BOTTAI GIUSEPPE

Il nuovo “contratto sociale”

(1927-1939) (a cura di Benedetto Brugia)


Giuseppe Bottai (1895-1959)

Il regime corporativo

Dal cittadino al produttore

- Superamento dei “Diritti dell'Uomo”

- Parità fra i fattori della produzione

- Fiducia nel Sindacalismo fascista

“Corporazione sovrana” e “Corpo sociale”

Contro l'“intellettualismo infecondo”

- Diffidare della politica e della tecnica pura

- Avvicinare il laboratorio alle grandi correnti spirituali

- L'alta missione del Sindacalismo fascista

L'umanesimo fascista

La Carta della Scuola e la sua etica

 

La “rivoluzione” fascista risolve il problema della sovranità popolare attraverso il regime corporativo: lo Stato esercita la sua sovranità sui singoli organismi che compongono la società, cioè sulle organizzazioni dei produttori e dei lavoratori in cui si esprime e si rappresenta, diviso per “categorie”, tutto il popolo. La sovranità popolare viene a coincidere con la sovranità del regime corporativo: diventa, cioè, un problema di organizzazione che riguarda tutta la “società civile”. Il corporativismo come “terza strada”, ricercata per risolvere la crisi economica, è una “soluzione di uomini completi”; non soltanto un principio di organizzazione economica o politico-giuridica, ma l'una e l'altra cosa insieme, in quanto principio organizzativo totalizzante, fondamento di un edificio sociale globalmente nuovo. Gli organi corporativi, infatti, non regolano solo i rapporti tra le “categorie professionali”, ma sono organi rappresentativi di tutti i cittadini, i quali sono immessi nelle “categorie della produzione” e distinti gerarchicamente secondo il lavoro che svolgono. La Corporazione, ad esempio, è un organismo in cui tutti (lavoratori e produttori, professionisti e artisti) rappresentano insieme la produzione moderna complessiva. È solo in senso rappresentativo e gerarchico che l'uomo è posto al centro dell'organizzazione statale e che il Fascismo può parlare di “visione umanistica”: di una visione, cioè, che istituisce ed eleva a sistema la differenza fra gli uomini.

 

Il regime corporativo

[...] La rivoluzione fascista mira a trasformare e non a sopprimere la base della sovranità popolare.

La rivoluzione ha iniziato cotesto laborioso processo di trasformazione con la promulgazione degli ordinamenti corporativi, da cui, meglio che dalla vecchia carta statutaria, esce definita, in chiari limiti, la personalità del cittadino produttore. Sembrava, fino a ieri, a molti che il Fascismo, con l'ansia di rigenerare in profondo, diroccasse con troppa disinvoltura alla superficie le costruzioni civili e politiche del passato. Ma oggi che incomincia a sorgere l'edificio della nuova società politica, i titubanti di ieri sono pronti a dichiararsi nemici del passato. Noi certo non faremo ad essi l'onore di ritenerli sinceri, dal momento che troppe professioni di fede rivoluzionaria a parole risentono dell'immane sforzo con cui certe coscienze tentano vanamente di separarsi dal passato.

Il problema della sovranità popolare è stato dunque risolto, in linea di principio, dalla rivoluzione fascista. La sovranità del regime corporativo non poteva trovare un solido e immutabile fondamento che nelle masse, cioè nelle grandi organizzazioni dei produttori e dei lavoratori. All'infuori di esse sarebbe stata una sovranità, indefinita, nebulosa, sospesa a mezz'aria, come quella dello Stato liberale.

Dove può poggiare la sovranità dello Stato, che è la sintesi della società politica, se non sui singoli organismi che la compongono? Non si dica che con questo noi ricadiamo in una sorta di nuovo atomismo. L'individuo è di fronte alla collettività nazionale, questa volta, in ben altra luce di quella che non fosse il cittadino del 1789 di fronte alla società feudale. La rivoluzione francese rivendicava i diritti dell'uomo, di fronte ad un secolare accentramento di privilegi da parte delle caste feudali. La rivoluzione fascista tenta di andare più oltre, creando la sintesi dei diritti e dei doveri dell'individuo nei confronti dello Stato.

