GUIDA GUIDO

Pio XI - La Conciliazione

(febbraio 1929) (a cura di Benedetto Brugia)


Coscienza della Conciliazione — Inizio di trattative — Per la pace vera e completa — I sei punti dell'accordo — Il trattato rifatti venti volte — Centodieci colloqui e centocinquanta udienze — Trattato, Concordato, Convenzioni - «Dio all'Italia e l'Italia a Dio» — Chiarimenti alle conclusioni — Cronaca dell'avvenimento — La cerimonia al Laterano — Il comunicato — Le ratifiche — Si riapre il portone di bronzo — La prima uscita di Pio XI dal Vaticano

Alle nuove generazioni era riservato il merito di cancellare per sempre un dissidio dannoso e inutile. Mussolini giunse alla Conciliazione attraverso un programma di governo e la persuasione personale. Dal banco di deputato Mussolini aveva detto: «C'è un'idea universale che s'irradia da Roma; e viene dal Vaticano». E da Capo del Governo aveva affermato: «L'Italia ha il privilegio singolare, di cui dobbiamo andare orgogliosi, di essere l'unica nazione europea che è sede di una religione  universale». L'On. Acerbo riferisce quanto disse Mussolini in Piazza San Pietro il giorno dell'elezione di Pio XI: «È incredibile come i Governi Italiani non abbiano compreso che l'universalità del Papato, erede dell'universalità dell'Impero Romano, rappresenta la gloria più grande della storia e della tradizione d'Italia». E Pio XI, nella prima delle sue Encicliche, alle proteste di rito, aggiungeva auspicando la pace con l'Italia: «A Dio spetta addurre quest'ora, e farla suonare; agli uomini saggi e di buona volontà, non lasciarla suonare invano. 

Essa sarà fra le più solenni e feconde per la pacificazione d'Italia e del mondo». Finalmente il vecchio dissidio, nato da un'affermazione di principio da una parte e da una necessità storica dall'altra, che si era cristallizzato in un fatto di politica interna, in un atto di burocrazia dei passati governi massoni e liberali d'Italia, mirava più alto e più lontano, con altra concezione, con altro cuore, con altra coscienza. Ai due più grandi uomini dell'Italia moderna, che incidono nella storia della vita e nei destini del mondo fatti memorabili, fu dato portare a termine la «Questione Romana», perché avevano da anni avuta una visione chiara dell'avvenire e una sensazione realistica delle cose. Riuscirono perché sommavano esperienza a conoscenza, buona volontà e amore, ma più quella chiara visione della storia che sanno avere solamente gli uomini condottieri di popoli. La cronaca degli avvenimenti che portano alla Conciliazione, è delle più importanti. Attingiamo da una fonte autorevole: Mussolini: dal suo discorso alla Camera dei Deputati del 13 maggio 1929. Il 5 agosto 1926 si hanno i primi accenni al ravvicinamento. Un prelato parlò al Comm. Baroni della possibilità di trattare per risolvere la «Questione Romana». Il 23 agosto il Comm. Baroni ha un colloquio con l'Avv. Pacelli, legale della Santa Sede, che gli presenta i propositi segnati dal Vaticano a base dell'amichevole composizione della «Questione Romana». Il 4 ottobre il Baroni è delegato da Mussolini a trattare con «incarico confidenziale». Il 6 dello stesso mese il Cardinale Gasparri entra nelle trattative. Passano tre mesi di lavoro. Il 10 dicembre S. M. il Re autorizza le trattative ufficiali.

Il Pontefice volle subito che si trattasse per una pace vera e completa e non per un modus vivendi. Il 24 ottobre 1926 il Segretario di Stato fissava i punti dell'accordo in sei articoli che chiedevano «condizioni conforme a dignità e giustizia», «garanzia di piena libertà e indipendenza, non solamente reale ed effettiva, ma anche visibile e manifesta, con territorio di sua piena ed esclusiva proprietà, sia di dominio che di giurisdizione», riconoscimento da parte delle Potenze promesso dall'Italia, abbinamento a quella politica d'una convenzione per la legislazione ecclesiastica in Italia, approvazione delle convenzioni eventuali da parte del Re e del Parlamento.

In una lettera del 31 dicembre del Duce al Cardinale Gasparri sono fissati i punti sommarii della convenzione.

Si stabilisce e si mantiene la segretezza massima nelle trattative.

