DE MARSANICH AUGUSTO

Principî e istituti nello Stato fascista


Opera Nazionale per la Maternità e l'Infanzia

Opera Nazionale Dopolavoro

Opera Nazionale per la Maternità e l'Infanzia

L'Opera Nazionale per la Maternità e l'Infanzia nel periodo fascista non era un'istituzione di beneficenza, ma era in se stessa una forza politica, che intendeva contribuire allo sviluppo del popolo italiano, ispirando negli uomini e nelle donne il senso vitale della discendenza, a esaltare la funzione altissima della maternità, e diffondere in tutte le categorie sociali la fiducia nella vita. Erano, queste, le premesse di un ordine morale, che si fondava appunto sull'esaltazione dei principî della vita e della volontà, si sviluppava nella protezione della madre e del fanciullo e quindi investiva tutti gli elementi e tutti gli aspetti della vita individuale e nazionale. Fu quindi costituita l'Opera Nazionale Balilla, per proseguire e sviluppare, appunto, con più ampi scopi civili, l'attività di educazione politica del fanciullo italiano. La tradizione di coraggio e di orgoglio della nostra storia, simboleggiata dal fanciullo genovese che Goffredo Mameli cantò e che alcuni giovanissimi adolescenti del periodo rivoluzionario dei fasci di combattimento dal 1919 al 1922 avevano riconsacrato col martirio, avevano dato il nome all'istituzione originale e senza riscontri in alcun altro Stato del mondo. Infatti i boy-scout e altri similari club di ragazzi, istituiti in numerosi paesi europei e transoceanici, erano semplici associazioni di diporto e non possedevano nessun carattere e nessuno scopo che pur lontanamente potessero essere assimilati a quelli dell'Opera Balilla. La legge istitutiva dell'Opera Balilla del 3 aprile 1926, n. 2247, aveva dato vita a un'organizzazione militarmente ordinata, col compito di provvedere all'assistenza e all'educazione fisica e morale della gioventù. L'Opera curava il conseguimento delle proprie finalità mediante diverse sezioni interne: l'organizzazione dei balilla, cui appartenevano i fanciulli dagli otto ai quattordici anni, e l'organizzazione degli avanguardisti, cui appartenevano i ragazzi dai quattordici ai diciotto anni. A queste due organizzazioni maschili corrispondevano le due organizzazioni femminili delle Piccole e delle Giovani italiane. L'organizzazione si sviluppò in un lampo in tutte le province e in tutti i comuni. L'educazione fisica mediante l'insegnamento ginnico-sportivo culminava nelle gare, nei concorsi e nei “campi Dux” con i quali si faceva una rassegna annuale imponente di tutte le forze giovanili nazionali.

La divisa bella e marziale, l'inquadramento militare impeccabile, la coscienza di serietà di cui davano quotidianamente dimostrazione i reparti maschili e femminili, aveva acquistato all'Opera Balilla la simpatia affettuosa del popolo e l'ammirazione e il rispetto di tutti, in Italia e all'estero.

Connessa all'educazione fisica era l'assistenza agli iscritti, principalmente sanitaria, preventiva e terapeutica. Era inoltre curata la formazione della coscienza e del pensiero dei giovani mediante un'attività assidua di propaganda e di integrazione dei programmi scolastici, attraverso l'istituzione di doposcuola, sale di lettura, biblioteche circolanti, passeggiate istruttive, visite alle pinacoteche, ai musei, ai monumenti, al cinematografo e al teatro proiettato e scritto appositamente per i balilla, viaggi di istruzione, corsi di preparazione sociale e politica. L'educazione professionale era inoltre particolarmente curata. Nella sfera dell'Opera Balilla si inquadrava l'Accademia per la preparazione degli insegnanti di educazione fisica, che ha fornito l'Italia di una categoria di insegnanti altamente qualificati per l'educazione giovanile sulla scorta del precetto classico, mens sana in corpore sano.  Quando, giunti al diciottesimo anno di età, i giovani passavano, mediante la “leva fascista”, dall'Opera Balilla alla Milizia Nazionale, una sana e forte gioventù si metteva al servizio della Patria con coscienza serena e con alto senso del dovere. Il problema della gioventù, che tanto preoccupò e più preoccupa oggi gli spiriti pensosi del nostro avvenire di popolo, si poteva dire risolto. Il nome di Renato Ricci, creatore dell'istituzione, era consegnato al ricordo della posterità. L'Opera Balilla aveva compiuto il miracolo, e comunque la straordinaria impresa, di associare tutta la fanciullezza e tutta l'adolescenza italiana alla vita della collettività nazionale e alla politica dello Stato. Intelligente, del tutto appropriato alla sensibilità e alla forma mentale della fanciullezza e dell'adolescenza, era stato l'orientamento spirituale e il programma di azione dell'Opera Balilla. Anzitutto rivalutare, prendere sul serio, il compito sociale dei fanciulli e degli adolescenti. Reagire all'eccesso di educazione libresca e all'eccesso di minorità morale in cui i giovanissimi erano tenuti e reagire contro la continua deformazione morale e politica cui era stata ispirata l'attività intellettuale rivolta alla formazione giovanile. Fare della cultura, anzi della stessa istruzione informativa, uno strumento della personalità, non un veleno della volontà e dell'intelligenza; considerare la fanciullezza e l'adolescenza la forza ideale primaria della storia nazionale; fare della politica un incontro di generazioni, assegnando alla prima giovinezza una funzione di avanguardia, di incitamento, di esaltazione almeno tanto importante quanto la funzione di saggezza e di equilibrio intellettuale della prima maturità: questo fu il programma dell'Opera Nazionale Balilla che illuminò di gaiezza e di ardimento tutta la società italiana.

