|
SERENA ANTONIO I giorni di Caino (1) Codevigo: un mattatoio per “Bulow” Il martirio di Mario Bubola e Corinna Doardo 10 maggio: “Bulow” resiste ancora Verso la fine del
1944, un diffuso malcontento serpeggiante tra i soldati dell'VIII
Armata — in particolare i canadesi, impiegati per il loro coraggio nelle
azioni più rischiose — induce il generale MacCreery ad affiancare alle sue
truppe la 28ª Brigata Garibaldi
Quando i partigiani di Boldrini arrivano a Pescantina, hanno modo di incontrarsi col partigiano Gino Bassi — un esponente del locale CLN — che si mette subito a disposizione per avvertire i fascisti accasati qua e là che sono arrivati dei corregionali che avrebbero piacere di vederli. I militi aderiscono con piacere all'invito ma, recatisi in caserma con la speranza di rivedere qualche faccia amica, vengono immediatamente fermati e costretti a salire su dei camion in attesa. In un solo giorno quelli di “Bulow” prelevano 26 fascisti a Pescantina e 53 a Bussolengo. Altri 20 militi vengono prelevati dalle baracche vicino all'Adige dai partigiani Zocca e Calligaris del CLN di Bussolengo, caricati su di un camion e consegnati direttamente ai partigiani di Ravenna. Di questi ultimi non si saprà mai più la fine. I fascisti prelevati dagli uomini di Boldrini vengono immediatamente portati a Codevigo, dove nel frattempo vengono ammassati molti altri militi rastrellati nelle zone limitrofe. Quivi giunti, dopo essere stati sottoposti a brutali sevizie e depredati di ogni avere, i prigionieri vengono fucilati a gruppetti sulle rive del Brenta e del Bacchiglione. La corrente si porterà via molti di quei corpi; gli altri verranno invece sepolti sbrigativamente o issati sulle carrette dell'immondezza per essere scaricati nei pressi dei vari cimiteri della zona. Nella sola Codevigo verranno rinvenute 104 salme (77 in un'unica fossa comune), 17 in un'altra fossa a S. Margherita, 12 a Brenta d'Abbà, 15 a S. Maria, 18 a Ponte di Brenta. Di ciò che avvenne a Codevigo tra la fine di aprile e il 13 maggio 1945 vi è conferma nel diario del parroco del paese, con Umberto Zavattiero: «30 aprile. Previo giudizio sommario fu uccisa la maestra Corinna Doardo. Poi furono uccisi con la stessa procedura dai partigiani inquadrati nella divisione “Cremona” altri quattro di Codevigo, tre della brigata nera e uno della milizia: Gino Minorello, Primo Manfrin, Fiore Broccadello, Gerardo Manoli. Nei giorni susseguenti furono uccisi Silvio Contri, Ludovico Bubola, Angelo Maneo, Farinacci Fontana, Giovanni Cappellato e Antonietta Cappellato (questa perché dicevano avesse fatto la spia a prigionieri inglesi). Nella prima quindicina di maggio vi fu nelle ore notturne una strage di fascisti importati da fuori, particolarmente da Ravenna. Vi furono circa 130 morti. Venivano seppelliti dagli stessi partigiani di qua e di là per i campi, come le zucche. Altri cadaveri provenienti da altri paesi furono visti passare per il fiume e andare al mare. Furono uccisi diversi anche a Castelcaro e vennero seppelliti a Brenta d’Abbà. Meritano un elogio gli uomini che con tanto sacrificio si prestarono per dissotterrare i morti e portarli al cimitero per ivi tumularli». È rimasto confermato che molte vittime furono inchiodate vive su delle tavole di legno, e dei chiodi vennero anche ritrovati fra le membra dilaniate. Le foto dei resti di questi infelici, rinvenute presso la pretura di Piove di Sacco, documentano in modo inequivocabile la ferocia che si abbatté su quegli sventurati prima del supplizio finale. Oltre ai ravennati, si