Cultura occidentale

(a cura di Benedetto Brugia)


La Grecia antica

- Sparta

- Atene

- Socrate

- Platone

- Senofonte

- Aristotele

I Romani

- Quintiliano

- Plutarco

La Grecia antica

Con la Grecia si apre certamente un periodo di civiltà in cui i valori spirituali dell'uomo acquistano una forma più precisa, elevata, universale e la natura dell'uomo e la sua destinazione e quindi la sua conseguente formazione sono da insigni filosofi particolarmente studiate e approfondite. Il problema educativo viene perciò anch'esso affrontato, tra gli altri, con chiarezza e decisione: e ha perciò i suoi caratteri specifici che sono l'armonico sviluppo dell'individualità: armonia nella vita corporea e in quella spirituale e delle due forme fra loro e la preparazione morale compiuta in diretto contatto con la vita. L'educazione assume poi in Grecia una particolare importanza, perché non è responsabilità dei soli genitori e maestri, ma di tutta la città, dello Stato. Il carattere più evidente dell'educazione greca è quello che ancor oggi dicesi liberale, vale a dire di un'educazione degna di uomo libero, che faccia assegnamento sulle forze proprie e sappia bene usare della sua libertà. Perciò i Greci curarono lo sviluppo dell'individuo e della sua personalità sotto ogni aspetto: fisico, intellettuale, morale ed estetico. Purtroppo però questo sviluppo individuale e il privilegio dell'educazione erano concessi soltanto agli uomini liberi, agli eletti, venendo così negati alla grande massa della popolazione. A sua volta, tuttavia, l'individuo era sotto il dominio dello Stato che aveva contribuito alla sua formazione; egli non è padrone di sé, non appartiene alla famiglia, ma solo alla sua città, che deve servire con tutte le energie perché essa diventi grande e forte. L'educazione politica e patriottica ha nella Grecia antica la sua più ampia e alta espressione. Questo ideale però assunse aspetti alquanto diversi nelle due maggiori città: Sparta e Atene.

Sparta  - A Sparta l'organizzazione educativa, che risale a Licurgo (889 a.C.), mirava a formare il cittadino coraggioso, resistente, di ferrea volontà, ma assolutamente soggetto allo Stato: ognuno doveva essere soldato, dedito alla difesa della patria. Anche la donna spartana doveva gareggiare nella devozione alla patria, sino al sacrificio. Il bambino aveva in casa un severo allevamento fisico e una rigida educazione morale fondata sull'esempio, tanto pur troppo che, se fosse apparso debole o mal formato, era votato alla morte. A sette anni incominciava la sua educazione statale, che durava a lungo sotto la cura di un pedonomo e dei suoi assistenti in pubblici edifici a spese della città. In essa dominava specialmente la formazione fisica: corpo indurito con cibo frugale, con esercizi quotidiani di ginnastica e di giuochi, con durezza di trattamenti e persino con l'uso dello staffile come strumento normale per abituare alla sottomissione e alla sofferenza senza un lamento. Educazione quindi, anche morale, diretta alla formazione di una grande forza di volontà. Non molto valore invece era dato al sapere, che si limitava alla necessità del leggere, dello scrivere, del conteggiare; anche l'arte della parola era ridotta alla più semplice espressione, donde la proverbiale brevità laconica; la musica era contenuta in canti e danze di carattere religioso e patriottico. A dodici anni il giovinetto riceveva la toga virile e veniva incaricato di servizi diversi in favore della città.

Atene - Ad Atene, più integrale lo scopo e più numerosi i mezzi. Ivi il cittadino, pur avendo obblighi verso lo Stato, non ne era così tirannicamente dominato; inoltre la cultura fisica era armonizzata con quella intellettuale. L'educazione del bambino sino ai sette anni era esclusivamente affidata alla famiglia — alla madre o anche a nutrici o a schiave — e, come a Sparta, essa era specialmente fisica, con lo scopo di assicurare fanciulli robusti. L'addestramento avveniva nella casa o sulla strada mediante giuochi puerili, in gran quantità, quali sono in parte usati ancor oggi: palla, cerchio, aquilone, trottola. A circa sette anni incominciava poi la vita della scuola — scuola di musica, che comprendeva ogni aspetto della cultura intellettuale, e di ginnastica — sotto un pedagogo, che accompagnava e sorvegliava il fanciullo nei suoi compiti scolastici. Oltre i giuochi infantili erano in uso molti altri esercizi, coi quali i Greci raggiungevano non solo lo sviluppo fisico, ma anche importanti risultati morali, ottenendo un mirabile equilibrio tra il corpo e lo spirito, tra la vita interiore e la condotta esterna. Non si perdeva di vista mai il fine morale dell'educazione che si promuoveva in modo assai semplice, mediante il contatto del bambino con l'adulto, modello vivente, atto a stimolare col suo esempio la formazione della personalità. L'educazione era soprattutto attività: agire e agire con piacere, più che insegnare. Attraverso l'esempio e l'azione si apprendeva l'essere cortesi, temperanti, padroni di sé; in seguito veniva l'insegnamento.

Come appare subito, nel fanciullo gli antichi non vedevano qualche cosa che ha valore in sé, nel suo particolare sviluppo costruttivo, ma specialmente la mancanza dell'adulto, l'uomo, insomma, non ancora maturo e formato. I bambini erano considerati come lontani e difformi dal tipo completo che è l'adulto; la loro età come immatura e imperfetta.

