MEZZASOMA FERNANDO

Niccolò Giani


Il 14 marzo 1941, Niccolò Giani — il battagliero direttore della «Cronaca Prealpina» di Varese, l'ascetico direttore della Scuola di Mistica fascista, l'appassionato docente di storia e dottrina del Fascismo nell'ateneo di Pavia e nel Centro di preparazione politica per i giovani — cadde da leggendario eroe sulla cima di una montagna in Albania per consacrare col proprio sacrificio quella che egli stesso aveva definito la consegna dei mistici: l'immediata consequenzialità tra il pensiero e l'azione. Niccolò Giani (1909-1941) Di tutte le definizioni che Mussolini ha dato del Fascismo nei suoi scritti e discorsi, via via che la dottrina fascista si andava sviluppando e maturando, una Niccolò Giani ne assunse quale insegna della sua vita: «Il Fascismo è una mistica che agisce». Credere e agire fu infatti il suo motto, la sua parola d'ordine. L'ansia del combattimento era stato l'assillo degli ultimi anni della sua esistenza. E ogni volta che tornò dai fronti di guerra, gli sembrò di non aver dato abbastanza in coraggio e in abnegazione. Così fu dopo la guerra per la conquista dell'Impero. Nel suo aureo diario africano, dal titolo: «128º Battaglione Camicie nere», la sua più bella giornata — come egli la chiamò — porta la data del 22 febbraio 1936, e cioè la data del giorno in cui, iniziandosi l'azione contro il nemico, gli fu dato in consegna il gagliardetto del battaglione. Più tardi, salpando vittoriosamente verso l'Italia, colmi gli occhi della superba immagine della Patria che Mussolini aveva fatto potente e temuta, così manifestava la sua soddisfazione: «Noi ti abbiamo servito, Duce. Ci basta. Ti ringraziamo. E oggi una cosa sola ti chiediamo: anche domani riservaci il privilegio di servire, di imbracciare nuovamente il moschetto». Fu durante quel medesimo anno — che doveva vedere Roma ritornata alle glorie dell'Impero —, ed esattamente il 1º marzo 1936, ch'egli, ricevendo la commovente notizia della nascita del suo primo figlio, vergò orgogliosamente, sospinto da un'irresistibile intima forza, un documento di profonda spiritualità che doveva divenire non soltanto il suo testamento per il figlio Romolo Vittorio Africano, bensì un testamento di alte virtù morali per le future generazioni italiane.

«Solo per questa Italia — così si esprimeva rivolgendosi al suo primo nato — dovrai saper morire col corpo e con l'anima. E mai, mai, dovrai dimenticare che per questo nome sacro madri hanno salutato col sorriso i figli che andavano a morire, mariti abbandonarono in fiera letizia le giovani spose, padri hanno orgogliosamente baciato per l'ultima volta i loro bimbi. Che per questa Italia si son fatti di sangue i fiumi, le montagne hanno tremato, i morti sono usciti dalla terra. E che per Essa io oggi non ti conosco e potrei non conoscerti mai. Ma, se così fosse, tu amala anche per me, sacrificati anche per me, muori anche per me».

E più oltre: «Quando sarai adulto, alla mutilata corona che vedrai sul capo della tua Patria, ti sarà facile riconoscere le gemme di cui il volger del tempo e l'ignavia degli uomini l'hanno fatta priva. Riconoscerai la culla dei tuoi avi, quella sacra terra di Dalmazia dove ogni sasso impreca al tradimento e dove ogni pino sale al cielo come una preghiera a Dio per il ritorno della Madre. Riconoscerai Corsica e Malta, Canton Ticino e Grigioni. Ritroverai le gemme perdute di quest'Africa dove ora s'è accesa la grande favilla della nostalgia e di quell'Asia che già vide i miracoli dei grandi figli di Roma. Riconoscerai tutte, tutte le gemme che a lei devono ritornare e tu vedrai restituirgliele, ché a una a una ritorneranno; e tu  insegnerai a tuo figlio le mancanti perché non una sola, fra cento, fra mille anni, le manchi».

Con queste parole egli concludeva: «Che i tuoi occhi non vedano che grandezza e potenza, gloria e vittoria. Figlio, nel nome che porti c'è l'auspicio del tuo tempo e della tua generazione; l'Africa dovrà essere il tuo segno e la tua via, il tuo destino e il tuo dovere, dovrà essere la tua speranza e il tuo diritto. Ora cresci: la camicia nera e la divisa kaki, che con la pietà di Cristo tua madre ti ha fatto trovare nella culla, ti dovranno essere compagne di tutta la vita. Sappile portare con onore e con fierezza. E poiché Iddio ti ha fatto nascere nel tempo di Mussolini, sii sempre degno di appartenervi: ricordati che questo è l'unico orgoglio che t'insegna tuo padre».