parla di almeno 300 fascisti oriundi di varie parti d'Italia eliminati. In quei giorni di “caccia al fascista”, particolari attenzioni vengono riservate agli abitanti di Codevigo. Sospetti di simpatie fasciste ed ex appartenenti ai reparti della RSI — segnalati molto spesso per motivi di vendetta personale — vengono prelevati dalle loro case e condotti nella sede del CLN (l'attuale municipio) dove si svolgono i processi contro i fascisti locali. Presidente del fantomatico tribunale è lo stesso Arrigo Boldrini che ascolta in silenzio le accuse e le menzogne rivolte ai prigionieri e poi, sempre in silenzio, emette il verdetto: pollice in basso, condanna a morte; pollice in alto — ma accade di rado — salvezza. Ma ancor prima che la sentenza venga pronunciata, gli sgherri di guardia al fianco del “presidente” cominciano a carezzare nervosamente il calcio del mitra. I condannati vengono poi condotti tra insulti e bastonate al piano terra dell'edificio dove in un'apposita sala hanno luogo pestaggi e torture. Ricorda oggi Gottardo Minato, che per quindici anni fu custode del locale cimitero: «In municipio i partigiani portavano tutti quelli sospettati di essere fascisti o collaborazionisti. Gino Minorello aveva ventidue anni. Era l’organista della chiesa. Lo hanno preso assieme a Edoardo Broccadello, detto Fiore, e a Primo Manfrin. Li hanno fatti uscire dal municipio, messi in riga e portati nel capo dietro il “palazzo dell’acqua” dove avevano scavato una fossa. Li hanno spinti sul ciglio. Poi hanno dato una fisarmonica all’organista e gli hanno detto: “Suona una marcetta”. Mentre Minorello suonava hanno sparato». In quei giorni molti partigiani di Codevigo salgono le scale della sede del CLN. Tra i più assidui vengono notati: Danilo Boscolo, detto “Ganassa Papin”; Bruno Ferro, “Cocaina”; i fratelli Gino e Guerrino Marinello, detti “Graspa”; Arturo Zagolin, “Moro Dossi”; Pietro Favorido, “Miniti”; Alessandro Grigoletto, “Fiàca”; Severino Diserò, “Norge Ote”; Bruno Beggio, “Cibòra”; Luceto Bizzo; Ernesto Diserò, “Gàiola”. Qualcuno di loro è un vecchio comunista, ma i più si sono scoperti partigiani al momento opportuno. “Ganassa Papin”, a esempio, aveva prestato giuramento nella Repubblica Sociale ed era in forza al “58º Fanteria” a Padova. Sparito nell'ultimo periodo di guerra, i suoi commilitoni Capuzzo e Penazzo se l'erano ritrovato di fronte durante un'uscita effettuata per acquistare carne a mercato nero per la truppa. Anche qui infatti, come un po' dappertutto, in mezzo a tanti crimini e a tanto sangue, molti eroi dell'ultima ora perseverano nella loro “guerra privata”. Si parlerà molto nel dopoguerra degli episodi legati alla sparizione delle casse colme di soldi e delle preziose attrezzature ospedaliere abbandonate dai tedeschi in ritirata e rinvenute nella fattoria condotta da Orfeo Minorello sull'argine sinistro del Brenta; così come si ricorderanno le continue ispezioni dei partigiani locali a casa di Lino Cappellato e altri per l'esecuzione di “espropri proletari” o le rituali spoliazioni dei cadaveri dei fucilati. Il martirio di Mario Bubola e Corinna Doardo Ma gli episodi che gli abitanti di Codevigo ricordano ancor oggi con raccapriccio sono quelli relativi al massacro di Ludovico “Mario” Bubola e della maestra Corinna Doardo. Chi va a prelevare a casa Bubola in uno di quei giorni di fine aprile sono Favorido, Zagolin e i fratelli Marinello. Capitato in mano ai partigiani comunisti di “Bulow”, che non gli perdonano di essere il figlio del podestà fascista di Codevigo, il