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MUSSOLINI BENITO Contro la bestia ritornante C'è stata finalmente, sotto un cielo di piombo, la prima giornata del “loro” carnevale. Dopo quattro anni di doppiezza e di viltà, di infingimenti e di diserzioni, l'ignobile genia che governa quella povera e miserabile cosa che si chiama socialismo italiano ha chiamato a raccolta le masse e ha inscenato la postuma ed ennesima dimostrazione contro la guerra. Facile e comodo, oggi, in mezzo allo “squagliamento” universale. Facile e comodo, oggi, che molti dei cosiddetti interventisti, vittime delle loro paure meramente illusorie, stanno facendo l'occhio dolce al socialismo del pus. Facile e comodo, oggi, che la grande tormenta è finita ed è finita in modo che quei signori non desideravano affatto. Noi non sopprimiamo la cronaca. Sopra mezzo milione di operai della plaga lombarda, venti o trentamila hanno risposto all'appello elettorale. Questo partito nemico della libertà, reazionario al sommo grado, controrivoluzionario per definizione; questo partito che ha tentato il più esecrando e il più memorabile dei delitti cercando di ridurre l'Italia e il mondo in catene, ai piedi degli Hohenzollern; questo partito, squalificato e bollato d'infamia imperitura, nel recentissimo Congresso internazionale socialista di Berna ha raccolto ancora, tra il fracasso delle fanfare e lo scampanio della réclame, alcune decine di migliaia di coscienziati proletari che, attraverso le strade della città ostile, si sono sfogati a gridare: «Viva Lenin!». Non ce ne meravigliamo. È plebe. Massa. Numero. Plebe che ha bisogno di adorare qualcuno, di credere in qualcuno. Plebe che ha bisogno di sostituire ai vecchi i nuovi santi, agli idoli ultra-terreni di una volta le odierne deità moscovite. E a questa plebe i preti rossi dànno a intendere il fantastico, dànno da bere l'assurdo. La Russia è il nuovo paradiso. “Credo quia absurdum”. Ma noi siamo troppo individualisti, per inchinarci davanti ai nuovi idoli; siamo troppo eretici, per non sottoporre alla nostra critica corrosiva i credi della nuova rivelazione e prendiamo a randellate le icone russe che abbarbagliano, nelle loro enormità e nella loro stupidità, l'armento dei tesserati. E siamo anche conservatori! Ehi tu, non abbozzare quella tua smorfia beffarda da scimunito che crede di sapere... Sì. C'è qualche cosa da conservare nelle vecchie civiltà occidentali; c'è da conservare l'individuo, la libertà dell'individuo, la libertà dello spirito che non vive di solo pane, la libertà che non può essere schiacciata dai dittatori della caserma leninista, come non fu schiacciata dai caporali della caserma prussiana. Quella società che i profitti del socialismo ufficiale indicano a modello alle turbe illuse, non è che un ritorno alla società barbara del secolo undicesimo. «Il leninismo — dice un testimonio oculare che lo ha visto in funzione per ben sedici mesi — non ha niente in comune con la democrazia e col socialismo del quale non è che una ripugnante caricatura, ma noi l'abbiamo visto scivolare nell'autocrazia pazza e sanguinosa». Chi di coloro che sono stati nel movimento sovversivo in Svizzera non ricorda il dottor Winsch, collaboratore, un tempo, del Reveil di Bertoni? Il Winsch dirige un giornale socialista-sindacalista che ha per titolo La Libre Federation. In questo giornale il Winsch ha stabilito questo terribile bilancio del regime bolscevico: 1) le scuole non funzionano più; 2) la maggior parte delle fabbriche è chiusa, l'altra parte è distrutta; 3) la “corvée” è ristabilita per molte categorie di cittadini; 4) la schiavitù esiste nei campi di concentrazione; 5) le requisizioni prendono l'aspetto di spedizioni con bande armate come nei tempi feudali; 6) il pensiero è subordinato al potere; 