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MOLINAROLI ILARIA Gli sviluppi di Turner (1820-1828) Capitolo 3 - La Luce di Turner (1819-1829)
Roma
era per Turner il centro della tradizione culturale europea e, al suo ritorno
dalla prima visita alla città, viene mostrato in un olio di dimensioni
monumentali dipinto in soli due mesi in modo da poterlo esibire
all’esposizione di primavera alla Royal Accademy. Turner
cita lo stile della pittura raffaellesca creando una scena fittizia in cui
Raffaello prepara i suoi quadri, destinati ad adornare la Loggia, in presenza
della Fornarina: l’opera è Roma vista dal Vaticano.
Raffaello, accompagnato dalla Fornarina, lavora ai suoi quadri per la decorazione
della Loggia (fig. 1), una scena in cui Turner non può e non vuole
giungere alla verità storica. Quello che è ritenuto importante dall’artista
è lo stimolo narrativo dell’episodio che può consentire di unire, fondere in
un tutt’uno le figure raffaellesche con i tratti tipicamente turneriani. Ci si
ritrova a contemplare la città avvolta dalla morbidezza della luce serale quasi
fosse essa stessa un quadro, viene creato con disinvoltura una sorta di gioco di
quadro nel quadro. L’inserire
l’artista a cui fa riferimento lo stile adottato era cosa abituale per Turner
capace di padroneggiare una moltitudine di stili diversi con libertà ed
efficacia. I contemporanei non si stupivano di queste reminescenze giudicandole
in maniera positiva e addirittura definendole tali anche in opere dove non se ne
scorgevano di ovvie. L’artista in queste citazioni è mosso e guidato dal
desiderio di misurarsi con tutti i possibili predecessori e contemporanei: vuole
dimostrare di conoscere a fondo il proprio mestiere e di non essere da meno dei
grandi maestri, quasi a voler trovare una compensazione per le sue origini
modeste e per il suo comportamento scontroso che spesso gli creava scontri ed
inimicizie nel suo campo. Ma
l’interesse e lo studio approfondito delle opere dei grandi maestri non si può
unicamente ricondurre al desiderio di autoaffermazione: gli adattamenti formali
o di contenuto vengono propriamente usati come mezzo della propria espressione
tanto che in molte opere più che di riprese si può parlare di consonanze. L’opera
che mostra Raffaello al lavoro presenta la storia, l’architettura e l’arte
di Roma come cardine della cultura europea ed è stata ricavata sulla base di un
disegno eseguito a Roma pochi mesi prima (fig. 11 - capitolo 2): ciò che più sorprende è
che il dipinto ha un primo piano costruito in modo oscuro, tanto da non
consentire all’osservatore
di districare e capire l’organizzazione spaziale della Loggia.
Raffaello è seduto su di una balaustrata in pietra, vicino a cui è situata una
figura femminile, che sembra ruotare in avanti sconcertando l’osservatore che
non capisce come tale balaustrata possa proseguire sul lato sinistro della
scena. In primo piano sono
visibili dei quadri disposti su di un tavolo rivestito di rosso: tali quadri
sono misteriosamente appoggiati o sostenuti da qualcosa ma è impossibile capire
qual è l’oggetto che gli permette di essere sostenuti, così come è
impossibile definire un tavolo, e non piuttosto un gradino, quello a cui sono
appoggiati. Le stesse proporzioni delle figure maschili sono poco chiare e
mettono in rilievo l’eccessiva minutezza della figura femminile, incoerente
nel sistema spaziale circostante. Altrettanto incoerente è il passaggio dal
primo piano a sinistra agli edifici retrostanti: la facciata dell’edificio più
grande è creata da linee che, data la loro direzione, non possono convergere in
nessun punto di fuga. Tutti questi contrasti
mirano a chiarire come la struttura prospettica non fosse determinante nella