A rileggere queste nobilissime pagine un nodo sale alla gola e il cuore accelera i suoi battiti, per l'urto di due opposti sentimenti: la fierezza per tanta purità d'intendimenti e di aspirazioni, che hanno di Niccolò Giani un modello perfetto di fascista, e cioè d'Italiano; lo sdegno per l'aberrazione in cui sono caduti altri italiani indegni di questo nome, i quali hanno oltraggiato il sacrificio dei morti e il diritto dei vivi, hanno impedito che divenisse realtà il luminoso sogno di Guido Pallotta, di Berto Ricci, di tutti gli allievi della Scuola di Mistica caduti, come Giani, per la vera libertà della Patria, di tutti coloro che sono tornati coi segni del valore e l'insuperabile gioia del dovere compiuto fino all'ultimo, di tutti i soldati rimasti sui campi di battaglia di Russia, di Grecia, d'Africa e di Spagna, con una visione di grandezza e di potenza, di gloria e di vittoria, suggestiva e splendente come quella che Niccolò Giani aveva auspicato per il suo Romolo Vittorio Africano e ch'egli stesso serrò nelle sue pupille, distaccandosi eroicamente dalla vita terrena.

Grande fortuna per lui fu quella di non conoscere l'infamia della congiura giudaico-massonica del 25 luglio, la vergogna della capitolazione dell'8 settembre.

Tornato dall'impresa etiopica aveva ripreso il suo posto di lavoro, al giornale, alla Scuola di Mistica, all'Università di Pavia. E si prodigò durante quattro anni, prima dell'ingresso dell'Italia nell'attuale conflitto, attraverso articoli, pubblicazioni e discorsi per infondere nei giovani le sue virtù che caratterizzarono la sua anima e ispirarono ogni sua azione: la fedeltà e l'intransigenza. La fedeltà incorruttibile al Capo e all'Idea e cioè il diritto a essere un “disperato” del Fascismo — così come egli si vantava di essere —, il diritto a combattere senza tregua e in prima linea contro i nemici di fuori e di dentro, contro gli attentatori della nostra integrità territoriale, contro gli attentatori della nostra integrità spirituale. L'intransigenza più assoluta e cioè il dovere di chi veramente e fermamente crede di non accettare compromessi, di non ammettere transazioni, di non tollerare giochi politici, di respingere decisamente ibridismi di qualsiasi genere.

Una rivoluzione che è nata dal sangue e si è alimentata col sangue deve essere difesa a oltranza, con tutti gli inevitabili errori attraverso i quali fu necessario passare per realizzare tutte le sue indistruttibili conquiste.

«Noi non siamo disposti — affermò Niccolò Giani nel memorabile convegno di Milano del febbraio 1940 —, in nome di più o meno accomodanti compromessi, a tradire l'Idea e il Duce. Preferiremmo lasciarci le penne».

A questo modo egli si sentiva fascista. A questo modo egli volle e seppe essere fascista. Non al modo di coloro che in gran parte abbiamo perduto, per nostra fortuna, lungo il cammino, poiché erano abbarbicati molto di più alla loro pelle che non alla nostra causa. Non al modo di coloro che oggi vanno invocando ibridi abbracciamenti in nome di un'Italia generica, di un'Italia senza aggettivi per timore di compromissioni, di un'Italia buona per tutti i partiti e per tutte le idee, buona anche per coloro che l'hanno tradita e stanno fornicando col nemico; come se fosse possibile concepire un'Italia che non sia quella fascista, che non sia quella a cui Mussolini diede benessere e rinomanza; la stessa Italia a cui Mussolini e gli uomini migliori cercano oggi di restituire dignità e prestigio.

In quel convegno Niccolò Giani precisò il significato di Mistica: «Essere dei mistici del Fascismo significa essere i portatori esaltati e intransigenti di questo credo politico. Delle virtù fasciste — egli aggiunse — i mistici vogliono mettere in atto la fede operante, l'intransigenza costruttiva, la virtù eroica del credere. Noi siamo per le conversioni — disse ancora —; ci sono però due inderogabili gradi iniziativi: anzitutto la buona fede più certa, più indiscutibile, più ampia; in secondo luogo nessuna riserva, di alcun genere».