7) la vendetta sui parenti sostituisce ogni tentativo di ricerca della giustizia; 8) il diritto di nutrirsi è contestato a molti; 9) l'organizzazione operaia ha il diritto di esistere solo se è bolscevica. Altrimenti è soppressa. Lo stesso Winsch, in base a documenti ineccepibili, constata che la carestia risultante dalla disorganizzazione dell'industria infierisce dovunque e che per ottenere dei viveri «la soldatesca della guardia rossa e i burocratici del Soviet fanno tirare a cannonate contro i contadini...». C'è al mondo un regime borghese che sia più squisitamente borghese, cioè liberticida, sfruttatore, sanguinario — il senso che a questa parola viene attribuito dai socialisti — di quello leninista? Ma la plebe ignora tutto ciò. I suoi pastori non la illuminano. Scrivono sui giornali borghesi, che i proletari non leggono. «Dondolano», ma la plebe grida «Viva Lenin!». Questo grido si accompagna naturalmente alla “diffamazione” della guerra. Non della guerra in se stessa, della guerra che è sempre guerra, ma della nostra guerra, di quella che i socialisti non volevano, di quella che i socialisti hanno sabotato con ogni mezzo, quando fu trascorso il primo tempo nel quale ebbero paura e soltanto una pazza paura. Anche Lenin ha un esercito, e che esercito! Anche Lenin ha fatto la guerra di conquista e d'invasione, e che guerra! Ma i social-boches non infamano “quella” guerra. È contro la “nostra”, quella voluta e fatta dalla parte più cosciente del popolo italiano, che essi si scagliano. Ebbene, no. Non possiamo permetterlo. Gli interventisti che hanno ancora il coraggio di esserlo, devono insorgere contro la bestia non trionfante, ma ritornante che tenta ancora lo spaccio della sua sudicia rigatteria ideale. Se è contro la guerra — fenomeno universale — che voi dirigete le vostre deprecazioni; se è contro la guerra di rapina voluta dal kaiser, niente e nessuno può cercare di soffocare questo grido profondo di umanità. Lo raccogliamo. È anche nostro, soprattutto nostro. Ma se l'opposizione alla guerra già fatta, già vinta, è un pretesto per una speculazione ignobile, allora noi, che non ci vergogniamo, ma ci sentiamo fieramente orgogliosi di essere stati interventisti, gridiamo il nostro: «Indietro sciacalli!». Non è permesso dividere i morti! Sono un mucchio sacro, alto come una gigantesca piramide che tocchi i cieli, mucchio che è di tutti e di nessuno. Non si dà e non si toglie la tessera ai morti. Non sono di un Partito, sono della Patria e delle Patrie; sono dell'Umanità, la quale è troppo complessa e troppo augusta per essere contenuta nella sala di un circolo vinicolo o nel retrobottega di una cooperativa. Questo sbavazzare elettorale è supremamente ignominioso. Dovremmo dunque difendere i nostri morti dall'immonda profanazione? O Toti, romano, la tua vita e la tua morte valgono infinitamente di più di tutto il socialismo italiano. E voi, schiera innumere di eroi che voleste la guerra, sapendo di volere la guerra; che andaste in guerra, sapendo di andare alla guerra; che andaste alla morte, sapendo di andare alla morte; voi, Decio Raggi, Filippo Corridoni, Cesare Battisti, Luigi Lori, Venezian, Sauro, Rismondo, Cantucci e mille e mille altri che formate la costellazione superba dell'eroismo italiano, non sentite che la muta degli sciacalli è intenta a frugare tra le vostre ossa; è china a raspare sulla terra che fu abbeverata del vostro sangue, si accinge a sputare sul vostro mirabile sacrificio? Ma non temete, spiriti gloriosi. La bisogna è appena incominciata. Non sarà compiuta. Vi difenderemo. Difenderemo i morti. Tutti i morti, anche a costo di scavare le trincee nelle piazze e nelle strade delle nostre città. ________________ 18 febbraio 1919 |
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