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BOTTAI GIUSEPPE
Il
Partito, guida della “rivoluzione” fascista
(1926-1928)
(a
cura di Benedetto Brugia)
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L'esperimento
bolscevico è diverso dalla “via” fascista. L'“italianità” del
Fascismo consiste nella costituzione di uno Stato “moderno e antico”
insieme; nella particolarità di una “rivoluzione” che si svolge
nella “continuità”. |
L'“italianità”
del Fascismo
[...]
O
si penetra l'assoluta originalità del Fascismo o si rischia di non comprenderne
appieno quei valori universali che vi fermentano e che possono agire come
elementi di propulsione ideale e pratica nei più lontani e diversi climi
storici e politici. La Francia, terra classica dei “volgarizzatori”, tenta
una vasta impresa di volgarizzazione del Fascismo. Lo riduce in ricette, in
formule, in pillole, lo iscrive nella farmacopea nazionale e ne decanta le
qualità curative. Provare per credere: Bolscevismo o Fascismo.
[...]
Questo discorso breve su un libro, potrebbe diventare un discorso più lungo su
di una contraffazione di moda. Non c'è scrittarello straniero intorno al
Fascismo, sia pure del più illustre carneade, che non abbia tra noi accoglienze
festose e giulive, come di famiglia. Il trucco è risaputo; basta presentarsi
con la formula “Fascismo o Bolscevismo”, con un breve preambolo sulla
conservazione dei beni e sulla salute delle persone e un trattatello rapido ma
succoso sulle cento e una maniere di cucinare il socialismo. Quel che nel
Fascismo italiano vi è di tipicamente italiano, di sostanzialmente italiano, di
inguaribilmente italiano, è materia trascurabile. Tutto ciò, insomma, che nel
Fascismo italiano tende a superare, e supera in effetti, la guerriglia
antibolscevica, incidente non necessario a spiegare il nostro movimento, per
elevarsi in un'opera di nuova costituzione statale, ch'è insieme moderna ed
antica, perché richiamando i più antichi motivi della nostra tradizione
filosofica e politica interpreta le esigenze nuove delle generazioni in avvento,
tutto ciò che nel Fascismo è rivoluzione, rinnovazione, ricostruzione, slancio
verso l'avvenire, forza e volontà di dominio spirituale, non interessa.
Ebbene,
bisogna fermare questa letteratura filofascista a zonzo per il mondo. Bisogna
per lo meno negarle le nostre credenziali. Noi ci rifiutiamo di fare del nostro
esperimento rivoluzionario il comun denominatore delle reazioni più diverse,
più lontane, più oscure. A trovare le nostre vie tra i popoli ci penseremo da
noi, come han sempre fatto nei secoli gl'Italiani, imponendo il proprio pensiero
e la propria legge con l'operosa virtù del loro spirito.
(Il
trucco filofascista, in “Critica Fascista”, 15 gennaio 1926, pp. 21-22).

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Il
Partito non ha esaurito la sua funzione. La sua vitalità consiste
nell'arricchire la tradizione apportando soluzioni nuove, cioè adeguate
alla diversa situazione italiana. Si tratta di selezionarne i membri, di
specificarne la qualità, di renderlo sempre più elitario, di farne
«un mezzo di educazione e di propulsione politica» e, al tempo stesso,
di renderlo sempre più aperto al dibattito e alla discussione interna.
Al Partito, «fulcro su cui s'impernia “tutta” la vita del regime»,
spetta preparare, selezionare e scegliere gli uomini adatti ai posti di
comando. Le nuove forze, che sostituiranno i vecchi quadri, dovranno
essere competenti ma, insieme, avere una visione politica complessiva,
cioè, uno «spirito fascista». Per creare «l'unità morale del popolo
italiano» occorre dargli uno Stato (e quindi un Partito) che lo
rappresenti possibilmente in tutta la sua eterogeneità, non in modo
piatto e uniforme. |
Funzione
di Governo e funzione
di Partito
[...]
