GARIBALDI EZIO

La rossa avanguardia

(da “Il Decennale”) (a cura di Benedetto Brugia)


«Un fatto d'arme che mi sembra debba aver rinnovellato nella bocca sacra dell'assunto Eroe, quel sorriso medesimo ond'Egli tutto si illuminava ogni volta si ricordasse Calatafimi».

Gabriele d'Annunzio

La storia delle ultime tre campagne garibaldine è ancora da scrivere. Ci sono, è vero, libri pregevoli che illustrano determinati aspetti di queste campagne, ma manca ancora l'opera compiuta che offra il quadro completo delle gesta sanguinose e gloriose delle ultime camicie rosse; l'opera che ponga nella loro vera luce i tentativi audaci, generosi, disinteressati di coloro cui è spettato e spetta l'onore e l'onere di continuare a far rifulgere di nuova, vivida luce, la tradizione che prende nome dal più grande e dal più puro degli eroi d'Italia.

Questo va detto specialmente per ciò che si riferisce alla campagna di Francia 1914-15, intorno alla quale non si hanno che poche pubblicazioni, e quasi tutte di intonazione polemica. È un materiale che sarà utilissimo al futuro storico; è talvolta cronaca viva e palpitante. Ma storia ancora non è.

Uno degli aspetti meno conosciuti dell'ultima campagna garibaldina è quello che si riferisce alle ragioni che ispirarono il Generale Ricciotti Garibaldi nel lanciare, alla fine del luglio 1914, il noto proclama alla gioventù italiana, nell'offrire il suo aiuto alla Serbia minacciata, nel chiamare a raccolta i suoi figli.

Non si trattava, allora, di una pura affermazione ideale; non si trattava di stringere in fascio la miglior gioventù italiana per slanciarla solamente alla difesa della Serbia. Il Generale Ricciotti Garibaldi andava più in là. Egli intuiva essere quella l'ora decisiva, nella quale erano in gioco l'onore e l'avvenire d'Italia; che quella era l'ora in cui il nostro Paese, spezzando le catene della Triplice, avrebbe potuto liberare i fratelli di Trento, di Trieste, di Fiume, della Dalmazia che ancor gemevano sotto il nostro secolare nemico, col quale — come è scritto sulla pietra di una tomba di eroi — non vi poteva essere tregua che nel sepolcro, patto che nella morte. D'altra parte, il Generale Ricciotti ben sapeva che tutta la storia dell'Unità d'Italia è storia di audacie e di sacrifici volontari, e intuiva che anche questa volta era necessario che un manipolo di «anticipatori» aprisse gli occhi al Governo e al Popolo italiano, e mostrasse loro la via del dovere e della gloria. Missione, questa, squisitamente garibaldina.

Fallito l'accordo diretto con la Serbia; caduti il 20 agosto vicino a Visegrad cinque animosi italiani, che recavano al braccio una fascia rossa per non smentire (come scrisse uno di essi, Cesare Colizza) il loro garibaldinismo; riusciti vani i tentativi di organizzare una Legione garibaldina nell'Inghilterra, che non ammetteva altri volontari che i propri; una Legione garibaldina si costituì in Francia.

Mentre i volontari italiani, pur fra mille difficoltà, si adunavano nei depositi di Nimes e Montelimar, il Tenente Colonnello Peppino Garibaldi e i suoi fratelli trattavano con il Governo francese per la costituzione di un unico deposito ad Antivari, che avrebbe dovuto aggregarsi all'Esercito Serbo, costituendone l'estrema ala sinistra. La Legione garibaldina avrebbe così dovuto operare nella Dalmazia, puntando su Trieste.

Il 30 ottobre 1914 il Tenente Colonnello Peppino Garibaldi faceva conoscere all'On. Salandra le sue intenzioni, in una lettera nella quale era scritto:

«Il Corpo da me comandato dovrebbe servire come ala estrema alle truppe Serbe e Montenegrine che avanzano verso il Nord, tenendo come base Antivari. Sono sicuro che V. E. non vorrà considerare questa nostra azione come un atto di insubordinazione alle leggi del nostro Governo, ma semplicemente un vivo attaccamento da parte nostra verso i fratelli non ancora liberi e che da tanti anni combattono per la loro italianità».