Mai prima del Fascismo tanta fiducia nella vita, tanto impeto di volontà e di speranza avevano rallegrato la quotidiana attività di un popolo, come accadeva nelle molte migliaia di comuni grandi e piccoli dello Stato italiano, dove almeno una volta al giorno, d'improvviso, annunciati da un grappolo di squilli di tromba, un manipolo di fanciulli scendeva di corsa sulle piazze a incitare tutti gli uomini e tutte le donne, vacillanti sotto il peso dell'umile esistenza quotidiana, ad aver fede nell'avvenire, a credere nella bellezza e nella significazione eterna della vita.

Dopo la scomparsa dell'Opera Nazionale Balilla la luce e il sorriso dell'allegrezza e dell'audacia sono scomparsi dalle contrade e dai volti del popolo italiano. All'esultanza dei fanciulli e degli adolescenti che si rifletteva sul volto degli adulti è succeduto il ghigno duro della miseria morale e materiale.

A lato dell'Opera Balilla la riforma Gentile della scuola ha avuto un significato politico e un valore pedagogico che si riassumono e si definiscono nella trasformazione del Ministero della Pubblica Istruzione in Ministero dell'Educazione Nazionale.

La restaurazione partitocratica ha ripristinato il vecchio nome del Ministero, ma non ha potuto distruggere gli istituti  e il carattere della riforma, poiché era impossibile spezzare l'armonia che si era creata fra la tradizione umanistica e l'evoluzione didattica moderna, l'incontro che si era compiuto fra il patrimonio culturale ereditato dalla storia e le necessità morali ed economiche dell'uomo e dello Stato moderno.

Lo Stato fascista ha definito il valore etico e formativo della scuola che era prima concepita quasi esclusivamente in funzione strumentale e informativa.

L'istruzione fu considerata nel suo valore sociale oltreché personale, in modo che la scuola potesse preparare anche i quadri per la direzione tecnico-economica della Nazione. La riforma Gentile si preoccupò anzitutto dell'istruzione popolare, istituendo dovunque la scuola rurale e la scuola serale, che valsero a diffondere in brevissimo tempo l'obbligo e il desiderio dello studio negli strati più profondi e più lontani delle popolazioni periferiche, fino a debellare l'analfabetismo che oggi purtroppo si è nuovamente ripropagato dovunque.

Innovazioni importanti della riforma Gentile furono il riordinamento della scuola media su basi di serietà, per tutelare l'organicità degli studi umanistici e la difesa della tradizione classica della cultura, separando nettamente liceo e istituto tecnico, e l'istituzione dell'esame di Stato, che deve collaudare la maturità dell'istruzione generale e solo può abilitare all'esercizio delle professioni e all'iscrizione nei relativi albi professionali.

La riforma Gentile si era ispirata inoltre al concetto di restringere il volume della scuola media di Stato, sia allo scopo di perfezionarla, concentrando tutti i mezzi disponibili su un minor numero di scuole, sia per promuovere l'iniziativa scolastica di enti e associazioni non statali, fra cui primeggiavano naturalmente gli enti e le congregazioni religiose.

Aveva pertanto fatto apparizione il numerus clausus nelle scuole secondarie, e nelle commissioni per l'esame di Stato era incluso un membro estraneo al personale, insegnante statale, con l'intendimento di mettere la scuola pubblica e la scuola privata media in condizioni di parità nella prova finale dei rispettivi alunni. Su queste condizioni si poteva stabilire una gara fra scuola pubblica e scuola privata di grado secondario.

Il processo di progressiva statizzazione della scuola si era compiuto in tutti gli Stati civili, all'aprirsi della storia contemporanea, quando venne sancito il principio dell'obbligatorietà e della gratuità dell'istruzione elementare, come un diritto dell'individuo e un dovere dello Stato.

Ciò provocò dovunque gravi contrasti fra la Chiesa e lo Stato, specie dove i rapporti fra le due istituzioni erano più rigidi e separati e dove si trovavano di fronte diverse confessioni religiose.

In Italia la questione della scuola aveva animato i contrasti ideali del Risorgimento e più tardi aveva provocato i maggiori episodi della lotta fra clericalismo e anticlericalismo. E non è mai cessato e non cesserà probabilmente mai il dissenso di principio fra tre tipi di scuola: la scuola in funzione delle idealità nazionali, la scuola esclusivamente dedicata all'istruzione mnemonica e la scuola più specialmente indirizzata all'educazione religiosa. In regime fascista le necessità nazionali presero il sopravvento e d'altronde la scuola non poteva avere scopi politici diversi nell'educazione giovanile da quelli che si proponeva l'Opera Balilla.