Bisogna premettere che il Santo Padre mostrò in tutti i modi il suo spirito conciliativo. Ebbe biasimo aperto per la partecipazione dei popolari alla secessione degli aventiniani, come alle manifestazioni del Centro Cattolico in Campidoglio. Il Fascismo dal canto suo aveva da tempo iniziato (prima ancora che s'imprendessero le trattative) una sana e sincera politica religiosa. Si protessero le processioni, si diede sicurezza alle grandi manifestazioni della Chiesa, «si cercò di rivedere tutta la materia della legislazione ecclesiastica», veramente antiecclesiastica.

Dopo la parentesi incresciosa per i Giovani Cattolici, le trattative ripresero. E Mussolini lealmente riconobbe che più volte il Santo Padre ebbe a liberare il terreno da tutti i piccoli ostacoli, mostrando in altissimo modo il suo buon volere.

Mussolini a questo proposito scriveva: «Abbiamo avuto la fortuna di avere dinanzi a noi un Pontefice veramente italiano. Egli è il Capo di tutti i Cattolici, la sua posizione è supernazionale. Ma egli è nato in Italia, in terra lombarda, e ha, della gente lombarda, la soda praticità e il coraggio delle iniziative. È un uomo che ha molto vissuto all'estero; ciò ha molto acuito, non attenuato, il suo senso d'italianità; egli è uno studioso, che accoppia un sentimento fervidissimo a una dottrina formidabile...».

Il Papa fu irremovibile sulla sovranità, largo e generoso nella determinazione del territorio.

Le trattative durarono trenta mesi. L'Avvocato Pacelli, uno dei principali artefici del Trattato, fu ricevuto dal Santo Padre non meno di centocinquanta volte, e il Trattato, prima di essere ritenuto definitivo, fu redatto venti volte.

I colloqui fra i due fiduciari furono centodieci. Alle ultime otto riunioni intervennero anche tre esperti: il Comm. Consiglio, il Ministro Rocco, l'Ingegner Cozza. Allo studio dei tre testi (Trattato, Concordato, Convenzioni) parteciparono da una parte Mussolini con i suoi esperti, dall'altra il Papa con il Cardinale Gasparri.

Tutto l'insieme, tratta di un accordo politico, di una convenzione finanziaria e di un concordato. «Il più importante, evidentemente, è il Trattato. Con esso si sana la “Questione Romana”, anzi, come è detto testualmente, si risolve e si elimina irrevocabilmente: essa è finita, sepolta, non se ne parlerà più e si crea la Città del Vaticano. Contropartita di questa creazione è, da parte del Sommo Pontefice, il riconoscimento esplicito e solenne del Regno d'Italia, sotto la monarchia di Casa Savoia, con Roma capitale dello Stato Italiano».

Il trattato finanziario assegnava alla Santa Sede 750 milioni in contanti e un miliardo in Consolidato (valore allora effettivo di 800 milioni). Complessivi 1.550 milioni-carta, pari a 400 milioni di lire oro. «Poco — dice Mussolini —, quando voi pensate che noi abbiamo 200 miliardi di debiti».

Anche per il trattato finanziario il Santo Padre si mostrò benevolo, disponendo un prelevamento graduale della somma fissata.

Il Concordato è un atto doveroso alla maestà della Chiesa Cattolica, ai suoi bisogni, alle sue esigenze.

Per il matrimonio, per le scuole, per l'Azione Cattolica, il Concordato s'inspirò a quelli conclusi dalla Santa Sede con altri Stati.

È con legittimo orgoglio che Mussolini può dire: «Per parte nostra, noi abbiamo lealmente riconosciuto la sovranità della Santa Sede, non perché essa esisteva di fatto, o per il piccolo territorio richiesto, ma per la convinzione che il Capo Supremo di una religione universale non può essere suddito di alcuno Stato senza fare ingiuria a quella cattolicità che significa universalità».

E Pio XI riassume così il vasto lavoro di tre anni, che portò alla Conciliazione:

«... Siamo stati dall'altra parte nobilmente assecondati. E poi ci voleva anche un uomo come quello che la Provvidenza Ci ha fatto incontrare, un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale, per gli uomini della quale tutte quelle leggi, tutti quegli ordinamenti o piuttosto disordinamenti, tutte quelle leggi, dicevamo, e tutti quei regolamenti erano altrettanti feticci tanto più intangibili e venerandi, quanto più brutti e deformi. E con la grazia di Dio, con molta pazienza, con molto lavoro, con l'incontro di molti e nobili assecondamenti, siamo riusciti per medium profundum a concludere un Concordato che, se non è il migliore di quanti ce ne possono essere, è certo tra i migliori. È dunque con profonda compiacenza che crediamo di avere con esso ridato Dio all'Italia e l'Italia a Dio.