La
vitalità di un Partito consiste, soprattutto, nel senso dell'attualità che lo
anima, nella sua capacità a seguire, passo per passo, la realtà concreta e
movevole, nella sua virtù, non di adattamento di sé alle situazioni e agli
avvenimenti, ma di questi a sé, attraverso risoluzioni che non sieno schemi
matematizzati, ma attuazioni effettive.
Le
considerazioni, che siamo venuti fin qui esponendo, non sono astratte, ma hanno
uno scopo preciso e immediato, che è quello di servir di preambolo ad un
discorso concreto intorno ad una questione concreta: la situazione del nostro
Partito.
Che
questa sia, nel fortunato periodo di azione politica che attraversiamo, degna di
studio, siamo in molti a pensarlo. Segni d'irrequietudine appaiono qua e à,
scompaiono per un poco, poi si manifestano di nuovo. Tutti avvertono, ormai,
anche i più refrattari a sentire i profondi mutamenti dello spirito pubblico,
che una nuova epoca è cominciata per l'Italia, nuova non solo per i
rivolgimenti costituzionali e legislativi, ma anche, e più ancora, per il
diverso atteggiamento della coscienza politica nazionale. La Rivoluzione penetra
nelle radici. Sommuove, sconvolge nell'intimo, opera negli strati meno
superficiali. Non solo l'Italia, in genere, non è più quella del 1919-1922,
ma l'Italia fascista del 1926 non è più l'Italia fascista del 1924-1925,
così impetuosa e rapida è ormai la conquista dello spirito nuovo. Le stesse
contraffazioni, e sono numerose e nauseabonde, cui noi assistiamo
quotidianamente, costituiscono un indice della potenza dell'idea e della sua
forza di espansione. Fino a qualche mese fa pareva ancor possibile una
coesistenza di mentalità, di idealità, di costumi politici diversi. Oggi, si
sente che il processo rivoluzionario deve andare fino in fondo, fino alle sue
estreme conseguenze, e tutto si tende in uno sforzo supremo di conformazione
all'idea dominante.
Il
Partito Fascista, alla cui fatica rivoluzionaria la nuova situazione si deve,
sente per il primo le leggi di ferree necessità che ne emanano. Abituato
dapprima, per quattro lunghi anni, a raccogliere in sé la forza e l'autorità
dello Stato per agire fuori dell'ordine costituito e contro i governi che
avrebbero dovuto tutelarlo, costretto di poi ad un'azione illegalistica vòlta a
impedire che la Rivoluzione si esaurisse negli ordinamenti e nelle leggi, ch'era
insorta a rovesciare, il Partito Fascista non trova per anco le vie della sua
azione. Il nostro collaboratore Gherardo Casini coglieva assai bene questo
singolare disagio, scrivendo, giorni or sono, che «un'opinione diffusa nelle
file dello squadrismo fascista sostiene che le leggi con cui il Fascismo ha
sanzionato il suo diritto alla conquista dello Stato, hanno tolto alla
Rivoluzione l'ampio respiro delle piazze dove essa avrebbe dovuto trionfare, per
sequestrarla entro i confini dell'ordine costituito. L'autonomia del Partito —
si dice —, la possibilità di procedere liberamente sulla via di sempre nuovi
sviluppi rivoluzionari, sono ormai negate al Fascismo dal predominio del Governo
sul Partito, e questo parifica i fascisti al comune dei cittadini
sottomettendoli ad un'unica disciplina che per noi è resa più ferrea e
coattiva dalla appartenenza alla classe politica che domina, e più grave dalle
esigenze del compito che si impone dalle gradazioni gerarchiche...». Il vizio
fondamentale di questo ragionamento, rilevato con acutezza da Casini, è di per
sé evidente; ma così com'è, vi si scorge la rivelazione sicura di uno stato
di coscienza, cui si ha da guardare con attenzione. Mino Maccari, il nostro
selvaggissimo amico di Colle Val d'Elsa, vi reagiva pur lui in un articolo sul
“Romanticismo squadrista” comparso su “Battaglie Fasciste” di Firenze, e
numerosi sono ormai gli scrittori fascisti che si preoccupano dei possibili
effetti disintegratori di questa pericolosa forma di particolarismo
rivoluzionario. Il che significa che il problema dei rapporti tra Governo e
Partito, che ha avuto, dall'ottobre 1922 ad oggi, impostazioni
diversissime, ognuna delle quali ha richiesta una sua soluzione (tipiche, tra le
altre, la impostazione e la risoluzione consecutive al giugno 1924),
assume oggi un nuovo aspetto, cioè a dire è un problema nuovo, che va
affrontato e risolto non già coi criteri e coi metodi, che nel passato si
prestarono ottimamente alla bisogna, ma con criteri e metodi nuovi. E poiché il
Governo non solo non ha da correggere comunque le linee della sua azione
essenzialmente rivoluzionaria ma ha da perseverarvi con forza e volontà sempre
maggiori, è chiaro che il problema va risolto dal Partito e nel Partito.