Il Fascismo edifica il nuovo contratto sociale sugli ordinamenti corporativi e crea, per la prima volta nella storia d'Europa, il documento della solidarietà civile fra le classi, con la “Carta del Lavoro”.

Bisogna riconoscere che un simile sforzo di originalità è il degno coronamento dell'opera intelligente, assidua e animosa, che, fra ostacoli e restrizioni mentali di ogni sorta, vanno compiendo da quattro anni a questa parte gli organizzatori sindacali del Fascismo. Bisogna anche dire che i produttori e lavoratori italiani meritavano questo alto segno di riconoscimento della Rivoluzione, sotto le cui bandiere hanno saputo servire con grandi sacrifici e sempre in silenzio.

Se una cosa ci rimane ancora da augurarci, è che questo atto di nascita di una nuova mentalità proletaria affratelli tutte le forze del lavoro nell'amore della Nazione. Non si tratta di allineare un esercito interminabile di tesserati, ma di preparare un esercito di cittadini e di lavoratori coscienti. Di qualunque natura siano i cimenti a cui sarà chiamato domani il nostro Paese, l'elemento del sicuro successo sarà sempre costituito dalla volontà concorde del popolo di intendere il valore di certe mète e di sapere all'occorrenza superarle.

(Precisazioni e orientamenti, in “Critica Fascista”, 1° febbraio 1927, pp. 41-42).

Dal cittadino al produttore

Il 21 aprile i lavoratori e i produttori italiani conosceranno i principî costitutivi della Carta del Lavoro. Il documento, come è stato già detto, non ha un contenuto giuridico di carattere formale, ma vuole essere, all'infuori della legge, una base di orientamento di tutta la vita del lavoro. La Carta del Lavoro si presenta perciò con un aspetto tutto originale e con un carattere spiccatamente rivoluzionario.

Superamento dei “Diritti dell'Uomo”

Poiché il Regime fascista compie oggi una solenne dichiarazione di diritti, vi sarà certamente chi vorrà porre l'atto odierno a confronto con i “Diritti dell'Uomo” e tutte le conquiste della Rivoluzione francese.

Vediamo in quale luce storica si presenta la Carta del Lavoro nei confronti dei Diritti dell'Uomo. Essa acquista un indubbio e deciso significato di superamento. I lavoratori e i produttori di oggi, nel nostro e negli altri paesi, prima di essere cittadini furono uomini e come uomini furono schiavi. Il crollo della società feudale fu una grande conquista dello spirito umano, che dette forma di dignità civile alla lotta politica e affermò il concetto della Nazione, come patrimonio della collettività. Negare il beneficio di quelle conquiste significherebbe negare la storia. Ma vediamo in quale concetto la Carta del Lavoro rappresenta il superamento, lo sviluppo storico e non l'antitesi della Rivoluzione francese. Gli “immortali principî” rappresentavano soprattutto un'affermazione egualitaria. Oggi la Rivoluzione Nera compie anche un'affermazione egualitaria proclamando la parità di tutti i cittadini come produttori e come lavoratori. Oggi il Fascismo afferma i diritti del lavoro e la supremazia assoluta della Nazione sui cittadini. Né l'uno né l'altro concetto sono in antitesi alla Rivoluzione francese, in quanto né alcuna parità dei cittadini come lavoratori potrebbe esistere se non si riconoscesse come cosa ovvia l'uguaglianza dei cittadini quali uomini, né potrebbe esistere supremazia di Nazione dove esisteva una supremazia di caste. Perciò la Carta del Lavoro, nel suo concetto egualitario e nell'affermazione dei diritti del lavoro, non è un'antitesi, ma un superamento dei Diritti dell'Uomo.