«Ben possiamo dire che non v'è linea, non v'è espressione degli accennati accordi che non sia stata, per una trentina di mesi almeno, oggetto personale dei Nostri studii, delle Nostre meditazioni, ed assai più delle Nostre preghiere, preghiere anche largamente richieste a moltissime anime buone e più amiche di Dio.

«Ci pare insomma di vedere le cose al punto in cui erano in San Francesco benedetto: quel tanto di corpo che bastava per tenervi unita l'anima.

«Vero è che Ci sentiamo pure in diritto di dire che quel territorio che Ci siamo riservati e che Ci fu riconosciuto, è bensì materialmente piccolo, ma insieme grande, il più grande del mondo, da qualunque altro punto di vista lo si contempli. Quando un territorio può vantare il Colonnato del Bernini, la Cupola di Michelangelo, i tesori di scienza e di arte contenuti negli archivi e nelle biblioteche, nei musei e nelle gallerie Vaticane, quando un territorio copre e custodisce la tomba del Principe degli Apostoli, si ha pure il diritto di affermare che non v'è al mondo territorio più grande e più prezioso. Così si può abbastanza vittoriosamente rispondere a chi obbietta d'avere Noi chiesto troppo poco: mentre poi non si riflette forse abbastanza quel che significhi d'incomodo e di pericoloso (diciamo al giorno d'oggi) aggiungere al governo universale della Chiesa l'amministrazione civile di una popolazione per quanto minuscola».

Con questa mentalità, aperta a considerazioni pratiche e ideali ad un tempo, fu possibile riuscire, e riuscire pienamente. E il Papa poteva dire scherzosamente: «E qualche volta siamo tentati di pensare — lo diciamo con lieta confidenza a questi nostri figliuoli — che a risolvere la questione ci volesse proprio un alpinista, che fosse abituato alle ascensioni più ardue, o un bibliotecario che fosse abituato ad andare in fondo alle ricerche storiche e documentarie». In verità l'alpinista aveva, lasciando le sfere delle passioni, toccato gli strati puri dell'anima, e il bibliotecario si era avvicinato alla verità della storia.

Il Papa non aveva mancato di difendere gli interessi supremi della Chiesa: l'importanza religiosa del Concordato supera quella politica del Trattato.

Il 7 febbraio 1929 il cortile di San Damaso cominciò a popolarsi alle 10 del mattino per la convocazione del Corpo Diplomatico nell'ampia Sala delle Congregazioni. Il primo a giungere fu l'Ambasciatore di Polonia. Sebbene malato, non aveva voluto mancare all'avvenimento. In breve la sala si popolò. I venticinque diplomatici accreditati presso la Santa Sede erano tutti presenti. Poco dopo giunse il Cardinale Gasparri, Segretario di Stato di Sua Santità. Portava l'abito abitudinario per tali cerimonie: sottana nera filettata di rosso, fascia e mantello purpurei; l'accompagnava il sostituto di Segreteria, Monsignor Pizzardo.

Il Cardinale, senza esordio, lesse una breve comunicazione dell'avvenimento. Disse che S. E. Mussolini, con lettera autografa, aveva a suo tempo autorizzato il Consigliere di Stato Domenico Baroni di scambiare delle idee con persone designate dalla Santa Sede per studiare la possibilità di giungere ad una soluzione della «Questione Romana». Il Papa aveva avuto modo di consultare i Cardinali, e si era giunti alla felice soluzione che sarebbe stata subito sanzionata in un atto pubblico. In tutti i presenti fece viva impressione il fatto compiuto. Il Cardinale dichiarò pure che comunicando gli accordi raggiunti al Corpo Diplomatico, non lo aveva fatto per chiederne l'approvazione, ma per un senso di riguardo verso i Rappresentanti di tanti Stati Cattolici.

La mattina del giorno 11 gran folla si accalcava in Piazza San Giovanni. Si sapeva che nello storico Palazzo Laterano, il Capo del Governo d'Italia e il Cardinale Gasparri per la Santa Sede, erano convenuti per la firma dei Trattati. Sulla Piazza, aristocrazia, popolani, seminaristi di tutte le nazioni, monaci di tutti gli Ordini, militi, studenti, sacerdoti, soldati, la grande folla delle occasioni eccezionali era invasa da una sincera gioia. L'atto di pace che si compiva dissipava nubi e rancori.