resa del soggetto, costruito quindi al di fuori della sistematica
rappresentazione spaziale. Le critiche in occasione dell’esposizione
dell’opera furono molte ma non era comunque ipotizzabile che un maestro della
prospettiva potesse aver sbagliato l’impostazione: l’errore doveva essere
volontario. Turner fu professore di
prospettiva alla Royal Accademy fino al 1837, insegnando non solo le regole
della prospettiva lineare ma anche tutti i problemi legati alla rappresentazione
dello spazio. È tipico però della sua incessante evoluzione stilistica
andare sempre oltre fino a superare e trascurare, nell’opera tarda, tutte le
regole della prospettiva per giungere al cromatismo puro. Il ‘superamento’
della prospettiva scientifica viene oggi associato a Cézanne, alla fine del XIX
secolo, ma fu Turner il primo a metterla radicalmente in questione. Nel dipinto, la
Fornarina,
amante e modella di Raffaello, assiste al suo lavoro: la Loggia in cui sono
inseriti offre un vista su piazza San Pietro con il colonnato del Bernini che
comunque non esisteva all’epoca di Raffaello. Sullo sfondo sono visibili,
confusi delicatamente con il cielo, gli Appennini che riflettono la luce dorata
di cui è inondata la scena. Turner viene criticato, o
più precisamente non compreso, non solo per la soluzione confusionaria della
prospettiva ma anche per gli anacronismi storico-architettonici. L’intenzione
dell’artista infatti andava al di là dal creare una esatta riproduzione
topografica e una fedele descrizione della scena storica: il dipinto dovrebbe
piuttosto essere compreso come un’invenzione, un originale omaggio a Roma.
Inoltre ad esso si associa l’omaggio a Raffaello reso tale non solo per la sua
presenza nel quadro ma anche dall’anno in cui è stato eseguito: il 1820,
esattamente trecento anni dopo la morte dell’artista. Da giovane Turner aveva
scelto la carriera di architetto prendendo così dimestichezza con tale arte:
una volta diventato pittore di successo però abbandonò l’attività di
architetto pur conservando l’interesse per la materia. Si cimentò in lavori
che mettevano alla prova le sue capacità architettoniche come ristrutturare la
propria casa di Harley Street per creare la sua prima galleria privata oppure
costruire la seconda galleria nella casa di Queen Ann Street tra il 1819 e il
1820. L’artista però eseguiva anche lavori di architettura per conto di
terzi, a volte anche se non gli venivano richiesti. È il caso dell’amico
Walter Fawkes che Turner voleva convincere a costruire una serra la quale, per
sua sfortuna, non venne mai costruita. Turner conobbe
Walter Ramsden Fawkes e il
terzo Earl of
Egremont in Del progetto della serra
per Fawkes possiamo ammirare un acquerello dello stesso artista, La serra
(fig.
2),
un prospetto che mostra una concezione spaziale dell’edificio molto avanzata
per il 1820, con sottili elementi che avrebbero avuto il compito di sorreggere
le pesanti lastre di vetro. La vetrata colorata che si scorge in fondo, ai tempi
di Turner si trovava nella sala di musica della residenza ed è sicuramente
un’idea originale per una serra; la scelta della vetrata era un modo per dare
maggior risalto ai colori dei fiori all’interno della serra: sicuramente una
soluzione ingegnosa. Anche nel progettare una serra Turner non mette da parte la
sua ricerca pittorica di nuove armonie cromatiche, anzi: il suo genio, le sue
doti artistiche vengono immancabilmente stimolati da ogni nuovo problema, da
ogni nuova sfida. Un altro soggetto
italiano esibito da Turner alla Royal Accademy nel 1823 combina la pittura
storica, come descrizione di eventi tratti dalla storia, dalla mitologia,
letteratura e, al tempo stesso, dal presente, con la pittura di paesaggio