Parità fra i fattori della produzione

Il documento non riconosce che un solo diritto e tutti i doveri. Di fronte allo Stato tutti coloro che mettono a profitto ingegno e cultura, intelligenza e studio, capitale e opera manuale sono pari come lavoratori e sono ugualmente protetti. Ma nessuno come pure nessuna classe godrà di questa parità se non dimostra di sapere sacrificare se stesso e i bisogni di categoria per il bene superiore della Nazione. L'eguaglianza non viene dalla qualità di uomo o di cittadino, ma dalla capacità al sacrificio.

Il documento rappresenta l'atto di investitura del lavoratore come cittadino — cioè quelli che chiamansi diritti politici saranno mano mano trasferiti al produttore e giustificati in nome del lavoro.

Di conseguenza tutte le classi produttrici dovranno poter partecipare in pieno al processo produttivo dell'azienda nazionale e il salario non sarà più considerato alla stregua di una mercede per l'acquisto di forza produttiva, ma come la giusta remunerazione di un atto di dignità umana.

Le classi dirigenti democratiche non seppero come giustificare l'impopolarità odiosa della propria politica presso le masse che con delle menzogne convenzionali, inventate, volta per volta, allo scopo di fronteggiare un po' le crisi parlamentari e un po' lo scontento dei ceti intellettuali. Fra codeste menzogne una era la più ripugnante e la più interessata: quella che affermava l'immaturità dei lavoratori italiani a prendere le redini della produzione nazionale. Ora il Fascismo con la Carta del Lavoro vuole soprattutto affermare la sua fiducia piena nel ceto dei produttori. In quelle zone dove i vecchi governi videro non altro che insidie di sovvertimento e forze puramente negative, il Regime fascista scorge le più preziose risorse della rinascita, le forze più pure e le chiama a collaborare in forma responsabile all'avvenire di potenza della Nazione.

Fiducia nel Sindacalismo fascista

Lasciamo che i retrivi inguaribili e i parrucconi inseguano quei ridicoli spauracchi che sono i pericoli del sindacalismo. Il Sindacalismo fascista va animosamente, con magnifico slancio rivoluzionario e senza improvvisazioni, svegliando le zone più sorde del Paese, creando la fiducia organizzativa in moltitudini fino a ieri sbandate o scettiche. L'inquadramento procede di pari passo col fenomeno divulgativo dell'idea. Non è afflusso di masse brute, pervase da momentanea passione demagogica. È movimento di coscienza soprattutto che opera vaste e salutari trasformazioni. Certo è anche marcia in avanti. La Carta del Lavoro, sotto questo aspetto, non è una meta. È un mezzo. È un principio, il fondamento di un edificio sociale nuovo, a cui la nostra giovane generazione porterà un grande contributo. Nessuno può fermare e condizionare questa ascesa, perché nessuna condizione di prudenza o di rinunzia può essere imposta agli ideali [...].

(Dal cittadino al produttore, in “Critica Fascista”, 15 aprile 1927, pp. 141-142).

“Corporazione sovrana” e “Corpo sociale”

[...] Nessuno di coloro che affermano il principio corporativo come caratteristico dello Stato fascista si è mai sognato di pensare che il problema costituzionale di questo Stato si possa ridurre a sostituire al cittadino sovrano la corporazione sovrana, nel rapporto che il liberalismo ha stabilito tra lo Stato ed il corpo sociale. Invece i “corporativisti” (in piena opposizione ai “neo-sindacalisti”) hanno sempre considerato e considerano l'ordinamento corporativo come lo strumento per cui il rapporto fra Stato e cittadino si determina nell'immanenza del diritto dello Stato nella sfera stessa degli interessi professionali. Per i “corporativisti”, attraverso l'ordinamento corporativo, è proprio il principio unitario dello Stato che viene a trionfare sugli eccessi dell'individualismo, ristabilendo, sul dato dell'associazione professionale, le indispensabili gerarchie del nuovo ordine. Il problema dello Stato diventa così un formidabile problema di “organizzazione”, attraverso la subordinazione allo Stato di tutti gli elementi sociali reciprocamente coordinati.

