SCIPIONE PIETRO

1918 - La situazione militare generale in Europa e il contributo italiano

(da “Il Decennale”) (a cura di Benedetto Brugia)


La battaglia del Piave (15-24 giugno 1918)

La battaglia di Vittorio Veneto (24 ottobre-4 novembre 1918)

La Russia aveva fatto già pace separata con gli Imperi Centrali (dicembre 1917). La Romania seguì anch'essa, necessariamente, la Russia, perché l'Esercito romeno era dietro le linee russe, e firmò ugualmente una pace separata (maggio 1918). Gli Imperi Centrali erano così completamente liberi all'Est (fronte russo). Nei Balcani ed in Asia Minore gli Austro-Tedeschi consideravano la situazione come priva di preoccupazioni. In tale quadro generale europeo — che dava grande superiorità di forze agli Imperi Centrali — la Germania decise di tentare un'azione risolutiva sul fronte francese. Bisognava far presto, e decidere la partita prima dell'arrivo in forze degli Americani. «Speravo infine — ha detto il generale Hindenburg — che sotto la potente impressione di grandi successi tedeschi, lo spirito combattivo dell'Austria-Ungheria, tanto depresso, si sarebbe ridestato». (Era l'effetto, evidentemente, della mancata vittoria di Caporetto, che fu perciò — giova ripeterlo — vittoria italiana). L'offensiva fu preparata concentrando sul fronte francese tutti i mezzi disponibili. La Germania ritirò anche le divisioni che stavano sul fronte italiano. L'Esercito tedesco diede il via per «l'impresa più grandiosa della sua storia», come l'ha chiamata Lunderdoff, il 21 marzo. Il piano d'attacco mirava allo sfondamento nel punto di contatto tra l'Esercito francese e quello inglese, per battere poi le due masse separatamente, gettando gli Inglesi contro le coste della Manica. L'azione produsse realmente lo sfondamento desiderato. 

I Tedeschi avanzarono rapidamente, per una cinquantina di chilometri  in profondità, in direzione di Amiens, e determinarono un varco di una quindicina di chilometri tra Francesi e Inglesi. I due eserciti nostri alleati ebbero perciò una crisi gravissima, in quel marzo. Ma i Tedeschi non sfruttarono subito quel loro grande successo,  e ai primi di aprile i nostri Alleati poterono perciò chiudere la falla. La battaglia si accese però subito in Fiandra, e passò poi sull'Aisne, con una successione quasi ininterrotta, gigantesca, violenta. Doveva essere del resto — come disse Lunderdoff alla vigilia dell'offensiva — una lotta potente, lunga, che, cominciata in un posto, doveva continuare in un altro, fino alla vittoria. La battaglia infuriò infatti fino a giugno, e i Tedeschi fecero ottimi progressi dappertutto. 

Alla fine di giugno — ha scritto infatti Hindenburg — il risultato delle battaglie del 1918 sul fronte francese «lasciava nell'ombra, dal punto di vista bellico, tutto ciò che si era fatto dall'autunno 1914 in poi nei combattimenti sul fronte occidentale. La grandezza dei risultati era chiaramente espressa dal guadagno di terreno, dal bottino raccolto, dalle perdite sanguinose dell'avversario. Avevamo scosso l'edificio della resistenza nemica fin nelle sue fondamenta». E più esplicitamente così riassunse la situazione il generale von Cramon, addetto tedesco presso il Comando Supremo austro-ungarico, in un suo comunicato: «Noi abbiamo battuto gli Inglesi a San Quintino e sfondato per oltre 60 chilometri; Amiens è sotto il cannone tedesco; una sola linea ferroviaria mantiene ormai molto precariamente il collegamento tra Inglesi e Francesi. Nella regione oltre l'Ainse, abbiamo sfondato il fronte francese con uno sbalzo di 50 chilometri di profondità; i Tedeschi sono sulla Marna e bombardano Parigi giorno e notte».