Nella grande sala del Palazzo Laterano, sul tavolo coperto da un tappeto blu-rosso, erano spiegati i tre documenti redatti in pergamene. Il primo a firmare, con una penna d'oro donata dal Papa, fu il Cardinale Gasparri, seguì Mussolini a cui il Cardinale offrì in ricordo la penna.

Alle 12,45 dalle edizioni straordinarie dei giornali era diramato il seguente comunicato:

«Oggi, alle 12, nel Palazzo Apostolico Lateranense sono stati firmati da S. Em. Reverendissima il Cardinal Pietro Gasparri, plenipotenziario del Sommo Pontefice Pio XI, e da S. E. il Cavalier Benito Mussolini, Primo Ministro e Capo del Governo, plenipotenziario di S. M. il Re d'Italia Vittorio Emanuele III, un trattato politico che risolve ed elimina la “Questione Romana”, un concordato inteso a regolare le condizioni della religione e della Chiesa in Italia e una convenzione che sistema definitivamente i rapporti finanziarii fra la Santa Sede e l'Italia, in dipendenza degli avvenimenti del 1870.

«Erano presenti all'atto della firma, per la Santa Sede: l'illustrissimo e reverendissimo Monsignor Francesco Borgongini Duca, segretario della Sacra Congregazione degli Affari Ecclesiastici Straordinari, l'illustrissimo e reverendissimo Monsignor Giuseppe Pizzardo, sostituto della Segreteria di Stato, il prof. avv. Francesco Pacelli, giureconsulto della Santa Sede; per l'Italia: S. E. Alfredo Rocco, ministro Guardasigilli, S. E. Dino Grandi, sottosegretario al Ministero degli Esteri, e S. E. Francesco Giunta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

«In omaggio alla consuetudine della Santa Sede di non pubblicare le convenzioni internazionali prima che siano presentate alla discussione delle assemblee legislative, i testi di detta convenzione non saranno resi di pubblica ragione, ma di essi sarà dato domani ampio e preciso riassunto».

Il comunicato fu letto alla folla da seminaristi e da sacerdoti: tutta un'ondata di commozione invadeva Roma; nella fredda mattina la città fu piena di bandiere italiane e papali, e nelle campane osannanti parve che cantasse l'anima religiosa della Nazione.

Il giorno dopo, 12 febbraio, era doppia festa in San Pietro: per la Conciliazione avvenuta e per l'anniversario dell'incoronazione di Pio XI. Nell'immensa Basilica si accalcava una folla strabocchevole. Fra questo popolo eccezionale v'erano Principi di molte nazioni: fra essi il Re di Svezia e il fratello del Re del Siam.

Il Papa alla Loggia esterna benedì l'immenso popolo pigiato nella Piazza e all'ondata di applausi e di commozione che giungeva a lui, rispondeva agitando il cappello in segno di grande contento. Veramente appariva il Padre di tutti, grande e buono.

I Patti del Laterano comprendevano: il Trattato, il Concordato e la Convenzione finanziaria.

Il Trattato politico si componeva di un preambolo e di ventisette articoli. Dopo avere riconosciuto la convenienza da ambo le parti di eliminare le ragioni di dissidio, cominciava col riaffermare il principio consacrato dall'articolo 1 dello Statuto del Regno, 4 marzo 1848, per il quale «la religione Cattolica Apostolica Romana è la sola religione dello Stato». Riconosceva la piena proprietà e potestà sovrana della Santa Sede sul Vaticano e creava a tal fine la Città del Vaticano, dopo non poteva avere alcuna ingerenza il Governo Italiano. La Piazza di San Pietro, pur facendo parte del nuovo Stato, rimaneva aperta al pubblico e sottoposta alla polizia delle Autorità italiane. Si allegava una pianta con i limiti del nuovo Stato.

Lo Stato Italiano s'impegnava a provvedere alla stazione ferroviaria, e al collegamento cogli Stati esteri d'ogni servizio di comunicazione.