Appena adesso il processo di revisione intrapreso dal Fascismo accenna a volgere alle sue conclusioni terminali. Ed ogni giorno vengono in luce situazioni che dimostrano quanto sieno profonde e gravi le conseguenze delle premesse poste con la legge 3 aprile 1926, per cui si è trasformato il sindacato in un ente di diritto pubblico, operante nella sfera dello Stato, sotto il potere e ai fini di questo.

Bisogna che tutti i fascisti si diano ben conto della complessità organica del problema costituzionale e che nel considerarlo prescindano dai vecchi modi di pensare, soprattutto superando quelle prevenzioni contro il principio corporativo che sono semplicemente il risultato dell'educazione politica liberale. In via di precisazione: il principio corporativo implica i seguenti postulati:

1.

sostituzione dell'aggregato all'individuo nell'ordinamento giuridico generale;

2.

assunzione degli interessi economici e degli interessi morali nella sintesi unitaria dello Stato; 

3.

solidarietà inscindibile fra i problemi della produzione e i problemi del lavoro nel nuovo sistema amministrativo [...]. 

(Ancora dello Stato corporativo, in “Critica Fascista”, 15 giugno 1928, pp. 221-222; cfr. anche Diritto e politica dello Stato fascista, ivi, 15 maggio 1930).

Contro l'“intellettualismo infecondo”

E lasciate, o amici organizzatori di questi sindacati, che, cogliendo a volo una commossa perorazione del mio amico e camerata Edmondo Rossoni, io vi domandi se per avventura fra tutte le insegne che voi potevate scegliere per questa vostra magnifica impresa, questa che si esprime nella parola intellettuale sia la più felice e la più espressiva.

È ora di dire che vi sono degli intellettuali che non sono intelligenti, come vi sono degli intelligenti che non sono intellettuali. È ora di dire che questo popolo italiano, dotato di tanto buon senso e di tanta spontanea intelligenza, ha sempre avuto un sovrano disprezzo per gli intellettuali che si incapsulavano nelle cellule sterili e solitarie della loro cultura infeconda.

Non l'intellettualismo generico, senza pretese caratteristiche e senza una precisa fisionomia voi avete adunato nei vostri sindacati, ma un intellettualismo, un intelletto, una attività intellettuale che si professa in una determinata, specifica e concreta direzione, che si esplica in una professione definita. Io direi quindi, piuttosto, e tutta la vostra attività ne guadagnerebbe in precisione e dignità, “sindacati dei professionisti” perché ciò dice una cosa assai più seria, più concreta, più precisa e definisce anche meglio il compito di questi sindacati perché attraverso di essi voi — ed è questo il punto — immetterete in un ordinamento politico rappresentativo quale è l'ordinamento corporativo fascista, le professioni italiane ordinate e disciplinate, efficienti e coscienti, quelle professioni che per il passato scorrazzavano nella politica in ordine sparso, alla rinfusa, senza una precisa funzione e senza una precisa dignità. Un tempo la politica assorbiva i professionisti per farne però dei professionisti della politica. Oggi le professioni irrompono in pieno nella politica ma per farvi intendere le loro esigenze, le loro caratteristiche e i loro compiti, per dire che nella direzione politica dello Stato italiano anche le professioni hanno delle parole precise da dire, dei comandamenti precisi da pronunziare.

Diffidare della politica e della tecnica pura

La professione dell'ingegnere, le cui caratteristiche fondamentali sono, secondo me, lo spirito di sistema, ossia l'attitudine mentale a percepire i rapporti tra le cose ed il vigore pratico, meglio di ogni altra vale a mettere in luce ciò che il Fascismo esige dall'attività professionale di ciascuno: conoscenza esatta dell'ordine morale e politico in cui la professione si svolge, aderenza perfetta ai doveri e alle funzioni della propria professione. Può sembrare strano, e ve lo ha fatto notare poc'anzi Rossoni, che dinanzi alla vostra professione che si considera rinchiusa, esaurita nelle cose, nei fatti, nelle costruzioni, in una parola, nel mondo concreto e duro della realtà, può sembrare strano preoccuparsi di chiedere che essa viva entro una determinata atmosfera politica. Ma questa è un'altra delle saldature operate dal Fascismo fra la politica e la tecnica; mentre la politica accanto alla tecnica perde qualche parola, le sue molte parole, le sue troppe parole, accanto alla politica la tecnica prende conoscenza del più vasto mondo in cui è destinata ad operare.

