca, ed agisce sui tre elementi sopra accennati: produzione, importazione, esportazione. Il primo è l'autarchia in atto; l'importazione e l'esportazione ne sono il complemento indispensabile.

Come l'autodecisione politica rende l'Italia padrona dei suoi destini, la stessa decisione, che non può essere che unitaria, ci è necessaria sul piano economico.

Essa ci permetterà di sottrarre la politica economica dal caos del resto del mondo, vacillante piú per l'incertezza dei fini che per i colpi dell'«emergenza».

Un ferreo coordinamento in economia, in altri termini, non è che un aspetto dell'unità spirituale fascista che illumina nel disordine internazionale una via di giustizia e di potenza.

l'economia come scienza inglese 

È evidente che l'attuale conflitto europeo, al di sopra degli stessi motivi politici in contrasto, segna la fine del mondo liberista. La fine ufficiale, per cosí dire, perché il sistema aveva dato fin dalla guerra mondiale il chiaro segno di non poter sopravvivere. Se il suo principale campo di azione, l'anglo-sassone, era rimasto aperto, lo si doveva piú che altro all'abilità con la quale gl'inglesi sanno mascherare i mutamenti.

Dietro la tradizione liberista l'Inghilterra si è sempre prontamente adattata alle necessità dei vari periodi storici. Per questo da un pezzo ha l'aria di arrivare sempre un po' in ritardo e di rinunciare alla iniziativa delle leggi economiche che una volta le apparteneva.

La cosí detta «sfinge» inglese, che ogni tanto attira su di sé profezie di fine imminente perché è difficile risolvere i suoi enigmi, è in realtà in questa perpetua contraddizione tra lo spirito di adattamento e la apparenza della tradizione.

Le profezie piú catastrofiche vengono sempre da parte dell'America. Questa allieva che ha superato la maestra in fatto di democrazia, non sa capire il sottile gioco inglese per il quale, ad esempio in economia, si insiste nella dottrina liberista anche quando si pratica il piú rigido interventismo statale. Ma è che gli inglesi han bisogno di creare nel mondo una «mentalità inglese», la salvaguardia migliore della politica e del commercio della Gran Bretagna. Tutte le mentalità si creano attraverso miti e pochi miti hanno avuto piú adoratori della sterlina e della sua potenza. Perfino nell'area del dollaro la vecchia sterlina ha esercitato il suo dominio morale.

Il Commonwealth dei Domini è certo qualcosa di radicalmente diverso dall'Inghilterra del Seicento, Settecento, Ottocento. La sua prova suprema, prima della guerra, fu fatta nella conferenza di Ottawa che tentò di trasformare l'Impero in una fortezza chiusa; ma che altro era, questo, se non il ritorno all'atto di navigazione di Carlo I (1642) col quale l'Inghilterra stabiliva il monopolio commerciale e di navigazione fra la Madrepatria e le Colonie? Se si volessero ricercare le origini vere dell'autarchia che scandalizza le odierne democrazie belligeranti, bisognerebbe risalire abbastanza indietro: e non per curiosità storica, perché la storia è, per l'Inghilterra, sempre un buon affare ed un «precedente».

La linea economica inglese incomincia, si può dire, con la conquista del trono da parte dei re francesi (Normanni) che permisero all'isola selvaggia di partecipare al progresso industriale e commerciale dell'Europa del XII e XIII secolo. Allora per la prima volta si stabilirono regolari rapporti con la Francia, con la Fiandra, con l'Italia, con la Penisola Iberica.

L'Isola ancora barbara, che doveva parlare latino e francese per farsi intendere dai popoli già civili, uscí dal suo primo isolamento e si innestò alla vita economica dell'Occidente, che rinasceva specialmente per l'influsso italiano. Allora i governi, ossia i Re, intervennero per la prima volta nell'economia nazionale con criteri che un giorno saranno chiamati mercantilistici. Ad esempio il Parlamento del 1258 vietò la esportazione della lana grezza di cui tanto aveva bisogno l'industria fiorentina.

Da quarant'anni (1215) Giovanni Senzaterra s'era fatto strappare dai baroni ribelli la Magna Carta delle libertà: il periodo dei Re padroni dello Stato era finito e, col cittadino, nasceva l'economia, cui i Re francesi aprivano, come s'è ricordato, cosí vasti orizzonti.

