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MOLINAROLI ILARIA Il primo viaggio in Italia: Venezia e Roma Capitolo 2 - La Luce di Turner (1819-1829)
Il
viaggio in Italia era inevitabile, una tappa obbligatoria nel cammino delle sue
aspirazioni tanto che Turner decise di non rimandare oltre: il 1° agosto del
1819 si imbarcò per l’Italia e vi soggiornò per ben sei mesi, visitando città
come Torino, Milano, Como, Verona, Venezia, Roma e Napoli. Ciò
che è necessario far notare è l’importanza e il valore assunto dal taccuino
di schizzi che Turner porta sempre con sé nei viaggi: è iniziata l’epoca dei
vagabondaggi e dei viaggi, dei diari e delle lettere agli amici… I taccuini che
l’artista porta con sé non sono soltanto raccolte di materiale ma registrano
le avventure del viaggio nei più piccoli particolari. I paesaggi e le
architetture vengono descritte, ma anche il metodo di trasporto e gli
inconvenienti associati al viaggio: in innumerevoli disegni ad esempio sono
descritti tutti i tipi di imbarcazioni, dalla più semplice ai mezzi più
equipaggiati. Le annotazioni diventano sempre più personali e il taccuino di
schizzi diventa un diario; per un uomo come Turner che non era mai stato
eloquente, lo schizzo diventa una forma di elaborazione interiore e riesce a
trovare nel disegno la stessa efficacia che altri potevano trovare nello
scrivere. Attraverso
questi schizzi, che spesso mostrano sguardi su persone atteggiamenti o singoli
gesti, e grazie alla libertà propria del bozzetto, Turner scopre la bellezza e
l’attrattiva dell’accennato e del frammentario anche se il proprio stile non
viene riconosciuto unicamente nello schizzo ma anche nell’innovativa tecnica
dell’acquerello. Tale
tecnica veniva sfruttata inizialmente per colorare i disegni: lo stesso Turner
sviluppa una raffinata tecnica colorando incisioni e stampe raffiguranti
monumenti e architetture che gli sarà di grande aiuto nel suo lavoro. Fin dai
suoi primi acquerelli si nota il colore morbido e preciso, velature stese con
destrezza al fine di rendere situazioni realistiche di ombra e di luce oppure il
volume dei corpi; l’artista utilizza le trasparenza proprie della tecnica in
maniera differente nella rappresentazione di spazi interni o di vasti paesaggi. La
tecnica che di per sé può portare al raggiungimento di nuovi effetti pittorici
viene sfruttata al massimo da Turner, diventandone maestro. È particolarmente
prolifico in quest’arte infinitamente agile e delicatamente raffinata e le sue
straordinarie capacità di invenzione tecnica sono stimolate dalla sfida di
concentrare le proprie idee tumultuose sull’uomo e sulla natura nello spazio
ristretto offertogli dal foglio di carta. Turner
non disegna per poi colorare ma stende a pennello — bagnato su bagnato — un
fondo colorato a grandi tratti per poi introdurre il disegno e i dettagli; così
facendo Turner riesce a portare la tecnica ad una tale raffinatezza da
raggiungere risultati prima possibili soltanto con la pittura ad olio. Nell’evoluzione
della sua tecnica il maestro inglese supera ciò che inizialmente gli aveva
concesso l’approvazione del pubblico: fin dal suo viaggio in Scozia del 1817
l’artista comincia ad abbandonare quel sicuro sentiero tradizionale del
realismo oggettuale fino ad arrivare ad una completa rivoluzione che si mostrerà
negli acquerelli di questo primo viaggio in Italia. Una rivoluzione che comunque
verrà mostrata solo ad una ristretta cerchia di amici, rifiutandosi di esporre
al pubblico la sua pittura sempre più personale. La
sua originalità tecnica come acquerellista esploderà con la visita di Venezia,
dove le vaste distese d’acqua sotto un cielo mediterraneo offrivano
un’inesauribile fonte d’ispirazione per la sua creatività. Giunto in Italia
vedrà con i propri occhi quei paesaggi che prima aveva ammirato solo sulle
opere di altri e riconoscerà in particolare molti dei soggetti dei quadri di
Claude Lorrain, tanta era la familiarità che aveva acquisito nello studio della
sua opera e sul suo stile nel trattare il paesaggio. Ma