La
realtà di questo problema non può essere negata se non da coloro, che non
riconoscono più al Partito una sua funzione e che tendono, considerandolo
“superato” dalla nuova situazione politica, a confinarne l'attività in una
sfera puramente amministrativa. Gl'italiani sono dei vecchi e incancreniti
amatori di sette e di fazioni e non, in genere, dei buoni uomini di partito,
inteso nel senso più alto e nobile della parola. Tanto che o si buttano in un
partito con sì veemente foga da tramutarlo presto in setta o in fazione
(scriveva il Foscolo: «Perché le Parti non possano degenerare in Fazioni,
vuolsi primamente che non ritrovino mai la propria utilità, se non nella
utilità della Patria», “Della servitù dell'Italia, Discorso primo”), o
quando si mettono a grandeggiare sopra le divisioni degli animi, tuonano
stoltamente contro le più sane e logiche e necessarie differenziazioni del
pensiero politico. Oggi il ragionamento che seguono coloro che vorrebbero che il
Partito riducesse al minimo la sua attività politica, è press'a poco questo;
il Partito è l'Italia, la funzione del Partito si risolve nell'adesione degli
Italiani al regime fascista, dunque il compito del Partito si riduce ad una cura
di anime con qualche pizzico di propaganda e un tantin di beneficenza; al resto,
all'opera politica vera e propria, provvede il Governo.
Nel
fine che questo ragionamento si propone, di evitare, cioè, che il Partito
interferisca con l'attività del Governo e ne usurpi le funzioni sia al centro
che alla periferia, tutti concordiamo. Questa Rivista ha in materia un'antica e
rigidissima tradizione di pensiero. Ma ciò che noi neghiamo recisamente si è
che tale scopo si raggiunga svuotando il Partito del suo contenuto più
propriamente politico, dilatandone i confini fino a quelli del più vaporoso e
lattiginoso consenso.
A
mano a mano che il Partito perderà i suoi connotati caratteristici, a mano a
mano ch'esso diverrà una cosa grossa e inerte, il suo ingombro sulla via del
Governo sarà maggiore e più grave. La disoccupazione è causa di torbidi e di
scissure anche per i partiti.
Noi
crediamo che il problema del Partito e della sua funzione in questo momento
della vita politica nazionale, non si risolva se non caratterizzando sempre più
il Partito come organo e strumento di attuazione e di formazione rivoluzionaria
e affidandolo alle mani del Governo. Caratterizzandolo, ossia, selezionandolo,
restringendone i confini, specificandone le qualità, esaltandone i valori,
descrivendone i metodi e segnandone le mete, facendolo essere, insomma, sempre
più Partito, sempre più mezzo di creazione e di propulsione politica. «Il
Fascismo, come Partito», scriveva ne “L'Assalto” di Bologna del 23 gennaio
Giorgio Pini, «ha forse più ragione di esistere attualmente che non nel
passato, quale nucleo conservatore della nuova tradizione, scuola di educazione
e vaglio di capacità per i futuri uomini di governo. In conclusione il Partito
resta nello stesso tempo scuola politica di cui non si potrà far senza, almeno
per molto tempo, e organo di eccitamento per tutte le iniziative, che si
rivelano indispensabili per reagire contro la vecchia struttura e concretare la
nuova...».