L'avvento di questi Re fu determinante di una nuova storia che, d'allora in poi, sarà sempre a fondamento economico, e di una mirabile costanza: proclamazione della libertà economica e, sotto questa bandiera, pratica del liberalismo e del protezionismo secondo i propri interessi.

Anche l'Italia conobbe il fenomeno del liberismo, anzi si può dire che nacque tra noi. Prima del Cinquecento era liberista Venezia, nel senso che i mercanti, artefici della grandezza del primo Stato d'Italia, volevano essere protetti nei loro traffici senza preoccuparsi delle sorti dell'industria. La protezione consisteva nell'invocare la forza della Dominante per imporre agli altri la libertà dei mercanti veneziani di andare dove volevano. Non vi è libertà eccessiva che non si risolva in una imposizione a danno di altri. La formula veneziana divenne la base della pratica inglese, ma non è la stessa cosa. Il protezionismo commerciale dei Veneziani, analogo a quello dei Genovesi e di altri Comuni marittimi, aveva un lato profondamente morale, perché risultava da una conquista duramente guadagnata all'estero e all'interno, con le armi e con le leggi. Il liberismo italiano fu un fenomeno naturale e salutare e serví a far dell'Italia, in un mondo di assenti, il fiorente centro del Mediterraneo. Al contrario, invece, Anversa divenne l'emporio del Mare del Nord senza alcuna fatica e l'Olanda, regina dei traffici del Cinquecento e Seicento, sostenne la libertà perché minacciata dagli Inglesi.

Questi, poi, non intervennero, come gli Italiani, a svegliare i popoli vicini; ma approfittarono della vita e dell'esperienza altrui.

L'Inghilterra è estranea al problema morale del traffico e, in genere, dell'economia, il quale si manifesta soltanto nel Continente.

A parte l'economia dei Comuni e delle Repubbliche d'Italia che per ragioni di vita e di grandezza politica, eroica, artistica, è sempre un fatto morale, anche il teorico di un'economia morale è italiano: San Tommaso d'Aquino. Sono italiani i primi studiosi nei secoli XVI e XVII dei nuovi problemi posti dal diritto commerciale e marittimo derivato dall'aprirsi dell'epoca moderna: e basti per tutti Niccolò Machiavelli, cui gli Italiani, dopo l'esempio del Duce, dovrebbero piú spesso rivolgersi.

Continuiamo invece a leggere in materia di storia economica che i primi a scorgere nelle forze produttive una forza in mano allo Stato furono i mercantilisti e Colbert; comunque siamo fuori dell'Inghilterra, padrona dei mercati: siamo in Francia. Se le loro teorie ed anche le loro leggi, si connettono con la formazione dei grandi Stati moderni, cui purtroppo l'Italia è estranea, ciò non deve abbagliarci al punto da trascurare l'economia e il pensiero precedenti degli Italiani.

Neppure quando, nel periodo seguente, la scuola fisiocratica elevò a sistema il liberismo, cioè fece teoria della pratica britannica, usciamo dal Continente. Sono ancora i Francesi a fondare la scuola, con  a capo Francesco Quesnay che (vedi ironia!), senz'essere né mercante né economista, ma medico di Luigi XV, può considerarsi il capostipite della moderna scienza economica.

Mentre gli Inglesi offrivano la propria pratica esperienza, i fisiocrati trovavano il gran principio morale della loro economia: il principio del liberismo economico come derivazione dell'ordine naturale voluto dalla Provvidenza.

La fisiocrazia poneva la libertà a servizio degli Inglesi. In fondo non era che una reazione agli ostacoli, ai privilegi, alle barriere del vecchio corporativismo. Nelle brecce prodottesi passarono largamente il commercio e l'industria della Gran Bretagna. Ma c'è di piú. L'ordine naturale invocato dai fisiocrati fu al tempo stesso causa ed effetto di un orientamento dell'economia continentale che si potrebbe definire «rivoluzione agricola». Era proprio quello che ci voleva perché l'Inghilterra potesse attuare la sua «rivoluzione industriale».

Estranea dunque ai moti morali con i quali sul Continente si tentava di mitigare l'egoismo economico, e profittatrice dei risultati conseguiti altrove: cosí ci sembra di poter definire la storia economica dell'Inghilterra fino al Settecento. Afferrata da questo momento l'egemonia economica, ecco l'Inghilterra diventare cattedra di alta scienza, tanto che non è passato ancora il ricordo del tempo in cui l'economia veniva chiamata «scienza inglese» e, prima della bonifica fascista delle Università, con mal celata nostalgia.