Gli istituti educativi ateniesi erano:

a))

la palestra, nella quale si compiva l'educazione fisica mediante specialmente il “pentathlon”, che comprendeva la lotta, la corsa, il salto, il lancio del disco e quello del giavellotto, in modo da imprimere agilità, fortezza, armonia di atteggiamenti;

b))

la didascalia o scuola di grammatica, dove si apprendeva il leggere, lo scrivere, il compitare, la musica. I primi elementi del leggere e dello scrivere si imparavano all'incirca come presso di noi, coi metodi alfabetico e sillabico; l'uso dell'accento rendeva la lettura armoniosa. Si dava importanza alla bella lettura: l'autore preferito Omero;

c))

il ginnasio, nel quale entrava a sedici anni il fanciullo ricco, mentre il povero si dava a un mestiere. Ivi l'adolescenza sviluppava l'educazione già avuta ampliando e intensificando lo studio della musica, comprendente allora tutte le arti: poesia, dramma, oratoria, storia ecc.; aggiungendovi l'apprendimento della filosofia. Anche gli esercizi ginnastici divenivano più complessi.

A diciotto anni la preparazione era coronata dall'entrata del giovine nel numero degli efebi e prestando il servizio militare. A questi caratteri generali dell'educazione greca giova aggiungere qualche particolare tratto dai grandi filosofi e moralisti della Grecia: Socrate, Platone con Senofonte, Aristotele; i quali ci hanno lasciato profondi pensieri anche in fatto di pedagogia.

Socrate (469-399 a.C.) - È il primo grande maestro dei Greci, il quale suggellò con una morte serena, rivolto il pensiero all'immortalità dell'anima, i suoi alti ammaestramenti. Egli ebbe il merito di volgere l'attenzione dai problemi del mondo sociale e della natura esteriore alla conoscenza della nostra natura interna, della nostra vita spirituale. «Conosci te stesso» è il punto di partenza per ogni altri sapere. E contro il succedersi mutevole dei fatti, sostenne i caratteri necessarî e universali della scienza e della morale. Il senso profondo dell'educazione consiste perciò, secondo lui, nello sviluppo della personalità spirituale che educata accetterà spontaneamente le leggi della sua natura superiore o, in altre parole, obbedirà ai dettami della ragione. E il metodo per giungere a questo scopo non è un esercizio meccanico di atti virtuosi o un arricchimento passivo di cognizioni, ma una scoperta diretta della verità, una conquista propria della virtù. Insomma, questo è il metodo attivo praticato nel famoso dialogo socratico. Il quale procedeva per due direzioni: la negativa, detta ironia, destinata a convincere dell'errore; la seconda, positiva, diretta a far sorgere la verità, detta appunto maieutica o arte di far nascere le idee. Usava Socrate iniziare bellamente una conversazione chiedendo informazioni e scoprendo così le opinioni del suo interlocutore; poi, via via, con accorte interrogazioni, mettendolo di fronte alle conseguenze assurde delle sue credenze, lo induceva a convincersi e a riconoscere egli stesso la fallacia del suo sapere. Liberato, in tal modo, il campo dall'errore, con ulteriori interrogazioni, faceva spuntare il germe della verità. Per giungere a questo risultato Socrate non assumeva atteggiamento cattedratico, come di colui che sta di fronte a chi non sa, del maestro sapiente di fronte allo scolaro ignorante; ma si dava l'aria anche lui di non sapere per avvicinarsi agli altri, per meglio accostarli, per apprendere anch'egli da loro quello che non sapeva. Gradatamente le parti s'invertivano, e quando l'interlocutore con fare sicuro e ardito esponeva il suo sapere, Socrate lo induceva ad andare più in fondo interrompendolo con la domanda: «Ma che cosa è questo?». Sarebbe occorsa una risposta precisa; invece quasi sempre era superficiale, evasiva, equivoca. E allora Socrate cercava di far nascere la verità.

La ricerca socratica diventava così collaborazione di spiriti, lo spirito dell'alunno e quello del maestro, in continuo moto e fermento alla conquista del sapere. Qui il dialogizzare aveva il suo vero significato: discussione e contrasto che mettevano le anime in movimento sino a che si acquietavano nel reciproco consenso della verità. Finalità: lo sviluppo della facoltà di pensare. Tutto il processo socratico si suol chiamare euristica o arte di trovare, perché conduce alla scoperta del vero.

Questo il metodo socratico rivelatoci traverso ai dialoghi di Platone, perché, com'è noto, Socrate non lasciò alcuno scritto: metodo che venne sempre proposto e raccomandato nell'educazione, allo scopo di generare la capacità di pensare, a creare menti atte a trarre da sé la verità piuttosto che a ricevere conclusioni bell'e fatte; questa l'arte difficile, sino allora ignorata, del cosciente educatore; metodo di ricerca e non di esposizione, di addestramento e non di abitudine, attivo e non passivo. Importantissimo adunque, come principio, anche se non applicabile nei singoli particolari, per lo sviluppo intellettuale del fanciullo. Anche perché Socrate affermò con l'esempio la superiorità del discorso parlato su quello scritto, giacché svolse la sua attività nella conversazione con la discussione. Ed è appunto la conversazione, o dialogo, uno dei mezzi più efficaci per l'educazione dell'infanzia.