Inoltre la scuola di Stato era la condizione per dare alla scuola stessa un carattere sempre più decisamente sociale. In Italia il Fascismo ha attuato integralmente il principio della socializzazione della scuola creandovi una base comune alle varie categorie sociali, a prescindere dalla differenziazione degli ordini scolastici.

Questa era una tradizione italiana, ma il Fascismo l'ha attuata fino alle sue estreme forme concrete, dando una base scolastica e quindi una formazione morale e mentale comune a tutto il popolo. In Italia tutta la classe dirigente, tutti i titolari delle professioni liberali provengono dal popolo minuto, ed è uno dei massimi ideali dell'operaio e del contadino italiano elevare il proprio figlio all'attività di medico, di ingegnere, di professore, mentre forse più diffusa è nelle categorie proprietarie di beni economici la tendenza a munirsi di istruzione tecnica. La scuola dopo la riforma Gentile si è perfezionata come l'organo statale della trasmissione del sapere e della formazione degli elementi idonei per organizzare e dirigere la vita sociale.

La scuola è diventata anche lo strumento preliminare del mondo della cultura. Soltanto dopo che la scuola ha assolto al suo compito dell'istruzione primaria, soltanto dopo che la scuola ha consegnato nelle mani dell'uomo le indispensabili chiavi, egli può penetrare nel tempio della cultura, per svilupparlo e arricchirlo.

L'incremento della scienza, dell'arte, della letteratura, del pensiero speculativo è opera personale. La scuola incomincia la sua funzione nella fase preparatoria, e in un certo senso prescolastica, della scuola materna, continua nella scuola elementare, si sviluppa nella scuola secondaria, si conclude nella scuola superiore, termina all'istruzione universitaria, che approfondisce i settori specifici e determinati della cultura.

Nel nostro tempo si è andata formando una netta distinzione fra l'istruzione generale e l'istruzione professionale, e a lato delle scuole di cultura si è imposta la necessità di una scuola di istruzione tecnica e di preparazione professionale, in cui l'istruzione generica si accompagna con la preparazione alle molteplici professioni minori di cui il progresso tecnico ha dotato la vita moderna. Ma la separazione fra istruzione generale pura e istruzione professionale utilitaria non ha che un valore di grado, perché anche l'istruzione generale ha valore strumentale di abilitazione al fare pratico, e anche l'istruzione tecnico-professionale ha valore di formazione psichica e di disciplina mentale.

Nel 1923 l'istruzione professionale non dipendeva dal Ministero dell'Istruzione e perciò essa non fu interessata dalla riforma Gentile e questo fu un elemento che consigliò un'ulteriore trasformazione della scuola che, in seguito alla necessaria abolizione del numerus clausus, avvenuta nel 1932, andava sempre più affermando la priorità dell'istruzione pubblica sull'istruzione privata, logorando la validità della gara fra scuola statale e scuola privata.

Lo Stato fascista, non appena completate le strutture giuridiche sociali e politiche del suo ordinamento, si trovò nuovamente di fronte il problema politico della scuola come formazione della coscienza civica e nazionale. Solo nella scuola pubblica poteva essere presente lo Stato col suo principio educatore e con il suo potere organizzatore e solo nella scuola pubblica l'istruzione poteva acquistare contenuto e carattere educativo di virtù civiche e politiche. La scuola privata non può diffondere virtù politiche nella coscienza individuale per indirizzarla nella realtà storica nazionale.

La riforma Gentile fu quindi sviluppata, e completata sui propri fondamenti ideali e didattici, dalla Carta della scuola, approvata dal Gran Consiglio il 15 febbraio 1939 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 61 dello stesso anno.

Il criterio ispiratore di quella che fu detta la riforma Bottai della scuola è la connessione e l'incontro nella scuola di tutte le forze sociali, dalla famiglia alla categoria economica. Pertanto il lavoro si associa allo studio e all'esercizio fisico nella formazione del carattere e dell'intelligenza e nella preparazione degli uomini capaci di affrontare i problemi concreti della vita e della produzione.

La riforma Bottai riordinava completamente la scuola nei suoi tre ordini, perfezionando tutta l'istruzione del lavoro, dell'educazione artigiana, della preparazione professionale e dell'istruzione tecnica, tanto nella scuola elementare quanto nella scuola media e nella scuola superiore. Largo riordinamento era apportato inoltre all'istruzione artistica e universitaria. Decisiva importanza attribuiva la Carta della scuola alla preparazione degli insegnanti di ogni ordine di scuole e alla serietà degli esami per il passaggio di classe e per le licenze, alla formazione dei testi per le scuole elementari e al controllo ministeriale dei testi per le scuole medie e superiori.

Con queste due riforme, che si integrano e si completano in armonica solidarietà ideale, l'istruzione e l'educazione avevano trovato un punto di incontro, una linea di sutura.