creando un genere pittorico particolare: il paesaggio storico. L’opera è
Il golfo
di Baia, con Apollo e la Sibilla (fig. 3) e mostra uno scenario della costa
dipinto e proposto nello stile di Lorrain che associa l’immaginario con
elementi realmente osservati in natura. Nel primo piano appaiono i due
protagonisti della scena classico-mitologica: Apollo promise alla Sibilla tanti
anni di vita quanti granelli di sabbia poteva stringere in una mano, ma ella
dimenticò di chiedergli anche l’eterna giovinezza ottenendo così un’eterna
vecchiaia. La bellezza della sua gioventù svanì gradualmente lasciando intatto
solo il timbro della sua voce. Nel dipinto, mentre la Sibilla è descritta nella
sua giovinezza ancora intatta, le rovine del piano centrale della scena alludono
alla natura finita, non eterna, di tutta l’esistenza. Negli anni ’20 Turner
era attirato dall’eseguire piccoli acquerelli ma in genere le sue
realizzazioni più interessanti sono opere più monumentali ad olio come questa, finemente lavorate. Qui l’artista dimostra di
saper trattare con ironia l’episodio mitologico mettendo comunque chiaramente
in rilievo la vanità patetica delle aspirazioni umane a cui fanno contrasto le
architetture in rovina che sembrano prefigurare la decrepitezza futura della
giovane donna. Turner nei suoi paesaggi
inserisce spesso motivi mitologici e le sue soluzioni formali dimostrano che la
mitologia rappresentava per lui molto più di una semplice convenzione o
l’illustrazione di un’eredità iconografica classica senza un riferimento
reale alla natura da lui rappresentata. L’opera con Apollo e la Sibilla offre
comunque un paesaggio minutamente definito pur essendo largamente stilizzato, le
colline sullo sfondo disposte a scaglioni l’una dietro l’altra diventano
sempre più chiare con l’avvicinarsi alla superficie azzurra del mare con il
quale tendono a confondersi. Una sequenza costante e ritmica di valori
chiaroscurali conduce il nostro sguardo al centro del quadro provocando una
sensazione di ariosità, silenzio e armonia dell’ambiente. A tutto questo si vanno
ad accostare gli elementi arcadici delle antiche rovine, il pastore con il suo
gregge perfettamente inserito nel margine sinistro che contribuisce a dare
l’idea della semplicità e tranquillità del momento, le imbarcazioni sullo
sfondo di cui sembra percepire un moto senza fretta e, per ultimo, la forma
idealizzata delle figure mitologiche. La scena sembra svuotarsi di ogni sorta
di realtà, l’illimitata
vastità della
scena, l’armonia e
il silenzio
che La raffigurazione
mitologica passando attraverso le mani di Turner acquista un’interpretazione
più profonda che, tramite le immagini divine, rende percepibili le forze che
popolano il mondo. Questo è comunque un
punto di partenza per gli ulteriori approcci di Turner al mito, trattati in modo
sempre più profondo e spettacolare nelle successive opere come Regolo
(1828) e Ulisse schernisce Polifemo (1829). Di Turner ci sono
centinaia di acquerelli ‘non-finiti’ che sono stati classificati come Colour
Beginnings (es: fig. 4 - capitolo 2); attraverso la tecnica, lo stile e i problemi legati
alla resa del soggetto questi acquerelli sono stati datati e inseriti
nell’arco di anni dal 1820 e il 1830. La maggior parte di questi lavori si
propongono tanto come idee buttate giù, fissate su carta per un possibile
utilizzo futuro, quanto come veri e propri esperimenti, prove di colore. Un
foglio come Nubi tempestose:
tramonto (fig. 5) del 1825 mostra l’uso sicuro che Turner fa dei propri
strumenti e delle proprie tecniche: dal movimento del pennello sulla carta
bagnata al colore corposo e spesso eseguito tramite tocchi decisi con il
pennello asciutto si ha continuamente conferma dell’abilità e destrezza dell’artista.