Platone (420-348 a.C.) - È il grande discepolo di Socrate, quello che ce ne ha tramandato la dottrina e continuata l'opera, il fondatore dell'Accademia, l'autore dei famosi e bellissimi Dialoghi. Il sistema filosofico di Platone, al quale s'informa naturalmente anche la sua dottrina pedagogica, è l'idealismo, così detto oggettivo per distinguerlo da quello moderno che è soggettivo. Sostiene cioè Platone che da un lato noi viviamo per mezzo dei sensi, in contatto con la realtà esteriore particolare e mutevole, e dall'altro per mezzo dell'intelligenza, con una realtà interiore, universale e immutabile; e quest'ultima è appunto l'idea. Le nostre idee non sono derivate dall'esperienza sensibile, ma da un mondo superiore in cui si trovano i tipi perfetti, che sono precisamente i modelli di tutte le cose, quali ci servono appunto a giudicare delle cose stesse: così, a esempio, noi giudichiamo che certe azioni sono belle, buone, giuste, perché partecipano di quei tipi assoluti che sono la bellezza, la bontà, la giustizia. L'anima nostra, prima di entrare nel corpo, è vissuta in questo mondo superiore delle idee e ne ha conservato la memoria, che viene ridestata poi dall'esperienza sensibile. Le interrogazioni del maestro, nel dialogizzare tipo socratico, hanno la stessa funzione di svegliare le idee. L'aspetto pratico della dottrina pedagogica di Platone segna due momenti: uno ideale e utopistico, dato dal Dialogo sulla Repubblica; l'altro realistico e positivo, tracciato nel Trattato delle Leggi. L'ideale educativo della Repubblica consiste nel fare in modo che l'intelletto moderi le passioni e i desideri sfrenati, e l'uomo con la saggezza, la fortezza e la temperanza raggiunga il trionfo della giustizia. Anche nella società ci sono tre classi, caratterizzate da queste tre doti: quella dei filosofi, dei guerrieri e dei produttori; e il raggiungimento della giustizia sociale potrà avvenire soltanto col retto governo dei filosofi, con la difesa dei guerrieri e con la moderazione dei produttori.

Ora, in questa Repubblica il bambino è dello Stato, della collettività: nozze di Stato e allevamento di Stato. Dominato il filosofo dall'idea che è giustizia soltanto ciò che è coordinato allo Stato, vale a dire alla comunità, immagina essere lo Stato che regola il matrimonio ammettendovi solo chi abbia l'età idonea e i requisiti psichici richiesti, lo Stato che dà sanzione civile e religiosa alle nozze dalle quali verrà una prole riconosciuta dallo Stato medesimo, giungendo perciò sino alla soppressione degli infanti non riconosciuti, mentre si provvede all'allevamento degli altri. Tutto vi è regolato con lo scopo del migliore possibile allevamento umano.

A questi bimbi così riconosciuti si impartisce un'educazione in comune, come comune è l'allevamento, sottratto alle madri e affidato a nutrici di Stato. Questa comune educazione avviene a mezzo della ginnastica e della musica, l'una per il corpo, l'altra per l'anima. Una ginnastica che sia destinata a eliminare i deboli e rafforzare i gagliardi, giacché il corpo sano e forte consente lo sviluppo anche delle energie spirituali. E per l'anima, scopi analoghi spettano alla musica, la quale altro non è che il complesso delle arti e delle scienze: arti e scienze che devono essere regolate sin da principio, sin dalle forme più umili come le fiabe pei bambini; le quali debbono avere scopo educativo e religioso. Non dev'essere permesso che i fanciulli ascoltino tutte le fiabe che capitano e accolgano nell'anima credenze opposte a quelle che dovranno avere quando saranno maturi; giacché le impressioni e le credenze provate e accolte a quella età tendono a essere incancellabili e immutabili. E però Platone giungeva a bandire dalla prima educazione anche l'arte di Omero.

Da queste prime cure si passa poi a una seconda fase di educazione, da un lato militare diretta a dare al guerriero sanità e forza di resistenza; dall'altra scientifica (aritmetica, geometria, astronomia, musica) e filosofica, consistente nella ricerca della natura delle cose, nello studio del bene infinito che è Dio, del bello, del vero.

Occorre anche aggiungere che, nel libro VII della Repubblica, Platone afferma che non si devono educare i fanciulli per forza, ma come se giuocassero, per essere in grado di scorgere a che cosa ciascuno tenda per propria natura. Educazione dunque secondo le tendenze naturali e per ispontanea attrattiva, scorgendosi nel giuoco le inclinazioni individuali. Che altro fa l'educazione infantile moderna?

Ma non si può non rilevare la spietata durezza con cui dai beni della Repubblica sono esclusi i deboli del corpo; appare legge tanto più dura a noi, dopo le elevate inspirazioni della carità cristiana e dell'umana fratellanza.

Le Leggi sono l'ultima e più matura espressione del pensiero politico e pedagogico di Platone, che trae partito dalla trascorsa esperienza. L'intento pratico lo costringe a rinunziare in parte all'ideale della Repubblica: che non è però del tutto rinnegato, ma in certo senso modificato.

Anche qui lo Stato essendo fondato sulla virtù, il problema dell'educazione ha importanza capitale; e alla prima età sono riservate le maggiori e più affettuose cure. Ivi si conferma che la buona educazione «deve assolutamente mostrarsi capace di far raggiungere ai corpi e alle anime tutta la bellezza e l'eccellenza che sono in grado di conseguire». Obbiettivo questo che bisogna proporsi e cominciare a conseguire sin dall'infanzia: età importantissima, unica per ampiezza nello sviluppo umano.