ciò che Claude non fu in grado di preannunciargli fu la squisita ed
ineguagliabile brillantezza della luce del Mezzogiorno; il sole italiano,
accecante, di straordinaria forza sorprese Turner a tal punto che non si darà
pace fino a quando non sarà riuscito a rendere sulla tela gli straordinari
effetti della luce: Turner è un adoratore della luce, tutta la sua opera è
definibile come un’ascesa verso la luce. Contrariamente
ai precedenti paesaggisti lavora sulla luce e dipinge nei toni più alti di
quanto non sia mai stato fatto prima: quei giovani artisti che lo ammiravano e
volevano imitarlo, insieme a lui verranno chiamati “I pittori bianchi”, una
definizione adesso innocua ma all’epoca usata come termine dispregiativo. In
questo primo viaggio in Italia la tappa che quindi si rivelò fondamentale fu
Venezia, città immersa nell’acqua che si rivelerà uno dei soggetti più
adatti alla sua pittura. A quarantaquattro anni trova la luce che ha sempre
cercato, l’abbagliante, calda e aranciata luce del Mediterraneo. Gli
effetti della luce sulla laguna impressionarono l’artista che lavorò
instancabilmente riempiendo svariati album di schizzi a matita e ad acquerello,
quasi non potesse rinunciare a fissare su carta ogni più piccolo riflesso,
scintillio delle acque, metamorfosi atmosferica dovuta al mutare continuo della
luminosità. Il
luogo era perfetto per quello che Turner voleva riuscire ad esprimere e la
velocità con cui lavorava raggiunse livelli eccellenti: non voleva lasciarsi
sfuggire niente di quella città e di quegli effetti. Volendo sfruttare al
massimo il tempo a disposizione preferisce utilizzare questi rapidi schizzi a
matita o ad acquerello dove in ogni modo riesce a rendere perfettamente e con
facilità le sensazioni che un luogo così affascinante poteva suscitare. Quei
bozzetti a matita e quegli acquerelli al suo ritorno in patria gli serviranno
come base su cui lavorare a dipinti ad olio oppure ad acquerelli di più grandi
dimensioni, più rifiniti: il colore acquerellato affiancato da tocchi di colore
più corposo porteranno al raggiungimento di effetti atmosferici tanto rarefatti
quanto complessi. Questi album di viaggio sono una parte rilevante della sua
opera pittorica che mostrano il momento rivoluzionario della sua carriera
artistica: la scoperta della luce. Un
artista abituato al sole inglese, al cielo grigiastro che sembra non dover
raggiungere mai l’intensità dell’azzurro profondo, non può non rimanere
affascinato dall’atmosfera calda del Sud: il sole italiano è come un
riflettore puntato su scenari tanto meravigliosi quanto rari e Venezia si pone
come un degno specchio di tutto ciò con le acque che sembrano cullare e
avvolgere la città donandole un aspetto scintillante e la luce, con tutto il
suo mistero, che intraprende un gioco senza fine fatto di riflessi e
impressioni. La luce dona rilievo al contrasto con l’azzurro del cielo e il
celeste del mare calmo, una brillantezza che fa da contraltare alla luce
grigiastra dell’Inghilterra che balena tra le nuvole per poi ricadere su prati
fradici di pioggia o su mari minacciosi in tempesta. Turner conosce ora entrambi
i tipi di luce ma da questo momento in poi sceglierà il bagliore del sole
meridionale. Questa
prima sosta a Venezia è stata quindi per Turner la rivelazione della luce; gli
acquerelli veneziani sono molto più di un’elegia dedicata alla città, si
possono definire un diluvio di luce, delle opere in cui luce e poesia si
uniscono fino a confondersi. Con
la sua inestinguibile curiosità, l’artista troverà nelle meraviglie della
laguna un terreno fertile per sperimentare tutte le possibilità pittoriche che
gli venivano suggerite: dei venti e più album che riempì durante il viaggio
ben diciannove sono dedicati all’Italia. Sono pieni di annotazioni, schizzi a matita che spesso ritraggono i costumi dei contadini e dei
mercanti di Venezia ed in più contengono studi approfonditi, copie di pitture,
sculture, antichità e monumenti ammirati nelle città che visitava. Turner
disegna senza sosta, freneticamente, come se niente fosse estraneo alla sua sete