L'ordine costituito nel suo duplice aspetto giuridico e morale trovava nella scuola il suo organo formativo. La scuola non era più soltanto uno strumento di poteri individuali, attraverso lo sviluppo dei poteri mentali; la scuola era la coscienza stessa dell'uomo, la grande arma e la grande speranza dell'individuo e della Nazione. Nelle aule scolastiche vi è sempre stata una presenza politica. Lo Stato liberal-democratico, per ammessa conoscenza di tutti, nel passato e nel presente, ha fatto e fa propaganda di principî liberal-democratici. A questi principî vengono spiegati e distorti gli insegnamenti. Mentre, a esempio, padre Dante ha precipitato, secondo la sua logica e la sua morale cattolica, il traditore Bruto, assassino di Giulio Cesare, accanto a Giuda, traditore di Cristo, nel più profondo baratro infernale, nella scuola di ieri l'altro e di oggi si insegnava e si insegna uno strano culto di Bruto, in piena apologia del delitto politico e senza preoccuparsi delle notorie benemerenze di usuraio, sicuramente riconosciute dalla storia al libertario Bruto. Non si può negare che anche nelle scuole del periodo fascista vi fosse uno scopo di formazione morale e politica. Il fanciullo non può prescindere da una guida, anche nel massimo possibile rispetto di una sua libertà di autoformazione e di autogoverno, come gli acchiappanuvole della restaurazione partitocratica vorrebbero assegnare a imprescindibile dovere della scuola. La scuola è in se stessa una guida e la pratica didattica impone invarcabili limiti all'attività informativa, per aprire il varco della funzione formativa, senza i quali limiti la scuola non può svolgere il suo magistero morale, annulla e nega se stessa. Pertanto non si può pretendere che in questo periodo di restaurazione la scuola sia immune dalla propaganda partitocratica. Ma non si può giustificare la continua deformazione e la continua diffamazione ideale e storica del regime fascista e non si può giustificare che la partitocrazia tolleri oggi la presenza del sovversivismo antinazionale e marxista nella scuola. Moltissime cattedre di storia, di filosofia, di letteratura, nelle scuole superiori classiche e scientifiche, sono cadute in mano a insegnanti social-comunisti e atei, e moltissime cattedre di scuole medie sono anch'esse cadute in mani sovversive. Così la scuola si va schierando contro la famiglia e contro lo Stato, poiché è alla famiglia e allo Stato che l'insegnante sovversivo contende e depreda l'anima del figlio e del futuro cittadino.

In regime fascista la scuola contribuiva a formare l'anima del fanciullo, in solidarietà civile con la famiglia e con lo Stato.

Opera Nazionale Dopolavoro

Un'altra grande, originale istituzione ha lasciato un'orma profonda nella storia del ventennio. L'Opera Nazionale Dopolavoro fu istituita con Regio Decreto Legge 1 maggio 1925, n. 582, ma le organizzazioni dopolavoristiche erano già sorte insieme con le organizzazioni sindacali fasciste sin dal 1921, e nel 1923 la Confederazione nazionale dei sindacati fascisti aveva già istituito un suo ufficio centrale del Dopolavoro allo scopo di dare una soluzione al problema di «promuovere le iniziative di educazione fisica e di ricreazione per le categorie operaie e impiegatizie nelle ore dopo il lavoro». In verità l'idea di predisporre leggi e di creare istituzioni idonee a tutelare e favorire il benessere fisico e lo svago morale dei lavoratori fuori delle fabbriche e delle aziende, per ritemprarne le energie fisiche e spirituali, non era nuova, e se n'era resa interprete anche la Confederazione internazionale del lavoro presso l'Ufficio internazionale del lavoro, istituito nell'ambito della Società delle Nazioni, in applicazione del Trattato di Versaglia. Ma soltanto in Italia, e quindi alcuni anni dopo anche in Germania, questa istituzione sorse ed ebbe vita piena e completa. I compiti assegnati all'Opera dopolavoro dalla legge istitutiva erano i seguenti: promuovere l'istituzione di enti diretti a elevare la coscienza civica dei lavoratori e a migliorarne le condizioni fisiche, mediante attività ricreative intellettuali e sportive. L'attività del dopolavoro si sviluppò specialmente su tre direzioni:

1))

attività artistica, attraverso l'organizzazione di migliaia di filodrammatiche, fra cui primeggiò il Carro di Tespi all'aperto, le associazioni musicali e corali, la radiotelefonia, la cinematografia educativa, il folclore;

2))

l'attività fisica e sportiva, che aveva diffuso fra la gioventù operaia le gare e le manifestazioni sportive, attraverso circa ottomila sodalizi sportivi con oltre tre milioni di iscritti;

3))

l'attività turistica ed escursionistica, mediante la Federazione italiana dell'escursionismo che aveva raggiunto uno straordinario sviluppo, mediante una minuziosa preparazione tecnica e le agevolazioni ottenute sulle ferrovie, sui servizi automobilistici e sulle tariffe degli alberghi. Oltre seimila sodalizi escursionistici con sede in circa settemila comuni avevano avviato alle gite escursionistiche fino al 1936 circa dodici milioni di dopolavoristi, in migliaia e migliaia di viaggi turistici, di visite a città e a luoghi artistici, a stabilimenti, edifici e opere pubbliche di particolare interesse, di pellegrinaggi ai cimiteri di guerra e ai campi di battaglia.

