MOLINAROLI ILARIA

Turner e l'era romantica

Capitolo 1 - La Luce di Turner (1819-1829)


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Nel periodo a cavallo tra XVIII e XIX secolo, in cui si inserisce Joseph Mallord William Turner, le convinzioni illuministe quali la supremazia della ragione e l’ordine logico dell’universo vengono messe in discussione ed emergono nuove convinzioni: la fede nel primato dell’immaginazione, la potenzialità dell’intuizione, l’importanza delle emozioni e dell’integrità emotiva. Le arti si fanno partecipi di questa rivoluzione e ogni genere di opera artistica, poesie o composizioni musicali, non saranno più considerate come mezzo per riflettere o imitare la natura ma diverranno un’intuizione della natura. L’antica teoria dell’arte come mimesi viene soppiantata da quella di arte come mezzo di espressione.

Comincia a definirsi la tematica intorno a cui ruota il nucleo essenziale della poetica romantica, un linguaggio espressivo coerente con l’anticlassicità dei contenuti. Le opere preromantiche influenzano Turner di modo che, per lui, la natura sarà sempre il luogo della perfezione divina e sublime del mondo ideale classico e, al tempo stesso, la proiezione di tutti gli accidenti ed emozioni umane rappresentati dalle mutevoli valenze atmosferiche: drammatici temporali, cupe tempeste, dolci tramonti e notti evocanti l’occulto e l’arcano. La natura è scenario di eventi incontrollabili e specchio dell’inquietudine dell’animo umano, viene vista come forza creatrice e distruttrice allo stesso tempo. L’aspetto sublime e meraviglioso della natura viene trattato da quegli artisti che verranno definiti romantici eleggendo il paesaggio a genere pittorico congeniale per i loro intenti.

Come lo definisce il filosofo Edmund Burke, il Sublime è la sensazione (o categoria estetica) che sta tra il sentimento del bello e del terrore: il sentimento del sublime nasce di fronte a oggetti e situazioni impossibili da controllare e che quindi suscitano attrazione e repulsione nello stesso tempo.

Gran parte dei paesaggi di Turner corrispondono in pieno a questa categoria: le riflessioni di Burke sul bello e sul grandioso influenzano Turner determinando così il suo primo orientamento estetico: la pittura di paesaggio doveva indirizzarsi allo sconfinato, al maestoso, all’eroico, alla natura indomabile ed ostile di fronte a cui l’uomo prova timore e venerazione. L’artista crede che la grande arte risieda nell’espressione della maestosa grandezza dell’universo e di quanto nobile ed elevato vi è nella natura umana: una pittura seria ha il dovere di descrivere ciò che vi è di ‘sublime’ nella natura o nelle azioni umane. Turner conduce un’accanita campagna a favore della pittura di paesaggio inglese, volendo provare che gli Inglesi potevano portare un significativo contributo alla tradizione instaurata dai grandi maestri europei del XVI e XVII secolo: le opere e i sublimi principi dei maestri passati sono alla base della visione di Turner, la cui ambizione è di esserne il continuatore o addirittura colui che riesce a superarli.

L’unico hobby che l’artista aveva era viaggiare: aveva sempre utilizzato tutte le sue ricchezze, frutto della sua arte, per viaggiare, osservare e dipingere come nessun altro aveva fatto: fin da quando aveva diciotto anni cominciò a viaggiare alla ricerca instancabile di soggetti pittoreschi a cui ispirarsi, girando così tutta l’Inghilterra, il Galles e la Scozia. Grazie a tutti questi studi e alla sua continua voglia di migliorare diventerà un virtuoso della pittura di paesaggio, uno dei maggiori maestri in questo tipo di composizione capace di disegnare con abilità qualsiasi genere di scenario: marino, montano, pittoresco o di pura immaginazione. 

Sarà soprattutto grazie a Turner che il paesaggio verrà in seguito accettato come un genere vero e proprio, in cui ci si può specializzare: inizialmente veniva accettato solo in quanto diretto allo studio della natura, ma nulla di più.

In questo periodo di cambiamenti i paesaggisti del XIX secolo si trovarono di fronte a due opposte tradizioni nella concezione della natura: da una parte stava l’osservazione accurata e minuta, il realismo descrittivo degli olandesi, dall’altra, in antitesi, la pittura immaginosa degli italiani. Turner si presenta come una perfetta sintesi delle due tendenze grazie al suo genio che gli permette di trovare il giusto compromesso: unisce la verosimiglianza della scena alla potenza tipica del disegno italiano. Mostra la natura nella sua grandiosità registrandone la bellezza con una tecnica che gli sarebbe stata impossibile senza uno studio approfondito dei grandi maestri, del disegno e delle qualità plastiche della pittura. L’artista studia accuratamente anche gli artisti della scuola veneziana elaborando le proprie opere con la stessa semplicità e grandiosità e unisce a questo stile immaginativo una profonda conoscenza degli effetti visivi: l’osservazione viene unita ai principi tradizionali del disegno.