Ma, trasferendosi in Inghilterra, la scienza economica abbandonò subito le velleità morali e aderí meravigliosamente al genio pratico e duttile degli Inglesi. E, come tutto il resto, si vestí subito di tradizionalismo. Adamo Smith, che iniziò e portò a somme altezze la sistemazione scientifica dell'economia, la innestò bravamente sull'antico pensiero filosofico britannico, provando che con la filosofia si può riuscire a qualunque cosa.

La sua forza dialettica e la sua profondità furono tali che per un secolo il liberismo finí per identificarsi con la scienza economica. Nel Continente parlare di economia significò parlare della potenza e dei mercati dell'Inghilterra.

Quale meraviglioso strumento di penetrazione e di espansione!

Adamo Smith serví compiutamente gli interessi della sua Patria. Egli rinnegò la «natura» dei fisiocrati e vi sostituí ciò che piú si confaceva all'indole e ai bisogni dell'Inghilterra: la fede programmatica nelle attitudini dell'individuo a scegliere la via migliore che gli assicurasse i vantaggi maggiori, con il conseguente beneficio della collettività. Questa è l'economia per uso interno, che significava la soppressione delle Corporazioni, l'abolizione dei regolamenti industriali timidamente elaborati dai pubblici poteri. Per uso esterno l'economia liberista proclamò la divisione del lavoro fra le Nazioni, aprendo la via alla famosa teoria dei costi comparati di Ricardo.

L'Inghilterra aveva cosí mirabilmente aggiogato alle sue necessità il secolare pensiero del Continente. «La ricchezza delle Nazioni» dello Smith era in realtà la teorica di una sola ricchezza: la sua.

In questo fertile terreno fioriscono le teorie necessarie alla formazione della cosí detta civiltà occidentale: vi fiorisce soprattutto l'utilitarismo di Jeremy Bentham, ostinato anche lui nel dare un fondamento morale all'utilità, proclamando che solo l'utile è giusto. Formula che sarà rovesciata dal nostro Mazzini, solitario gigante, nell'altra cosí vicina a noi: solo il giusto è utile.

Ma perfino il socialismo scientifico nasce in Inghilterra, desiderosa di non lasciare alcun primato al Continente; perché non dimentichiamo che Carlo Marx è in gran parte figlio dell'esilio di Londra, dove il suo pensiero maturò sui volumi dell'economia inglese e dove poté rivelarsi fedele discepolo di Ricardo.

Abbiamo insistito sul liberalismo. Naturalmente non si può affermare che pratica e teorica andassero sempre d'accordo. Anzi Adamo Smith non esitava a dare alla sua «Ricchezza delle Nazioni» un valore puramente teorico. Essa è piuttosto la preparazione all'epoca liberista che è piú vicina alle condizioni moderne di vita e coincide con l'ulteriore sviluppo dell'industria, la rivoluzione dei mezzi di trasporto, l'aumento eccezionale della popolazione. L'anno iniziale per questo liberalismo battagliero e in certo senso rivoluzionario, è il 1830.

Il Duce ha colto con mirabile precisione questo periodo, fissandone le date con le tappe del capitalismo. Il liberismo coincide col periodo del capitalismo 1830-1870 che il Duce, nel discorso al Consiglio Nazionale delle Corporazioni del 14 novembre 1933-XII, chiamò dinamico. Il 1850 è il suo culmine. Che ne resta oggi? Da un lato l'affannosa ricerca di mascherature e d'espedienti che sono arrivati fino allo scatenamento della guerra. Dall'altro la precisa diagnosi del Duce:

«La stessa legge della domanda e dell'offerta non è piú un dogma, perché attraverso i cartelli ed i trusts si può agire e sulla domanda e sull'offerta. Finalmente quest'economia capitalista coalizzata, trustizzata, si rivolge allo Stato. Che cosa gli chiede? La protezione doganale.

«Il liberismo, che non è che un aspetto piú vasto della dottrina del liberalismo economico, il liberismo viene colpito a morte. Infatti la Nazione, che per prima ha elevato delle barriere quasi insormontabili, è stata l'America. Oggi l'Inghilterra stessa, da alcuni anni a questa parte, ha rinnegato tutto quello che ormai sembrava tradizionale nella sua vita politica, economica e morale; e si è data ad un protezionismo sempre piú forte».