Le ore di riposo e le giornate festive non dovevano più essere trascorse nella noia dei luoghi usati e nella mortificazione dell'osteria, ma potevano essere impiegate nel sano diporto e nella propria educazione spirituale.

Oltre ai dopolavoro comunali collegati in organi provinciali, vi erano i dopolavoro delle aziende industriali, che curavano una particolare preparazione professionale e il migliore affiatamento fra lavoratori e datori di lavoro.

I treni popolari, che hanno portato in visita i lavoratori di tutte le province nelle città più belle e più famose d'Italia, da Napoli a Venezia, da Palermo a Roma, e le palestre sportive in tutti i comuni d'Italia testimoniavano il successo morale e politico del Dopolavoro, che era veramente diventato il grande strumento di elevazione morale e fisica dell'operaio e del contadino italiano.

Nuove masse di sportivi venivano continuamente create nei dopolavoro, tutte aspiranti ai brevetti sportivi e alle competizioni agonistiche individuali e di squadra. L'Italia fece un grande balzo avanti nel ciclismo, nel nuoto, nel podismo e tutta la salute fisica popolare ne risultò incrementata.

L'arte filodrammatica e musicale, l'escursionismo, l'attività ginnastica e sportiva aprirono nuove prospettive, crearono nuovi motivi di interesse e di bellezza nella vita del popolo italiano.

Specialmente per i lavoratori manuali il dopolavoro aprì orizzonti non immaginati. Coloro che avevano per tutta la loro esistenza lavorato soltanto a produrre cose utili, e a faticare per guadagnarsi il pane, dovettero lanciare un grido di esultanza scoprendo che vi erano cose belle e alte, perfettamente inutili dal punto di vista economico.

Lo sport moderno somiglia assai poco alle attività atletiche dell'antichità classica, perché i ludi della Grecia e di Roma erano riti religiosi, manifestazioni etiche e civiche, più che un'attività propria del corpo per la gioia dello spirito.

Lo sport moderno è un'attività senza utilità pratica, agonistica, spettacolare, in cui l'uomo entra in emulazione con altri solo per affermare il proprio essere fisico e psichico. Inoltre lo sport consente di manifestare tendenze e desideri profondi della propria personalità, che la macchinosa e ingombrante organizzazione sociale moderna reprime e vieta all'individuo.

Nello sport vi sono due fattori di eguale importanza: gli atleti e le folle spettatrici. Senza l'interesse e il consenso della folla gli atleti non avrebbero pienezza di energie, senso di emulazione e di aggressività. Davanti alla folla la magnifica inutilità pratica della fatica agonistica rivela tutte le sue caratteristiche di combattività istintiva, di affermazione generosa dell'individuale potenza, specie se si considera che la specializzazione consente che lo spettatore di un determinato sport può diventare l'atleta di un'altra forma di sport.

L'Opera Nazionale Dopolavoro, associando il popolo più minuto e più periferico alle manifestazioni sportive, ha creato un significato sociale e morale dello sport.

Questa nostra civiltà moderna, gravata dall'industria pesante, dalla lotta di classe, dalle manifestazioni artistiche in serie, sarebbe tanto più triste, muta di entusiasmi, priva di colori, senza lo sport che è ormai l'ultima allegrezza collettiva, l'ultima passione popolare e che il popolo deve all'eredità degli anni in cui il dopolavoro gli rivelò questo mondo di magia.

Le moltitudini del dopolavoro, cioè le masse popolari che custodivano nel loro intimo, inconsapevolmente, di fronte a un mondo governato dal principio del tornaconto, il senso della bellezza e della poesia senza reddito economico, un equivalente dell'arte per l'arte, hanno subito sentito che il valore spirituale dello sport era quello di essere, appunto, la sola attività creatrice non utilitaria dell'uomo e del mondo moderno.

Questa è la dignità ideale dello sport.

Certo anche lo sport costa danaro e a ben valutare certi fatti che avvengono oggi in diversi campi dello sport, anche lo sport è diventato, oggi, in parte e per alcuni, un vero e proprio affare.

Ma il danaro dell'impresa sportiva, come quello che il mecenatismo di ogni tempo ha profuso nell'aiuto dell'arte, non produce il materiale profitto economico, che è come il marchio umiliante di tutta la nostra civiltà progressiva, e consente invece agli atleti e agli sportivi di compiere atti e dare esempi di bellezza, di intrepidezza e di umana potenza, di fronte ai quali il danaro investito nello spettacolo sportivo non è che strumento materiale piegato al servizio dello spirito.

Quando l'atleta si scaglia nell'agone disposto a spingere lo sforzo personale di là dai limiti delle proprie forze organiche, egli è veramente un nucleo di pura energia cosciente, una scintilla dell'elemento universale, in cui si manifesta la perfetta spiritualità pratica dello sport.

