BELTRAMELLI ANTONIO

Mussolini “il Duce”


Il Duce e la moltitudine

«Non si può governare ignorando l'arte...»

Aristocrazia

Il Duce e la moltitudine

Abbiamo veduto come, fin da ragazzo, Benito Mussolini abbia assunto di fronte alla massa un suo atteggiamento particolare e come cioè non si sia fatto rimorchiare mai dalla moltitudine, anzi abbia imposto a questa la volontà sua che è stata sempre chiarissima. Mussolini ha studiato l'ansia della folla, ne ha interpretato i bisogni ma non ne è stato mai schiavo. Egli non ha conosciuto che la prepotenza del proprio Ideale e per questo Ideale ha vissuto e sofferto, in lui ha affinato l'anima, ha moltiplicato l'ardore: quell'ardore che ha comunicato di poi alle moltitudini dalle quali è stato idolatrato. Nei discorsi ch'egli ha diretto ai lavoratori, la sua complessa natura, materiata di forza e di bontà, di ragione e di sentimento, si rivela più apertamente. Questo Condottiero, quando parla agli operai, pare tramuti: la sua commozione è più fonda, l'accento della sua convinzione è più vibrante. Un ricordo delle lunghe vigilie penate si risolleva dal fondo del suo passato e, nonostante la brusca autorevolezza del Condottiero, che a tratti riscoppia, imprime un più vasto e commosso senso umano alle parole di lui. Benito Mussolini ha in sé l'anima della folla e sa come parlarle. E le ha parlato molte parole nuove che hanno raggiunto il profondo. Ha detto: «Gli operai sono parte viva e integrante della Nazione» e, in confronto ai vecchi schemi demagogici per i quali le forze del lavoro non potevano essere che coalizzate al difuori e contro la Patria e la Nazione, egli ha rivelata una realtà nuova, ha inserita una forza viva e possente nella vita nazionale. L'internazionalismo è stato battuto in breccia. Le vecchie concezioni caotiche e opache sono cadute come false impalcature.

L'aver dato vita a tale profonda realtà non ancora rivelata alle masse degli operai, vuol dire aver potenziata la vita della Nazione enormemente.

Il Fascismo ha abbattuto l'antagonismo irreparabile stabilito artificiosamente tra le classi da Carlo Marx. L'interdipendenza degli interessi fra le classi ha fatto viva e presente la Nazione a tutti coloro che non sapevano concepirla se non come un'astrazione nemica.

Il Duce ha detto, in un suo discorso tenuto ai tipografi del Ministero della guerra il 26 gennaio 1923: «Il Governo che ho l’onore di presiedere, Governo nato da una grande rivoluzione che si svilupperà durante tutto il secolo in corso, non intende di fare, non può fare, non vuol fare una politica anti-operaia. In primo luogo voi siete degli italiani. Io dichiaro che prima di amare i francesi, gli inglesi, gli ottentotti, amo gli italiani, amo cioè coloro che sono della mia stessa razza, che parlano la mia stessa lingua, che hanno i miei costumi, che hanno la mia medesima storia; poi, mentre detesto i parassiti di tutte le specie e di tutti i colori, amo gli operai, che sono una parte integrante della Nazione».

E ancora:

«È logico, è giusto ed è legittimo che le categorie dei lavoratori si difendano per migliorare le loro condizioni di vita, non solo materialmente ma anche moralmente.

«Ma, per ciò fare, non è necessario di seguire le chimere internazionaliste, per ciò fare non è necessario di rinnegare la Patria e la Nazione, perché è assurdo, prima ancora di essere criminoso, rinnegare la propria madre.

«...enormi masse di lavoratori cominciano ad accostarsi allo Stato Nazionale, che concilia in se stesso interessi di tutte le categorie, che vuole, fermissimamente vuole, la grandezza della Nazione attraverso al benessere dei singoli cittadini e la loro liberazione soprattutto dai mistificatori, che hanno fatto lauti profitti sul vostro sudore e qualche volta anche sul vostro sangue».