La battaglia del Piave (15-24 giugno 1918) 

Fu in questa situazione di larghe speranze, della Germania sui Franco-Inglesi, che l'Austria — la quale per effetto della pace con la Russia e la Romania aveva disponibili tutte le truppe che prima erano assorbite da quel fronte, e che era stato rinforzato inoltre da parecchie centinaia di migliaia di prigionieri restituiti dalla Russia — volle allora concorrere alla gran gara, alla vittoria, attaccando l'Italia al Piave.

Vi fu spinta del resto anche dalla Germania: «Il nostro dovere è di attaccare senza riguardi su tutti i teatri della guerra», aveva telegrafato l'Imperatore Guglielmo all'Imperatore Carlo.

Scrisse infatti il Capo di Stato Maggiore austro-ungarico, von Arz, al Capo di Stato Maggiore tedesco, Hindenburg: «Come risultato della nostra nuova offensiva, che ci dovrà portare fino all'Adige, io mi riprometto lo sfacelo militare dell'Italia».

L'offensiva fu preparata perciò, come ebbe a dire più tardi il Ministro della difesa austriaca, con tale larghezza di mezzi, da superare, in intensità e proporzione, tutte le altre precedenti.

Agli ufficiali furono distribuite le carte topografiche fino al Mincio.

L'offensiva si sferrò contemporaneamente con due attacchi principali: dagli Altipiani e dal Piave. Durante la battaglia si fece poi aspra e cruenta anche la lotta sul Grappa. Infine l'offensiva fu preceduta, il 13 giugno, da un attacco diversivo dal Tonale, che doveva essere un'“azione valanga”, minacciando Milano.

La lotta fu accanita. Attacchi e contrattacchi si intrecciarono dappertutto, in una mischia infernale, con alterne vicende locali.

Sul Piave il nemico passò al di qua per lunghi tratti, che si estesero ancor più nei primi giorni: passò così in definitiva al Montello, e da Candelù a Capo Sile. Ma fu poi energicamente arrestato; martoriato da incessanti nostri contrattacchi, e rigettato infine al di là del fiume, con una nostra potente controffensiva generale, che durò dal 19 al 24 giugno (1).

Il nemico fu sconfitto su tutta la linea, con una clamorosa disfatta.

Ancora una volta la tracotanza nemica fu infranta, e la vittoria fu nostra.

Grande ne fu la ripercussione sui campi d'Europa.

«A metà giugno — ha detto infatti Hindenburg — la situazione generale militare della Quadruplice aveva subìto un sensibile peggioramento: l'offensiva austro-ungarica in Italia, dopo i successi iniziali molto promettenti, era fallita».

E più oltre, sempre a proposito della battaglia del Piave, e con allusione alla grave eco che quella sconfitta ebbe sulla compagine statale dell'Austria-Ungheria: «Il mancato successo era accompagnato da conseguenze peggiori di quelle che avrebbero potuto derivare dall'aver rinunziato a quell'attacco. La sfortuna del nostro Alleato era una disgrazia anche per noi».

La battaglia del Piave completò l'azione già svolta a Caporetto e nella prima battaglia del Piave del Grappa e degli Altipiani, del novembre-dicembre 1917: essa segnò il principio della fine; il segnale della riscossa, su tutto il fronte europeo.

Ha scritto a tal proposito il generale Pugliese, che la disfatta inflitta dall'Italia all'Austria, nel giugno 1918, distrusse infatti nelle Potenze Centrali ogni illusione di «poter esse, schiacciata l'Italia, abbattere pure gli Eserciti alleati in Francia, col concorso delle forze austriache, prima del completo arrivo dei rinforzi americani (2). Gli Austriaci, menomati materialmente e moralmente, sono quindi inchiodati alla frontiera italiana, sotto pressione, fattasi incombente, dell'Esercito italiano».

La Germania continuava tuttavia la sua battaglia sul fronte francese, e ancora il 15 luglio impegnò una nuova offensiva verso la Marna, con obbiettivo la rottura del fronte francese in due parti. E grande fu il successo iniziale, ancora in quel luglio. I Tedeschi riuscirono ad oltrepassare per la seconda volta la Marna, ed i Francesi dovettero impegnare una grave battaglia, per arrestarli prima, e per respingerli poi (2ª battaglia della Marna).