E le folle sportive, le quali negli stadi, nei velodromi, nelle palestre, nelle strade acclamano con entusiasmo i campioni dello sforzo fisico sostenuto dalla più forte energia morale, rivelano e definiscono plasticamente il senso morale, la significazione sociale dello sport, nel quale l'istinto combattivo dell'uomo, caduto in servitù delle esigenze materiali, non si rassegna alla rinunzia di se stesso e rompe l'assedio permanente della materia.

Lo sport è un'espressione lirica dell'individuo e della folla, una valvola di sicurezza di questa età opaca del progresso tecnico. Vi sono diverse interpretazioni della storia le quali attribuiscono o alle conquiste militari, o allo sviluppo delle competizioni nazionali, o alla lotta delle forze economiche, la causa dello svolgimento dell'uomo e della civiltà.

Ma i caratteri della società odierna sembrano diversi e più complicati. Difficile sarebbe oggi identificare un motivo predominante dello sviluppo del mondo.

Ancora né filosofi né storici hanno preso in considerazione la vastissima attività sportiva di tutti i popoli della terra, come fattore sia pure non primario dei costumi, della sensibilità e quindi della civiltà di questo secolo.

Non è lo svago e la ricreazione individuale di pochi o di molti cultori di esercizi fisici, non è l'igienica e razionale ginnastica consigliata dalla moderna medicina e insegnata nelle scuole.

Qui si aprono più vaste prospettive etiche. Ciò che ferma il contenuto e il valore sociale dello sport è che le moltitudini sportive possiedono collettivamente il senso agonistico dell'emulazione cavalleresca, della sopraffazione leale e meritata, della forza guidata dall'intelligenza.

Mentre i competitori in campo si contendono fino all'estremo respiro della volontà un primato e un traguardo dell'energia muscolare, impiegata secondo una tecnica dettata dall'intelletto, gli stessi contendenti formano un'unità estetica e morale, in quanto coinvolti nel comune sentimento di amore per la gara in se stessa, per il rischio prescelto come prova di forza, per il sapiente impiego delle capacità personali.

Ciò conferisce alla competizione sportiva un carattere di generosità, di sacrificio, a volte di autentico eroismo che si può definire la coscienza morale della forza fisica.

Il permanente dissidio fra le ragioni della carne schiava con le ragioni dello spirito indenne, non è stato mai potuto risolvere da nessuna filosofia materiale. E questo dualismo dei principî vitali divampa ancora nel cuore dell'uomo moderno con violenta intensità, di cui la passione sportiva è forse oggi la massima manifestazione.

«L'anima umana nasce vecchia e diventa giovane; il corpo nasce giovane e diventa vecchio. Ecco la tragedia dell'uomo e della vita». Così ha scritto con profondo intuito psicologico Oscar Wilde, il quale, se ha fatto un pessima fine, concepì tuttavia la sua vita come una brillante competizione sportiva inutile e senza profitto, e fu un profondo critico dell'azione e della contemplazione. Forse la vita non è se non una disperata gara di velocità fra le forze fisiche e le forze spirituali, inscindibilmente lanciate verso un inconoscibile traguardo. E forse soltanto nell'attività e nella passione sportiva, questi due elementi eterni si incontrano e si integrano perfettamente, e nello sport si ricompone per un attimo l'unità universale del mondo e della vita.

Durante il ventennio un dopolavoro emiliano aveva istituito una scuola domenicale di pilotaggio aereo, frequentata da operai chimici e da contadini canapieri. In quei cuori di gente genuina l'aeroplano, su cui forse speravano di conseguire un brevetto, era insieme sport e ala di speranza. Era lo strumento della grande avventura del ragazzo ferrarese diventato l'eroe del regime, era l'arma di Italo Balbo, assurto a simbolo di gloria presso tutti i popoli.

Il riscatto dal pesante lavoro, il viaggio nei domini della fantasia, il sogno di innalzamento personale: motivi spirituali, sociali e politici diversi e convergenti contribuirono a fare del Dopolavoro il fondamento più popolare e più vasto dell'ordine morale del ventennio fascista.

L'Opera Nazionale per la Maternità e l'Infanzia, l'Opera Nazionale Balilla e il Dopolavoro avevano segnato il sistema fascista di certe attribuzioni e di certe caratteristiche di duplice gusto classico e modernissimo, per cui Roma si poteva considerare come un crocevia di secoli e di civiltà, come il più moderno fiore della storia. Ma in Italia un ordine morale e giuridico si deve concludere in una consacrazione intellettuale e Platone è sempre il grande ispiratore del mondo mediterraneo.

Come Richelieu pensò di concludere con la creazione dell'Académie Française l'edifizio della monarchia nazionale francese, così Mussolini volle consacrare in un organismo di cultura la sua opera politica. E sorse l'Accademia d'Italia dove entrarono gli uomini più illustri della scienza, della letteratura e dell'arte e dove i grandi vanti del genio italiano portarono la loro adesione al Fascismo, primi fra tutti D'Annunzio, Marconi, Pirandello e Mascagni.

L'Accademia d'Italia fu istituita con il Decreto Legge 7 gennaio 1926, n. 87, convertito in legge 25 marzo 1926, n. 496.

