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LA TERZA GAETANO Dentro di noi C'è stato un periodo, nella vita politica nazionale, in cui parlare di intransigenza era divenuto uno dei tanti modi comuni correnti nel mercato spicciolo delle frasi fatte. La cosa potrebbe passare inosservata se, a chi indugia a osservare il fenomeno proiettandolo nel quadro dei tempi, non si presentasse lo spettacolo grigio di una vera e propria tolleranza le cui conseguenze sono state scontate più che amaramente da tutto il popolo italiano in ogni ceto e categoria e sotto la passionale violenza di ogni e qualsiasi tendenza politica. In effetti mancavano gli elementi integrativi di una vera e propria intransigenza: o, quanto meno, mancava un senso di responsabilità che rivelasse gli individui nei loro caratteri fondamentali e nella nudità essenziale del loro spirito. Non è qui la sede più opportuna per soffermarsi a esaminare quali e quante siano state le ragioni determinanti di una crisi che scontiamo ancora duramente a prezzo di sacrifici e di rovine che quotidianamente incidono sulla sensibilità di tutto il nostro popolo. Ma non è nemmeno inopportuno ricordare, in aperta antitesi alle affrettate palinodie di avventati censori come il fascismo monarchico sia stato screditato non per un'effettiva carenza della sua dottrina, ma per il tradimento di uomini che questa dottrina umiliarono pervertendone il significato nelle sue manifestazioni storicistiche. Se il fascismo, quindi, torna alla ribalta degli avvenimenti politici, qualsivoglia opposizione non ha colpe o difetti da rimproverargli tranne quello di essere stato dominato da un'alta tensione morale e di credere in questo senso alla superiore e inderogabile eticità dello Stato: un difetto, comunque, che merita, quanto meno, un rispetto incondizionato per la semplice ragione che si identifica nella causa della prosperità e del benessere del popolo italiano. Non fu certamente il fascismo a innalzare la bandiera della tolleranza: ma la brandirono in suo nome, questa bandiera, i sanculotti della massoneria e del semitismo per difendere un gioco particolarmente interessato e per preordinare un colpo decisivo contro quella intransigenza le cui fasi rappresentative più luminose vanno dalle aspre e sanguigne vigilie della marcia rivoluzionaria sino al 3 gennaio 1925. Il vecchio nemico non poteva rassegnarsi allo scacco subìto con un'infamia che non ebbe nemmeno il privilegio di salvarsi in un alone di romanticismo eroico. I figli del drago verde e della torre di Babele preordinarono nell'ombra una trama sottile e insidiosa vigilata costantemente da un piccolo monarca egoista e ambizioso. Conosciamo le conseguenze: ma nessuna di queste conseguenze può darci come metro di valutazione delle responsabilità il riversare le colpe a un regime la cui intransigenza parlava e parla nei fatti attraverso la redenzione dell'agro pontino, la moltiplicazione delle strade, il potenziamento dell'attrezzatura tecnica e industriale della nazione. A questa intransigenza oggi torniamo: o, per essere più esatti, ne riconfermiamo l'esigenza e l'esistenza come di elemento vitale e propulsore della nostra attività repubblicana riportandola sul campo delle idee con la ferrea fermezza di chi non si è mai allontanato dalla rigorosa osservanza a un credo morale cui si è votata la propria personalità. Perché l'intransigenza è, soprattutto, la risultante di un processo di interiorità: e, come tale, deve essere individualmente difesa sino alle conseguenze estreme. Non poche volte siamo stati costretti a porre l'accento sulla differenza profonda tra il nostro credo politico e la sua manifestazione storicistica: segno evidente di una crisi nella quale il sistema si sgretolava senza trovare il conforto di una forza di coesione che lo riportasse alla sua saldezza originaria. Mancava, insomma, il senso del soggettivo. Le forze ostili alla giovinezza fascinatrice della nostra