Ognun
vede che il problema del Partito si pone in termini del tutto ortodossi nei
confronti del Governo, che ne è la più alta e la più potente espressione. Non
v'è, ne vi potrà essere mai, antitesi di principio tra funzione di Partito e
funzione di Governo, dovendosi piuttosto considerare entrambe come momenti
diversi della medesima attività, ognuno con caratteri proprî e proprî
sviluppi e in un punto combacianti, che è quello della grandezza della Nazione.
Ma,
ed è qui che probabilmente il lettore ci aspetta dopo le nostre premesse
critiche, in qual modo può il Partito superare la zona incerta, in cui adesso
si muove, e raggiungere la pienezza d'una nuova funzione?
La
domanda ci riporta alle nostre prime proposizioni. Occorre guardare al Partito
con animo spassionato e domandarsi se i criterii, coi quali fu fin qui governato
e che furono ottimi per il passato e potranno magari tornare ad esserlo in un
avvenire più o meno prossimo, sieno oggi validi a sviluppare quella funzione,
che al Partito universalmente si richiede. La storia del Fascismo, considerato
come organizzazione di uomini, presenta gli esperimenti più varî, più
diversi, più opposti in fatto di sistemi di inquadramento, di metodi
disciplinari, di congegni di comando etc. In ognuno di questi esperimenti si
ritrova l'impronta del genio duttile e multiforme di Mussolini. Questi è stato
non solo il grande stratego e il grande tattico del suo Partito, ma, nelle fasi
culminanti della lotta, anche il conoscitore perfetto delle più minute e in
apparenza secondarie necessità organiche. Egli ha sempre saputo quale
formazione dare alla sua massa di assalto, come ripartirne le forze, quali
poteri assegnare ai comandanti e quale significato preciso attribuire ai
regolamenti. I mutamenti, che si successero con frequenza relativa allo
svolgersi delle situazioni, non furono mai dovuti a un capriccio né ad una vana
smania di tentativi, sì bene al fermo e consapevole disegno del Duce di non
sacrificare in organamenti invecchiati la funzionalità politica del Partito.
Secondo
noi oggi si è venuti al punto, in cui è d'uopo che il Partito, per non essere
un organismo morto che si mette sulla via del Governo come un inciampo
irremovibile, rinnovi se stesso. Lo sentiva bene Roberto Farinacci, invitando,
giorni or sono, «i Congressi Provinciali del Partito a liberamente ed
ampiamente discutere sulle direttive seguite dalla Segreteria Generale e dal
Direttorio Nazionale ed a concretare in ordini del giorno il proprio pensiero in
proposito». La libera ed ampia discussione, cui il Segretario Generale invita i
fascisti, non può essere fine a se stessa. È, per le consuetudini del Partito,
quali si sono andate concretando per li rami delle gerarchie provinciali, una
novità, e, come tale, non può non preludere ad una serie di organici sviluppi.
La funzione di oggi, del tutto politica e tanto più politica quanto più si
connette con quella del Governo, chiede un Partito più snello, più agile, più
snodato, vivificato appunto da una sana, corretta, controllata discussione che
ne smuova, ne ecciti le energie, e ne riveli i valori nuovi di uomini e di idee.
Questa è, in fondo, la funzione del Partito di essere, veramente, un Partito,
un'associazione di uomini responsabili, che organizzino se stessi
deliberatamente ad un fine, che pensino, che credano, che vogliano fortemente e
che accompagnino coscientemente l'opera del loro Governo. E tutto l'organamento
deve a questo con graduale trapasso predisporsi.
(Funzione
di Governo e funzione di Partito, in “Critica Fascista”, 1° febbraio
1926, pp. 41-43; cfr. anche L'anno decisivo del regime, ivi, 1° gennaio
1927).

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La
rivoluzione è “azione rinnovatrice”: continuamente si rinnova,
adeguandosi alla realtà politica che muta. Lo Stato fascista è ormai
una realtà e, tuttavia, la “rivoluzione” continua. Il popolo deve
farla sua, cioè “rivoluzionarsi” nell'intelletto e nell'anima. |
La
“rivoluzione permanente”
Benito
Mussolini scriveva attorno al 1912: «Un'Italia in cui trentasei milioni di
cittadini pensassero tutti nello stesso modo, sarebbe un manicomio, o il regno
della imbecillità e della noia».