L'Accademia, dalla sua culla ellenica era approdata in Italia e quivi aveva fiorito nell'età del Rinascimento. Dopo che Giustiniano aveva soppresso nel sesto secolo la Scuola d'Atene, era scomparso l'ultimo centro di sviluppo e diffusione del pensiero antico e solo quasi mille anni dopo a Roma, a Firenze, a Napoli, a Venezia risorse l'Accademia, più frequentemente letteraria, ma anche scientifica. Nelle accademie rinacquero l'ellenismo e il mondo classico, e sullo schema delle accademie italiane si formarono le accademie di Spagna, d'Inghilterra, di Germania, di Francia, degli altri paesi d'Europa e nell'America del Nord.

Per questa ragione Mussolini non creò una grande istituzione culturale dal nome moderno e volle invece l'Accademia d'Italia.

Nella sfera del pensiero e dell'arte non si incrementa lo sviluppo delle dottrine, non si compongono le nuove opere d'arte se non si dà piena libertà al genio individuale e non si metta a sua conoscenza il patrimonio della tradizione.

L'Accademia fu istituita ufficialmente nel 1926, ma soltanto il 28 ottobre 1929 essa fu inaugurata e nominati i primi trenta accademici.

Era suddivisa in quattro classi: scienze morali e storiche; scienze fisiche, matematiche e naturali; lettere; arti. Ogni classe si componeva di quindici accademici.

L'articolo 2 della legge istitutiva disponeva: «L'Accademia d'Italia ha per scopo di promuovere e coordinare il movimento intellettuale italiano nel campo delle scienze, delle lettere e delle arti; di conservare puro il carattere nazionale, secondo il genio e la tradizione della stirpe, e di favorirne l'espansione e l'influsso oltre i confini dello Stato».

Dunque il compito di coordinazione fra gli istituti esistenti; di propulsione intellettuale; di difesa del genio e dello spirito nazionale nelle forme in cui esso si manifesta e si attua; di tutela dell'opera intellettuale italiana oltre i confini dello Stato, per affiancare gli autori e gli studiosi a vincere gli ostacoli della preordinata ostilità xenofoba.

L'Accademia d'Italia doveva rappresentare e riassumere tutte le attività dell'intelletto e del pensiero nazionale, stimolare e premiare il nuovo nella letteratura, nell'arte e nella scienza, concorrere a formare un fronte unico dell'intellettualità italiana di fronte alle organizzatissime intellettualità di tutti gli altri Stati, per affermare l'individualità morale della Nazione e quindi agevolare gli indispensabili rapporti di scambio di idee e di valori spirituali con gli altri popoli.

Lo Stato, come interveniva nella vita economica e nei rapporti fra le categorie sociali, poteva e doveva intervenire nel mondo della cultura e della creazione artistica, specie nella sfera artistica e culturale libera, dove lo Stato non era mai entrato e dove tuttavia, nell'abbandono e la povertà in cui giacevano intellettuali e artisti nobilissimi, l'intervento della suprema autorità era invocato e quasi insperato.

L'Accademia d'Italia ha nobilmente operato, suscitando energie, consacrando nuovi alfieri del pensiero e della scienza.

Ma il capolavoro del regime nell'ordine morale e giuridico fu la stipulazione dei Patti del Laterano, che stabilirono le nuove fondamenta dello Stato nella coscienza civile e religiosa dell'individuo e di tutto il popolo italiano. In un certo senso lo Stato italiano autonomo e sovrano nel pensiero e nella storia è nato soltanto l'11 febbraio 1929, dopo sessant'anni di dissidio con la Chiesa, la quale ne contestava la legalità e ne minava le basi morali nella coscienza individuale dei cattolici, sempre turbata dal dubbio sulla priorità della doverosa obbedienza all'una o all'altra delle due potestà contrastanti. I Patti del Laterano, stipulati l'11 febbraio 1929, e quindi nel 1947 inseriti nella Carta costituzionale della Repubblica, hanno avuto e avranno un'incalcolabile influenza morale e politica nella vita della Chiesa e dello Stato italiano, e assumono pertanto valore storico di portata universale. In questo periodo sembrano riprendere vigore le critiche ai Patti del Laterano, di chi ritiene che seppure il Trattato ha cancellato l'ipoteca ecclesiastica su Roma, ciò non compensa il Concordato, che avrebbe vulnerato la sovranità dello Stato e consentito lo sviluppo eccessivo delle forze politiche che ora si riassumono nella Democrazia Cristiana.

Circa la prima questione non sembra che l'insegnamento religioso nelle scuole, gli effetti civili attribuiti al sacramento del matrimonio e il riconoscimento giuridico degli organismi dell'Azione Cattolica possano rappresentare i dati di un'ingerenza della Chiesa nella sovranità dello Stato.

L'insegnamento religioso, anche se impartito da insegnanti approvati dall'autorità diocesana, non deve diminuire ma coadiuvare la funzione educatrice dello Stato. In materia di matrimonio non è il diritto canonico che si sostituisce al diritto italiano, ma è il sacramento del matrimonio che sotto il sigillo del codice italiano acquista validità civile.

Per quanto riguarda l'Azione Cattolica, si tratta di «un'immediata dipendenza della gerarchia della Chiesa», come precisa l'articolo 43 del Concordato, e pertanto essa non poteva non essere riconosciuta in un negoziato con la Chiesa medesima.