Anche Queste ‘prove di
colore’ hanno avuto un importante
ruolo soprattutto nell’elaborazione degli ultimi dipinti dell’artista dal
momento che gli erano utili come strumenti di paragone per giudicare l’effetto
tonale dei quadri che via via portava a compimento. Turner era in cerca di
combinazioni coloristiche morbide, voluttuose tanto che in questi acquerelli
l’elemento illustrativo rimane in posizione subordinata, diversamente dai
lavori che faceva ammirare alle pubbliche esposizioni. Esegue preparazioni della
carta con varie combinazioni di toni cercando di raggiungere il suo scopo
principale: l’armonia dei colori. Questi acquerelli corrispondono ai disegni
preparatori eseguiti dagli altri artisti, con la differenza che non sono studi
di soggetti ma unicamente di luce e colore. Se un musicista come Paganini poteva
vantare un virtuosismo eccezionale perché si esercitava tutti i giorni
eseguendo scale per un’ora, così Turner è un virtuoso della pittura perché
la affronta con disciplina: queste prove di colore sono le ‘scale’ di Turner. Lavori come questi che
non mirano alla resa di un’immagine ben definita sono sempre più frequenti:
il pittore si lascia guidare non solo dall’oggetto naturale
così come
è visto ma
anche, soprattutto, dall’effetto proprio delle
stratificazioni cromatiche trasparenti, dall’effetto bagnato sulla carta e
dall’asciugarsi della
pennellata. Tramonto
fra nubi scure (fig. 7), una delle tavole degli anni ’20, può essere
riferita ad un luogo preciso ma non lo deve essere necessariamente. Rispetto a
delle tavole ‘finite’, dove il trattamento cromatico agisce su un soggetto
ben definito rendendo l’unità attraverso il colore, in questa le priorità
pittoriche si invertono dando libero sfogo al colore che, con le sue sfumature,
può creare delle forme. Si nota un cerchio rossastro che inonda dello stesso
colore le nubi a sinistra in contrasto con la fascia inferiore dominata dal
grigio, nero ed azzurro che si estende orizzontalmente per tutta al larghezza
del dipinto. Ad un primo sguardo questa parte più scura sembra stesa senza
sfumature di sorta per poi accorgersi di una sottile differenziazione
coloristica. L’orizzonte è scuro sopra la parte inferiore leggermente più
tenue con toni rossastri al centro. L’interpretazione che
sembra prender forma in noi è di uno specchio d’acqua che riflette il sole
infiammato, mentre per la parte superiore l’interpretazione è più ricca di
sfaccettature potendo scorgere le nubi e le loro ombre oppure un paesaggio al di
là dell’acqua. Comunque sia anche questa zona sembra prendere trasparenza e
leggerezza guidando lo sguardo sempre più in profondità rinunciando ad ogni
struttura prospettica lineare. Il colore rosso deve
esser stato steso precedentemente in modo che lo scuro, pur coprendolo in parte
gli permettesse di mantenere un tono caldo e scintillante
che sembra
voler uscire
a tutti
i costi:
si ottiene
l’effetto di
un irraggiamento
che avviene trasversalmente e che si unisce alla forte sensazione di profondità. Come in
tutte le tavole definite Colour Beginning la rappresentazione degli elementi non
costringe ad un’interpretazione univoca: qui l’effetto è quello di
movimento, come se le nubi mutassero forma e colore nel momento stesso in cui le
stiamo osservando. Se una forma pittorica puramente cromatica come questa si
rende soggetto dell’opera è perché Turner
vi vedeva un valore in sé e continua i suoi esperimenti in questa direzione. L’acquerello
Nave in
fiamme (fig. 8) è eseguito su un foglio di colore marrone chiarissimo su
cui spiccano delle chiazze al centro: una nera piuttosto forte e una rosso
chiaro molto acquosa che si sfumano tra loro in modo che, andando verso destra,
la superficie si copre di uno strato sempre più trasparente fino a dissolversi.
