PESCOSOLIDO AUGUSTO

L'avanguardia di tutte le battaglie

(da “Il Decennale”) (a cura di Benedetto Brugia)


Beatissimi voi

Ch’offriste il petto alle nemiche lance

Per amor di costei ch’al sol vi diede.

Giacomo Leopardi

Dalle arcane e insondabili profondità della saggezza biblica gli italiani trassero  indubbiamente la grande e santa invocazione: «Signore Iddio, dacci lo Spirito volontario!» giacché nel ritmo delle memorie, balena, con la fiamma ardente delle passioni, degli ardimenti e delle più aspre battaglie, la tradizione nobile e purissima del volontarismo italiano, origine di tutte le glorie e di tutte le fortune della Patria.

La storia dei volontari italiani, che è storia di mille e mille Eroi, li rammenta nella difesa di Costantinopoli, nelle guerre per l'indipendenza greca, in Spagna e in Polonia, in Francia e in Oriente, in Africa e in America: ovunque una causa giusta fosse da sostenere, ivi l'entusiasmo e il braccio generoso degli italiani era presente.

Ma la storia che conquista ed esalta, che ammonisce e s'impone come esempio, è certamente la tenacia, l'offerta continua al sacrifizio che i volontari sempre dettero per liberare il territorio della Patria dallo straniero; farla una e grande, renderle lo splendore dei tempi antichi e aprire alla luce della sua anima eterna tutte le vie della terra.

L'epopea del Risorgimento, che fu satura di volontarismo leggendario, tramandato a noi con lo splendore della Camicia Rossa, intessuta dalle fibre dell'eroismo, dell'ardimento, del sacrificio, ha consacrato alla venerazione degli italiani l'Eroe di Caprera, che della fede volontaria fu Maestro e Condottiero.

Volontari di guerra: confessori della fede di ieri e di domani; avanguardia audace e ardente d'ogni gesta e d'ogni conquista. Nel febbraio del '15, a Milano, lo stesso Cesare Battisti aveva ricordato i volontari della sua terra: — «All'alba del Risorgimento — aveva detto — scendeva dalle balze trentine Gustavo Modena a cospirare e ad ammonire. Fra il '21 e il '48, quando dagli atenei d'Italia poeti e letterati bandivano la parola della Patria, eran con loro il Prati e il Gazzoletti e una pleiade di altri illustri trentini. Nell'anno fatidico della grande riscossa nazionale vennero a noi, dalle pianure lombarde, i Corpi franchi; ma, dopo la sfortunata vicenda, non scesero più soli. Si unì ad essi quella Legione Trentina che combatté in Lombardia, che difese Carlo Alberto a Novara e corse nel '49 a portare il suo ultimo contributo di sangue alla morente repubblica di Roma. E più tardi, nel '52 e nel '53, votava alla gloria prete Tazzoli e i martiri di Belfiore; nel '59, quando apparvero sulle colline di Brescia i Cacciatori delle Alpi, fra essi Garibaldi proclamava prode dei prodi Narciso Bronzetti; nel 1860, quando nel sacro suolo di Sicilia egli conduceva il più glorioso manipolo, fra quegli eroi vi erano i moschettieri dei Mille, tutti figli di Trento; v'era Egisto Bezzi, nostra gloria vivente; nell'anno di poi, al Volturno, era un altro Bronzetti, era Pilade, che, col sacrificio della vita, decideva le sorti di quella giornata memorabile; e nelle campagne per la liberazione delle Marche e dell'Umbria, e nelle congiure del Veneto, e nelle lotte di Valsugana e a Bezzecca, erano a cento a cento i prodi della mia terra. Erano esercito, erano legioni, quando Garibaldi pronunciò il famoso “obbedisco”. Eppure, non domi, non vinti, scesero ancora a dare il loro sangue alla Patria. E furono a Villa Glori, a Monterotondo, a Mentana, a Porta Pia; e quando parve che la Patria fosse finalmente unita e non era, e vide che, a spezzare l'incombente letargo, c'era ancora bisogno di sangue, di sacrificio, di olocausto, Trento dava l'aiuto di un suo figlio all'azione santa che doveva creare la pagina più pura, più bella della storia: il martirio di Guglielmo Oberdan. Per queste memorie, per questi sacrifici, per queste glorie, che son glorie nostre, glorie d'Italia, ricordatevi o Italiani, — così diceva Battisti, — di Trento e Trieste».