Con lo studio dei grandi maestri del passato la sua tecnica già straordinaria si arricchisce, così come la sua volontà di creare qualcosa di nuovo e di personale.    

Turner è stato sotto ogni aspetto di conoscenza del paesaggio, il più grande, personale e rivoluzionario di tutti i paesisti romantici, ossessionato dalla storia del suo genere di pittura. L’artista persegue la sua personale ricerca espressiva in modo completamente indipendente: esplorando un mondo insospettato di luce e colore anticipa l’impressionismo e, disintegrando nel chiarore solare i suoi paesaggi luminosi, rifiutando le forme più evidenti e consolidate di rappresentazione, giunge anche a prefigurare l’arte astratta del XX secolo. I suoi lavori più originali non vennero mai esposti ma venivano custoditi gelosamente da Turner sapendo che, dato le preferenze dei critici non sarebbero stati apprezzati. Adesso però, i suoi rivoluzionari capolavori vengono celebrati non solo per il loro valore intrinseco ma soprattutto perché da essi hanno tratto ispirazione gli espressionisti astratti, gli artisti più significativi degli anni ’50 e ’60 del XX secolo. Fu Turner, ancor più di Monet a preannunciare l’importanza dell’atto di dipingere in quanto tale nella creazione delle opere d’arte.

Nel 1799 incontra la pittura di Claude Lorrain e dai suoi quadri scopre la possibilità di una resa pittorica della luce: la luminosità cromatica, le gradazioni pastello, la concentrazione sull’effetto della luce e la solarità di Lorrain gli parvero ineguagliabili. Si sente in competizione con lui pur venerando la sua arte al punto di riprenderne i soggetti. A venticinque anni il pittore, dotato di uno straordinario talento, padroneggia alla perfezione la tecnica propria alla sua maniera espressiva privilegiata, la pittura di paesaggio.

Fino a trentacinque anni Turner dipinge come maestri diversi, utilizzando le loro tecniche pittoriche e, spesso, rappresentando l’artista stesso a cui fa riferimento facendone l’eroe della scena. Pur percorrendo le diverse “maniere” degli artisti che ammira, tra cui prevale Lorrain, non viene impedito nel trovare il proprio stile, anzi: questa padronanza di una molteplicità di mezzi espressivi lo arricchisce e nei suoi quadri, nonostante ogni adattamento, si mostra con evidenza la sua mano inconfondibile. Riesce a padroneggiare gli stili degli artisti precedenti fino a superarli, le sue tele sono una sfida consapevole rivolta a quei maestri del passato come Lorrain o Poussin e si può ora affermare che fanno concorrenza anche a molti artisti che dovranno ancora nascere: molti suoi olii più tardi, o acquerelli, sono opere astratte, esperimenti mai tentati prima nella resa della luce e del colore.

L’artista, pur essendo apprezzato come disegnatore di paesaggi, nella pittura ad olio suscita molte controversie: nonostante la sua capacità di osservazione della natura i critici ritengono che la sua sia una resa “ad effetto” più che fedele, con immagini molto artificiose ed un primo piano appena accennato. Nonostante il suo manifesto interesse per la tradizione lo si  accusa  di non tenerla minimamente in considerazione. Ciò che i critici in realtà non comprendevano era la sua ricerca del sublime nella natura, la sua continua tensione verso il raggiungimento di nuovi traguardi nella pittura paesaggistica. Non riuscivano a vedere come l’artista fosse alla ricerca di una nuova unità pittorica: il fatto che non dipingesse il primo piano con la precisione abituale del periodo solo perché non si sarebbe armonizzato con il resto della scena non venne compreso se non da pochi. Per la gran parte rifiutarono di comprendere la sua concezione del paesaggio che aveva cominciato a farsi sempre più astratto  e non accettarono la ricerca di effetti ancor più grandiosi.

Dal 1802, grazie alla pace di Amiens che pose temporaneamente fine alla guerra tra Inghilterra e Francia, il pittore può cominciare ad avventurarsi nel continente visitando paesi come la Svizzera, la Francia, la Germania, l’Olanda, il Belgio: non poteva mancare l’Italia, dal momento che uno dei sogni degli animi inglesi, primo tra tutti Turner, era di visitare i paesi del sole, carichi di magia e avvolti dal fascino della storia intrecciata con il mito.

È il 1819 e l’artista era già un  pittore affermato che esponeva alla Royal Accademy di Londra e nella sua galleria privata di Harley Street aperta nel 1804: il desiderio di compiere questo viaggio era mosso e guidato dall’amore per l’arte italiana, patria dei grandi maestri del passato, ma anche dal fascino che esercitavano su di lui le opere di quegli artisti che vi erano già stati e che ritraevano scenari stupendi, città come Firenze, Roma e Napoli. Aveva infatti già dipinto soggetti italiani attraverso gli occhi di altri artisti, sulla base dei loro soggetti; spronato dalla curiosità preparò con cura il suo Grande Viaggio, intenzionato fin dalla partenza ad immagazzinare il maggior numero di informazioni possibili.


 

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