Il lato sinistro del foglio mantiene invece i duri contorni della nave ma lascia
dissolvere le tracce fluide del fumo e del fuoco. Si nota una forte economia del
materiale soprattutto nei segni lasciati dal pennello asciutto sul foglio
bagnato e negli evidenti tentativi di asciugare le campiture al fine di rendere
interpretabile il chiarore dello fondo ancora integro come onde scintillanti che
vibrano sotto l’imbarcazione. Tutte queste soluzioni
sperimentate da Turner non sono quindi attribuibili soltanto al desiderio di
rendere perfettamente un soggetto: impianti formali cromatici di questo tipo
evocano quasi magicamente un carattere più generale, come un tramonto o un
incendio e per questo vanno considerati come invenzioni e studi di carattere
personale. Si rende possibile all’osservatore di sperimentare un effetto, una
sensazione per cui arriva a comprendere dei processi della natura con spontaneità,
in un modo chiaro che senza la mano rivelatrice di Turner non arriverebbe a
capire. Non
lontano dalla casa che aveva costruito a Twikenham Turner scoprì una terrazza
di una villa, un luogo per lui delizioso in cui poteva sedersi a dipingere.
Eseguì due quadri che raffiguravano l’argine del Tamigi che costeggiava la
villa a Mortlake: il primo, Mortlake Terrace
(fig. 9), ritrae la villa
immersa nei colori e nella tranquillità mattutina mentre l’altro, omonimo
(fig. 10), presenta la vista dalla villa. La direzione verso cui
l’artista osserva è opposta a quella
del primo quadro così come è opposto il momento della giornata: il tramonto. I
dipinti vennero entrambi esposti alla Royal Accademy, rispettivamente nel 1826 e
1827. La precisione topografica che caratterizzava i suoi
primi lavori è Il
suo interesse non è volto all’osservazione scientifica delle diverse intensità
e direzioni della luce: i suoi sforzi sono rivolti nel cercare di rendere la
consistenza atmosferica della scena, dall’aspetto fresco e umido della mattina
che bagna il terreno di rugiada ma che rapidamente si asciuga col calore del
sole estivo, al calore afoso e diffuso, avvolgente, del tardo pomeriggio con il
sole che si irradia trasversalmente sul prato. Anche
in questo caso la particolare luminosità del mattino e della sera descritta
sapientemente da Turner non fu apprezzata dai critici contemporanei che, anzi,
criticarono aspramente per la grande predominanza di toni gialli. In realtà era
proprio questo che Turner
voleva: inondare la scena di giallo per poter aver
la sensazione di essere proprio lì, sotto quei raggi caldi; se in un pomeriggio
soleggiato si prova a guardare in direzione del sole che tramonta, l’atmosfera
si trasforma rivelando un mondo cosparso di una nebbia tenue e dorata,
esattamente come Turner l’ha descritta. L’interesse di Turner per la resa della luce lo portò spesso a trascurare l’accuratezza del disegno: questo suo tendere a non dare troppa importanza al soggetto per dedicarsi agli effetti atmosferici ci viene raccontato da un aneddoto proprio a proposito di quest’opera che mostra il tramonto a Mortlake. Mentre Turner stava ancora completando l’opera, Edwin Lanseer notò che mancava qualcosa per attirare l’attenzione al centro del quadro: in un momento di assenza dell’artista Lanseer ritagliò un cagnolino di carta e lo attaccò al centro, sul parapetto, proprio dove noi adesso lo vediamo. Infatti Turner, quando si rimise al lavoro ritoccò il cagnolino con la massima indifferenza e continuò a dipingere concentrandosi sulla luce. A Petworth l’artista godeva di una calda ospitalità che non venne mai meno: si rafforzò anzi, in particolar modo dopo la morte del padre di Turner avvenuta nel 1829. Turner aveva a disposizione uno studio privato e passava le sue giornata a vagare nel parco dipingendo, facendo schizzi delle realtà naturali osservate e ritraendo spesso gli ospiti dell’amico. Fu proprio in periodi come questo, in cui Turner era ospite a Petworth, che videro la luce alcune delle sue opere migliori. Lord
Egremont propose a Turner di portare a compimento quattro tele di paesaggio, di
grandi dimensioni, da sistemare nella sala da pranzo sotto alcuni ritratti
costringendo il pittore a dipingere su tele dalla forma piuttosto inusuale in
modo da poterli adattare allo spazio disponibile nella sala. Attraverso gli