L'obbiettivo della spedizione garibaldina era italianissimo. Ma le pratiche presso i Governi d'Italia e di Serbia riuscite inutili — anche per il bizantinismo dei sedicenti rivoluzionari del partito repubblicano ufficiale — costrinsero ad abbandonare il progetto.

Ma intanto gli animosi giovani che avevano affrontato pericoli e disagi per arruolarsi nella Legione rossa mal sopportavano l'inazione alla quale erano costretti nel periodo della preparazione. E cantavano una canzone improvvisata, il cui ritornello era:

Ma che stiamo a fare qui

Al campo di Mailly?

Ignorate dai cosiddetti benpensanti, ingiuriate ed offese dalla stampa triplicista e sovversiva, le camicie rosse italiane anelavano di mostrare anche in terra di Francia, ancora rosseggiante del sangue garibaldino di Digione, tutta la loro anima audace, di offrire alla Patria un esempio eroico che incoraggiasse i timorosi e spingesse il Popolo italiano a chiedere — come Mussolini dalle colonne del Popolo d’Italia — guerra o rivoluzione!

Nelle foreste delle Argonne, la rossa avanguardia garibaldina compì intero il suo dovere. Difese la latinità contro l'aggressore teutone, dimenticando in uno scatto di fede e di entusiasmo tutto quello che la Francia dal 1870 in poi aveva fatto a noi; dimenticando perfino le amare parole dette da Giuseppe Garibaldi dopo Tunisi.

Le giornate della Belle Etoile e di Courtes Chausses rimarranno nella storia della grande guerra come uno degli episodi che dimostrano l'audacia e il valore, generosamente disinteressato, degli italiani.

Il sangue di Bruno e di Costante, e dei loro sublimi compagni di sacrificio, convinse, spronò, decise l'Italia all'intervento armato contro l'Austria e la Germania. Si può dire, senza tema di affermare cosa non precisa, che fra gli ultimi del dicembre 1914 e i primi del gennaio 1915 apparve ineluttabile la necessità dell'intervento italiano a fianco delle nazioni latine. Questo affermò anche il Duce in un memorabile discorso, commemorando a Roma il settimo annuale della Vittoria.

La morte gloriosa di Bruno e di Costante decise l'intervento, e preparò l'epopea del Col di Lana e di Bligny. Né va dimenticato che sul Col di Lana e a Bligny, sotto le mostrine verdi della Brigata Garibaldina, furono molti i superstiti delle Argonne.

È questa l'eterna poesia del garibaldinismo. Come Giuseppe Garibaldi combatté da Rio Grande del Sud a Montevideo anche per l'Italia, così i rossi legionari del 1914 combatterono in terra francese perché l'Italia giungesse a Trento, a Trieste, a Fiume, nella Dalmazia.

Purtroppo i nostri governanti e i nostri negoziatori non seppero trarne tutti i vantaggi che avrebbero dovuto. Senza l'impresa di Ronchi, l'italianità di Fiume sarebbe oggi soffocata dal croato. E la Dalmazia tutta attende ancora l'ora della liberazione.

La marcia iniziata nelle Argonne non è dunque ancora giunta al suo termine. Se Salandra fosse stato nel 1914 meno timoroso, oggi l'Adriatico nostro non sarebbe più l’amarissimo, e il glorioso Leone veneto avrebbe già rialzato fieramente la testa in tutte le terre che un giorno conobbero il dominio della Serenissima. Ma l'anima garibaldina del popolo italiano è vigile, e giungerà anche il giorno nel quale il Duce ordinerà la ripresa della marcia interrotta. Quel giorno le rosse camicie garibaldine, muovendo all'ultima carica, vedranno alla loro testa le ombre incitatrici di Bruno e di Costante. Solo allora, non prima, la gloria garibaldina delle Argonne sarà coronata. È in attesa di questa grande ora, che le camicie rosse d'Italia sono tutte spiritualmente mobilitate.


 

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