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CAPOFERRI PIETRO Il pensiero e la volontà (da “L'ora del lavoro” [1941]) (a cura di Benedetto Brugia) Intelligenza delle minoranze attive Il realismo della educazione sindacale Fede nel sistema sindacale-corporativo Intransigenza nella legge morale Il processo evolutivo delle masse si identifica nell'atteggiamento degli operai verso l'attuale guerra. Mentre nella precedente Grande guerra l'operaio, in genere, era portato ad ambire un impiego che lo ponesse al riparo dal richiamo alle armi, oggi si è assistito ad un fenomeno inverso: masse di lavoratori, d'ogni età, hanno chiesto insistentemente l'onore di vestire l'uniforme del combattente. Si è avuta cosí una manifestazione sicura del vero spirito da cui sono animate le falangi delle officine e, insieme, una prova incontrovertibile della loro volontà di offrire tutto alla causa della nazione e della loro immediata comprensione delle ragioni e delle finalità del conflitto. Tale fenomeno è stato maggiormente avvertito nei centri in cui le masse, durante la lunga vigilia, hanno beneficiato di un'opera intelligente di educazione politica. Là dove sono state esaurientemente illustrate le cause prime di determinate situazioni sociali ed economiche e posti in rilievo gli atteggiamenti delle nazioni plutocratiche, coi riflessi che questi avevano sulle condizioni di vita dei lavoratori e della stessa economia italiana, la mentalità del popolo che lavora si è trovata pienamente aggiornata ed intonata allo sviluppo degli eventi. Libero dall'ingombro dei sedimenti culturali, dei luoghi comuni pseudo-storici e dei formalismi di una scienza politica ed economia dalle origini equivoche, il lavoratore ha preceduto anche le categorie cosí dette evolute nel situarsi spiritualmente e materialmente nei termini del tempo nuovo, nell'atmosfera autentica del «clima duro». Conferma piú solenne non si sarebbe potuta dare alla fondamentale importanza che le organizzazioni sindacali hanno sempre ascritto all'azione politico-sociale, sviluppata con intenti di formazione e di elevazione del carattere e del sentimento delle masse e cioè di creazione di una psicologia improntata alle idee madri del Fascismo, inteso come movimento popolare verso mete rivoluzionarie all'interno e soprattutto oltre le frontiere. È questo il trionfo di un concetto piú volte ribadito secondo il quale un individuo, come un popolo, non è mai indotto a sopportare di buon grado il peso di sacrifici che siano imposti da un ideale che non sente, cosí come un cieco non può apprezzare un capolavoro che non ha il bene di ammirare. Ritenere infatti che il semplice assetto esteriore realizzato, sia pure impeccabilmente, dall'inquadramento nei ranghi basti ad assicurare la coesione morale e politica di una massa, è profondamente errato. Se sotto tali pur necessarie e benefiche apparenze noi non abbiamo preventivamente o contemporaneamente educato le coscienze, non troveremo, al momento critico, l'uomo capace di battersi per l'idea, di difenderla e di affrontare per essa le prove piú gravi. Come sentano le masse lavoratrici questa guerra è dimostrato dalla serenità con cui sanno adattarsi alle varie condizioni di vita che la guerra porta con sé. Hanno compreso che il loro lavoro è in stretta relazione con l'arduo compito del combattente. Perciò qualunque mansione siano i lavoratori chiamati a svolgere, li trova pieni di comprensione e di senso di responsabilità. Quando sarà possibile documentare la somma degli sforzi compiuti, la onestà e la diligenza con cui i lavori piú delicati sono stati eseguiti, si potrà misurare con esattezza l'entusiasmo con cui i lavoratori hanno operato nell'interesse della guerra, esercitando un ruolo di cui essi avevano la piena coscienza. intelligenza delle minoranze attive In particolare esistono fra la massa minoranze attive che piú delle altre hanno intuito il movente effettivo che ha indotto l'Inghilterra a scatenare il conflitto. Esse non sono state sorprese dall'atteggiamento della plutocrazia finanziaria americana che ha trovato il suo uomo in Roosevelt il quale dopo essersi assicurato la rielezione