studi eseguiti per portare a compimento queste opere si nota come Turner avesse
dovuto rinunciare a molti suoi tocchi originali ed istintivi per compiacere il
gusto nettamente tradizionale dell’amico in campo artistico. Un
bozzetto ad olio, Il parco di Petworth con la chiesa di Tillington in
lontananza (fig. 12), mostra quella che era la prima versione di una di queste quattro tele,
un dipinto che contravveniva a tutte le regole compositive comunemente accettate
essendo concepito sulla base di un’ellisse. Turner colloca l’osservatore
all’interno di un ovale costituito dalla terrazza in primo piano e dal cielo e
lo trascina verso il centro del quadro tramite la diagonale formata dai cani che
seguono il loro padrone: chi osserva non può fare a meno di seguire con lo
sguardo questa diagonale che si rivela così la linea portante del quadro. Alla
corsa dei cani verso il loro padrone si contrappongono le figure immobili dei
cervi che proiettano le loro lunghe ombre in direzione della terrazza. Nella
versione definitiva tuttora collocata a Petworth, Lo stagno di
Petworth:
tramonto con cervi in lotta (fig. 13), scompare la terrazza e il disegno
torna allo schema convenzionale creato da piani paralleli collegati da
diagonali. Più inaccettabile ancora dello schema compositivo della prima versione doveva risultare lo stato d’animo che cresce nell’osservare il dipinto: è un senso di solitudine quello che si avverte dalla sedia vuota a sinistra, una sedia che crediamo fosse occupata dall’uomo che poi si è alzato per camminare seguito dai suoi cani. Anche questa figura, appena visibile controluce manifesta solitudine solo dall’incedere mesto ma rassegnato verso l’orizzonte: l’idea che prende posto è quella della morte che viene però accettata in modo gioioso grazia alla presenza del sole splendente su un parco meraviglioso. Si può credere che l’uomo fosse Lord Egremont: il camminare verso il sole può essere una forma allusiva al percorso dell’uomo verso la morte, metaforicamente rappresentata dal calare del giorno per lasciar spazio alla notte. Attraverso il quadro Turner vuole forse lanciare il messaggio che quel posto meraviglioso non scomparirà con la morte del proprietario. Quando nel 1837 morì Lord Egremont, Turner ed altri artisti precedettero il carro funebre: il dipinto del parco di Petworth aveva forse previsto il dissolvimento di un’amicizia che aveva contribuito a dare all’artista quei momenti di gioia così rari nella sua vita. Al
gruppo di quattro tele richieste da Egremont appartiene anche il Canale di
Chichester (fig. 14), anch’essa più volte elaborata e riadattata in base
al gusto del committente nella calma e tranquillità della tenuta. I colori sono
tenui e dorati per il calare del sole e, nonostante anche questo dipinto dovesse
essere di un’insolita forma rettangolare, Turner riesce sempre a risolvere i
problemi di disposizione dei soggetti assicurando una forte spazialità. Separatamente
dalla produzione di immagini formali di Petworth e della proprietà Turner crea
anche un’ammirabile serie di più di cento bozzetti ad acquerello in cui
mostra l’aspetto privato della casa e la sua disposizione Sorprendentemente
affronta gli interni della tenuta, le varie camere e le attività quotidiane del
suo ospite al posto di quei meravigliosi paesaggi che da lui ci si aspetterebbe.
Sono opere come Interno a Petworth (fig. 11) o
Petworth: la stanza da disegno
(fig. 16) in cui l’artista mostra con efficace rapidità delle
pennellate i dipinti della sala, compresi i ritratti di famiglia. Turner dipinse
molti acquerelli rappresentanti la movimentata vita di Petworth: il conte amava
dare feste e accogliere gli amici, tutte situazioni descritte sapientemente in
schizzi vibranti di luce e movimento. Gli
acquerelli di Petworth sono dipinti su carta azzurrata, espediente che utilizzerà
spesso per una resa più fresca dei suoi soggetti, e molti di essi mostrano una
forte luce, ambienti dell’interno della villa inondati dal bagliore del sole
quasi che la scena fosse ambientata all’aperto come nel caso di Giocando a
biliardo, Petworth (fig. 18). Un gran numero di schizzi ritrae figure,
semplici e libere silhouettes stagliate morbidamente in uno spazio definito
vagamente, con economia di dettagli; altri bozzetti a colori come Petworth:
un artista dipinge in una stanza con una grande vetrata (fig.