rivoluzione fecero sì che adusati al dinamismo di una vita febbrile, scaltriti da una crescente polemica nazionale che puntava sul sociale come vero assoluto, invasati da un formalismo panteistico di masse, di azione, di movimento, dimenticassimo l'elemento aggregatore originario trascurando l'individuo nell'intima potenza della sua personalità. Il gusto dell'oggettivo prese un temibile sopravvento. Non riuscimmo a essere soli con noi stessi, a ritrovarci nei nostri elementi vitali più vivi e più veri: soprattutto non riuscimmo a vedere quanto di questa nostra personalità fosse veramente valido ed efficiente nel quadro della complessa responsabilità nazionale. Pur senza averne una precisa e rigorosa sensazione, facevamo il gioco del nostro nemico, accusavamo il difetto fondamentale della nostra educazione politica rimasta lacunosamente imperfetta non perché mancassero gli elementi direttivi o informativi, ma perché non ci eravamo saputi sganciare dall'azione deleteria degli apostoli dell'eresia i quali avevano artificiosamente capovolto nella prassi i termini della nostra dottrina. Ad asseverare il nostro asserto basta tener presente che non siamo riusciti a occultare la nostra sorpresa quando il corso degli avvenimenti ci ha costretto a rivedere o a rileggere le pagine della Dottrina del fascismo. Ci siamo allora accorti come molte verità che urgevano alla nostra coscienza fossero state enucleate da un pezzo e che i nostri atteggiamenti sinistroidi trovavano un addentellato preciso nello spirito rivoluzionario di un programma ricostruttivo ignorato da pochi, trascurato da molti, inosservato quasi da tutti. Soprattutto ci siamo accorti che esisteva una radicale rivendicazione dei valori educativi dell'individuo come premessa essenziale perché potesse il singolo riversarsi nella collettività e la collettività nello Stato: e se un torto abbiamo da ascrivere alla nostra coscienza è appunto quello di avere considerato tale inopinata riproposizione di valori come un'istanza formale puntualizzata da un teoretismo astratto o di maniera e non come un'esigenza da tradurre nella concretezza vitale dell'azione. All'atto del nostro ritorno sulla scena politica non solo del continente, ma del mondo intero, il principio fondamentale da rivendicare è, dunque, quello dell'intransigenza riportandolo al costrutto espressivo della nostra dottrina. Intransigenza, dunque, soprattutto con noi stessi, penetrazione del nostro mondo soggettivo, dura ma necessaria conquista contro tutte le torbide passioni alimentate da un sordido egoismo. Adesso più che mai è il momento di ribadire che l'intransigenza non è un dono di natura né un dato originario dello spirito, ma la risultante di un'educazione del carattere e della dirittura del costume. In tale senso — che è l'unico vero e autentico — furono intransigenti i martiri della Chiesa alla pari degli eretici del Medio Evo, furono intransigenti i pionieri di tutte le civiltà e gli eroi di tutte le conquiste. Processo di educazione — abbiamo detto: il che significa interiore maturazione di un precetto morale che impone all'individuo una condotta specifica e lo indirizza verso le responsabilità del dovere le quali sono molto più ampie ed espressive della tutela di qualsiasi diritto. È, anzi, questo senso del dovere che bisogna richiamare nell'attuale fase di smarrimento se si vogliono salvi i destini della patria. La crisi che travaglia il mondo contemporaneo è crisi spirituale per eccellenza. La guerra si è palesata come uno sciopero formidabile della civiltà europea. Bisogna ricondurre i popoli alla percezione della loro missione nel mondo e al riscatto dei presupposti per la conquista della libertà: ma il compito sarà frustrato sino a quando non si riporterà l'individuo alla schietta valutazione della propria personalità liberandolo dall'oppressione di tutte le sovrastrutture che hanno falsato e falsano la generosità dell'impulso secondo coscienza e ragione. Perché