Sembra
che a render veridica la deprecata ipotesi di Mussolini si sieno messi tutto
coloro che continuano a sognare il Fascismo come una sorta di rullo compressore
sulle idee, sui sentimenti, sul modo di pensare e di agire degli italiani
d'oggi; industriandosi così di spegnere anche le risorse più necessarie alla
vita di un popolo.
Bisogna
cominciar dunque a chiarire la differenza sostanziale che c'è fra la disciplina
cui gl'italiani son di necessità chiamati a ubbidire, e il borbonismo degli
zelatori del Regime che lavorano per far dell'Italia un casermone prussiano, in
cui tutti pensino e agiscano al cenno dei comandanti. E poiché il comandante
non è sempre un capitano, ma spesso un caporale, così, secondo costoro, questa
disciplina da bassa forza dovrebbe essere seguita da tutti gl'italiani salvo,
come vedremo, coloro i quali essendo capaci di sbraitare più degli altri,
riescono poi a fare senza eccezioni il comodo loro, o per esser più chiari il
loro tornaconto.
Della
necessità di una disciplina per la Nazione italiana, nessuno può dubitare,
poiché si tratta di dare una regola di vita ad un popolo vissuto per oltre
cinquant'anni in un regime in cui gli estremi del rigore poliziesco e della
libertà anarchica si toccavano spesso. Questo popolo oggi ha la coscienza di se
stesso, e dei nuovi compiti che gli sono proposti, e che non possono essere
raggiunti se non a patto di dirigere tutte le energie secondo un piano
organicamente stabilito, e seguito con unità d'intenti e sincronia di opere,
cioè con disciplina perfetta.
Ma
il senso di questa vera disciplina è profondamente diverso dalla monotonia
esasperante alla quale si vorrebbe giungere.
Il
problema della disciplina si presenta anzitutto come necessità di un'interiore
adesione ai principî del Fascismo; problema psicologico e quindi squisitamente
politico, che si risolve nella necessità di formare negli italiani una nuova
mentalità e nel dar loro un nuovo senso dello Stato.
Quando
esiste questa sorta di disciplina essenziale, possono sorgere e vivere anche le
disparità sul modo di pensare ai dettagli, può esserci la varietà delle forma
anche, senza che la sostanza dei fatti ne sia toccata.
Venendo
al pratico, è bene considerare ad esempio a quale spirito di reale utilità e
di ideale disciplina risponda il tono terribilmente uniforme della stampa
fascista, da cui si cerca di bandire, in nome della disciplina, ogni tendenza al
ragionamento, alla critica, a quella concorde discordia da cui sola possono
nascere, non diciamo le idee, ma le convinzioni.
Il
metodo evidentemente non persuade coloro che di persuasione hanno bisogno, né
vale a rafforzare in chi l'ha la propria fede; poiché recidere la sincerità e
imbalsamare le idee in nome della disciplina, vuol dire rinunciare ad ogni
dignità di sviluppo morale [...].
[...]
La disciplina può e dev'essere un mezzo, ma non il fine di questa nostra
rivoluzione.
Occorre
persuadersi di questo, e non far sì che l'atmosfera in cui vivono quaranta
milioni d'italiani diventi irrespirabile per amor di uniformità, e ad esclusivo
vantaggio di pochi.
Non
si domanda al Fascismo di mutare rotta, di farsi un'accademia, o peggio il regno
dell'arbitrio, ma soltanto di esigere una costante fedeltà ai principî ideali,
e alla pratica giornaliera senza cadere nel ridicolo del caporalismo a ogni
costo.
La
disciplina stessa acquisterà un più largo respiro e una maggior serenità, il
Fascismo un senso di più esatta misura, gl'italiani una coscienza più profonda
di ciò che è la rivoluzione che noi facciamo.
I
termini del nostro problema sono questi: creare l'unità morale del popolo
italiano e dargli uno Stato che ne rappresenti oggi e per l'avvenire il destino
storico nel mondo.
La
sua risoluzione è ancora in cammino, ma non per questo possiamo ignorarlo e
tanto meno sviarlo e tradirlo facendo dell'Italia vivente in tutta la sua
delicata e complessa vicenda di popolo, un ammasso di automi ammaestrati.