giovane viene portato nella casa di proprietà di Santina Capuzzo detta “la Campanara” e lì seviziato. A distanza di tanti anni la gente del luogo ricorda ancora le urla strazianti che uscivano da quel luogo di tortura. Nonostante le sevizie, Bubola non rinnega però i suoi ideali e questo fa imbestialire i suoi aguzzini. I barbari venuti a liberare il Veneto cominciano a segargli il collo con del filo spinato, finché la vittima sviene. Allora provvedono a farlo rinvenire gettandogli in faccia dei secchi d'acqua fredda. Ma il martire non cede e grida ancora la sua fede in faccia ai carnefici. Allora provvedono a tagliargli la lingua che gli viene poi infilata nel taschino della giacca. Quindi, quando la vittima ormai agonizza, gli recidono i testicoli e glieli mettono in bocca. Verrà poi sepolto in un campo d'erba medica nei pressi, sotto pochi centimetri di terra. Anche Corinna Doardo viene raggiunta in quei giorni di fine aprile dalla “giustizia partigiana”. Originaria di Tognana di Piove di Sacco, la donna insegnava alle elementari di Codevigo. Energica e coraggiosa, la Doardo era fascista né più né meno di tante donne del suo tempo. E, quasi certamente, il suo destino maturò all'ombra di una vendetta personale più che venir dettato da risentimenti di natura politica. Nei giorni precedenti il suo assassinio, il vicecomandante la “Brigata Nera”, Silvio Fontana, aveva arrestato nelle vicinanze di Codevigo un delinquente comune che da tempo molestava la popolazione con frequenti rapine e tentativi di estorsione. Mentre lo stesso comandante accompagnava l'uomo nella sede della brigata per interrogarlo, i due s'erano casualmente imbattuti nella Doardo che, riconosciuto il fermato, aveva esclamato rivolta al Fontana: «Meno male che una volta tanto fate qualcosa di buono». Una volta interrogato il bandito, il Fontana, com'era solito fare in ossequio alle sue doti di generosità, lo aveva rilasciato, limitandosi a dirgli di non farsi più vedere nei paraggi. Tanta magnanimità verrà mal ripagata: al comandante della “Brigata Nera”, i resistenti uccideranno negli ultimi giorni d'aprile il figlio diciottenne Farinacci dopo che questi era appena stato interrogato dagli inglesi e rilasciato. E anche la frase uscita dalla bocca della maestra in quell'occasione concorrerà in maniera determinante a segnare il destino della donna. Attivo partigiano nei giorni della “caccia al fascista”, il bandito sarà infatti tra coloro che andranno a prelevare il 30 aprile Corinna Doardo, che abitava in una casa vicina al municipio. Ricorda ancora Gottardo Minato: «La Doardo era vedova da due anni. Il marito era stato un fascista. Abitava nella casa accanto al municipio, vicino a dove adesso c’è la biblioteca. I partigiani sono andati a prenderla. L’hanno fucilata per strada. Poi l’hanno spogliata e hanno mollato il cadavere nudo in mezzo al cimitero. Sono andati a chiamare il parroco perché le desse la benedizione. Ma don Umberto disse che l’avrebbe benedetta solo se l’avessero vestita e composto la salma». Le sevizie cui la donna venne sottoposta prima di venire uccisa saranno confermate dallo stato in cui venne ritrovato il corpo. Il medico del paese, dottor Vidale, riferirà che solo un orecchio del viso della poveretta era rimasto integro. Gottardo Minato è testimone anche del modo in cui venne ritrovato il corpo di Silvio Contri, un altro abitante di Codevigo ucciso in quei giorni dai partigiani. Minato ospitava in casa un soldato bellunese che dopo l'armistizio si era unito alle truppe alleate. «Era domenica — ricorda Minato — e gli ho chiesto se veniva alla messa seconda, quella delle nove. Gli ho prestato il mio vestito da sposo e ci siamo avviati. Sull’argine mi ferma Arduino Paesan e mi dice: “Minato, hai coraggio?”