l'individuo deve essere molecola dello Stato, ma rispecchiare in sé lo Stato intero nella feconda intuizione del processo evolutivo dei tempi e delle esigenze della socialità. Soltanto da questo potrà germinare l'autentica intransigenza che si riporta al precetto kantiano di vivere una vita che possa essere di norma di condotta a tutti i cittadini. Molti anni fa Arnaldo Mussolini, indirizzandosi al segretario del Partito, rivendicava la nobile austerità del popolo italiano contro tutti i fragorosi e inconsistenti formalismi di pomposa appariscenza che umiliavano per colpa di pochi la sensibilità della nazione intera. La condanna a cuore aperto di tutte le forme di ostentazione intese a debilitare la dignitosa povertà e il sacro pudore della miseria di parte prevalente del popolo, costituivano, per chi avesse saputo comprenderlo, il metodo indicativo per giungere a un'intransigenza autentica e radicale. Sacrificio, disinteresse, intelligenza sono, anche in questo documento, i cardini fondamentali. A questi precetti bisogna ritornare se, quali che siano le sorti della guerra, si voglia puntare alla conquista di una dignità e di un prestigio nazionali. Non basta sbandierare il principio di arrivare nudi alla meta. Tutti i grandi princìpi vivono della luce di chi li cola nella forma della propria esistenza. Il gesto più generoso non è quello di chi dona, ma l'altro di chi rinuncia. Nel sacrificio l'individualità si esalta e si rinnova. Ogni conquista non è che uno scalino per giungere più in alto in assoluta purezza di spirito: e non vi è sacrificio che non dia l'esatta misura dell'ampiezza del proprio respiro nell'intima gioia di servire, anche oltre l'umano, la causa della patria. Contro il culto invadente della materia, contro la grettezza speculativa di un mondo democratico in piena dissoluzione — e appunto per questo più pericoloso — soltanto il sacrificio può valere come metro indicativo della difesa dei valori dello spirito e come tutela di una civiltà che rimane inoscurata nei lucidi fantasmi di bellezza che si agitano nell'orizzonte del suo divenire. Soltanto dal sacrificio germina l'eroismo: il fenomeno più puro della vita umana, il fatto saliente che non si risolve e non si esaurisce nel gesto del combattente che balza dalla trincea nel fascino fatale dell'esempio, ma quotidianamente si rinnova, oscuro e impensato, nei cantieri e nelle officine, al tavolo di lavoro e nel campo di comune e ordinaria fatica quando l'egoismo si annulla a costo di qualsiasi sofferenza. Soltanto la scuola del sacrificio insegna quel soffrire dentro di sé che perfeziona il carattere ed esalta la volontà temperando alla prova del fuoco le tendenze e le ambizioni sino a renderle lucenti come lame che taglino i nodi di qualsiasi compromesso. In questo credo di spartana chiarezza interiore non può il sacrificio non essere mutuato dal più aperto disinteresse. La personalità non si misura sulla scala di gradazione dell'oro. È semplicemente assurdo il solo pensarlo. Il mondo contemporaneo ci dà una chiara lezione che non può andare dispersa. Tutti coloro che sono rimasti aggiogati al vitello di Giuda hanno disseminato la rovina e la disperazione. Il nemico fatale del disinteresse è, per antonomasia, il semitismo: ma questo semitismo che vive aggrappato al feticcio dell'oro e in suo nome si agita e prorompe nelle crisi dissolvitrici degli Stati e dei popoli è l'antesignano dell'abbrutimento volgare, della disperazione di ogni e qualsiasi senso morale. Parlare di ebrei e di intransigenza è il controsenso più stridente che si possa immaginare. Per i figli di Sion l'unico vangelo è l'affare senza discriminazione di sorta: e con l'affare emerge la transazione, l'utilità marginale, la conquista materialistica comunque sperimentata. A tale metodo di vita e di valutazione obiettiva dell'esistenza dobbiamo l'attuale conflitto, le rovine e i lutti di questa formidabile guerra volta a sconsacrare i