Ma il 21 luglio cessò poi definitivamente ogni pressione tedesca. L'offensiva era fallita, e gli Alleati passarono alla controffensiva.

La sconfitta riportata un mese prima dagli Austro-Ungarici sul Piave ebbe la sua inevitabile ripercussione anche sul fronte francese: rincorando gli uni, demoralizzando gli altri, mettendo fuori causa (o quasi) l'Austria-Ungheria, e togliendo infine alla Germania ogni possibilità d'aiuto dalla sua alleata. La sconfitta dell'Austria-Ungheria al Piave fu una disgrazia anche per la Germania, ha detto infatti Hindenburg; essa fu l'inizio del crollo definitivo degli Imperi Centrali.

La Germania, rimasta sola, si trovò serrata da ogni parte da Francesi, Inglesi ed Americani (3), che dal 18 luglio incominciarono a martellare senza tregua, or sull'uno or sull'altro tratto del fronte, con indomita tenacia.

L'Austria, nello sconforto e nella sfiducia generale, incominciò a dibattersi, ormai in modo palese, nella grave crisi interna delle tendenze separatiste fra le sue nazionalità, cui aveva dato buona esca la sconfitta del Piave.

La Bulgaria rimasta allora quasi sola, non più sostenuta dall'Austria-Ungheria che era assorbita tutta dalla sua sorte sul Piave, e anch'essa quindi sfiduciata, crollò il 29 settembre di fronte all'offensiva degli Alleati dalla Macedonia; trascinando poi con sé, il 30 ottobre, la Turchia.

Continuava però sempre accanita, aspra ed incerta la lotta sul fronte francese.

Ma venne allora Vittorio Veneto: l'Italia attaccò il 24 ottobre (4).

La battaglia di vittorio veneto (24 ottobre-4 novembre 1918)

Fu una battaglia classica, di sfondamento al centro (Vittorio Veneto) e di accerchiamento alle ali (Piave e Trentino) determinata — ciò che è importante — al momento opportuno (tenacemente studiato e atteso) e nel punto giusto, secondo la buona regola di guerra di «attaccare il nemico demoralizzato, ed abbatterlo, col minimo dispendio di forze».

La battaglia tuttavia fu dura, specialmente nei primi giorni. Alla tenace resistenza ed alla violenta reazione del nemico si aggiunse anche, per alcuni giorni, un'improvvisa piena del Piave, che distrusse parecchi ponti già costruiti, e rese difficile la costruzione degli altri, mettendo in serio pericolo le truppe già passate al di là del fiume.

Avvenne di più che — in conseguenza di queste difficoltà di passaggio del Piave — le truppe del Grappa dovettero sostenere da sole, per tre giorni, quasi tutto il peso della battaglia, in una serrata lotta, di attacchi e contrattacchi, che fu asprissima, tenace, cruenta, e che tale continuò poi anche nei giorni successivi.

Il nemico si batteva ancora con l'usato valore.

Soltanto sul Grappa, infatti, le nostre perdite di quei giorni furono 2.887 morti, 18.560 feriti, 3.060 dispersi e prigionieri.

Anche sul Piave la lotta rimase incerta per qualche giornata, e le poche truppe passate al di là prima dell'interruzione dei ponti alle loro spalle dovettero sostenere una lotta eroica, in mezzo a gravi difficoltà: ma resistettero bene. Il loro rifornimento di munizioni e viveri fu assicurato in sufficiente misura, durante le interruzioni, a mezzo di aeroplani.

Venne così — tra incerte vicende — la notte del 28, in cui finalmente fu potuto riprendere appieno il passaggio del fiume, dal grosso delle armate.

La vittoria incominciava a spiegare le ali!

La manovra di sfondamento — iniziatasi subito, secondo il piano — non fece tardare i suoi frutti: l'Esercito nemico fu diviso in due.

L'avanzata prese allora, d'un subito, un movimento più accelerato. Il 30 incominciò a diventare anzi travolgente.