. Gli chiedo perché. E lui mi fa: “Mi pare che stanotte abbiano ucciso Checca Tognina”. Era il soprannome di Silvio Contri. Dall’argine mi indica un cadavere trascinato dal fiume. Era legato con una corda: un capo attorno alla gamba sinistra e l’altro attorno a un “salgaro”. Siamo scesi e lo abbiamo tirato verso riva. Gli ho alzato la giacchetta che gli nascondeva la faccia: era Silvio. Lo abbiamo lasciato lì per paura. Dal “palazzo” erano usciti i partigiani. Ci aspettavano sulla strada. Ci avevano visto. Mi hanno fermato. “Preparati, ché sei un fascistone anche tu”, mi hanno detto. Non avevo neanche il fiato per parlare. Se non era per il bellunese che mi ha difeso dicendo che lui era un soldato regolare e che li avrebbe mandati tutti al muro non sarei qui». Ma quanti furono i morti in quei giorni tra la fine di aprile e la prima metà di maggio? In paese si fa il numero di 365 uccisi, ma c'è chi dice che furono molti di più. Al numero esatto si dispera comunque di poter ormai risalire, così come non si potrà mai stabilire l'identità di molti riesumati. Prima di venire fucilati, i prigionieri venivano infatti denudati per impedire ogni postumo riconoscimento. Una testimonianza al proposito sarà resa anche da Mario Corbelli, un ravennate che riuscì a sottrarsi per caso alla morte. Gettandosi a terra un attimo prima della fucilazione, egli si lasciò scivolare nel fiume riuscendo a raggiungere la riva opposta nuotando sott'acqua. La sera venne raccolto, gravemente ferito, da un contadino del luogo che provvide a consegnarlo al parroco di Brenta d'Abbà che a sua volta lo fece ricoverare presso l'ospedale di Chioggia. Qui di seguito diamo i nomi di alcuni dei Caduti nello spaventoso eccidio. I corpi di 114 fucilati giacciono dal maggio 1962 nell'Ossario eretto all'interno del cimitero di Codevigo per interessamento dei reduci repubblicani e con il concorso del “Commissario generale Onoranze ai Caduti in guerra” e del Comune di Codevigo:
Salme di ignoti riesumati: n. 16. Il maggior numero di uccisioni avvenne tra gli ultimi giorni d'aprile e i primi di maggio. Teatro delle esecuzioni sono gli argini dei fiumi Brenta e Bacchiglione a Codevigo, S. Margherita, Brenta d'Abbà, Arzergrande, Correzzola. A Codevigo crimini hanno luogo in via Bosco, via Garubbio, via Osteria, casa Capuzzo e presso la boarìa Bredo. I nomi dei responsabili diretti di queste nefandezze non verranno mai resi noti in quanto nel dopoguerra nessun giudice chiederà conto ai responsabili dei loro crimini. I partigiani locali, dopo aver segnalato i “fascisti o presunti tali” ai massacratori di “Bulow” e a quelli della “Cremona”, si astennero diligentemente dall'apparire durante le esecuzioni. Gli unici indizi che potrebbero ricondurre a un accertamento delle responsabilità sono legati a questo elenco, mai prima d'ora reso pubblico, smarrito da un capo partigiano in quei giorni e ritrovato da un abitante di Codevigo che, prima di riconsegnarlo, trascrisse e conservò questa lista di nominativi di partigiani di Ravenna:
Ma altri ravennati verranno in seguito segnalati come presenti in quei giorni a Codevigo. Essi sono: Ateo Minghelli, Alieto Senni, Secondo Bini (commissario politico della 28ª Brigata). Pure presente, in qualità di ufficiale medico, era Benigno Zaccagnini, già collaboratore di giornali fascisti ravennati e futuro deputato democristiano. Verso la metà di maggio i partigiani di Boldrini lasciano Codevigo; la Divisione “Cremona” rimane invece fino ai primi di luglio. Il merito dell'abbandono del paese da parte dei garibaldini della 28ª Brigata va ascritto al parroco don Silvio Zaramella, uomo in apparenza mite, ma intelligente e deciso. Costui, dopo un colloquio con il governatore alleato in cui ha modo di denunciare la pesante situazione, riesce a prevenire altri eccidi facendo smembrare i partigiani garibaldini, molti dei quali vengono inviati in altre zone. Nel dopoguerra, Arrigo Boldrini sarà eletto deputato del Partito comunista, vicepresidente della Camera, presidente nazionale dell'Associazione partigiani e verrà insignito di medaglia d'oro al valor militare dagli inglesi. Attualmente è senatore e membro del Comitato centrale del PCI. Malgrado lo scorrere di tanto sangue e l'esistenza di tanti cadaveri, attualmente né alla Pretura di Piove di Sacco, né presso la stazione dei Carabinieri di Codevigo, si trova traccia di fascicoli dedicati a questi gravi episodi. Nemmeno la grande stampa si è mai preoccupata, nel corso di quarantacinque anni, di darne l'opportuno risalto. Per ammissione di qualche giornalista, oggi sappiamo anche che qualche temerario in servizio presso la RAI ci provò, ma venne prontamente diffidato dai suoi dirigenti. Solo qualche tempo fa — esattamente il 4 ottobre scorso — un giornale locale ha dato notizia dell'apertura di un'inchiesta presso la Procura di Padova sui fatti del maggio 1945 a Codevigo. Lo stesso quotidiano, sempre nei primi giorni di ottobre, ha raccolto le prime reazioni di alcuni partigiani presenti in quella zona al momento delle stragi. In quei giorni a Codevigo, con Arrigo Boldrini, c'era anche Tristano Mazzavillani, attualmente presidente dell'Associazione partigiani (ANPI) di Ravenna, che, alla richiesta di fornire qualche indizio sulle responsabilità, così ha risposto: «È una cosa che ci siamo chiesti diecimila volte. Hanno cercato di rovinare noi. Non avremmo mai permesso che succedesse una cosa di questo genere. E quando Boldrini l’ha saputo, è stata una disperazione. Noi comunque l’abbiamo saputo dopo. Chi abbia materialmente fatto tutto questo è rimasto un mistero». Mazzavillani ha poi escluso ogni responsabilità della 28ª Brigata “M. Boldrini” e del suo comandante Boldrini con queste parole: «Boldrini non ne sapeva niente, perché questi non sono certo ordini di un comando. E non erano ordini di nessuno: c’erano personaggi che agivano al momento. Se poi questa gente arrivava di notte... Qualsiasi cosa sia successa, non ha nulla a che fare con la guerra di liberazione: noi avevamo ben altra morale. In quel periodo c’erano cani sciolti che andavano per conto loro. Come succede in tutti i periodi postbellici. Noi degli atti di guerra rispondiamo ancora, ma non possiamo rispondere di atti di quel tipo». 10 maggio: “Bulow” resiste ancora Stando invece ad alcune affermazioni di Arrigo Boldrini, sembra che le responsabilità cadano su ben definiti schieramenti partigiani. Scrive infatti Boldrini nel suo «Diario di Bulow» in data 9 e 10 maggio: «Nella serata dobbiamo affrontare nuovamente una questione molto seria: si tratta dei rastrellamenti dei fascisti, operati spontaneamente dai patrioti un po’ dovunque, così come si registrano autonome iniziative di gruppi contro le ultime sacche di resistenza nazifascista. Non è possibile avere un quadro preciso. Si sono mobilitati un po’ tutti, diversi militari del “Cremona”, esponenti del