d’osservazione. Quattro
degli album di questo viaggio contengono acquerelli mentre un altro chiamato Skies
è costituito da un gruppo di guazze dai colori leggeri e variopinti. Il suo
ingegno gli fa utilizzare negli altri album, dei fogli di carta su cui, dopo
aver disteso una mano di grigio, agisce graffiandoli al fine di far riemergere
il bianco. Questo è un procedimento che aveva già sperimentato nel suo
precedente viaggio in Svizzera nel 1802 e quindi lo rende sicuro dei risultati
che può ottenere. Utilizza la matita e talvolta rifinisce i particolari a penna
nei momenti di lavoro meno frenetico, quando si concede un po’ di calma e
tranquillità nella propria stanza. L’utilizzo
dei fogli preparati favorisce una minuziosa descrizione dei fenomeni
atmosferici, lo splendore del sole, la luminosità della luna e le iridescenze
dell’arcobaleno. Turner aveva imparato che le sfumature sulla carta bianca
donano una luminosità che non si può raggiungere nella pittura ad olio. Tutto,
dipinto dalla sua mano esperta e coinvolgente, acquista una densità particolare
in cui il visivo rimanda al tatto: questi acquerelli arricchiti dalla gouache
diventano di un incredibile valore tattile. Come
se non bastasse, Turner riesce a compiere questi squisiti bozzetti ad una
velocità sorprendente in cui ogni piccolo problema legato alla tecnica viene
risolto senza sforzo dalla sua maestria pittorica. Il suo lavoro di viaggio è
istintivo, si pone di fronte ad ogni soggetto senza provare la minima soggezione
e il suo unico fine è ottenere l’effetto ‘sentito’: non fedele ma ciò
che gli ha scatenato dentro. Turner
fin dall’inizio della sua carriera mostra un evidente amore per l’acqua ed
è facile capire come le acque che avvolgono Venezia e la luce che riflettono
diventino per lui il luogo in cui tutte le sue aspirazioni pittoriche possano
realizzarsi. All’età
di dieci anni conosce per la prima volta la campagna, rimanendone affascinato e
questo spiega da dove e a quando risalga il suo amore per la natura; ma al suo
rientro nella città, a Londra, non potendo più osservare quegli spazi aperti
tanto amati, passerà molto tempo al porto, uno dei più attivi. Prega i marinai
di permettergli di salire sulle navi e di condurlo con loro in mare. Queste
visioni della potenza navale e della Marina mercantile inglese, quelle occhiate
gettate alle navi che dominano
tutti
i
mari della terra
lasceranno nella mente di Turner una traccia indelebile. La
sua forte predilezione per il mare in particolare lo porta a guardarlo, a
sentirlo e a farcelo sentire, più che descriverlo, in tutti i suoi aspetti
(adorno di luce, in collera, quieto e ridente, carico di navi) e a farlo
diventare teatro della passioni umane. È affascinato dal mare profondo,
immenso ma soprattutto versatile: dalla furia delle acque che scatena in lui
l’aggressività e gli rende la mano febbricitante, alla seduzione provocatagli
dalle acque calme, ridenti e tranquille, inondate da quella luce che le riveste
di capricciosi ed infiniti riflessi. L’acqua
è per Turner un tema carico di significati profondi, è uno specchio che
riflette il mondo e nelle sue opere l’acqua è il tema dominante,
dall’inizio alla fine: non si trova castello, albero o imbarcazione che sia
che non si rifletta sulla superficie delle acque. La riflessione dell’artista
sugli oggetti che si specchiano è di origine narcisistica, è il mondo stesso
che si contempla un’ultima volta in questo specchio favoloso. L’acqua e il
riflesso della luce colma le opere di Turner giungendo negli ultimi lavori ad
invadere ogni forma solida. L’acquerello stesso, la tecnica prediletta e in
cui raggiunge i risultati più stupefacenti e grandiosi della sua opera, prende
origine dall’acqua, si realizza mediante questa e ne trae i misteriosi
segreti. Inoltre
tali opere contengono l’ambivalenza delle cose quindi, per esaltare
maggiormente, fino a livelli poetici l’acqua, può solo inserire l’elemento
ad essa antagonista: il fuoco. La
luce è presa infatti come metafora del fuoco e, insieme all’acqua, animano