In un altro discorso tenuto agli operai milanesi della Gamboloita diceva:

«Il mio Governo è fortissimo e non ha bisogno di cercare troppo vaste adesioni; non ne cerca e non ne respinge. E se adesioni verranno, anche da parte di organizzazioni operaie, io non le respingerò; ma dovremo intenderci bene, stabilire patti chiari per evitare illusioni in seguito.

«Visitando poc’anzi questa bella, grande officina, io mi sono sentito preso da un profondo senso di commozione; e ho rivissuto in un attimo i giorni lontani della mia giovinezza. Poiché io non scendo da antenati aristocratici e illustri; i miei antenati erano contadini che lavoravano la terra, e mio padre era un fabbro che piegava sull’incudine il ferro rovente.

«Talvolta io, da piccolo, aiutavo mio padre nel duro, umile lavoro; e ora ho il compito ben più aspro e più duro di piegare le anime.

«A venti anni ho lavorato con le braccia, dico con le braccia; ho fatto il manovale e il muratore; ma ciò io vi dico non per solleticare la vostra simpatia, ma per dimostrarvi che non sono e non posso essere nemico della gente che lavora.

«Però sono bene un nemico di coloro che in nome di ideologie false e grottesche vogliono mistificare gli operai e condurli alla rovina.

«Voi avrete modo di constatare che, più delle mie parole, varranno i fatti del mio Governo, il quale nella sua azione vuole ispirarsi e vuole tener sempre presenti questi tre elementi fondamentali:

«1))

La Nazione, che esiste anche se la si vuol negare e che è un elemento insopprimibile.

«2))

La produzione, poiché l'interesse di produrre molto bene non è solo del capitalista, ma anche dell'operaio, il quale con il capitalista perde e va in miseria se la produzione si arresta e se i manufatti nazionali non trovano sbocco sui mercati mondiali.

«3))

La tutela degli interessi giusti della classe lavoratrice.

«Tenendo presenti questi tre elementi essenziali, io intendo di dare all’Italia la pace all’interno e all’estero.

«Nessuno di noi vuole andare verso avventure nelle quali siano da impegnare il sangue e i beni dei cittadini; ma nemmeno vogliamo fare delle rinunce, e vogliamo che l'Italia, nel mondo, non sia più la Nazione ritardataria.

«...Gli operai hanno creduto di doversi e di potersi rendere estranei alla vita nazionale; questo è stato un grande errore. Voi dovete essere invece carne della carne, anima dell'anima della Nazione, in modo che tutto il nostro lungo travaglio non vada miseramente perduto.

«...Ricordate il motto dei Sindacati Fascisti: La Patria non si nega, si conquista».

E a Lainate, prima di dare il simbolico colpo di piccone che deve iniziare e consacrare le grandi strade automobilistiche, dice agli operai:

«...intendo unire altamente i due elementi essenziali della produzione: il capitale che ha raccolto i milioni necessari per questa opera, e il lavoro: quegli umili che fra poco incominceranno a costruire questa strada.

«Si può dire che il popolo italiano è stato un grande costruttore di strade, perché è un popolo a tendenza universale o imperiale  che dir si voglia.

«...esaltiamo il lavoro, la produzione: coloro che risparmiano e coloro che lavorano col braccio...».

Questi gli atteggiamenti spirituali di Benito Mussolini di fronte alla classe lavoratrice.

La sua politica operaia è semplice, chiara, diritta; non si perde in promesse vaghe e iperboliche, indica un còmpito duro e una grandezza e un benessere pari al còmpito sopportato.

Come vuole immettere nella vita della Nazione la classe operaia e farla cosciente e partecipe di un tutto armonico, così vuole armonizzare il capitale e il lavoro in una pratica nuova e profittevole.

Abbiamo già accennato alle Corporazioni Sindacali che sono un'originale creazione del Fascismo.