CEN, partigiani di altre zone, i nostri. Pressoché impossibile intervenire. Non possiamo che prendere atto degli strascichi di una guerra nel corso della quale le forze armate della RSI, soprattutto le brigate nere, hanno resistito fino all’ultimo». Nel palleggiamento delle responsabilità si è inserito anche Giuseppe Fabris, segretario per il Nord-Est della “Federazione Italiana Volontari della Libertà”, con una lettera inviata ai segretari regionali della federazione, stralci della quale sono stati pubblicati dai giornali. Ecco il parere del rappresentante dei partigiani cattolici: «Noi conoscevamo da oltre 45 anni questi avvenimenti e li davamo per superati in considerazione che la lotta è stata feroce perché feroci furono i tempi. Tuttavia i patrioti delle altre regioni d’Italia potrebbero chiedersi: “Dov’erano le formazioni patriottiche non comuniste della Bassa Padovana e dove si trovava il generale Clemente Primieri, comandante del Gruppo di combattimento `Cremona´, e perché non intervennero a por fine al massacro?”. «Nei comuni di Correzzola e di Codevigo operavano elementi delle brigate del popolo “Guido Negri” e “Brunello Rutoli”. La prima aveva come linea di demarcazione a sud il corso dei fiumi Brenta e Bacchiglione; la seconda operava sulla sinistra del fiume Adige (dal comune di Cavarzere a quello di Boara Pisani). Nella zona compresa tra Chioggia e Piove di Sacco era operante la brigata garibaldina “Clodia”... «La 28ª brigata garibaldina, comandata da Arrigo Boldrini e integrata nel Gruppo da combattimento “Cremona”, giunge a Codevigo il 30 aprile 1945. Nella zona non v’è più traccia né di tedeschi né di fascisti. È fuorviante l’annotazione che il comandante Boldrini fa nel suo diario in data 10 maggio 1945: “Nella serata dobbiamo affrontare nuovamente una questione molto seria: si tratta dei rastrellamenti dei fascisti operati un po’ dovunque, così come si registrano autonome iniziative di gruppi contro le ultime sacche di resistenza nazifascista”. «Che non ci fossero più elementi nazifascisti il 10 maggio lo dimostra il fatto che Toni Ranzato, capitano della paracadutisti “Folgore” e comandante della brigata “Guido Negri”, aveva fatto concentrare a Padova sin dal primo maggio la maggior parte dei reparti della 28ª brigata garibaldina per costituire il Corpo guardie di PS al fine del mantenimento dell’ordine pubblico. «Quando venne a conoscenza delle esecuzioni sommarie compiute dai reparti della 28ª brigata garibaldina accorse sul posto ed ebbe un violento alterco con Marino Munari, comandante della brigata “Brunello Rutoli” , perché non era intervenuto con i suoi uomini contro la pretesa accampata dai garibaldini, che essi si attenevano alle direttive del Comando Corpo Volontari della Libertà del 16 luglio 1944 sulla costituzione e il funzionamento dei tribunali marziali presso le unità partigiane. Tali disposizioni avevano vigore finché fossero in corso le ostilità, dopo no. «Certo grave imputazione di omissione dei doveri etici e disciplinari di un comandante si deve muovere a Marino Munari, ma ai garibaldini della 28ª brigata proveniente dalla Romagna si deve imputare di avere fatte proprie le direttive impartite ai brigatisti neri di Verona: “Chi tocca un fascista deve morire”...». Partigiani comunisti della 28ª brigata “Mario Gordini”, badogliani della “Cremona”, Boldrini, Primieri, palleggiamento di responsabilità... In quarantacinque anni qualche passo la giustizia l'ha fatto. Non rimane che attendere il prossimo benestare politico. |
|
Oggi è il giorno
© 1998-
|