Si stabiliva quali dovessero essere i cittadini del nuovo Stato, si decideva anche dei prelati, dignitari e funzionari pontifici che, pur non risiedendo nel nuovo Stato, ne potessero godere la cittadinanza. Si stabiliva l'immunità territoriale delle Basiliche patriarcali e di alcuni edifici posti fuori la Città Vaticana, nei quali la Santa Sede aveva collocato o poteva collocare le proprie Congregazioni nonché gli uffici e i servizi necessarii al funzionamento della sua amministrazione.

Si stabiliva inoltre che i tesori d'arte sarebbero visibili a studiosi e visitatori. Si creavano rapporti diplomatici con un'Ambasciata e una Nunziatura fra Italia e Santa Sede. All'Italia era affidata la punizione dei delitti commessi nello Stato della Città Vaticana. Il territorio del nuovo Stato, era detto, «sarà sempre e in ogni caso considerato territorio neutrale e inviolabile.

«La Santa Sede ritiene che con gli accordi, i quali sono oggi sottoscritti, le viene assicurato adeguatamente quanto le occorre per provvedere con la dovuta libertà e indipendenza al governo pastorale della Diocesi di Roma e della Chiesa Cattolica in Italia e nel mondo; dichiara definitivamente e irrevocabilmente composta e quindi eliminata la “Questione Romana”, e riconosce il Regno d'Italia sotto la dinastia di Casa Savoia con Roma capitale dello Stato Italiano. Alla sua volta l'Italia riconosce lo Stato della Città del Vaticano, sotto la sovranità del Sommo Pontefice. È abrogata la legge 13 maggio 1871, numero 214, e qualunque altra disposizione contraria al presente Trattato».

Il Concordato si componeva di 45 articoli. I punti essenziali erano: «Anzitutto una dichiarazione per cui, in considerazione del carattere sacro di Roma, sede vescovile del Sommo Pontefice e centro del mondo cattolico, il Governo Italiano avrà cura di impedire a Roma tutto ciò che possa essere in contrasto col detto carattere».

Seguono alcune clausole concernenti il libero esercizio del ministero pastorale da parte degli Ordinari e degli altri membri del clero, i giorni festivi stabiliti dalla Chiesa, riconosciuti dallo Stato, il funzionamento dell'assistenza spirituale presso le forze armate dello Stato, come pure la revisione della circoscrizione delle Diocesi, allo scopo di renderla possibilmente corrispondente a quella delle province dello Stato.

Viene quindi stabilita la procedura per la nomina degli Arcivescovi e dei Vescovi, in conformità con i più recenti Concordati stipulati dalla Santa Sede con altri Stati, nonché il giuramento dei Vescovi nelle mani del Capo dello Stato Italiano, secondo la formula del Concordato con la Polonia.

Il giuramento deve cominciare con questa formula: «Davanti a Dio e sui Santi Vangeli io giuro e prometto, siccome si conviene a un Vescovo, fedeltà allo Stato Italiano. Io giuro e prometto di rispettare e far rispettare dal mio Clero il Re e il Governo stabilito secondo le leggi costituzionali dello Stato».

In altra clausola è detto che nelle chiese dove officia un Capitolo, nelle feste, si deve dal celebrante cantare una preghiera per la prosperità del Re e dello Stato Italiano.

Seguivano capitoli importanti sulla riforma della legislazione ecclesiastica, sul matrimonio, secondo il quale «lo Stato Italiano, volendo ridonare all'istituto del matrimonio, che è la base della famiglia, dignità conforme alle tradizioni cattoliche del suo popolo, riconosce al sacramento del matrimonio, disciplinato dal Diritto Canonico, gli effetti civili.

«Le pubblicazioni del matrimonio come sopra, saranno effettuate, oltre che nella Chiesa parrocchiale, anche nella Casa Comunale».

Secondo altre disposizioni, l'Italia deve ammettere che l'insegnamento impartito nelle scuole pubbliche elementari abbia un ulteriore sviluppo nelle scuole medie, secondo programmi da stabilirsi d'accordo fra la Santa Sede e lo Stato. Notevole anche la clausola secondo la quale lo Stato riconosce le organizzazioni dipendenti dall'Azione Cattolica Italiana, in quanto esse, come la Santa Sede ha disposto, svolgano la loro attività al di fuori di ogni partito politico e sotto l'immediata dipendenza della gerarchia della Chiesa per la diffusione e l'attuazione dei princìpi cattolici.

Verso la fine del Concordato era stabilito che, se in avvenire fossero sorte difficoltà sull'interpretazione del medesimo, la Santa Sede e l'Italia procederebbero di comune intelligenza ad un'amichevole soluzione.