E di Trento e di Trieste gli Italiani videro prossima la liberazione quando, nel XX secolo, sembrò per un attimo che la forza bruta, agglomerato di tutte le plutocrazie e di tutte le vecchie caste politiche internazionali, imbelli e vili, volesse e dovesse raggiungere il predominio sulla civiltà e sul diritto. Fu allora che giovani studenti, professionisti e operai, uomini temprati di lotta, fanciulli ancora caldi dall'amplesso materno, vecchi dal cuore saldo e dal braccio ancor valido, non seppero resistere all'imperioso comandamento della loro anima e dettarono, imponendole, le tavole della nuova legge, tavole scritte col sangue di quel pugno di prodi caduti all'inizio del conflitto europeo in terra Serba, oggi immemore e turbolenta, e dal sangue copiosamente versato dalla rossa avanguardia, che nelle Argonne aveva offerto alla democratica Francia tangibile prova di quanta generosità sia piena l'anima del discendenti di Roma.

Al «giuro» dei precursori, le vie d'Italia, percorse dal canto generoso e spensierato della giovinezza, che al disopra del pericolo, del sacrificio, dell'orrore e della morte poneva la Patria al vertice di ogni speranza, si popolarono di soldati. E dallo scoglio di Quarto, dal Campidoglio onusto, dalla città delle cinque giornate, il Cantore delle glorie e della virtù della stirpe e Colui che doveva poi divenire il Duce dell'Italia vittoriosa, chiesero per tutti a gran voce la guerra. E alla guerra, balzando innanzi, primi andarono ancora una volta i volontari.

Guerrieri senza spavalderia, eroi senza posa, i volontari sapevano di essere gli eredi legittimi di quella fede che aveva dato alla Patria «Balilla», i Fratelli Bandiera, Dandolo e Manara, Morosini, Arnaldo Fusinato e Pier Fortunato Calvi, i prodi di Villa Spada, Goffredo Mameli, i manipoli di Pisacane, di Guglielmo Pepe, di Curtatone e Montanara, di Calatafimi e di tutte le tappe vittoriose del Risorgimento.

Ambiziosi più della morte che della gloria, cosa importava loro se in guerra sarebbero stati divisi e derisi e decimati dalla mitraglia nemica, se nelle ansie delle lotta e nei pericoli della battaglia solo la fede li avrebbe sorretti, animati, sospinti verso la luce della vittoria, mutilata poi da barattieri incoscienti e senza Patria? Erano dei credenti, soprattutto, e la loro coscienza, diritta e lucente come la corta lama del legionario, li innalzò all'eroismo e al Martirio.

Così la tradizione si rinnovava e si perpetuava. Così da Trento e da Trieste, dall'Istria e dalla Dalmazia tutta, come da tutte le regioni del Regno, come dalla Corsica e dalle Americhe, da Tunisi e da Malta e dal Canton Ticino, accorsero i volontari, sfidando le insidie del secolare nemico.

Nuova e completa epopea, della Patria, questa, consacrata sul patibolo da Mario Weber, da Cesare Battisti, da Fabio Filzi, a Damiano Chiesa, da Francesco Rismondo e da Nazario Sauro; epopea vittoriosa, questa, incisa dalle gesta di Enrico Toti, il mutilato sublime che lanciava al nemico fuggente la leggendaria stampella e moriva baciando le piume del cappello dei bersaglieri di Lamarmora; di Filippo Corridoni, cavaliere dell'ideale, tribuno ed eroe popolano; di Giacomo Venezian, maestro, patriota e soldato glorioso; di Fulcieri Paulucci de' Calboli, fante cavaliere ed apostolo; di Rizzo e Ciano e Raffaele Paolucci che vendicarono Lissa e ferirono mortalmente l'armata nemica; di Gabriele d'Annunzio, bianco lanciere di Novara, fante del Veliki, fiamma nera ed aviatore, marinaio a Buccari, condottiero generoso del volo su Vienna; tutta un'epopea vittoriosa, questa, immortalata dalle più sanguinose e vittoriose battaglie Carsiche, del Grappa, del Trentino e del Piave, dall'audacia dei nostri aviatori che dettero all'Italia la gloria di Francesco Baracca e dai nostri marinai che furono i dominatori del mare «amarissimo».

Ma con la Vittoria il ciclo della tradizione eroica non si chiudeva.