(Il
regno della noia, in “Critica Fascista”, 15 agosto 1928, pp. 301-302).
*
* *
[...]
L'azione,
allora, nacque da propositi e di sviluppò con atti, gli uni e gli altri,
semplici e schietti. Ciascuno vi si preparò senza bandi, senza grida, senza
fanfare. Il primo passo fu fatto negli spiriti. Quando fu d'uopo provvedere alla
esecuzione, ogni opera ebbe i caratteri della necessità. Tutto si svolse con
quel serrato impegno, che distingue l'azione dalla rappresentazione. Ogni
protagonista, dai capi ai gregari, era un responsabile. Non c'era tempo a
vedersi agire, si agiva. La parola non commentava, creava gli stati d'animo e di
coscienza indispensabili all'impresa. La Rivoluzione, prima ancora di trovare
nella lotta, nell'urto, nel sangue, i suoi connotati tradizionali, era
rivoluzione negli intelletti e nelle anime. Per la prima volta, da che erano
italiani gl'italiani, soliti a ricercar la rivolta nel fumo, negli spari, nei
motti eroici, si movevano per una rivolta ch'era già una loro conquista
interiore. Essi non “tentavano” una rivoluzione; “imponevano” la
Rivoluzione, già compiuta dentro di loro. Qualcuno ha scritto che la nostra
lingua medesima tradisce il nostro carattere un po' teatrale; gl'italiani,
infatti, dicono: io “faccio” il soldato o il maestro o il medico, non già:
io “sono” soldato o maestro o medico. Ebbene, quegl'italiani che movevano
verso Roma nell'ottobre del '22, non “facevano” i rivoluzionari, “erano”
rivoluzionari. L'ordine nuovo cui aspiravano era già un loro ordine morale.
Essi non andavano a “prendere” Roma, sì bene portavano Roma a Roma. Roma,
la Città degl'italiani nuovi che essi erano già, la Capitale dello Stato nuovo
di cui essi erano già cittadini [...].
Tutto,
o quasi tutto, il lavoro materiale per la costruzione del nuovo Stato fu
fornito. Lo Stato Fascista è, ormai, una realtà. Le sue leggi, i suoi
ordinamenti, i suoi principî trovano ogni giorno più larga applicazione.
Audaci esperimenti di carattere sociale, economico e finanziario già rivelano,
agli occhi degli uomini di fede e di esperienza, il disegno del nuovo assetto
politico. Non è da escludere che da molte delle riforme attuate scaturiscano
ispirazioni di riforme integrative o del tutto nuove. La logica rivoluzionaria,
per esempio, ci indica nel Parlamento un problema che è ancora da risolvere, in
armonia con alcune delle riforme già attuate. Può darsi, è anzi certo, che
tutto il corso della nostra Rivoluzione ci porti, un giorno non lontano, a
incidere ancora più profondamente nella costituzione. Ma, nelle linee maestre,
lo Stato Fascista è.
E,
tuttavia, la Rivoluzione non è finita. Essa, anzi, celebrandosi l'anno quarto
del suo avvento, afferma il suo carattere di permanenza. Dall'immenso lavoro
compiuto per creare il nuovo sistema, essa deve passare, decisamente, al lavoro
da compiersi per ordinare entro quel sistema il popolo italiano, con le sue
tradizioni, con le sue aspirazioni, con le sue qualità, onde far sì che
sistema politico e popolo formino un'unità storica. Molto di ciò che fu fatto,
fu fatto senza il popolo o contro il popolo, indifferente od ostile, e
l'unanimità dei consensi di oggi è il risultato di fattori straordinarî. Su
questa unanimità, che rende la materia umana pronta e docile, bisogna
perfezionare l'opera e far sì che il popolo, che ha “accettata” da una
minoranza audace la Rivoluzione, la faccia sua, sua nel suo sangue e nel suo
temperamento, sua nella storia e nel suo orgoglio. Perché, quando si è
riusciti a dare ad un popolo le leggi migliori, che in un dato momento della sua
storia sono necessarie alla sua elevazione, il risultato ultimo sarà sempre
condizionato dal genere di coscienza che quel popolo possiede. È questa
coscienza che ora ci bisogna plasmare. La Rivoluzione non deve essere più solo
dei suoi artefici, ma diventare la carta di riconoscimento di tutto il popolo
italiano dinanzi agli altri popoli.