miti religiosi del vecchio continente. L'Europa potrà riscattarsi soltanto a condizione di trovare la verità di una sostanziale intransigenza: ma per realizzare l'assunto non potrà non attingere alle fonti essenziali del sacrificio e del disinteresse che riportano l'individuo all'intima verità del suo carattere e della sua forza costruttiva. Ma qualunque sacrificio, qualunque disinteresse rimarrebbe sterile senza il concorso dell'intelligenza. Abbiamo appreso a nostre spese quale sia il valore dell'astuzia. Il processo intentato al fascismo monarchico con una sadica voluttà di discreditare posizioni che avevamo, tuttavia, difeso, si traduce, in ultima analisi, in un drammatico e profondo processo a noi stessi. Massoneria e semitismo divennero i grandi maestri del tempo: e il gioco si concluse col supremo atto di astuzia elaborato dalla corona e individuato nell'arresto di Mussolini con la corsa conseguente all'armistizio. Bisogna tornare all'intelligenza. L'intelligenza è simbolo di altruismo, di operosità feconda, di armonica fusione del reale con l'ideale laddove l'astuzia è meschina, egoistica, egocentrica. L'intelligenza costruisce. L'astuzia sgretola. Il segno dell'astuzia è il tornaconto, quello dell'intelligenza la fede nel progresso dell'umanità. Tutte le grandi conquiste sono state realizzate sotto il vessillo e sotto l'imperio dell'intelligenza; tutte le viltà e le mediocrità sono state perfezionate sotto l'assillo dell'astuzia. Intelligenza di Galileo, astuzia di Cagliostro. Da una parte Cesare, Dante, Michelangelo, Napoleone: dall'altra Claudio, Casanova, Talleyrand. Da una parte Machiavelli, dall'altra il Duca Valentino. La storia non può essere ignorata o, peggio, tradita. Quando il sacrificio e il disinteresse saranno scaldati dall'intelligente percezione del loro significato, l'individuo balzerà davvero come centro motore della verità realizzando soprattutto nello spirito e, quindi, nell'azione, l'intransigenza autentica e costruttiva. Ove, poi, si volesse rendere ancora più sottile l'indagine, bisogna riconoscere come i tre termini si mutuino a vicenda integrandosi nella posizione logica di un unico concetto. Perché non vi può essere sacrificio che non sia disinteressato e intelligente come non vi può essere disinteresse che non sia segno di consapevole sacrificio e non si può concepire una vera intelligenza che non ubbidisca all'impulso naturale della rinuncia e del disinteresse. Quelli che sembrano tre aspetti distinti e separati si ripropongono come tre fattori che si riconducono in un precetto unitario e indissociabile. L'individuo che si proponga la conquista di se stesso per realizzare la concorrenza del singolo nelle conquiste dell'umanità non può prescindere da questa legge insopprimibile. Se qualcosa abbiamo da apprendere dalla tragedia quotidianamente vissuta, è appunto questo: il rivelarci, a noi stessi, il segreto per riscoprirci. Le fortune dell'Italia, l'avvenire della patria sono legate esclusivamente alla nostra autentica intransigenza. Non si tratta di un vuoto formalismo, ma di una rivendicazione della personalità nell'orbita del dovere e della consapevolezza. Una delle tante mani ignote scrisse un giorno su una parete di una casa diroccata in un paesetto della zona carsica le parole: O tutti eroi o tutti accoppati. Il risoluto estremismo del fante ignoto ci torna oggi come ammonimento della storia. Quando, nell'orbita del Partito, conquistato il dovere dell'esempio, sapremo trincerarci nella nostra intransigenza difendendola come la più pura e la più schietta creazione del nostro spirito, avremo tutto da chiedere al popolo italiano. E questo popolo che prima di vedere e di sentire ha il supremo privilegio dell'intuizione, non potrà esitare a seguirci sino in fondo come si segue, in qualunque tragedia, la fiaccola della verità che riscatta l'anima umana dalle tenebre di tutte le miserie. |
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