l’immaginazione di Turner e si uniscono in una sorta di matrimonio. Proprio da
questa fusione deriva la stupefacente qualità della luce, così abbagliante da
non essere più intesa semplicemente come antitesi all’oscurità ma si eleva
ad un grado superiore tanto da cancellare, anche solo per un istante, le
tenebre. La
visita dell’artista in Italia, così piena di novità e scoperte, è sempre
stata considerata come un momento decisivo della sua carriera, una sorta di
passaggio dal ‘primo’ Turner al Turner ‘maturo’. Gli acquerelli
veneziani mostrano una crisi nello stile iniziale di Turner che abbandona quello
stile topografico su cui faceva affidamento per una sicura fonte di reddito e
ricerca un ritmo esclusivamente coloristico e luminoso. A Venezia la sua
tavolozza perde ogni traccia di convenzionalità e si arricchisce di tonalità
luminose spiegate in una gamma di grigi argentei, azzurri, gialli e verdi. La
trasparenza diventa il suo carattere più evidente, lo spazio non è più
costituito da solide e concrete apparenze ma da nuvole, cielo e vapore. È
anche vero però che tale evoluzione pittorica non si manifestò istantaneamente
ma fu frutto di un instancabile lavoro da parte dell’artista: partendo da un
bozzetto per Ulisse
schernisce Polifemo (fig. 2 - capitolo 6) riuscirà a realizzare tale opera solo dieci anni più tardi. Proprio
quest’opera è considerata come il dipinto centrale dell’opera turneriana,
il manifestarsi della scoperta della luce avvenuta a Venezia. L’artista
dimostra finalmente di aver assorbito la luce e il calore del Mediterraneo
abbastanza da non rendere necessaria un'ulteriore visita in Italia;
quest’opera quindi rappresenta il totale raggiungimento dei propositi di
Turner, un livello di luminosità senza confronti, ma è stata realizzata solo
nel 1829. Per tutti questi anni Turner, tra schizzi, acquerelli e dipinti, ha
lavorato ad un unico fine: riuscire a rendere la luce e le sensazioni suscitate
in lui dalla città veneziana. Nel
suo album di schizzi “Como e Venezia” troviamo una delle cosiddette
“strutture cromatiche”, Colour Beginning
(fig. 4), molto simile ad un altro acquerello appartenente allo stesso taccuino:
Venezia, guardando est verso la Giudecca: aurora
(fig.
5).
Entrambi mostrano una struttura a strisce orizzontali di colore che si
sovrappongono e, nella prima tavola, si intuisce come questo fondo colorato sia
pronto ad accogliere ulteriori colori e delicati profili. L’organizzazione
cromatica di Colour Beginning
può far intuire nell’azzurro chiaro una città in lontananza mentre la
fascia bruna
ha un valore spaziale come primo piano, l’azzurro più intenso del
bordo superiore può essere interpretato come un addensarsi di nubi. Questa
essenziale struttura cromatica ha un elevato potere spaziale e lascia aperta la
porta per continue diverse interpretazioni dell’immagine: non esiste un
significato definitivo ed è proprio grazie alla mutevolezza degli aspetti
possibili che l’opera possiede tanta vitalità. L’impressione si trasforma,
emergono o sfumano secondo il punto di osservazione, qualità cromatiche o
valori di luminosità diversi. Turner
aveva studiato il modo di procedere di Alexander Cozens che consisteva nel
rendere con chiazze o ampie strisce la caratteristica distribuzione delle masse
in un quadro di paesaggio e di sottoporre il resto ad una rielaborazione che
portava allo sviluppo di particolari pittorici più completi. Si muove in questo
senso nei disegni e sicuramente la tecnica usata in Colour Beginning rispetta
pienamente questo processo. La
tavola più elaborata, Venezia, guardando est verso la Giudecca: aurora,
mostra come si può rendere percepibile un paesaggio con pochi ma efficaci
tocchi di colore. La città appare in lontananza mentre profili più nitidi di
gondole si lasciano riconoscere nelle forme brune e più sommarie del primo
piano; la forte spazialità è dovuta alle differenze dimensionali introdotte,
grazie all’azzurro che assorbe completamente gli edifici in lontananza
rendendoli più ridotti di quello che potrebbero apparire in realtà.