Ma si debbono considerare i caratteri e gli scopi dei Patti del Laterano, i quali sono interdipendenti e come tutti i patti hanno comportato uno scambievole “do ut des”.

Vale il commento di Giovanni Gentile per il quale la Santa Sede arrivò al Trattato attraverso il Concordato, e viceversa l'Italia arrivò al Concordato attraverso il Trattato. In ciò si riassume l'importanza storica della Conciliazione.

Era anacronistico credere che si potesse tenere aperta la questione romana, confermando il principio della separazione tra Chiesa e Stato e confermando la validità della formula di Cavour — libera Chiesa in libero Stato — sviluppata poi da Giolitti in quella delle «parallele che non si incontrano mai»; cioè la separazione fra la coscienza etica e la coscienza religiosa, la «separazione dell'ordine civile dall'ordine spirituale» come Giolitti fece dire a Vittorio Emanuele III cinquant'anni or sono, nel discorso inaugurale della legislatura.

La formula di Cavour era giusta perché al suo tempo esisteva ancora il potere temporale che Machiavelli aveva considerato il grande ostacolo all'unificazione politica della Nazione. Ma scomparso il potere temporale, il conflitto fra la Santa Sede e lo Stato non aveva più alcun senso storico, si degradava in anti-clericalismo e anti-religiosità, col rischio continuo di spezzare la coscienza individuale e nazionale.

Il principio di libertà non era più in causa, in quanto la Chiesa vive nello spirito libero ed eterno, e in quanto lo Stato crea e garantisce i diritti di libertà.

Inoltre l'ordine civile, cioè lo Stato, non può essere concepito al di fuori di un ordine spirituale, e non si può infine dividere la coscienza unica e unitaria dell'individuo, in cui lo Stato affonda le sue radici morali.

Vi era dunque una sola separazione moralmente possibile e giuridicamente precisabile e cioè: potere politico dello Stato e missione religiosa della Chiesa; che è un problema essenzialmente italiano, perché nei confini dello Stato italiano vi è la Santa Sede del Vicario di Cristo. La domanda dei cattolici e l'esigenza dello Stato italiano non era la separazione del principio confessionale e del principio laico, ma il riconoscimento e la codificazione concorde delle rispettive funzioni della Chiesa e dello Stato.

Presentando i Patti al Senato, Mussolini spiegò: «Vi sono dunque due sovranità ben distinte e ben differenziate, perfettamente e reciprocamente riconosciute». Egli inoltre previde che qualche attrito si sarebbe potuto registrare sul piano del Concordato, che avrebbe, però, trovato sempre uno sbocco, mediante la buona volontà delle alte parti contraenti. Nel '31 un attrito, infatti, ci fu tra la Santa Sede e l'Italia e fu rapidamente superato in una specie di piccola riconciliazione. E questo episodio conferma la vitalità e la validità morale e politica della Conciliazione.

Se si può ritenere che il Concordato costituisca le premesse delle fortune politiche democristiane, si deve subito ammettere che il Trattato ha bloccato e impedito ogni tardiva e retriva riesumazione del neo-guelfismo, sotto forma di regime democristiano.

Se nel 1945, al tempo dell'occupazione franco-anglo-russo-americana, non fosse stata risolta la “questione romana”, forse assai diverso sarebbe potuto essere l'orientamento politico dei partiti e quello del vincitore straniero.

Si tenga presente che fino all'11 febbraio 1929 tutte le Cancellerie europee non avevano mai rinunziato a considerare la questione romana come una questione sempre aperta, che gravava come una passività politica e un intralcio diplomatico su tutti i rapporti internazionali dell'Italia.

L'autonomia e la sovranità ideale e storica dello Stato hanno resistito soltanto nel quadro della Conciliazione a tutti gli attentati interni ed esterni del dopoguerra, salvaguardando la coscienza unitaria, civile e religiosa del popolo italiano. La sopraffazione politica che la restaurazione partitocratica sta forse per stabilire, con la collusione fra Democrazia Cristiana e socialismo, sarebbe un attentato morale ai Patti del Laterano.

Né il principio confessionale né il principio laico o anticlericale hanno più funzione e più ragione d'essere, in Italia, dopo la Conciliazione, se non in contrasto con essa, mettendone quindi in discussione e le ragioni e gli scopi storici e politici.

Solo uno statista quale Mussolini, munito di quasi illimitati poteri e di illimitata fiducia da parte della pubblica opinione, fu in condizioni di risolvere la questione romana e di gettare le fondamenta di una politica concordataria fra la Chiesa e lo Stato. Soltanto uno Stato forte, munito della ferma volontà di svolgere la propria funzione, può sviluppare una tale politica per la tutela e la difesa degli interessi morali della Nazione.

In questo periodo di crepuscolo dell'autorità e della sovranità dello Stato, i Patti del Laterano rappresentano un impulso permanente a rinnovellare la forza dello Stato, e anche in tal senso essi rappresentano un altissimo contributo alla ricostruzione delle fortune del popolo italiano.


 

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