Diffidate, ingegneri italiani, diffidate della politica pura, della politica dei politicanti che si esaurisce in rumorose e ventose parole, ma diffidate anche della cosiddetta tecnica pura: gretta, arida, senza spirito, senza nervi e senza passione.

Nel giudizio di una determinata civiltà storica non bisogna mai limitarsi a considerare la materia, le risorse naturali di un Paese, il suo apparecchio tecnico, il suo sistema commerciale, la quantità delle sue ricchezze e dei suoi beni, ma sibbene l'anima, ma sibbene lo spirito, ma sibbene il complesso di idee che quella civiltà muovono e portano in alto. Se in determinati momenti della sua vita, se in determinati momenti della sua passione rivoluzionaria il Fascismo avesse dovuto solo leggere le cifre precise della tecnica sarebbe caduto [...].

Avvicinare il laboratorio alle grandi correnti spirituali

Ecco, secondo me, quale deve essere lo scopo di questi congressi tecnici: quello di avvicinare il laboratorio alle grandi correnti spirituali che agitano la vita della Nazione, quello di riavvicinare la sperimentazione scientifica all'esperienza storica del popolo che costruisce le sue sorti, quello di riavvicinare l'attività costruttiva delle cose all'attività costruttiva dello spirito. Ricordatelo, o ingegneri italiani; vi è una civiltà italiana sulla quale si è modellata poi, attraverso un paziente, secolare lavoro di plagio, tutta la civiltà del continente europeo con infinite formazioni e deformazioni. Vi è, dico, una civiltà italiana, un tipo di civiltà italiana e latina che può definirsi la civiltà dell'invenzione personale e del benessere individuale. Ebbene, questa civiltà tende, mercé il Fascismo, a superarsi per adeguarsi alle grandi necessità della civiltà moderna; questa civiltà tende a diventare la civiltà dell'impresa organizzata e del benessere sociale.

Ebbene, questo sforzo non può non essere accompagnato con tutta la passione dai professionisti italiani in genere e dagli ingegneri italiani in ispecie. L'individualismo professionale è finito. Il superuomo professionista ritorna tra il popolo dei lavoratori per organizzarlo e dirigerlo; le imprese singole solo hanno senso ed esistenza se si connettono alle grandi imprese nazionali; le fortune degli individui hanno solo una possibilità di concretarsi e resistere se si risolvono e si confondono con le fortune della Patria.

Create, ingegneri, mercé questa vasta, morale e spirituale missione del vostro compito, create anche nel vostro seno l'aristocrazia degli ingegneri italiani e lasciate lungo il vostro cammino l'arida tecnica, attaccata al guadagno quotidiano e proseguite la vostra marcia soltanto con coloro che sentono di collaborare ad una vasta impresa che le imprese personali riassorbe ed esalta in una più vasta, in una più alta e più pura luce.

L'alta missione del Sindacalismo fascista

Date, ingegneri italiani, all'Italia quella efficienza tecnica, materiale, costruttiva che è condizione della sua perfetta indipendenza perché non solo non è finita la Rivoluzione fascista, ma io vi dico che non è ancora finito il travaglio storico che il popolo italiano intraprese, ora è un secolo, iniziando il suo Risorgimento. Se i padri compirono l'unità territoriale ed amministrativa della Patria, se noi compimmo, attraverso la Marcia su Roma, l'unità politica e spirituale della Patria, il Sindacalismo fascista, l'ordinamento corporativo fascista, organizzando il popolo porterà a termine l'opera del Risorgimento italiano, compiendo finalmente l'indipendenza economica della Patria, la quale è la base prima di ogni vera, non retorica, non fatta di parole, espansione nel mondo.