Anzi, le cure per la formazione dei figli devono iniziarsi anche prima della nascita con la madre; la quale deve evitare le emozioni troppo vive e conservarsi in uno stato di serenità e di calma, ché eventuali scosse possono avere influenza sul nascituro. E al bambino converrà evitare nei primi anni i dolori, le paure, le afflizioni in genere, come anche le soverchie mollezze e i piaceri, giacché allora appunto si forma e si insalda il carattere sotto l'influenza delle abitudini.

Principî fondamentali dell'educazione infantile, così del corpo come dell'anima, il nutrimento e il movimento, quanto più è possibile. Anche per l'anima? Certamente, giacché nutrimento e movimento influiscono sull'umore buono o cattivo che sono parte non trascurabile della buona e della cattiva disposizione dello spirito.

Dai tre ai sei anni i bambini converranno insieme in luoghi appositi — quelli di ciascun quartiere nel medesimo luogo — sotto la sorveglianza delle loro nutrici per trastullarsi e divertirsi con giuochi loro appropriati. Dopo i sei anni si separeranno i due sessi e cominceranno i primi rudimenti dell'istruzione.

Né paiano queste piccole e trascurabili cose: no, bisogna «sin dai teneri anni indirizzare l'uomo alle virtù, rendendolo amante e desideroso di divenire cittadino perfetto, che sa comandare e obbedire secondo giustizia». E però è necessario che donne appositamente scelte, come fossero altrettanti magistrati, sorveglino i giuochi e l'allevamento dei bambini.

Vi è dunque nel pensiero di Platone l'affermazione di un alto ideale educativo, di un giusto equilibrio tra la dottrina della fatica e quella del lavoro dilettevole, dell'importanza dovuta alla nutrizione e al movimento, del valore del giuoco e persino quella di una giovevole educazione gioiosa in comune dai tre ai sei anni, che altro non è se non l'idea dell'istituto infantile.

Platone poi è filosofo, ma è anche poeta; ama l'infanzia, ne difende la libertà, vuole rispettate le differenze individuali, riconosce che la musica e la poesia hanno su di essa un grande fascino; presta attenzione al pianto dei bambini, al loro primo linguaggio, al giuoco: si preoccupa di procurar loro un ambiente di calma, di gioia, di vita disciplinata. Tutto in parole alate e commoventi.

Molti di questi suoi ideali si troveranno in educatori di tutti i tempi.

Senofonte (430-355 a.C.) - Non è fuori di luogo ricordare anche quest'altro insigne discepolo di Socrate, per alcuni suoi studi di carattere educativo. L'Economico, breve scritto di particolare importanza per la donna, giacché è un quadro ideale del focolare domestico.Ivi la fanciulla viene preparata da saggi consigli alla sua vita di casa; la sobrietà, il lavoro, l'ordine, l'economia, la bontà, la cura dei figliuoli saranno le sue virtù famigliari. Il marito sarà il suo compagno e coadiutore in questo piccolo regno domestico. È il ritratto della casa di una compiuta sposa e madre greca: si direbbe un piccolo trattato di economia domestica. Notevole anche la Ciropedia, storia romanzata dell'infanzia del persiano Ciro, educato spartanamente alla vita militare, quasi contro le mollezze alle quali si erano abbandonati gli Ateniesi del tempo suo. Anche l'altro scritto, il Cinegetico, si propone di reagire contro la vita oziosa esaltando davanti alla gioventù l'esercizio della caccia, che rinvigorisce il corpo, lo abitua alla resistenza contro le intemperie e dà allo spirito franchezza e vigilanza. Tipo di libro sportivo.

Aristotele (384-322 a.C.) - Discepolo di Socrate e di Platone, maestro di Alessandro Magno, fondatore di una scuola superiore al ginnasio, il Liceo, dove istruiva i suoi alunni passeggiando, donde il nome di «scuola peripatetica»; autore di molte e grandi opere. Di queste ci interessano specialmente La Politica e l'Etica, nelle quali si trovano le sue idee pedagogiche. Per comprendere il suo pensiero, bisogna ricordare che Aristotele cercò di eliminare l'antitesi, che esisteva nella dottrina platonica, tra il reale e l'ideale. Per lui le idee non sono già fin dalla nascita nel nostro spirito, ma è l'intelletto che le astrae dalle cose sensibili. La nostra intelligenza non vede soltanto, a esempio, un determinato fiore, ma trae dai fiori, mediante l'astrazione, l'idea generale di fiori nascosta, a così dire, sotto i particolari. Non vi è dunque nulla nell'intelletto che prima non sia stato nei sensi. E però, movendo ogni cognizione dai sensi, bisognerà in educazione rivolgersi prima a questi, partendo dal concreto per arrivare all'astratto: il che non è altro che il primo principio del metodo intuitivo. Ma, venendo in particolare al suo pensiero pedagogico, anche per Aristotele l'educazione è funzione dello Stato. Solo vivendo nello Stato e per lo Stato l'individuo può attuare tutto il suo valore di uomo. Perciò chi nulla può dare allo Stato va eliminato: quindi il diritto di soppressione dei bambini deformi e la schiavitù. Ed esclusi dall'educazione erano i poveri e gli schiavi.

Queste crudeltà, dovute alle opinioni del tempo, sono fortunatamente superate dall'alto ideale morale che Aristotele ha dell'educazione; la quale deve avere di mira la formazione dell'anima alla pratica della virtù, senza di che l'uomo diventerebbe la peggiore delle creature.

Scopo da raggiungere nella vita secondo Aristotele è il benfare, la bontà dell'azione che rappresenta l'aspetto sociale dell'idea; bisogna, insomma, non solo aver conoscenza della virtù, ma esplicarla praticamente. La quale esplicazione dell'ideale nella vita reale costituisce la felicità.