«Non si può governare ignorando l'arte...»

È la prima volta che un uomo di Stato, italiano, pronuncia parole simili; è la prima volta che l'arte si vede presa in seria considerazione dallo Stato e cioè dall'esponente massimo del Paese nel quale nasce e vive. Nel discorso che Benito Mussolini pronunziò alla Galleria Pesaro, a Milano, inaugurandovi una sala dedicata a un gruppo di artisti del 1900, ebbe a dire: «Non vi è dubbio che il 1900 segni un punto decisivo nella storia. Bisogna riportarsi alle giornate grigie e infauste che seguirono la  rotta africana. Pareva che l’Italia dovesse rimanere sepolta dalle sabbie dove tanto generoso sangue italiano, e valoroso, era stato sparso.

«Il 1900 è un anno importante perché segna l’ingresso di una parte del popolo italiano nella vita politica.

«Non bisogna essere malcontenti che ciò sia avvenuto. Non si può fare una grande Nazione con un piccolo popolo.

«Non si può governare ignorando l'arte e gli artisti.

«L'arte è una manifestazione essenziale dello spirito.

«Cominciò con la storia dell’umanità e seguirà l’umanità fino all’ultimo giorno.

«E, in un Paese come l’Italia, sarebbe deficiente il Governo che si disinteressasse dell’arte e degli artisti.

«È chiaro che è lungi da me l’idea di incoraggiare qualche cosa che possa assomigliare all’arte di Stato. L’arte rientra nella sfera degli individui e lo Stato ha un solo dovere: quello di non sabotarla e di fare condizioni umane agli artisti, di incoraggiare  i punti di vista artistici.

«Ci tengo a dichiarare che il Governo che ho l’onore di presiedere è un amico sincero dell’arte e degli artisti».

Ora io voglio anche ammettere che l'enorme fatica raccolta sulla vita di un Uomo solo, non lascia a quest'Uomo l'umana possibilità di esplicare tutto intiero il programma stabilito; voglio ammettere che, distolto dalle cure gigantesche che gli incombono, quest'Uomo, il quale ha dimenticato il sorriso e la stessa incantevole pace dell'attimo, non possa rispondere come vorrebbe a tutte le voci che lo sollecitano; resta il fatto, però, che egli primo e solo ha rotto la tradizione ostile, ingiustificata e bestiale che faceva i nostri “politicanti” lontani e indifferenti a quella forma superiore di vita che si chiama Arte.

Questo ha sentito e ha fatto Benito Mussolini perché egli stesso è un artista; perché anche la sua politica è un'arte; perché è giovane; perché tutto è giovane in lui, perché sente e risponde ai suoi tempi; perché è l'Uomo nuovo.

Finché siamo stati governati da una burocrazia tarda e atona, il Governo manifestava un profondo dispregio (e più volte l'ha dimostrato) per l'Arte. Il Governo si fermava al “professore” perché il professore era ancora alcunché di catalogato che rientrava nella sua fumosa e ridevole mentalità. Ci voleva questo soffio di vita nuova; ci voleva il Nuovo Regime perché questa Cenerentola fosse guardata in viso e perché qualcuno le riconoscesse il valore e l'importanza che ha.

Eppure l'Arte sola ha perpetuato nei tempi uomini e cose; ma ciò non rientrava fra “gli affari di ordinaria amministrazione” che avevano formato il Vangelo degli ultimi epigoni di una spirituale miseria ultimamente travolta, e ben travolta, dal Fascismo.

Salendo al dominio di un popolo, Benito Mussolini non ha dimenticato i compagni della sua prima giovinezza, non ha dimenticato coloro che, per un remoto ideale di superamento, di bontà, di grandezza gettano ai rovi ogni altro interesse e si votano al duro sacerdozio dell'Arte.

Questa spirituale bellezza sempre gli sarà riconosciuta.