L’organizzazione spaziale crea un impianto chiaro e vincolante nonostante la
limpidezza e l’ariosità della pennellata. Questi
acquerelli mostrano già con evidenza un forte cambiamento nel modo
di
dipingere
di
Turner
dovuto
all’impatto
con
Venezia:
l’acquerello suddetto si rivela impostato su toni assai più chiari di
quelli usati in precedenza. Anche se in un’analoga direzione si era mosso
anche prima della visita alla penisola, nell’acquerello veneziano si ha come
l’impressione che nel raggiungere un effetto così caldo ed evanescente
l’artista non debba più faticare: tutto appare molto libero, con delicati e
trasparenti tocchi di colore sul candore della carta viene suggerita l’estrema
chiarezza e limpidezza della prima luce del mattino. La freschezza del nuovo
giorno si avverte e si respira quasi come fossimo noi stessi presenti al nascere
del sole sulla laguna. Degno
di nota è un altro acquerello dipinto a Venezia, un lavoro che ha del
miracoloso, eseguito su un foglio di carta bianca particolarmente adatta a
catturare la luce eterea e leggera della laguna: Venezia, San Giorgio
Maggiore vista dalla Dogana (fig. 9). Turner stende i colori in
libertà, senza prima disegnare il soggetto: il suo interesse non è di tipo
topografico ma è rivolto al fascino della brillantezza della luce del mattino
sulle architetture e sull’acqua. La città viene disegnata nei suoi
leggerissimi contorni tramite una semplice linea senza sostanza, pallida, quasi
fosse vista attraverso del vapore; i colori fluidi e la luce pura, leggera nel
suo brillare rende le forme frastagliate ed evanescenti. I palazzi, resi
attraverso questo strato grigiastro sembrano galleggiare sull’acqua come le
barche. L’acqua,
unitamente all’aria, sembra assumere delle tonalità simili al turchese; poche
macchie scure sono ciò che rende l’idea della città, così come alcune
macchie ocra sono sufficienti a suggerire l’idea delle imbarcazioni: questi
pochi tocchi di colore sono tanto semplici quanto efficaci dal momento che
sembra di scorgere addirittura il dondolio delle barche attraverso quella luce
opalescente che avvolge l’intero soggetto. La
tecnica con cui Turner esegue questo acquerello di rara bellezza è semplice e
diretta tanto da sembrare segno di un’innocenza e una purezza da lui
ritrovata: si lascia alle spalle le consuetudini pittoriche per poter guardare
un nuovo paesaggio in modo fresco e innocente. L’atmosfera rarefatta, la calma
piatta di una giornata estiva si levano come sospiri, aliti leggeri esalati dai
toni chiari dell’acquerello; la città definita da una sottile linea e San
Giorgio Maggiore sembrano perdere consistenza stagliandosi come ombre
impalpabili di una città altrettanto evanescente. Sembra
quasi che una nuova Venezia venisse creata, come se la città nascesse
nell’istante in cui il pennello ne definisce le forme, colori e riflessi.
Turner ha trovato la luce e rinasce con lei in questo lavoro, non la confonde più
con la semplice illuminazione: la città dai mille riflessi magici si può dire
che sia stata la scintilla che riesce a liberare definitivamente la sua fantasia
pittorica. L’acqua,
l’elemento principale che permette all’artista di esprimere il suo talento
nel trattare soggetti informi come il cielo o un incendio, è materia luminosa
ed opalescente, opaca e cangiante al tempo stesso tramite cui Turner dipinge
luci e colori di questo mondo. Questi
primi acquerelli, generati da una tavolozza non ancora dominata dal giallo,
rosso e blu, colori prescelti
per
le opere successive, costituiscono una minima parte dei suoi blocchi: la
sua enorme attività di viaggio farà affidamento soprattutto su schizzi a
matita data la rapidità di esecuzione che gli permetteva di registrare ogni
minima cosa che suscitasse il suo interesse. Durante questo primo viaggio sono,
infatti, circa duemila gli schizzi eseguiti raccolti in venti album di vario
formato e tra questi schizzi soltanto sessanta sono eseguiti a colori. La
predilezione che l’artista ha per Venezia verrà mostrata in innumerevoli
occasioni e gli provocherà ulteriori critiche alla sua arte da parte di coloro
che già non accettavano il suo modo di dipingere, il suo voler ridurre un
dipinto ad olio ad un acquerello nel tentativo di dare leggerezza e nitidezza
togliendo così la forza tipica della pittura ad olio. Quando nel 1836 mostrerà
la sua opera Giulietta e la balia (fig. 8) verrà aspramente criticato