col noto inganno si è rapidamente e necessariamente rivelato il massimo esponente di Wall Street. I nuclei piú progrediti tra i lavoratori credono fermamente che questo conflitto sia l'estrema fase di un ciclo storico destinato a sommergere sotto il peso dei suoi ciclopici errori il capitalismo e i principii storico-materialistici su cui ha poggiato e poggia. Quando alle masse si parla di guerra, non si sente mai il bisogno di ricorrere a particolari argomentazioni di ordine tradizionale o culturale per giustificare la politica dell'Asse, vaticinata per il primo dal Duce. Per il popolo, dagli orientamenti spesso infallibili, non esiste che un fatto: l'unione delle due Nazioni che intendono costruire su principii umani la vita sociale delle future generazioni contro la cieca visuale di coloro che pretendono di condannare l'umanità a vivere schiava del privilegio di pochi. Il popolo è convinto che domani, nessuno, nella Europa ritornata al timone della civiltà potrà venir meno ai sacrosanti ideali per i quali i soldati dell'Asse si battono; crede istintivamente che la ricostruzione europea si effettuerà sulla base di un'etica nuova per la quale non un padrone si sostituirà semplicemente ad un altro nel dominio degli imperi e delle possibilità della produzione; non un'altra moneta sostituirà la sterlina nella tirannia dei mercati, ma un sistema diverso si imporrà, in coerenza con le premesse del Fascismo e del Nazionalsocialismo, dando vita ad una comunità di popoli che sarà chiamata a fondare la civiltà del XX secolo sulle linee di una effettiva socialità. Sarebbe assai ingenuo trascurare questa psicologia delle masse. Forse esiste ancora qualcuno che si illude sul ritorno, a guerra finita, ai vecchi sistemi di vita ritenendo che il popolo possa dimenticare i motivi per cui ha lavorato e combattuto. Ciò è accaduto molto spesso nei secoli, quando il popolo era estraneo alla vita degli Stati; è accaduto anche nei tempi nostri quando le Democrazie avevano tutto l'interesse ad evitare la resa dei conti e pascevano i popoli di seducenti illusioni. Ma la Democrazia fascista — com'è noto — è una cosa seria. I lavoratori hanno profondamente meditato la legge di Mussolini con cui il lavoro è stato definito un «dovere sociale», perché in tale definizione hanno ravvisato non solo la possibilità di rendere nobile e gioiosa la loro fatica e di assicurarsi i mezzi per il loro sostentamento, adeguati alle esigenze di un popolo civile, ma anche l'attuazione di un principio nuovo che segnerà la fine dei privilegi della ricchezza cui verranno anteposti i sacrosanti diritti del lavoro. Mai come in questo caso essi sentono l'equivalenza tra diritto e dovere che è la chiave di volta di ogni costruzione sociale. Il realismo della educazione sindacale Non dobbiamo inseguire chimere o alimentare utopie quando parliamo in nome delle aspirazioni del lavoro e tanto meno quando si proclamano le sue aspirazioni. Il piú grave delitto che possa essere compiuto ai danni dei lavoratori è quello di sorprenderli nella loro buona fede, trasformando aspirazioni legittime, che nascono sempre dalla logica e dal buon senso insito nel popolo, in qualche cosa di fantastico e di irrealizzabile. La storia di questi ultimi decenni, in ogni paese, dimostra che i piú veri nemici del lavoro sono stati gli assertori delle cosí dette grandi conquiste che, sul terreno della retorica, hanno servito soltanto ad ammaliare temporaneamente le masse, spinte poi a fare il gioco della reazione, quando si sono trovate a cozzare con la realtà di deprimenti illusioni. Non c'è piú, da tempo, un operaio, un impiegato o un qualsiasi lavoratore che tragga i mezzi di vita dal compenso alla sua fatica, disposto a prestar fede ai parossismi demagogici che tanta presa hanno avuto sull'anima delle folle in altri tempi. L'uomo delle officine, l'uomo dei campi sanno troppo bene che gli strumenti della ricchezza e i mezzi per soddisfare ai propri bisogni e alle materiali esigenze della vita non possono essere conseguiti che attraverso il lavoro; sanno e sono convinti che non è dalla lotta tra le classi che egli potrà trarre benefici tangibili e