Aristocrazia

C'è un mirabile poeta che porta per le città d'Italia la sua parola austera, la ferma solidità delle sue immagini, la rampogna e l'esaltazione, il pathos dell'anima sua giovine condannata alla tenebra. È l'Aedo del sacrificio. Il nuovo aedo dell'immane olocausto volontario dell'Italia del Piave. Il suo nome è Carlo Del Croix. Volle chiamarsi il “Doge della sventura”. Gran mutilato di guerra. Aveva vent'anni e la guerra spense i suoi grandi occhi azzurri di fanciullo e gli stroncò le mani e gli segnò la faccia. Di un balzo la vita di lui perse il colore, ma l'anima si ingrandì, si temprò, ingigantì in una nuova profondità. Da tale profondità egli trae un'austera bellezza e un'irresistibile commozione che trascina le folle. Ora il Duce, che ha basata la sua dottrina sul sacrificio; che sempre ha valutato ed esaltato (né mai è apparso stanco!) il sacrificio «umile e casto» del fante, del soldato d'Italia; che alla Nazione domanda ancora il sacrificio per la sua forza e potenza a venire, il Duce si sente compagno e fratello di coloro che portano il segno indelebile del male patito per la grandezza della Patria.

L'inverno scorso Benito Mussolini inaugurò a Roma la nuova sede dell'Associazione nazionale dei mutilati di guerra. A tale cerimonia egli volle dare un'austerità degna e pronunziò, in tale occasione, un magnifico discorso.

Il Duce e l'Aedo del Sacrificio si trovarono quel giorno a fianco a fianco.

«La vostra venuta — disse Del Croix — ha un valore che travalica le nostre persone ed esula da queste mura: la vostra venuta vuol dire che voi, o Duce, segnato dal fuoco e provato dalla morte, vi inchinate al sacrificio del popolo...».

Questo il saluto.

«Altri chiederà cariche e onori, seggi e prebende; noi, soldati, chiediamo di servire la Patria umilmente».

E questo il commiato.

Così parlò l'Aedo in quel giorno memorabile. Grande era la commozione.

Converrebbe ora riportare tutto il discorso del Duce, tanto è chiaro esempio di massiccia eloquenza. Non potendo far questo, ne riporto alcuni brani salienti.

«Io considero i combattenti, i mutilati, le famiglie dei caduti come l'aristocrazia grande, pura e intangibile della nuova Italia.

«Questa è la bussola che mi guida nella mia dura e difficile navigazione.

«...io mi considero, al mio tavolo di Capo del Governo, come quando sullo Javorcek e a Quota 114 ero comandato di vedetta o  di pattuglia: ubbidivo come obbedisco oggi alla coscienza della Nazione.

«In quest’opera assidua, aspra e quotidiana, ...mi è di sommo conforto il pensare che non mi manca la solidarietà dei miei compagni di trincea».

Ecco adunque l'origine prima e più vera del Fascismo, ecco l'irrompere di una Primavera sacra, ecco il formarsi di «un'aristocrazia nuova».

E a chi cerchi altrove, per complicate sottigliezze e dottrinali elucubrazioni, le origini puramente ideali di questo moto, il formarsi spontaneo di questa aristocrazia che risponde alla necessità della stirpe di rinnovarsi e riconoscersi in una sua nuova e più alta forma di vita; chi si attardi, in buona o in mala fede, per altre vie, si danna all'incomprensione, ricama parole sul niente, tesse una tela di vento.

Così è nata l'Aristocrazia del Sacrificio.

Un Uomo di popolo portò sulle sue quadrate spalle, per anni e anni, lungo le più dure strade e oscure, l'incompresa pena della sua gente e la trasse, attraverso il dolore, a una luce nuova.

Di questa luce vivono oggi tutti coloro che hanno sofferto e coloro che, in disparte, chiedono di servire la Patria umilmente.

I costruttori del domani e dell'ordine nuovo.


 

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