per aver inserito Giulietta a Venezia, in piazza San Marco, e non a Verona:
soltanto Ruskin, amico fedele e sincero ammiratore di Turner, comprenderà che
Giulietta viene collocata a Venezia per licenza poetica, perché quella era la
città prediletta dall’artista. La
lunga serie di studi a colori che ha dipinto tra i canali della laguna
rappresenta
uno
dei
traguardi più sorprendenti dell’arte occidentale, grazie ad una
tavolozza dai toni sfumati ed una visione completamente nuova, originale del
crepuscolo o dell’alba, dei riflessi guizzanti del Canal Grande sulle facciate
marmoree dei palazzi. Inoltre, anche nei suoi più frettolosi abbozzi dei
soggetti veneziani l’artista tradisce il proprio peculiare interesse non solo
per la luce e l’atmosfera ma soprattutto per i dettagli della vita che anima
una grande città. Sotto la forza accecante del sole o attraverso una foschia
luminosa si può distinguere o intuire la presenza di cortei festosi o di
semplici persone affaccendate nei propri affari di ogni giorno. Ma
il viaggio di Turner non si concluse comunque con Venezia: l’artista si
diresse a Roma, la città che al momento della partenza dall’Inghilterra era
il suo vero obiettivo, passando da Bologna, Rimini, Ancona e Foligno
attraversando luoghi che gli parvero molto familiari grazie alla sua conoscenza
delle opere di Claude Lorrain. Turner raggiunse Roma sul finire di Settembre o all’inizio di Ottobre e vi permase fino a metà Dicembre. Tutti gli studi sui palazzi, monumenti e sulle opere dei grandi artisti del passato che l’artista esegue a Roma evidenziano non solo il grande entusiasmo per il proprio lavoro nonostante gli lasciasse ben poco spazio per i divertimenti, ma soprattutto il suo largo campo di interessi. La sua attenzione è rivolta tanto alle costruzioni più antiche quali il Colosseo o il Foro Romano quanto a quelle più recenti come la cattedrale di San Pietro. Sebbene
gli schizzi e gli acquerelli di questi famosi monumenti svelino spesso
l’influenza delle vedute di Roma di Gian Battista Piranesi, nell’acquerello Roma:
S. Pietro visto da Villa Barberini (fig. 10), Turner riesce ad evocare un
nuovo fascino da questo soggetto già riprodotto centinaia di volte. Dalla
collina sulla sinistra con antiche rovine dei personaggi si mostrano spettatori
sul grande complesso di S. Pietro e del Vaticano. Come dimostrano questi fogli
Turner ha di nuovo utilizzato l’acquerello eseguendolo nella sua usuale
maniera: matita, colore acquerellato e colore steso in modo più corposo su
fogli preparati da una stesura di grigio. Inoltre gli schizzi venivano eseguiti
spesso non all’aria aperta ma nel suo alloggio, alla sera, un metodo di lavoro
che attesta la sua grande immaginazione e soprattutto la sua grande memoria. Mentre
l’acquerello su San Pietro cattura la meraviglia del sole meridionale del
tardo pomeriggio che scende sulla città
e rende
i contorni
delle costruzioni
vaghi,
come visti attraverso la foschia, un altro acquerello, Roma: il Foro con un
arcobaleno (fig. 3 - capitolo 1) possiede una più seria atmosfera che riflette
il significato del luogo. Al
tempo di Turner il Foro era considerato il simbolo della potenza dell’impero
romano, le rovine sono simbolo della passata grandezza. Sopra il tempio di
Antonino Pio, ora chiesa cristiana, si curva un arcobaleno, un mezzo formale per
dare enfasi all’idea della natura dominata dai sistemi politico e religioso. Un
acquerello dal titolo Monte Gennaro, vicino a Roma
(fig. 17) invece, è
creato tramite fasce orizzontali di colore che lo fanno sembrare un’altra
“struttura cromatica” e presenta uno scenario in cui è difficile capire se
sia un soggetto reale: molto spesso nei dipinti di Turner ed in particolare
negli acquerelli anche gli oggetti concreti diventano misteriosi aprendo la
strada a molteplici interpretazioni. L’oggetto che si erge dalle nebbie nella
parte mediana del quadro sembra lo stelo di una colonna ma potrebbe essere
qualsiasi cosa noi vi si voglia vedere. Ma qualunque cosa rappresenti questa
nota verticale, la composizione ne richiede la presenza: senza di essa il
paesaggio diventerebbe vuoto e privo di forza andando ad assomigliare ad una
semplice e banale cartolina illustrata. Si può dire che Turner decidesse a suo piacimento cosa inserire o cosa
trascurare nei suoi
quadri dal momento che
lavorava a
memoria con
l’aiuto degli schizzi
fatti sul luogo: era un modo dell’artista per ‘richiamare le impressioni'.