Il 31 furono lanciate al di là del Piave anche le nostre divisioni di cavalleria: raggiunsero la Livenza, e puntarono poi arditamente sul Tagliamento e sull'Isonzo.

Il 2 novembre l'avanzata è estesa al Trentino.

Il 3, alle ore 15, le nostre truppe entrarono a Trento. Lo stesso giorno, per via di mare, alcuni nostri reparti occuparono Trieste.

Il giorno 4 le nostre armate vittoriose furono fermate su tutto il fronte, alle ore 15, perché il nemico, dichiaratosi vinto, aveva firmato l'armistizio di Villa Giusti.

La vittoria fu così annunciata dal bollettino del Comando Supremo del 4 novembre, ore 12:

La guerra contro l'Austria-Ungheria, che sotto l'alta guida di Sua Maestà il Re — Duce Supremo — l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta.

La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 ottobre ed alla quale prendevano parte 51 Divisioni italiane, 3 britanniche, 2 francesi, 1 czeco-slovacca ed 1 reggimento americano contro 63 Divisioni austro-ungariche, è finita.

La fulminea arditissima avanzata su Trento del XXIX Corpo della 1ª Armata sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte a Occidente dalle truppe della 7ª Armata e a Oriente da quelle della 1ª, 6ª, e 4ª, ha determinato ieri lo sfacelo totale del fronte avversario.

Dal Brenta al Torre l'irresistibile slancio della 12ª, dell'8ª e della 10ª Armata e delle Divisioni di cavalleria ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente.

Nella pianura, Sua Altezza Reale il Duca d'Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta 3ª Armata anelante di ritornare sulle posizioni da essa gloriosamente conquistate, che mai aveva perdute.

L'Esercito austro-ungarico è annientato: esso ha subìto perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni di lotta e nell'inseguimento; ha perduto quantità ingentissime di materiali d'ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi; ha lasciato finora nelle nostre mani circa 300.000 prigionieri con interi Stati Maggiori e non meno di 5.000 cannoni.

I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. 

Gen. A. Diaz

La guerra era vinta; e non soltanto per l'Italia, anche per gli Alleati.

Vittorio Veneto, mettendo fuori combattimento l'Austria-Ungheria, mise evidentemente la Germania in condizioni di non poter più resistere, tanto più che, con l'armistizio di Villa Giusti, l'Italia si era riservata il diritto — anche per conto degli Alleati — di potersi servire, senza restrizioni, delle ferrovie dell'Austria-Ungheria, per movimenti di truppe contro la Germania. E perciò, il 5 novembre, nella riunione dei ministri tedeschi a Berlino, il Gröner, messe in evidenza le condizioni schiaccianti in cui aveva posta la Germania precisamente la cessione delle ferrovie austriache all'Italia, così concluse: «La resistenza non può essere dunque che di breve durata, perché l'Esercito non può far fronte all'urto dei nemici, data la loro superiorità schiacciante e la minaccia dal territorio dell'Austria-Ungheria».

Gli eventi precipitarono infatti anche sul fronte francese in modo insperato.

Il 29 ottobre, il maresciallo Foch, nel convegno dei rappresentanti dei Governi alleati per concretare le proposte relative ad un eventuale armistizio con la Germania, parlò di una probabile durata della guerra per ancora tre, quattro, cinque mesi.

Il 2-3 novembre, lo stesso maresciallo Foch, al delinearsi del grande successo di Vittorio Veneto, prospettò perciò al Consiglio Supremo di guerra l'opportunità d'iniziare prontamente lo studio delle modalità per effettuare anche per il fronte italiano, attraverso il territorio austriaco, un'azione contro la Germania.

La situazione dunque faceva prevedere agli Alleati ancora una lotta lunga: fu Vittorio Veneto che aprì d'un subito ogni rosea speranza.

