CORRIDONI FILIPPO

«Ho amato le mie idee più della vita» (*)


Il 23 ottobre 1915 Filippo Corridoni cadeva eroicamente alla “Trincea delle Frasche”. Gli scontri con gli austriaci erano terminati con la vittoria italiana. “Pippo” sale su un muretto per esprimere la propria felicità e trasmetterla ai suoi commilitoni. Urlava: «Vittoria! Vittoria! Vittoria!». Un solo colpo: la bella morte per la libertà di domani. Poco più di un mese prima aveva scritto dal Campo una lettera alla donna che amava. Un testamento spirituale.

Benedetto Brugia

Mia tutta cara, i tuoi dolci rimproveri mi hanno profondamente commosso e hanno valso a scuotermi e a togliermi di dosso una specie di letargia morale, che aveva legato ogni mia energia e ogni mia volontà. La tensione nervosa che per 21 giorni, dietro l'imperativo della mia volontà, aveva sorretto le mie forze fisiche, appena scesi dalle colline di fuoco, venne meno e diede luogo a una specie di nirvana morale. Tutto ciò che sapesse di lavoro fisico e intellettuale mi infastidiva e io sono stato bene solo, lontano da tutti, steso in prato per delle giornate intere, con corpo, spirito e intelletto disoccupati. D'altronde, quel residuo di volontà che mi restava, lo utilizzavo a rendere ancor più assoluta quella mia inazione perché sentivo che solo così potevo reintegrare le mie forze e immagazzinare nuove energie per le imminenti durissime prove. Perché, amica, se per un uomo di comune media o mediocre sensibilità la guerra è cosa atroce, per chi ha alto sentire e ha un cuore educato a compassionare ogni umana sventura, la guerra è la cosa più orrenda che pervertimento di malefico genio possa immaginare.

Ebbene, io debbo viverla la guerra; io, per la mia predicazione dello scorso maggio, ho doveri superiori a ogni altro e la missione vuole ch'io impietri il mio cuore, che vigili i miei sentimenti, domini ogni mia debolezza, comprima ogni repulsione, per essere sempre pronto a dire agli altri la parola che rinfranchi, la invettiva che inciti, la calda esortazione che mantenga tutti sulla via aspra e difficile del doloroso ma santo dovere. Oh, le pene, i disagi, i pericoli ognor rinnovati e rinnovantisi, ti giuro, non han presa sul mio spirito temprato alle lotte difficili, e l'ala gelida del dubbio non attenuerà mai il calore delle mie convinzioni, che sono abbarbicate nei recessi più profondi del mio cervello e del mio cuore; ma la realtà così orribile e terribile ha affinato siffattamente la mia sensibilità da farmi sentire ogni gioia e ogni dolore centuplicati nella loro essenza. È come se fossi scorticato e se ogni contatto avvenisse sulla carne viva invece che sulla insensibile cute.

Ecco le ragioni della mia pigrizia, o amica, ragioni che tu, sì intelligente e delicata e di tanto nobile e squisito sentire, apprezzerai e comprenderai. E giacché il tuo eloquente appello amoroso è stato una frustata al mio sangue e al mio intelletto, alla vigilia di riprendere la via della collina ove la gioventù italica semina signorilmente i brani della propria carne, sparge a rivi il suo rosso sangue e miete gloria e morte, io dico a te, alla più nobile delle amiche, in questo momento in cui tutto il mio essere par si dilati e si spampani come rosa sotto il sol di luglio, tutta la mia fede oggi più che mai pura come acqua di fonte.

Filippo

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(*) Da una lettera alla donna amata.


 

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