Questo quadro è
stato ispirato a Turner dall’incanto del Monte Gennaro che sorge dalla foschia
mattutina. Sono opere figurative solo nella misura in cui la raffigurazione è
necessaria ad esplicitare la fonte dell’ispirazione: le cose, secondo Turner,
servono solo a richiamare le impressioni. Fa
parte di questo primo soggiorno romano anche un disegno, Roma vista
dal
Vaticano (fig. 11), che servirà da schema per una tela ad olio che
l’artista eseguirà nel 1820. Qui prevale un chiaro interesse a costruire la
struttura del quadro usando particolari della veduta urbana come
un’interrelazione grafica in cui ogni tratto corrisponde al profilo di un
oggetto. Questo disegno è uno dei molti esempi che provano come Turner sapesse
dominare anche complesse vedute prospettico-lineari. Inoltre, il disegno verrà
utilizzato per rappresentare nel suo quadro più tardo Raffaello al lavoro, ma
sullo schizzo a matita sono scritti due diversi titoli per la scena: Omero
o Attalo. Questo a dimostrazione del fatto che aveva iniziato il disegno
prima di definirne il tema: Turner non determinava a priori le sue immagini ma
si lasciava guidare spesso dalle evoluzioni del processo creativo. L’artista
lascia poi Roma per dedicarsi ad escursioni nelle immediate vicinanze: giunge a
Tivoli, una delle più famose attrazioni dell’Italia situata nelle colline
orientali di Roma ma soprattutto uno dei luoghi da lui già dipinti nel 1817.
Nel lavoro eseguito ad acquerello, Tivoli
(fig. 14), si notano delle
architetture dominanti la ripida voragine sulla sinistra e la scrosciante
cascata che riescono a combinare la caratteristica sublime di un paesaggio con
la bellezza pittoresca delle architetture classiche. Turner, di fronte a questo
scenario esegue schizzi e crea due studi a colori: era rimasto incantato. Un’altra
tappa che non poteva mancare al suo primo viaggio in Italia era Napoli, una città
che viene subito catturata in uno schizzo a colori: Napoli vista
da
Capodimonte (fig. 15). Come aveva fatto a Tivoli e prima ancora a Venezia
agisce sul foglio creando uno sfondo grigio corposo cosicché il cielo, il mare
e la costa si dispiegano fuori dalla vista dello spettatore in tutta al loro
trasparente brillantezza, inondate di luce. Sul piano in lontananza a sinistra
si può vedere il Vesuvio emettere una leggera nuvola di fumo. Turner aveva già
dipinto il vulcano in eruzione in due acquerelli del 1817-1818 ma aveva sperato
di poter essere testimone dell’eruzione
dal momento che il vulcano era favorevolmente attivo tra il 1817 e il
1819. Un
vulcano in eruzione, per gli artisti inseriti in tale contesto romantico, era
uno spettacolo cui non si voleva rinunciare, sempre alla
ricerca
di quegli
aspetti
meravigliosi
della natura
che potessero
suscitare
sensazioni
di terrore, momenti in cui la natura mostrava tutta la sua forza di
fronte a cui l’uomo altro non è che un essere insignificante ed impotente. Turner
vuole comunicare una dinamica interna della natura che trova espressione nel
moto incessante di determinati elementi, dal mare alle nubi e alla foschia, un
mondo in movimento la cui mobilità viene sottolineata dalle variazioni di luci
e ombra. Purtroppo
Turner mancò la potente eruzione, anche se per poco: l’eruzione ebbe luogo
nel tardo Novembre, quando l’artista stava tornando a Roma. Nel dipinto Vesuvio
in eruzione
del 1817 (fig. 2 - capitolo 1), eseguito basandosi su un disegno o una stampa di un
altro artista, offre uno spettacolo pirotecnico dell’immenso e terrificante
vulcano al cui confronto la normale e più pacata eruzione a cui assistette
Turner sarebbe sembrata non più impressionante di un fiammeggiante tramonto; il
disegno eseguito sul luogo nel 1819 è completamente diverso e sembra far capire
come la realtà, in un certo senso, avrebbe potuto agire da freno inibitore
sull’artista, limitando le sue capacità inventive. La trasformazione della
natura in arte è opera dell’ingegno e Turner ha mostrato come il suo genio
poteva ispirarsi in vari modi: tramite l’esperienza diretta, tramite altre
opere d’arte o tramite la pura fantasia. Per
il viaggio di ritorno in patria Turner scelse la via di Firenze, una città
famosa e amatissima. In questa città non eseguì schizzi a colori anche se uno
stupendo acquerello, eseguito nel 1827, ce la mostra in tutto il suo splendore.