Merita infatti ricordare ancora che, nella stessa riunione del 2-3 novembre del Consiglio Supremo di guerra, di fronte alle insistenze degli ammiragli inglesi perché fra le condizioni d'armistizio fosse inclusa quella, molto grave per i Tedeschi, della consegna della flotta tedesca, il Primo Ministro inglese, Lloyd George — dopo aver fatto constatare le grave perdite che intanto le armate alleate andavano subendo ancora in Francia — domandò se insomma si voleva cercare di concludere subito la pace, o continuare la guerra ancora per un anno. E prospettò che, ad ogni modo, tutto dipendeva dal crollo o meno dell'Austria, in conseguenza della battaglia, in corso, di Vittorio Veneto. «Se l'Austria cederà, noi arriveremo dove vorremo», soggiunse; e terminò consigliando di attendere perciò l'esito della battaglia italiana (5).

Il 3 novembre fu firmato il nostro armistizio, e il 4 novembre, in conseguenza di esso, venne finalmente inserita nel testo delle condizioni per un eventuale armistizio con la Germania, la clausola della consegna della flotta tedesca, tanto a cuore — e giustamente — agli ammiragli inglesi.

L'11 novembre capitolò definitivamente la Germania.

Reduci della guerra!

I fatti sono stati qui esposti in forma schematica e breve — come si conviene tra vecchi soldati — allo scopo di far risaltare le caratteristiche degli avvenimenti cui avete partecipato, e la loro logica continuità: per meglio ricordare, e per meglio tramandare.

E voi, giovani nascenti! sappiate che da questi fatti scaturisce il nuovo diritto dell'Italia nel mondo. (Il trattato di pace ne ha tenuto conto soltanto in minima parte).

Meditate inoltre che la gioventù della guerra — quella forte, quella rimasta sempre sana — si è temprata a tutto osare, e si è maturata a più vasti orizzonti di vita nazionale attraverso questi fatti. Essa è destinata perciò a guidarvi, e già vi guida — esponente il Duce. Sappiatela seguire, e da essa sappiate succhiare lo spirito nuovo e audace che occorre agli Italiani tutti, per continuare la grande opera iniziata con la guerra e con la Vittoria, per la più Grande Italia.

_______________

(1)

Continuarono poi alcune altre nostre offensive locali, dirette alla riconquista delle poche posizioni rimaste in mano al nemico, o a migliorare in qualche tratto la nostra situazione tattica. Così: il 29-30 giugno riconquistammo per la seconda volta Col del Rosso. Col d'Echele e Monte Val Bella (2ª battaglia dei Tre Monti) che già avevamo conquistati, di slancio, dal 27 al 31 gennaio 1918 (1ª battaglia dei Tre Monti), ma che erano stati perduti durante la battaglia del Piave. Dal 2 al 6 luglio rioccupammo tutto il territorio tra Piave vecchia e Piave nuova (dopo che nelle giornate del 24-25 giugno era stata riconquistata la testa di ponte di Capo Sile).

(2)

Dal giugno, sbarcavano in Francia 250-300.000 Americani al mese. Alla fine di ottobre 1918 gli Americani sul suolo di Francia arrivarono ad un totale di 2.000.000.

(3)

Alla fine di ottobre 1918 erano in linea, sul fronte francese: due milioni e mezzo di Francesi, un milione e mezzo di Inglesi, oltre un milione di Americani. C'erano poi anche i resti dell'eroico Esercito Belga, e un corpo d'armata Italiano.

(4)

Durante l'estate vi erano state inoltre parecchie azioni. Noi attaccammo al Tonale (metà agosto), sull'Adamello, a Dosso Alto (Altissimo); e poi, il 14 settembre, in Val Brenta (La Grottella): dappertutto con buoni risultati. Il nemico ci attaccò al Carnone (in Val Brenta) il 12 e 30 luglio; contrattaccò il 3 settembre al Tonale (M. Mantello), in reazione alla nostra precedente azione di metà agosto; e attaccò infine il 6 settembre al M. Solarolo, e il 16-17-18 alla testata di Val Seren (Grappa). Ma dappertutto fu respinto.

(5)

Gen. A. Alberti, L’Italia e la fine della guerra mondiale, pagg. 108-110 e 129.


 

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