È questa — e non altra — l'intransigenza che noi, che avemmo il privilegio d'essere accanto a Giani, per lunghi anni, suoi compagni di lavoro e di lotta, intendiamo difendere e affermare.

Se per avventura fossero ancora nelle nostre file — che il rischio ha assottigliato ma ha reso più agili e ferree — animule incerte e tremolanti, nulla vieta loro di liberarsi dal peso di un giuramento che non hanno la forza di sostenere. I veri fascisti, soprattutto in questo duro momento, che esige da ognuno l'esatta misura della fede e del coraggio, non si accontentano di essere semplicemente dei “tesserati”, ma vogliono essere, come Niccolò Giani, disperatamente fascisti, gelosi custodi del loro passato, fanatici seguaci di Mussolini nelle nuove conquiste della sua trentennale rivoluzione.

Poco dopo il convegno di Milano, Niccolò Giani partì per la nuova guerra. Fu tra i primissimi ad arruolarsi. E con lui quasi tutti i dirigenti e gli allievi della Scuola di Mistica furono sul fronte occidentale, in Africa, in Grecia; e dopo ch'egli diede l'esempio, anche nel sacrificio, molti altri lo imitarono in Africa, in Grecia, in Russia. Quattordici Caduti vanta la Scuola, cinque Medaglie d'oro: da Niccolò Giani, che aveva chiesto al Duce come premio al combattimento il ritorno al combattimento, a Guido Pallotta, il cui sferzante decalogo, dettato per la Scuola di Mistica, merita di essere ricordato, quale monito agli immemori, quale conforto ai fedelissimi di tutte le ore:

1)1 obbedire al Duce;
2)2 odiare sino all'ultimo respiro i nemici del Duce, cioè della Patria;
3)3 smascherare i traditori della Rivoluzione, senza sbigottire per la loro eventuale potenza;
4)4 non aver paura d'aver coraggio;
5)5 non venir mai a compromessi col proprio dovere di fascisti, dovessero andarne perduti il grado, lo stipendio, la vita;
6)6 meglio morire orgogliosamente affamati che vivere pinguemente avviliti;
7)7 spregiare il cadreghino;
8)8 odiare il vile denaro;
9)9 preferire la guerra alla pace, la morte alla resa;
10)5 non mollare mai.

Ecco i postulati dell'intransigenza che noi vogliamo professare. In questo senso ci sentiamo dei settari, dei faziosi, dei fanatici. E abbiamo il diritto di esserlo perché per questa nostra fede siamo pronti, come Giani, come tanti altri, a dare ogni nostra energia, la nostra stessa vita.

È questa nostra incrollabile fedeltà al Duce e all'Idea, alla parola che abbiamo data, al giuramento che prestammo, all'alleanza che abbiamo scelta, che ci rende orgogliosi e ci fa guardare al futuro con fermezza e con fiducia.

È questa nostra intransigenza nei confronti della dottrina che abbiamo sposata, delle battaglie che combattemmo, delle realizzazioni che abbiamo attuate, che, se ci consente di accettare la collaborazione di qualsiasi Italiano in buona fede e di buona volontà che voglia aiutare la titanica fatica del Duce, ci obbliga tuttavia a respingere sdegnosamente qualunque patteggiamento con coloro che agiscono al servizio del nemico, uccidendo a tradimento i nostri migliori compagni di marcia e di battaglia, con coloro che nell'Italia invasa perseguitano i fascisti che a migliaia risorgono e insorgono per rendere dura la vita agli invasori e aprire la strada al nostro ritorno.

Questa deve essere oggi la nostra missione di fascisti. Questo è il comandamento di Niccolò Giani. Questo è il suo insegnamento. Nel suo nome, e nel nome degli altri Caduti, i superstiti della Scuola di Mistica fascista chiamano a raccolta l'autentica gioventù italiana.

La Rivoluzione fascista continua la sua marcia. Essa non può morire e non morrà. Non v'è angolo di questa nostra adorabile terra in cui il Fascismo non abbia posto radici che nessuna forza umana potrà estirpare e che dal nuovo sangue versato traggono alimento e vigore.

È compito soprattutto dei giovani salvare, con l'esistenza dell'Italia, il loro stesso domani.


 

Arte

Attualità

Economia & Finanza

Filosofia

Futurismo

Letteratura

Politica

Riflessioni

Romanticismo

Sociologia

Storia


HOME


Oggi è il giorno


Prof. Dott. Benedetto Brugia



© 1998-

"Pagina delle Idee"


Protagonisti



Cerca nel sito