duraturi; che non è un paese disordinato, dove l'arbitrio domini sulle regole e sulla disciplina nei diversi settori che possa esprimere i mezzi atti a soddisfare le aspirazioni del popolo nel suo continuo progredire. È profondamente radicato negli uomini del lavoro, sensibili alla loro sorte e che vivono intensamente le vicende che accompagnano tutti gli aspetti della vita che li circonda, il convincimento che le loro aspirazioni si identificano con le aspirazioni dell'intera comunità nazionale politicamente ordinata ed economicamente salda e prospera. È specialmente sentita nelle massa la necessità che le leggi, tutte le leggi trionfino sugli uomini, su tutti gli uomini. La lotta contro il privilegio iniziò le Rivoluzioni moderne: è necessario concluderla. Non basta uccidere il privilegio consacrato in un decreto; occorre eliminare i privilegi che si formano tra i ceti sociali, i piccoli privilegi di fatto, dovuti alle posizioni personali, al possesso, al denaro, perfino all'ingegno: occorre prendere posizione contro ciò che contrasti con questa prassi, prassi nettamente mussoliniana attraverso la quale soltanto si arriva a soddisfare il popolo che è soprattutto avido di giustizia. Il popolo lavoratore ama veramente Mussolini perché in Lui ha ravvisato e ravvisa la fonte del suo bene e della giustizia per ognuno, e perché ai suoi occhi personifica il lavoro nel concetto piú alto e piú nobile della parola, nella sua concezione antidemagogica ed antireazionaria. Il popolo ama quelle verità dalle quali può realmente venire una luce che guidi sul faticoso cammino; accetta la logica conseguenza delle premesse, ma vuole che questa logica sia chiara, non sia il sofisma del meglio agguerrito nella lotta. Nei nuovi orizzonti che la vittoria dischiuderà, i lavoratori mirano già le conseguenze della giustizia e della logica: ossia quell'accorciamento delle distanze di cui il Duce si è fatto vindice e banditore. Contemporaneamente il lavoro è ansioso di vedere rispettato il principio mussoliniano delle gerarchie dei valori, proprio per quanto si riferisce allo specifico ambiente della organizzazione aziendale. Ad osservatori fatui o superficiali potrà apparire un paradosso che i lavoratori desiderino la gerarchia e la competenza a presidio dell'ambiente in cui trascorrono la vita; ma è una verità ben nota a chi conosca l'animo delle masse fasciste. Questo stato di fatto si trasforma in un vero e proprio principio per quelle minoranze attive che vivono piú fortemente dei riflessi della vita che le circondano e comprendano quali tesori siano racchiusi in questa alta espressione della maturità organizzativa dei lavoratori mercé la quale siamo in grado di trovare dirigenti capaci e degni di questo nome tutte le attività che interessano la vita economica e sociale della nazione. È su tale principio infatti che riposa la garanzia della floridezza e del benessere derivanti da una vita produttiva intelligente e volitiva che è poi sinonimo di prosperità e di progresso. È chiaro che il parassitismo che entra nelle aziende col veicolo della protezione politica o finanziaria o con l'aiuto di clientele, grava su un'industria o su un determinato ramo di produzione non soltanto per lo sfruttamento che vi esercita, ma anche per il danno che i ricercatori di prebende cagionano con la loro presenza negativa. fede nel sistema sindacale-corporativo Né si ritenga che l'operaio italiano di oggi non segua gli indirizzi attraverso i quali è stata assicurata la disciplina economica della produzione e degli scambi. Troppe volte egli è stato vittima della impossibilità di esportare prodotti o di importare materie prime o delle alternative della politica dei grandi complessi industriali e finanziari, per non aver capito la necessità di tenere gli occhi aperti! La disciplina economica che può veramente trovare comprensione nella massa è quella che garantisce un ordine attraverso il quale possano essere combattute tutte le manifestazioni spurie e nefaste del capitalismo vecchio stile. È sotto la spinta di questa presenza operaia che gli organi corporativi, in un determinato momento, dovranno trovare il punto d'appoggio