Mezzi per raggiungere questa felicità sono le disposizioni naturali e la buona educazione. Quindi per conoscere come si possa attuare un piano educativo occorre conoscere quale sia la natura dell'uomo da educare. Nello sviluppo, adunque, bisogna distinguere come tre momenti: anzitutto la vita fisica o del suo organismo; indi l'istinto, la sensibilità, o la parte irragionevole dell'anima; da ultimo la parte razionale o l'intelligenza. In questo processo l'impulso e il desiderio si manifestano sin da primi anni, mentre l'intelligenza e il ragionamento si producono più tardi. Ora, conformemente a questi tre momenti dello sviluppo, bisogna graduare anche il processo dell'educazione: onde il corpo deve essere oggetto delle nostre cure prima dell'anima, e però sin dall'infanzia; dopo verrà la parte dell'anima che è sede dell'istinto, e così via. Non che vogliasi con ciò materialmente disgiungere queste parti, ma solo distinguerle; ché anzi nelle cure relative alla parte sensibile bisogna aver sempre presente l'intellettuale, come in quelle dell'anima il corpo.

Fedele a questo programma e da esperto naturalista Aristotele impartisce notevoli precetti circa l'educazione fisica. La quale investe gli stessi genitori, prima della nascita del figlio, con una regola legale dei matrimoni, con la proibizione di unioni immature o troppo avanzate, con l'indicazione delle epoche più adatte al matrimonio, e con saggi consigli d'igiene alla madre in attesa del nascituro.

Nati i figliuoli, grande importanza viene data anzitutto all'allattamento materno e poi alla nutrizione in genere; quindi agli esercizi del corpo proporzionati all'età. Al quale proposito Aristotele afferma per primo la teoria dell'indurimento: abituare i fanciulli al freddo e immergerli in bagni freddi; avvezzarli gradatamente a sopportare le contrarietà dell'ambiente; far loro compiere tanto moto quanto occorre per vincere il torpore del corpo. Non impedire, invece, le grida e i pianti che giovano molto allo sviluppo, essendo in qualche modo come la ginnastica dei corpi.

Sino ai cinque anni, tra le varie forme d'attività, importanti sono i giuochi che devono essere adatti e convenienti, non faticosi né molli; e poiché bisogna tener conto, anzi gran conto delle prime impressioni, appositi incaricati, chiamati pedonomi, si prenderanno cura dei racconti e dei discorsi che debbono essere uditi dai fanciulli; mentre il legislatore dovrà proibire il turpiloquio, massime in presenza di fanciulli, e gli spettacoli comunque licenziosi.

Sino ai sei anni il bambino va educato in famiglia: dopo, subentra l'educazione pubblica sorvegliata dallo Stato, pur rimanendo sempre la famiglia responsabile dell'educazione morale. La quale è da Aristotele tenuta in altissimo conto; onde la raccomandazione di formare accuratamente le abitudini della prima età.

Ulteriori gradi dell'educazione sono: dai sette ai quattordici anni un insegnamento che comprendeva la lettura, la scrittura, la grammatica, il disegno, la musica; dai quattordici ai ventuno un'istruzione superiore scientifica: la letteratura, la storia, la filosofia, la politica, le scienze fisiche e naturali. Caratteri dell'insegnamento: la liberalità e il disinteresse materiale.

Non dobbiamo infine tacere che Aristotele criticò aspramente le utopie comuniste della Repubblica di Platone, specialmente la comunanza dei figli che si risolve in una mancanza di doveri dei genitori verso di loro, riaffermando così i diritti della famiglia e degli individui. Del resto, Aristotele per più versi si oppone a Platone, nella dottrina e nel metodo. Idealista Platone, realista Aristotele; Platone cerca la verità con le speculazioni della mente, Aristotele nei fatti obbiettivi della natura e della vita; Aristotele insomma rivede al lume del buon senso gli ideali di Platone.

Pure, il fanciullo in Aristotele è un essere troppo incompleto: con la distinzione tra la sensibilità e la ragionevolezza si tiene troppo a lungo il bambino nel regno del sensibile e del vegetativo; il bambino è sì, traverso al giuoco e all'imitazione, suscettibile di abitudini che regolino le sue disposizioni naturali, ma non ancora vero soggetto di istruzione.

I Romani

I Romani

- Quintiliano

- Plutarco

L'educazione dei Romani fu, come l'indole loro, eminentemente pratica, diretta cioè a realizzare i loro ideali; la loro azione rivolta alle virtù positive: il rispetto degli Dei e della famiglia, la forza d'animo, la serietà, l'onestà, la giustizia. I Romani avevano un senso profondo della religione che incominciava a essere coltivato nella famiglia con la venerazione dei patri Lari e proseguiva con la partecipazione alle cerimonie sacre e ai cori nelle feste solenni. Religione che era ossequio ai voleri divini da cui dipendevano i destini di Roma e che era perciò mezzo potente di formazione etica e politica. Questa educazione eminentemente morale era data quasi tutta dalla famiglia; il padre e la madre erano i veri responsabili della preparazione fisica e spirituale dei fanciulli. La famiglia per il Romano era il centro più caro degli affetti, l'orgoglio delle sue intime aspirazioni. Sacro il legame matrimoniale; sacra la cura dei figli; sempre fu presente la bella sentenza di Giovenale: maxima debetur puero reverentia. La donna aveva nella casa una condizione più elevata che non presso i Greci; essa era considerata la custode del focolare domestico, essa la generatrice dei cittadini: si ricordi la magnifica istituzione delle Vestali, le pure giovinette romane destinate a tenere acceso il fuoco sacro. Che cosa fosse la madre romana ce lo dicono gli episodi di Coriolano, che cede davanti alle lacrime materne, e di Cornelia, che ritiene i figli come i suoi più splendidi gioielli. Perciò essa condivideva la responsabilità del marito nell'educazione dei bambini, di cui prendeva cura diretta, anziché affidarli a una nutrice.