Date, mercé il vostro ingegno, mercé la vostra attività, meditando ogni mezzo che valga a selezionare i vostri quadri, date alla Patria questa forza. Ve lo chiede il Duce. Voi gli offrite il dono simbolico di una cazzuola d'argento; per il suo lavoro non soltanto la passione serve, ma anche la prudenza e la saggezza; sappiate capire da lui che ogni conquista deve cadere nel momento preciso in cui lo spirito del popolo è maturo ad accoglierla, in cui la coscienza del popolo è matura per sostanziarla in se stessa [...].

(Politica e tecnica nella concezione fascista, in “Critica Fascista”, 1° novembre 1927, pp. 413-414).

          

Perché il corporativismo s'imponga come “norma di condotta sociale” è necessario “rifare gli italiani”, formare dei fascisti “integrali”: di qui la riforma della scuola e i progetti per un'Università nuova che garantisca il pluralismo degli indirizzi di studio, nell'unità dello Stato: ricchezza di scuole significa ricchezza «d'indirizzi, di metodi, di sistemi, coesistenti nell'unità del moto rivoluzionario». Nel 1938 viene varata la Carta della Scuola. La riforma gentiliana del '23 è stata una “riforma di programmi”; quella di Bottai nasce per una scuola “politica”, cioè «formazione dell'uomo fascista». È fondata sull'unione di studio e lavora allo scopo di educare «la coscienza sociale e produttiva dei giovani», ma, al tempo stesso, tende a liberare tutte le scuole dalla preoccupazione professionale, per farne “centri di vita” spirituali.

 

L'umanesimo fascista

[...] Il Movimento umanistico contemporaneo ha indirizzi filosofici e scientifici molto più vasti di questi, di mera contingenza politica, da noi sommariamente indicati; ma solo alla politica vogliamo attenerci nel valutarlo. Esso può assumere una singolare importanza nell'espandersi dell'idea fascista nel mondo; perciò dobbiamo prender posizione nei suoi confronti.

Tra individualismo puro e astratto universalismo, il Fascismo inserisce una propria visione umanistica, che si diversifica in modo assoluto e irrimediabile dalla teoria liberale. Questa pone i diritti naturali dell'individuo al disopra dello stesso principio di sovranità: il cittadino, per il fatto d'essere uomo, ha molteplici diritti di libertà, che costituiscono nel suo complesso la personalità umana. Difendere questa per il liberale significa difendere quei diritti, quelle libertà, all'infuori d'ogni regola, in una felice ed equilibrata coesistenza dell'arbitrio degli uni con l'arbitrio degli altri. Ci sono, è vero, molte gradazioni di liberalismo; ma una è l'idea animatrice.

Orbene, il Fascismo, confutandola e respingendola, non misconosce il valore della personalità umana; ma i diritti che a questa fanno capo considera, da uomo a uomo, collegati in sistema. L'uomo, secondo il Fascismo, è uomo intiero nella famiglia, nel gruppo professionale, nella corporazione economica, nella nazione, nello Stato; è uomo integrale nella regola che sopprime l'arbitrio, nella soggezione che dà un senso concreto alla libertà, nella gerarchia che riconosce ed esalta la funzione classificatrice dello spirito. L'uomo liberale è tutto rivolto all'individualità e in casa si rinchiude. L'uomo fascista è tutto indirizzato alla totalità, risale dal proprio particolare all'unità dello Stato; e in questa ascesa, nonché lasciare lembi della sua libertà per i gradi intermedi, acquista consapevolezza di sé, della sua personalità.

Ci sovvengono altre parole di Mussolini, del 1929: «Lo Stato così come il Fascismo lo concepisce e lo attua è un fatto spirituale e morale, poiché concreta l'organizzazione politica, giuridica, economica della nazione e tale organizzazione è, nel suo sorgere e nel suo sviluppo, una manifestazione dello spirito».