L'immediato dopo guerra, periodo di dolore, di rinunzia, di mortificazione, aprì un nuovo campo d'azione per le anime volontarie.

E mentre ardenti ed arditi i volontari si serravano fedeli intorno a Benito Mussolini, che costituiva i Fasci di combattimento, correvano poi a Fiume, fiamme nere nei battaglioni dei «santi disertori» comandati da Gabriele d'Annunzio. E a Fiume soffrono e lottano, resistono e piangono e vincono e muoiono quando i sicari di un Governo maledetto li pose davanti al piombo e alle baionette di un nemico che non era nemico, perché nato sotto il cielo della stessa Patria.

Gloria a Voi, volontari e legionari, che immolaste la vita ed offriste alla Patria l'amore devoto di una città «volontaria».

Ma l'offerta non è completa, non è finita!

La Patria è sotto l'incubo della follia rossa, in mani di governanti abulici e rinunciatari che graziano i disertori e tradiscono il sacrifizio dei morti.

Occorre ancora chi combatta, muoia, vinca!

E combatterono ancora, i volontari d'Italia, e caddero a decine per le vie e sulle piazze, finché la santa giovinezza forgiata e comandata dal volontario e mutilato di guerra Benito Mussolini, non conquistò Roma per ridarle lo splendore e la potenza dell'Impero.

Oggi — così ha scritto Eugenio Coselschi, capo dei volontari di guerra italiani — il programma spirituale del volontarismo ha le sue basi granitiche in questi concetti: Patria, Sacrifizio, Fede e coraggio. È un programma che si rivolge al culto delle grandi azioni passate, solo in quanto può trarre da esse lo slancio risoluto per le grandi azioni future.

«Noi abbiamo consacrato la vita a un'idea: Essere dei cittadini intrepidi, fedeli, pronti a tutto, deliberati a tutto, pur di far grande, sicura, prospera e forte la nostra Patria.

«Per quest'idea volemmo la guerra, ne affrontammo spontaneamente i pericoli, i tormenti, i disagi. E per questa idea andammo incontro alla morte, versammo il nostro sangue, riconquistammo all'Italia i confini segnati da Dio. Ma questo è già il passato per noi, e il ritmo della storia è incessante. Non possiamo e non dobbiamo arrestarci. La necessità della grandezza, la forza d'espansione e di rinnovamento della nostra stirpe, palpita con energia sempre più vasta e incalza ogni momento con impeto irresistibile. Oggi il combattimento prosegue, e noi lo accettiamo. Prosegue il combattimento per mantenere inviolabile, contro ogni insidia dei vinti, il sacro muro delle Alpi. Ciò che fu conquistato dal sacrifizio di tante migliaia di compagni eroicamente caduti, deve essere conservato a prezzo di tutto il nostro sangue.

«Ma quel sacrifizio è ancora superiore al risultato raggiunto: quel sacrifizio ha creato un diritto supremo, che non si prescrive e non si cancella, su tutta la cerchia delle Alpi, su tutto il nostro mare, sulla Dalmazia nostra, doppiamente nostra, perché Romana e Veneta, perché reca l'impronta indistruttibile delle Aquile di Diocleziano e del Leone di S. Marco».

E le Aquile di Diocleziano e il Leone di S. Marco sono glorie di un Impero che fu e che per volontà di tutto un popolo dovrà nuovamente essere.

Per questa idea che esalta e conquista le anime e le rende devote alla Patria e al suo Duce, ancora e sempre i volontari d'Italia combattono e muoiono. Sono pronti a combattere, solo con la loro fede immacolata, quando il popolo italiano attraversa nel 1924 una breve crisi di coscienza; combattono e muoiono ancora nelle lontane Colonie, insieme ad un altro volontario di guerra, ad un principe di Casa Savoia, al valoroso Duca delle Puglie.

Forza viva e animata dalle tradizioni imperiali della stirpe, ecco dunque i volontari di ieri e quelli che sorgono, quelli che sorgeranno dalla rinata coscienza nazionale, pronti ad offrirsi ancora, senza nulla chiedere, persuasi che qualunque dono sarà sempre inferiore a quello che la Patria ha loro dato: la vita; e più che la vita materiale, quella spirituale ed eterna: l'orgoglio di sentirsi nel Mondo i cittadini della più gloriosa Nazione.


 

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