Trascorsa l'infanzia sotto le cure della madre, il fanciullo passava più direttamente sotto quelle del padre: l'allevamento era affidato alla madre, l'educazione più propriamente al padre. La disciplina era severa, quanto rigidi erano gli intenti morali. Non si aveva gran fiducia nella natura umana, e per ottenere l'obbedienza si usavano anche castighi corporali.

L'imitazione degli eroi, l'esempio vivo del padre erano i mezzi educativi; così il fanciullo si apprestava a diventare pio, serio, coraggioso, rivolto a formarsi un carattere virile.

I fanciulli romani conseguivano anch'essi lo sviluppo fisico per mezzo specialmente di giuochi, ma senza annettervi l'entusiasmo e l'importanza dei Greci. Più tardi il giovane si esercitava in quelle cose che avrebbero poi costituito la sua precipua occupazione: la vita militare, o politica, o campestre; insomma un'educazione utilitaria.

A 17 anni l'adolescente lasciava la pretesta e indossava la toga virile: atto solenne, per il quale entrava a così dire nella vita sociale.

Suo maestro, in genere, era il padre; ma non mancarono scuole private e pubbliche dal grado inferiore sino al più elevato. Le prime scuole pubbliche si hanno al tempo dell'Impero, proprio con Quintiliano, il primo maestro stipendiato dallo Stato: scuole elementari dette ludi, quasi giuochi e svaghi, dove sotto un ludi magister, maestro di primo grado, il fanciullo apprendeva i primi rudimenti del sapere: lettura, scrittura, calcolo; di cui Quintiliano stesso ci descrisse con tanta efficacia il procedimento.

Il secondo grado di scuola era tenuto dal grammaticus, il grammatico, che si occupava più particolarmente della lingua e della sua correttezza, della lettura espressiva molto apprezzata dai Romani.

Venne in seguito un terzo grado di scuola, quella tenuta dai retori, la scuola di retorica che iniziava i giovani all'eloquenza politica e giudiziaria. E fu questa la vera scuola di carattere formativo, quella dove si preparava l'orator, che era pei Romani il cittadino veramente compiuto per eloquenza, per saggezza, per moralità.

Infine, a imitazione dell'accademia dei Greci, sorse in Roma sotto gli Antonini un istituto superiore, detto Athenaeum, l'Ateneo, dove si impartiva l'insegnamento scientifico del diritto, delle matematiche, della medicina, dell'architettura.

Un'organizzazione scolastica, adunque, completa, alla quale si aggiungeva la preparazione fisica di carattere militare, con appositi esercizi al Campo Marzio.

Tra gli scrittori romani si occuparono di questioni educative: Cicerone (106-53 a.C.), il quale nel De Oratore illustrò la formazione del grande oratore come il tipo più originale e completo del cittadino romano; e nel De Officiis propose come alto ideale etico da raggiungere il senso del dovere; Lucio Anneo Seneca (3-65 d.C.) che nelle Lettere a Lucilio lasciò una preziosa miniera di utili ammaestramenti: in cui afferma il duplice compito dell'uomo, che è quello di contemplare e agire: filosofia dunque e azione; vuole che l'educazione sia morale e virile, sostiene un indirizzo liberale e profondo degli studi, raccomanda ai maestri la serenità e la giustizia; consiglia infine una formazione armonica dell'uomo, fisica e spirituale, che si raggiunge non tanto con le parole, quanto traverso alle cose, ai grandi esempi.

Ma i due maggiori scrittori di dottrine educative sono Quintiliano e Plutarco.

Quintiliano (35-95 d.C.) è dei latini quello che offre un insieme ragionato e armonico di osservazioni e di motivi così da costituire un indirizzo pedagogico: quale appunto si trova nel suo trattato delle Instituzioni oratorie, in cui, affermando che, prima di fare l'oratore, occorre formare l'uomo per bene, si rifà dalle cure che al fanciullo si debbono sin dai primi anni: ottimo esordio, ché, prima di scendere agli atteggiamenti particolari dell'uomo, importa sovrattutto fare l'uomo. In Quintiliano abbiamo un vero e proprio istitutore. Educato da ottimi maestri era diventato egli stesso maestro e aveva fatto scuola per vent'anni, forse prima in Ispagna e poi in Roma; fortunato maestro perché fu il primo ad avere il titolo di “professor eloquentiæ”  e a ricevere compenso dal pubblico erario e i più alti segni di stima dei contemporanei. Istruì, fra gli altri, i figliuoli di Flavio Clemente e Domitilla e n'ebbe in segno di gratitudine il consolato. Cessato l'insegnamento, a circa cinquant'anni compose queste sue Instituzioni oratorie, che pubblicò indotto dalle preghiere de' suoi scolari, dedicandole all'amico Marcello Vittore, cultore delle lettere, perché se ne servisse per il figliuolo che studiava eloquenza. Quintiliano inizia le sue norme sulla cura dei fanciulli con un pensiero nobilissimo che dimostra tutta l'importanza da attribuirsi all'educazione dei figli. «Gli è nato un bambino? Cominci il padre a concepirne la migliore speranza che possa; questo lo renderà più diligente all'uopo sin dall'inizio... Chi diventa padre impieghi la maggior cura possibile nell’allevare il suo figliuolo». E il pedagogista, convinto della forza dell'educazione che sola può aiutare a sviluppare i doni della natura, persuaso altresì della necessità di un pronto inizio dell'educazione stessa per l'importanza decisiva che hanno le prime impressioni, giacché «nei vasi nuovi permane il profumo del liquore che vi è stato versato, e le lane una volta tinte non riacquistano più la prima bianchezza», non disdegna discendere ai più modesti particolari delle cure dovute all'infanzia. Onde consiglia una scelta accurata delle nutrici, le quali dovrebbero essere, se non addirittura sapienti, almeno savie, costumate e virtuose e il loro parlare senza difetti giacché da loro dovrà il bimbo ripetere le prime parole.