necessario per opporsi alla coalizione dei gruppi e degli interessi. Noi dobbiamo presto lasciarci alle spalle un mondo nel quale la media e la piccola industria siano sacrificate alla invadenza dei grandi gruppi, come troppo spesso è accaduto. Un mondo nel quale non sono davvero mancati gli episodi che hanno documentato come, sotto l'etichetta della Corporazione, venissero fatti passare impunemente interessi di pretta marca cartellista. Forse tale contrabbando è stato facilitato dagli avvenimenti incalzanti che hanno preceduto la guerra e che hanno reso talvolta particolarmente difficili e delicati taluni problemi che in tempi normali avrebbero potuto trovare senza difficoltà la soluzione logica voluta dalla premessa sindacale-corporativa. La disciplina della produzione è un principio che si impone e che bisogna difendere quando risulti il presupposto del superamento dell'anarchia economica attraverso la quale il capriccio e la speculazione capitalistica hanno esercitato un dominio incontrastato ai danni della collettività. Tutto il movimento dei lavoratori riafferma la fede nell'organizzazione sindacale-corporativa. Esso ben percepisce che il sistema corporativo non può essere giudicato dai risultati cui si è pervenuti talvolta per la via di procedure influenzate da considerazioni estranee alla prassi corporativa medesima. Il rafforzamento della politica dei consorzi, ad esempio, che hanno manovrato e manovrano gran parte dell'economia e che ancora sopravvivono in piena libertà di movimenti, non può essere attribuito ad una insufficienza del sistema corporativo. Noi non vogliamo fare ora una requisitoria su questo e su altri fenomeni perché ci rendiamo conto soprattutto delle difficoltà che hanno accompagnato la vita economica in quest'ultimo decennio. Ci sembra però doveroso riecheggiare fedelmente l'animo dei lavoratori che credono in un sistema il quale, attraverso un aggiornamento dei suoi organi, delle sue procedure e dei suoi mezzi, è destinato ad operare prodigiosamente nel campo delicato e vasto della vita economica della Nazione. Basterà che anche qui prevalgano le decisioni radicali anziché le mezze misure che sovente determinano l'insuccesso o che quasi sempre arrecano danni maggiori di quelli stessi che potrebbero derivare da un mancato intervento! intransigenza nella legge morale Abbiamo ricordato piú sopra la necessità che le leggi, tutte le leggi, siano piú forti degli uomini, di tutti gli uomini. Su ciò si fonda la fiducia delle masse nelle istituzioni del Regime. Non vi è dunque aspetto morale piú importante e decisivo nella vita nazionale. Su questo punto occorre assumere una posizione d'intransigenza, perché ogni tolleranza comprometterebbe il trionfo dei principii posti dal Fascismo fin nell'atto di superare lo Stato liberale e di rovesciare le anarchie sovvertitrici di ogni ordine politico ed economico. Quei principii sono ormai ben radicati nell'animo del popolo lavoratore e nelle pagine che seguono cercheremo di rilevarne i tratti salienti. Si vedrà con evidenza il perché dell'intransigenza che in materia politica — cioè essenzialmente morale — accompagna il credo degli operai nel Fascismo. Il quale non deve avere mai sfondi personalistici che non hanno mai giovato al Partito ed hanno sempre rallentato lo slancio delle fanterie della Rivoluzione. Nell'azione politica non vi può essere che un personalismo: quello spontaneo, autentico, che favorisce l'impiego di elementi che si elevano sugli altri perché sorretti dalle proprie opere e dalla propria capacità. I lavoratori che vogliono, anzi, partecipare a questa gara di capacità cui antichi e nuovi istituti del Regime aprono loro le porte, sono i primi assertori — avvertimmo — del principio gerarchico; i primi beneficiari dell'ordine, della disciplina, della competenza. Ma appunto per questo non riconoscono valore e prestigio alle cariche che non siano ricoperte dai piú meritevoli. Vi è una sensibilità morale che direi infallibile nell'animo delle masse sulle quali si basa granitico il concetto di autorità e di ordine. Non c'è che da costruirlo. |
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