Quando la maschera caduta mostrerà il reale volto del protezionismo e si vedranno inutili tutti i tentativi di far risorgere in altre vesti — anche internazionali — i giochi economici della vecchia Inghilterra, apparirà nel mondo, in tutta la sua grandezza realistica e ideale, il posto che nella civiltà occupa l'economia corporativa, fissato dal Duce in quel discorso con semplici e granitiche parole:

«L'economia corporativa sorge nel momento storico determinato, quando cioè i due fenomeni concomitanti, capitalismo e socialismo, hanno già dato tutto quello che potevano dare.

«Dall'uno e dall'altro ereditiamo quello che essi avevano di vitale.

«Noi abbiamo respinto la teoria dell'uomo economico, la teoria liberale e ci siamo inalberati tutte le volte che abbiamo sentito dire che il lavoro è una merce.

«L'uomo economico non esiste: esiste l'uomo integrale che è politico, che è economico, che è religioso, che è santo, che è guerriero».

i lavoratori e l'economia di guerra 

L'adeguamento delle rimunerazioni e la disciplina dei prezzi sono la soluzione logica e semplice che il Regime dà all'aspetto, che dal primo istante definimmo «sociale», dell'economia di guerra.

Si è recentemente valutato a circa 50 miliardi l'ammontare delle rimunerazioni (salari e stipendi) italiane. L'imponenza della cifra ci rivela la sua importanza economica; ma l'accento sociale, che è il piú importante, le è conferito dall'immutabile applicazione del principio fascista: accorciamento delle distanze e riconoscimento del posto che il lavoro assume nell'economia corporativa.

Sul modo per applicarlo si poteva e si doveva anzi discutere, finché le dichiarazioni del Duce al Comitato corporativo centrale non hanno indicato a tutti la via da seguire e il ministro Renato Ricci non ha posto, nel suo discorso alla Camera, i termini precisi della soluzione corporativa.

A nessuno può essere sfuggito l'avvicinamento che il ministro ha fatto tra i risultati dell'azione sociale sempre in atto e le direttive della nostra guerra economica.

Vi è sempre nell'economia fascista — in pace o in guerra — il problema fondamentale che non è possibile addivenire a sistemazioni economiche senza la consapevole accettazione, da parte di tutti, dei «fini sociali». I quali non infirmano e non intaccano mai la convenienza dei provvedimenti, perché l'economia corporativa è tale, quando ha raggiunto l'equilibrio morale tra il fatto economico e il fatto politico.

L'adeguamento delle retribuzioni e il conseguente blocco di alcuni prezzi e la norma stabilita per la loro revisione significano che su molti settori produttivi graveranno gli uni e gli altri, contenendo i margini di guadagno. Il che è provato dall'aumento invece concesso per prodotti sui quali non avrebbe potuto imporsi alcuna falcidia di margini, e per quelli di cui è necessario incrementare la produzione, in vista dei particolari scopi del momento.

Si tratta dunque di una vastissima manovra di economia controllata, che supera tutti i sistemi, adottati all'estero, di scale mobili o di altri macchinosi espedienti, compresi i patetici appelli alla collaborazione tra imprenditori e operai che leggiamo nella rivista belga La vie économique et sociale. Noi, invece, come ha dichiarato il Duce, semplificheremo anche di piú la ricerca dei numeri indici nell'interesse della precisione e della giustizia sociale, per evitare certi sillogismi attorno a cifre dalle quali si deve poter desumere la reale situazione dei bilanci familiari.

La giustizia sociale, che nel sistema corporativo non è mai antieconomica, è in definitiva il fine dell'unità fascista tra economia e politica, che l'emergenza della guerra conferma in una prova decisiva.

Con questo presupposto, come deve essere valutato il deliberato del Comitato corporativo centrale?

Per quanto riguarda i lavoratori, esso è stato accolto col piú vivo compiacimento, perché ne hanno tratto conferma che il Regime segue le vicende della gente che lavora e percepisce le necessità che si manifestano nel rinnovarsi delle situazioni determinate dallo stato di guerra.