Che se queste sono le doti da pretendersi dalle nutrici, tanto più bisogna esigerle dai genitori: ai quali egli raccomanda di porre la maggior sollecitudine possibile nell'allevamento e negli studi dei figli.

Passando a trattare più propriamente dello sviluppo mentale, Quintiliano dà alcuni precetti così pieni di buon senso e procura accorgimenti tali che, rinfrescati in metodi recenti, acquistano il sapore di novità. E imposta una questione che si è tanto dibattuta nell'istruzione infantile, quella circa il tempo dell'inizio del leggere e dello scrivere. Egli è d'avviso che si possa incominciare l'istruzione propriamente detta al disotto dei sette anni contrariamente all'avviso di molti; se i fanciulli si coltivano nei costumi, non si comprende perché non si possa fare altrettanto per quanto riguarda l'intelligenza. Importa anzi approfittare della prima età, giacché i principî delle lettere richiedono memoria che nei bimbi è tenacissima. E del resto, che v'è di più bello che far parlare i bimbi? E perché gettare via invano sette interi anni? Provate a sommare per tanti anni tanti piccoli acquisti: e vedrete che bella somma di sapere conquistato, tutto guadagnato nell'infanzia per l'adolescenza!

Il che non vuol dire che la mente del bambino debba essere stancata; anzi converrà badar bene di non far prendere in uggia lo studio dal bimbo col pericolo che questa avversione continui poi anche dopo per l'amarezza che ne avrà risentita. «Lo studio, dunque, per il bambino, sia un giuoco: lo si istruisca il fanciullo con affabilità, lo si incoraggi con le lodi, gli si faccia sentire il piacere del suo piccolo sapere».

Che potrebbe dire, anzi che cosa ha detto di diverso la pedagogia moderna basata sull'educazione attraente? Ma ecco ch'egli aggiunge anche il come si debba compiere questa iniziazione allo studio accompagnata dal diletto, proprio come si pratica oggi.

È un errore — egli dice — far apprendere ai bambini i nomi e la serie delle lettere, prima di mostrarne la forma. Che fanno essi con le persone? Ne apprendono le figure e quindi i nomi. Si mettano, dunque, innanzi ai bimbi lettere d'avorio, che essi si divertiranno a maneggiare, a osservare, a nominare. E quando il bambino incomincerà a scrivere, lo si faccia seguire con lo stilo su tavoletta appositamente incisa, come in specie di solchi, le tracce delle lettere: così a forza di imitare caratteri fissi, la mano si farà sicura nel tracciare le lettere. Modelli di scrittura non siano parole gettate a caso, ma acconce verità morali. E quando incomincia la lettura non si abbia fretta: nulla è più nocivo della fretta nell'imparare a leggere: ciò che importa è giungere a leggere bene.

Cresciuto il bambino, è opportuno metterlo sotto la tutela di un maestro nella pubblica scuola. E qui l'autore affronta il quesito se più giovi al bambino la scuola pubblica o la domestica: e si schiera in favore della pubblica, con parole che sono veramente un monito pei genitori. «Piacesse a Dio che non fossimo noi stessi che corrompiamo i costumi dei nostri figliuoli, noi che indeboliamo la loro infanzia con ogni sorta di delicatezze. Questa molle educazione, che noi chiamiamo indulgenza, snerva loro l'anima e il corpo». E continua facendo un triste quadro del come sovente si allevano in casa i figliuoli, i quali apprendono il male prima ancora di sapere ch'esso sia male.

Certamente perché l'educazione sia efficace, occorre che il maestro sia all'altezza del suo compito. Il quale maestro però non dovrà mai avere un soverchio carico di scolari, giacché la sua prima cura dev'essere quella di conoscere il carattere di ognuno. E deve diventare il loro amico affettuoso, e istruire più per amore che per dovere, ed essere come il sole che spande luce e calore. Deve anche ricordare ch'egli prende il luogo dei genitori; sia dunque per costumi, per disciplina, per carattere al disopra di tutti: piacevole, semplice, paziente, esatto: insomma, eccellentissimo in tutto.

Invero non si potrebbe dare un'idea più nobile della missione del maestro, né meglio descrivere con quali sentimenti ci si deve accostare all'infanzia.