La Convenzione finanziaria stabiliva che l'Italia si obbligava a versare, e la Santa Sede dichiarava di accettare «quale definitiva sistemazione dei rapporti con l'Italia e in dipendenza degli avvenimenti del 1870», la somma di lire italiane 750 milioni, e a consegnare tanto Consolidato Italiano al 5 per cento al portatore del valore nominale di lire un miliardo. Abbiamo già detto con quale larghezza la Santa Sede trattò anche questa parte dei Patti.

Per questo atto di pacificazione, Arnaldo Mussolini ebbe a scrivere: «Nessuna pagina del Risorgimento glorioso è ripiegata... Il pensiero italiano si illumina, nel complesso, della grandezza della Fede».

Il 7 giugno 1929, festa del Sacro Cuore, nell'appartamento del Cardinale Segretario di Stato avvenne lo scambio delle Ratifiche. Il Duce arrivò alle 11 nel cortile di San Damaso, ricevuto dai Monsignori Pizzardo e Borgongini Duca e dal Comm. Pacelli. Il Cardinale lo incontrò all'entrata dell'appartamento. Lo scambio avvenne nella Sala delle Congregazioni.

Dopo la cerimonia furono scambiati telegrammi di congratulazione fra il Pontefice e il Sovrano.

A mezzogiorno il portone di bronzo, chiuso dal 1870, venne spalancato dalle Guardie svizzere che con i gendarmi presero in consegna da carabinieri e polizia italiana il territorio riconosciuto al Vaticano. Subito Monsignor Borgongini Duca venne nominato Nunzio Apostolico presso il Re d'Italia e il Conte De Vecchi di Val Cismon Ambasciatore del Re presso la Santa Sede.

Formalità d'un grande fatto che per anni aveva diviso l'Italia minacciando tante volte la fede e la vita, la purezza delle tradizioni e la continuità della storia; formalità d'un fatto che liberava il cammino della Chiesa e offriva al grande Papa la sicurezza di una pace nell'interno che doveva rendergli possibile attendere con tutte le sue forze a risollevare nella santa crociata gli stendardi luminosi della cristianità.

Il Papa uscì la prima volta dal Vaticano in quello stesso anno, il 22 dicembre; tornò per vie già conosciute, in quella Roma che aveva tante volte percorsa da studente, e per un avvenimento che si ricollegava alla sua prima missione sacerdotale. Dove fu consacrato prete, in San Giovanni in Laterano, nel giorno anniversario, volle tornare a dir Messa.

Molto si era fantasticato, anche prima della Conciliazione, sull'uscita del Papa dal Vaticano. In America, qualche giornale aveva parlato con molta ingenuità d'un passaggio sotterraneo da costruirsi fra San Pietro e San Giovanni in Laterano.

All'alba il Papa lasciò il Vaticano. Solo i più stretti familiari erano stati informati da lui poche ore prima. Il Rettore del Seminario Lombardo era fra questi. Egli doveva far trovare a San Giovanni, all'alba, gli alunni del Seminario. Si avvertì il Vicario, Cardinale Pompilj, l'Arciprete della Basilica, i Canonici del Laterano.

Le automobili uscirono che era ancor buio. Nella prima vettura c'era il Governatore della Città Vaticana e il Capo della Gendarmeria. Nella seconda Sua Santità col Maestro di Camera e Monsignor Venini, Cameriere Segreto Partecipante. I cristalli erano chiusi e le tendine abbassate. Seguivano altre due macchine con Prelati.

Il Papa entrò nella Basilica alle 7: i due organi intonarono l'antico inno trionfale. Il Cardinale Pompilj porse al Papa le due chiavi (d'oro l'una, l'altra d'argento) del tempio. Nella navata erano schierati gli alunni del Seminario Lombardo e del Seminario Maggiore. Dopo la visita alla Cappella del Sacramento e l'adorazione alle reliquie degli Apostoli Pietro e Paolo, Pio XI disse Messa a quell'Altare della Confessione dove lui solo può celebrare. La Schola Cantorum di Monsignor Casimiri accompagnò in modo mirabile.

In quell'ora Egli dovette ringraziare Iddio con soddisfazione per tanto cammino percorso, con così palesi risultati a gloria della Chiesa; dovette pregare Iddio perché lo accompagnasse ancora nella grande missione terrena che s'era proposto di compiere e che va compiendo.


 

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