Non uno Stato, dunque, che ciecamente subordina a sé, come a duro meccanismo amministrativo, l'uomo, uniformandone caratteri e valori nell'astrazione e nell'anonimato, ma uno Stato ch'è il trionfo stesso dell'uomo, del suo spirito ordinatore, della sua capacità di costruire, di dare una norma alle cose e a sé medesimo. E questa “umanità” dello Stato si avvera nel complesso e in ogni particolare organo della sua costituzione. Il sindacato, la corporazione, il partito unico, che furono, e possono ancora essere, in altri sistemi, stromenti di dominio della massa sull'uomo, sono mezzi giuridici dati dallo Stato Fascista all'uomo per riscattarsi dalla tirannia della massa, dal brigantaggio dei grossi feudatari dell'economia capitalistica, dalla concorrente omertà delle fazioni, fondando una gerarchia autentica e naturale di valori individuali e collettivi.

Il Fascismo è più che una rivoluzione politica o sociale o economica; è una rivoluzione dello spirito umano. È la rivoluzione, che immette la personalità dell'uomo al centro stesso dell'organizzazione statale; che dal contrasto tra diritti dei singoli e diritti della collettività trae nuove leggi di armonia e di giustizia. Essa non mortifica l'uomo, ma lo fa uomo al punto che la sua coscienza sente come proprie le esigenze della comunità.

(Appelli all'uomo, in “Critica Fascista”, 1° gennaio 1934, pp. 1-5).

La Carta della Scuola e la sua etica

La riforma scolastica del '23, la “riforma Gentile”, aveva avuto lo scopo di adeguare la scuola alla nuova cultura italiana, a quella cultura, a quell'atmosfera spirituale, che aveva reso storicamente possibile la Rivoluzione. È stata una riforma per adeguare lo spirito e la tecnica della scuola ai valori accertati della cultura nazionale e dell'elaborazione degli studiosi in materia scolastica. È stata, cioè, una riforma di programmi, con l'introduzione di alcuni mezzi tecnici (per esempio: l'esame di Stato) in vista di un migliore funzionamento didattico della scuola.

Per fare una simile riforma occorreva una forte personalità, come quella del Gentile, che poteva riassumere e impersonare la nuova cultura italiana come si era maturata nei primi venti anni del '900 rinnovando anche gli studi pedagogici, e una chiaroveggente volontà politica come quella del nuovo Stato, portato, con una rivoluzione, a Roma, da Mussolini.

Non si diminuisce in niente il valore ideale e storico della riforma Gentile affermando che essa doveva essere la prima parola che il nuovo Regime doveva pronunziare per l'educazione e la formazione delle nuove generazioni, ma non poteva essere l'ultima. Riteniamo anzi che, così dicendo, si faccia a quella prima riforma il grande riconoscimento che la Rivoluzione le deve, e la si metta nel giusto posto che essa può avere nel corso della realizzazione del Fascismo.

In questo corso, in questo sviluppo, col quale il Fascismo ha chiarito e approfondito tutti i suoi valori ideali, attuando a poco a poco nell'organizzazione politica nazionale tutto ciò che c'era racchiuso e in potenza nel nucleo essenziale delle sue intuizioni e dei suoi concetti, molte affermazioni e visioni generiche si sono specificate e individuate precisamente, molte costruzioni si sono affinate, qualche questione si è potuta vedere addirittura sotto una luce nuova e migliore.

Questo processo è avvenuto anche per la scuola: dopo 17 anni di Regime possiamo vedere gli aspetti e i modi di una scuola formatrice dell'uomo fascista, di una scuola “politica”, come non si poteva vedere nel primo anno del Regime.

Quando si dice, dunque, che la riforma scolastica impostata e preannunziata dalla “Carta della Scuola” non vuol essere e non è una “controriforma” o una riforma della riforma Gentile, si dice cosa che può apparire chiara e inequivoca a tutti. I valori essenziali della riforma del '23 sono acquisiti: si tratta ora di procedere oltre.

Si tratta, cioè, di creare e far funzionare una Scuola che non sia ispirata, semplicemente e genericamente, ai valori culturali che il Fascismo riconosce validi e ad una generica mentalità fascista, ma una Scuola che si inserisca organicamente nel complesso degli organi attraverso i quali la vita nazionale, articolandosi, si svolge, e che viva e partecipi di quella mentalità fascista che sentiamo oggi dopo che 17 anni carichi di eventi spirituali e storici hanno precisato e arricchita l'intuizione fondamentale della Rivoluzione mussoliniana.