E a tale maestro Quintiliano insegna come debba studiare la natura dei suoi fanciulli; come approfittare opportunamente della loro memoria, dello spirito innato di imitazione; lo ammonisce sui pericoli della precocità: «gli ingegni maturati anzi tempo non riescono che male». E nella disciplina morale ha parole di grande buon senso e saggezza, quando ammonisce di stimolare i pigri, di essere prudenti nell'uso imperioso del comando, quando tratteggia il tipo del fanciullo ch'egli vagheggia. «Io vorrei mi si desse un fanciullo che si commuova alla lode, che si accenda alla gloria, che pianga per la sconfitta. In lui io ecciterò questi nobili sentimenti: la riprensione lo ferirà; l'onore gli sarà di sprone, né avrò mai a temere ch'egli diventi un infingardo».

Ma col fanciullo bisogna anche saper alternare il lavoro alla ricreazione. Non solo deve essere bandita un'educazione emendatrice praticata con la verga, cosa sconcia e servile e fonte di servilità, ma rallegrata anzi da opportuni divertimenti. Sappia il maestro giuocare coi ragazzi: nel giuoco è la manifestazione anche dell'intelligenza dei giovanetti e del loro spirito di iniziativa.

Quintiliano ha un concetto assai favorevole del bambino. Nel fanciullo sono innate le facoltà dell'uomo; egli ha una sua propria individualità. E però bisogna avere fiducia nella sua spontaneità e porre attenzione alla manifestazione delle sue forze spontanee: e fare assegnamento non solo sull'imitazione passiva, ma sulla volontà attiva, desiderosa di lode, e sulla convivenza con gli altri fanciulli, a contatto dei quali si svilupperà il suo criterio.

E continua Quintiliano distinguendo i gradi degli studi e guidando maestro e alunno nei vari periodi sino a compiere l'oratore. Ma anche solo da quanto è stato detto risulta tutta la saggezza, il buon senso e direbbesi ancora la modernità dei suoi precetti.

Plutarco (46-120 d.C.) va qui ricordato non tanto per le sue celebri Vite parallele, magnanima scuola ai nostri padri di civili virtù, quanto per altri suoi scritti come i Precetti sul matrimonio e Dell’educazione dei figli che più direttamente interessano il nostro argomento. Per quanto Plutarco sia nato in Beozia e abbia scritto in lingua greca e greco sia di sentimenti, si può considerare come appartenente al mondo romano perché a Roma egli venne e vi aperse al tempo di Domiziano una scuola ove tenne un insegnamento storico, filosofico, letterario, morale che diede magnifici risultati. Nella prima delle opere qui ricordate intorno al matrimonio, una cosa specialmente ci interessa: il posto assegnato alla donna nella famiglia. Egli ne esalta la condizione materiale e morale, facendone la compagna sagace del marito, l'educatrice affettuosa dei figli. Giacché ella ne ha le doti naturali, quali l'attrattiva del sembiante, la dolcezza della parola, la tenerezza dell'anima; essa può e deve quindi darsi alla formazione dei figli, allevarli e istruirli; ma appunto per questo alle sue magnifiche doti naturali dovrà aggiungere una coltura seria e vigorosa. È certo assai notevole questa affermazione di Plutarco nei riguardi della donna in tempi nei quali era quasi sovrana, in fatto di educazione, l'autorità paterna; e sovrattutto interessa il compito dell'istruzione che egli così nobilmente affida alla madre mentre da essa richiede in cambio un'adeguata preparazione. L'opuscolo Dell’educazione dei figli è libro alquanto disordinato, a dir vero, e con frequenti ripetizioni, ma ricco di pratiche applicazioni. Plutarco pone giustamente per base dell'educazione un matrimonio ben riuscito perché nessuna tabe fisica o morale rovini il fanciullo. Siano i genitori di vita proba e sobria se desiderano trasfondere col sangue la virtù nei propri figli.

Nato che sia il fanciullo bisogna educarlo avendo presente che meta principale è la virtù; a raggiungere il quale scopo necessitano tre cose: la natura, la disciplina, l'esercizio. La natura senza disciplina è cieca, la disciplina senza una conveniente e non viziata natura è manchevole; occorre infine al loro sviluppo l'esercizio, giacché la virtù è un abito che esige ripetizione di atti.

La madre stessa deve provvedere al nutrimento dei bimbi, perché così sapientemente vuole la natura; che se proprio ella è costretta a ricorrere a una nutrice, abbia cura che questa sia costumata. E una maggior diligenza ancora va posta nella scelta dei maestri.

Comunque, mai i genitori sono assolti dal loro compito di educatori e non cessa certo in loro l'obbligo di vigilare il fanciullo sol perché l'hanno affidato a un maestro, ché anzi vigileranno alunno e maestro. E seguiranno i figli nel profitto, nell'acquisto della virtù, nei difficili trapassi delle età e saranno sempre per loro un chiaro e onesto esempio, affinché i figli, riguardando la loro vita come in uno specchio, apprendano a operare rettamente.

Non seguiremo l'autore in tutto il piano degli studii: basterà ricordare quella magnifica sua sentenza, nella quale è racchiuso il segreto del vero metodo per educare: «L'anima non è un vaso che bisogna riempire, ma un focolare che bisogna riscaldare».

Plutarco era sovrattutto un moralista e però egli tesse l'elogio del gran tesoro che è l'educazione: di tutti i beni il più grande, che né violenza né sfortuna ci potranno mai togliere. Non nelle ricchezze che si dileguano, non nella gloria che è incostante, non nella bellezza che presto sparisce, non nella salute fragile e caduca, ma nella virtù e nella dottrina sta la vera e unica felicità.

Questo ideale di sana educazione e la responsabilità che di essa fa risalire specialmente ai genitori, collocano certo Plutarco fra i migliori educatori dell'infanzia e della famiglia.


 

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