La tavola in questione è Firenze vista da San Miniato
(fig. 16), eseguita
da Turner quando dipinse una serie di 25 acquerelli per un poema di Samuel
Rogers sull’Italia: in questa serie viene introdotta la vista su Firenze. Il
libro pubblicato nel 1830 fu un tale successo che Rogers commissionò altri
lavori di illustrazione all’esperto Turner, il quale infatti, fu proprio per i
progetti in cui fu coinvolto nel 1827 che utilizzò il materiale raccolto in
questo viaggio del 1819. Le illustrazioni di libri sono infatti una parte
considerevole dell’opera di Turner, un artista che come pochi è stato così
prolifico e così estremamente dedito alla sua attività, dai cui impegni niente
poteva distoglierlo, né la vita familiare né gli impegni sociali. Turner
trascorse il Natale e il Capodanno a Firenze, poi decise di proseguire sulla via
del ritorno in patria passando da Bologna, Milano e Torino, vivendo sul
Moncenisio l’esperienza che ci verrà raccontata pittoricamente nell’opera
del 1820 Passaggio sul Moncenisio - Bufera di neve
(fig.
18). Il pittore amava infatti rappresentare catastrofi, gravi disagi che andavano a sottolineare il pericolo a cui si esponeva viaggiando: attraversando il passo del Moncenisio con un tempo estremamente cattivo gli venne fornito il soggetto per il suo prossimo acquerello: per lungo tempo attraversare le Alpi era considerata un’azione pericolosa e una dura prova per coloro che viaggiavano, dato il cattivo stato delle strade. Quando tali strade vennero percorse da Turner nel gennaio del 1820 la situazione era molto migliorata ma, a causa di una forte nevicata venne sospeso il regolare servizio di carrozze dall’Italia alla Savoia. Ma Turner era un instancabile viaggiatore e un amante dell’avventura e del pericolo, così con altri impazienti viaggiatori si procurarono una carrozza che, al passo del Moncenisio si ribaltò. I viaggiatori dovettero uscire dal finestrino a causa della porta ghiacciata della carrozza e proseguire a piedi fino al paese più vicino. Quando Turner arrivò in Inghilterra dipinse a memoria la scena, così come gli si era presentata prima che la carrozza si capovolgesse. L’acquerello è dipinto quasi a monocromo, giocando sulle tonalità di grigio: le carrozze sono chiaramente minacciate dal turbine di neve che irrompe sullo sfondo e che si appresta ad investirle, la terribile immobilità delle cime coperte di ghiaccio in contrasto con l’infuriare della bufera e la violenza dei cavalli che si slanciano in avanti fanno di questo uno degli acquerelli più drammatici. Le parole che danno il titolo alla scena vengono scritte dall’artista sullo stesso quadro, comprensive della data 15 gennaio 1820, quasi a sottolineare il vero pericolo vissuto in prima persona. Turner
adora disegnare o dipingere le sue esperienze di viaggio in estreme condizioni
meteorologiche, sul mare o nel sublime mondo alpino e questo apporta una sua
personale visione dell’uomo minacciato dalla natura. Il gusto di Turner per gli effetti grandiosi delle intemperie, della montagna e della tempesta è in perfetta sintonia con il suo desiderio di dipingere paesaggi “sublimi” che possano esaltare lo spirito e riflettere le più elevate emozioni dell’uomo. Come gli antichi maestri sceglievano storie od aneddoti di autori classici per conferire un maggior peso ‘storico’ ai loro paesaggi, così fa Turner: la scelta del soggetto inizialmente era di ispirazione classica. Il pittore però era deciso a dimostrare che i soggetti ispirati alla vita reale potevano essere altrettanto potenti di quelli tratti dalla storia: essendosi creato una vasta cultura nel campo dei componimenti poetici sarà in grado di sfruttarli come versi associati alle sue opere fino ad arrivare a scrivere lui stesso dei poemi, per la maggior parte scritti frettolosamente sui taccuini di schizzi. |
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