La nuova cultura italiana ci aveva resi consapevoli della necessità di una scuola formativa maturatrice di uomini; la nuova vita sociale aveva imposto, d'altra parte, riforme didattiche, creazione di nuovi tipi di scuole, considerazione di necessità sociali cui la Scuola deve adattarsi o provvedere; il valore spirituale dell'educazione fisica, dell'addestramento collettivo, dell'organizzazione politica, avevano fatto creare accanto alla scuola le palestre, la GIL, i GUF.

Tutti questi concetti, tutti questi aspetti della storia educativa e scolastica, tutti gli enti che vi provvedono, dovevano esser recati ad unità: da tante intuizioni e con tanti organi si doveva ormai organicamente costruire la scuola per il ragazzo fascista.

Ciò si è proposto la Carta della Scuola. Essa richiama la Scuola e la Famiglia alla collaborazione perché la formazione dell'uomo vero e concreto, dell'uomo che è la prosecuzione di una razza spiritualmente definita, non può aversi se non dall'intima cooperazione di questi due focolai spirituali.

Questo insistere sulla funzione della Famiglia come elemento essenziale dell'opera educativa non è casuale. Alla formazione dell'uomo la Famiglia concorre con valori, qualcuno, forse, quasi impalpabile, ma essenziali alla personalità morale, al carattere. E poiché la formazione di tale personalità è lo scopo dell'educazione fascista, la Famiglia dev'essere sollecitata a volgersi anche essa alla coordinazione degli elementi formativi di quell'educazione.

Si illumina, da quest'aspetto, il concetto fondamentale della Carta della Scuola: non si ha di mira questo o quell'ordine di studi, questo o quell'aspetto del mondo scolastico, non si vogliono fare ritocchi o aggiustamenti, ma una riforma “del sistema”, come è detto nella Relazione del Ministro al Duce. Una riforma che vuol essere una ricostruzione di questo sistema con i materiali che la Rivoluzione, coi suoi concetti e coi suoi istituti, ha messo oggi a nostra disposizione.

Perciò non è possibile discernere, freddamente analizzando questa “Carta”, le innovazioni di principio dalle innovazioni tecniche, gli indirizzi dai nuovi tipi di scuola. Essa è un tutto organico.

La scuola media inferiore unica è forse l'aspetto che richiamerà maggiormente l'attenzione dei tecnici della scuola, come ci è stato dimostrato dalle feconde discussioni che sono state promosse nell'ambiente stesso della scuola e nella stampa scolastica. Ma uno degli aspetti certamente più nuovi e appassionati è l'associare allo studio il lavoro, per educare la coscienza sociale e produttiva dei giovani.

Il principio centrale della Carta e della riforma che da essa è per nascere è quello enunciato nella I Dichiarazione: l'obbligo di frequentare Scuola, GIL, GUF, costituisce un “servizio”, cui sono impegnati i cittadini dalla prima età ai ventuno anni. Roma dava la “toga virile” a 16 anni: l'Italia fascista impone un servizio ai suoi figli, cioè li consacra e riconosce cittadini, titolari di un dovere pubblico, da quando comincia il “servizio” scolastico, cioè a 4 anni. L'impostazione “pubblica” e politica della vita giovanile è la migliore formazione del carattere, come valore umano e come valore nazionale. Questo principio è l'etica della nuova Carta.

Perciò la Carta della Scuola ci appare come una tappa essenziale della Rivoluzione mussoliniana, dove si riassume la maturazione dei primi 17 anni del Regime e si annunzia la formazione dell'uomo fascista, la pienezza della creazione.

(La Carta della Scuola e la sua etica, in “Critica Fascista”, 1° marzo 1939, pp. 130-131; cfr. anche Le scuole nell'unità rivoluzionaria, ivi, 15 agosto 1935, p. 405).


 

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