I lavoratori, in presenza di queste, non credono all'unico rimedio dell'aumento salariale. La Confederazione dei lavoratori dell'industria, su cui pesa la responsabilità di difendere gli interessi formidabili delle masse che rappresenta, si era anche posta il problema se non fosse stato possibile maggiorare i guadagni operai, aumentando l'orario di lavoro. In questo modo si sarebbe raggiunto lo scopo voluto, senza incidere sui costi di produzione. Le esigenze improrogabili dei bilanci domestici avrebbero avuto un sollievo, senza modificare i rapporti economici in atto.

La soluzione è stata diversa e piú confacente alle possibilità della produzione e agli scopi della giustizia sociale. Ma resta tra le conquiste morali dei lavoratori italiani questa possibilità di valutare i problemi non col criterio meccanico dell'aumento salariale ad ogni rincaro della vita, ma coll'immedesimarsi delle necessità nazionali della produzione.

Senza infirmare le disposizioni regolatrici degli orari di lavoro, in quanto rimangono cardini fondamentali delle conquiste realizzate dal lavoro nel tempo mussoliniano, i lavoratori italiani son pronti a ubbidire a qualsiasi prospettiva eccezionale si presentasse loro in proposito. Se, cioè, le necessità economiche generali fossero tali da richiedere uno sforzo comune per meglio superare un determinato momento, essi non esiteranno a scegliere la via della protrazione dell'orario di lavoro in luogo dell'aumento nelle retribuzioni. Qualora, insomma, una diagnosi obiettiva della situazione economica determinata dal disordine politico internazionale si dimostrasse non favorevole alla produzione, è certo che questa avrebbe sempre i piú convinti e validi alleati in coloro che il Regime ha dichiarato suoi partecipi.

Perché i lavoratori partecipano altresí con virile coscienza, ora per ora, al fatto grandioso dell'Europa sconvolta dalla guerra, dalle cui conseguenze economiche nessun Paese può sottrarsi, e perciò nemmeno l'Italia. La loro Confederazione, che vuol esser degna di questo stato d'animo che essa stessa ha contribuito a creare, è pienamente consapevole che i suoi rappresentanti possono essere chiamati a un ruolo di prim'ordine per concorrere a superare le difficoltà che un mondo in lotta è capace di determinare.

In questa perfetta comunione d'intenti non è da escludere che, verificandosi possibili circostanze, si fronteggino momentanei periodi di emergenza protraendo l'orario di lavoro, al predetto scopo d'impedire un abbassamento dei guadagni operai.

È questo un impegno, insieme con qualsiasi altro che possa essere suggerito dagli avvenimenti, che si può prendere serenamente, perché la stragrande maggioranza dei lavoratori è in perfetta linea con le necessità storiche di un periodo decisivo per la sorte dei popoli. Essi vogliono essere considerati militi chiamati a combattere la piú vasta battaglia che la storia dell'economia ricordi, coll'obbiettivo di frantumare tutte le coalizioni che avessero il proposito di ostacolare il cammino dell'Italia. Questo loro schierarsi senza condizioni è la prova di un'appassionata aderenza a una battaglia ben piú grave e generale: quella che l'Italia combatte per conservare la sua indipendenza e la sua libertà nel momento in cui si forgiano i destini della nuova Europa.

Abbiamo parlato di adesione senza condizioni. Ve n'è tuttavia una sola, che però non farebbe recedere nessuno dal compiere il proprio dovere, anche in pura perdita: la condizione che tutti siano ugualmente pronti alla loro parte di sacrifizio o, diciamo meglio — per non offendere nessuno col dubbio —, di rapidissimo adattamento a necessità d'ordine superiore.

D'altra parte i lavoratori sanno molto bene, nella propria maturità politica, che la loro dedizione senza temporeggiamenti faciliterà l'azione del Governo, diretta alla difesa della giustizia sociale pur in mezzo al durissimo ambiente in cui vive l'Europa. Al tempo stesso la maturità sindacale li ammonisce che contribuire a determinare un'atmosfera di coesione fra tutte le categorie produttrici, ognuna nel settore e nelle attribuzioni di propria competenza, è rendere piú facile quella disciplina economica che, se costituisce il primo dei doveri anche per i lavoratori, è pure il piú certo presidio dei loro diritti.

Lo stato d'animo dei lavoratori fascisti, in poche parole, mentre è ispirato al piú puro ideale, si basa realisticamente sul principio informatore della grandezza nazionale: la solidarietà degli animi e degli interessi.


 

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