17),
descrivono qualcuno degli altri non identificabili pittori, ospiti abituali di
Petworth, che lavorano ai loro cavalletti. Attraverso la pittura di
Turner si ha la netta sensazione che i valori da lui ricercati fossero estranei
al mondo delle parole, e non a torto: l’unico modo per lui possibile di
comunicare con il mondo era la pittura stessa. Con l’andare degli anni Turner
si ritirò sempre più in se stesso, conducendo una vita privata che assunse
tratti sempre più grotteschi, accettando poche persone nella
sua galleria privata
e proteggendosi dalle critiche dietro
lo schermo dell’originalità. Nella rappresentazione
degli uomini entra in gioco la concezione che di essi ha l’artista, anche in
rapporto con la propria persona: è significativo che, tranne qualche tentativo
precoce, non ci siano autoritratti. L’artista sembrò sempre più interessato
a rappresentare gli altri e sempre in rapporto con l’ambiente in cui sono
inseriti. Già i primi acquerelli dimostrano come l’uomo facesse
parte della
scena in
un modo
che vuole
rappresentare la tipicità
del Tutto questo si mostra
con evidenza nel suo modo di rappresentare delle feste sociali: in Boccaccio
racconta la storia della gabbia per uccelli (fig. 19) ci troviamo di fronte
ad una scena fantastica in cui Boccaccio, intento a narrare le sue storie alle
dame, è trasposto in un parco inglese con sullo sfondo l’allusione al
castello di East Cowes, dimora del mecenate di Turner Walter Fawkes. Un gioco
mutevole di luci ed ombre mostrano le figure disposte liberamente sul prato, gli
abiti, i volti e i vari atteggiamenti dei personaggi conferiscono allegria e
movimento. Ma le posizioni delle singole figure, ad uno sguardo più attento, le
rendono distaccate dal quadro d’insieme, sembrano rigide e disposte quasi
senza peso nel luogo che l’artista gli ha assegnato: in contrapposizione al
paesaggio circostante, le figure sono statiche e rigidamente
organizzate. Per Turner infatti, la
rappresentazione dell’uomo assume un significato diverso dalla
rappresentazione di un paesaggio, di uno scenario naturalistico: il dover
inserire delle figure umane sembra intralciarlo piuttosto che contribuire alla Introducendo personaggi
nei suoi quadri l’artista rispondeva solo ad un esigenza del periodo e del
pubblico a cui si rivolgeva, ed è dimostrato dal fatto che non attribuì mai un
ruolo determinante alla riuscita dell’opera ai suoi personaggi. Li lascia
emergere dalla natura rappresentata in modo che l’osservatore li riconosca
unicamente come parte dell’evento naturale. Nel 1827 Lord Egremont
soffrì di un violento attacco di pleurite a causa dell’età avanzata
procurando preoccupazione e disagio nell’amico Turner. La serie dei soggetti
su cui l’artista indugia durante il suo soggiorno in campagna perde la tipica
spontaneità che erano soliti mostrare per far avvertire, attraverso i colori,
il turbamento che inquietava Turner. A prescindere dalla loro grandezza, tecnica o formato, i bozzetti di Petworth e le opere finite che li completano sono accomunate dal tema degli interessi e delle proprietà di Lord Egremont. Di tutti i paesaggi dipinti da Turner nel 1828 la tela Nave incagliata (fig. 15) è stata l’unica a non essere utilizzata come base per un soggetto più definito: vennero esposti alla Royal Accademy due sviluppi del tema escludendo questa probabilmente perché il soggetto non era collegato con ambienti, situazioni o persone della proprietà Petworth. Altre revisioni e varianti del tema vennero collocate nella sala da pranzo della tenuta prima di essere definitivamente spostate alla Tate Gallery facendo così intuire che queste tele non ricevettero l’approvazione di Lord Egremont. |
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