Immensa
fatica che si prospetta negli anni! L'azione, che fu merito e vanto d'una
generazione, travalica nelle generazioni a venire: ma il trapasso deve compiersi
con quei caratteri d'intima, religiosa, impegnativa serietà, ch'ella ebbe nel
suo inizio. Per evitare gli inganni si debbon toglier di mezzo, tra una
generazione e l'altra, coloro che hanno aderito senza comprendere e che seguono
senza fede.
(La
rivoluzione permanente, in “Critica Fascista”, 1° novembre 1926, p.
39).
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Contrariamente
all'economia liberale, il Fascismo vede l'uomo nella sua funzione di
lavoratore e considera l'organizzazione dell'“impresa” responsabile,
di fronte allo Stato, dell'indirizzo dato alla produzione: di qui il
controllo economico come regola e sistema di vita. |
Economia
e Fascismo
La
speciale posizione presa dal Fascismo nei confronti delle forze avversarie, più
o meno palesi, sia all'interno che all'esterno, consente al Regime libertà di
iniziativa, possibilità di affrontare e dirigere le azioni nel momento più
opportuno e di combattere, con metodo ed ordine perfetto, le sue più belle
battaglie.
In
tal modo il Fascismo prosegue non solo verso le conquiste e le realizzazioni
della vita pratica, ma anche, e soprattutto, verso le sue conquiste ideali. Le
teorie politiche, filosofiche, giuridiche e morali, che il Fascismo è andato
gradualmente sviluppando e precisando, hanno già conquistato la grande massa
degli italiani ed hanno già attirata l'attenzione di importanti centri di
cultura internazionale, talché oggi si può con piena coscienza affermare che
esso ha, o comincia ad avere, i suoi principî scientifici, filosofici,
politici, giuridici, morali. In altre parole si può dire che il Fascismo
comincia a proclamare al mondo la sua civiltà: una civiltà — come
riconosceva recentemente un sociologo americano — «di ordine superiore».
Nel
gruppo di scienze su cui il Fascismo ha finora operato non figura tuttavia
quella denominata “Scienza economica” o “Economia politica”. Il Fascismo
non ha ancora posto il problema della dottrina economica — come si dice con
frase consacrata — all'ordine del giorno. Pochi pionieri hanno potuto, voluto,
o saputo precedere gli eventi riuscendo a penetrare o indagare quello che dovrà
essere il sistema economico fascista.
Anche
in questo apparente ritardo ad affrontare tale studio, vi è un ordine ed un
metodo. Non è difficile quindi una indagine sulle cause che hanno determinato
così lungo rinvio. Ci sembra che esse si possano brevemente così sintetizzare:
| 1. |
L'Economia
politica — cioè la scienza che studia l'attività svolta dagli uomini
in quanto sono esseri sociali, per procurarsi i mezzi e le comodità
adatte al loro sistema di vita — rappresenta il cardine fondamentale
della vita sociale dei popoli.
Il
mutamento del sistema organico e la revisione dei principî per
l'applicazione di tale scienza è estremamente complesso, e richiede un
preventivo analogo mutamento delle altre scienze coloniali che influenzano
l'economia. |
| 2. |
Perché
tale mutamento possa operarsi non è sufficiente proclamarlo, né è
sufficiente costruire una dottrina o un nuovo sistema teorico più o meno
completo. È necessario, invece, che si delineino dei fatti economici tali
da rendere inapplicabile il sistema preesistente; che comincino ad essere
attuati in pratica i punti basilari ed essenziali su cui dovrà sorgere il
nuovo sistema. In altri termini occorre che il mutato clima storico
politico, morale, giuridico, renda possibile la vita e lo sviluppo del
nascente sistema economico. Tale clima si va appunto preparando alla nuova
dottrina. |
| 3. |
L'Economia
politica è una scienza relativamente giovane: ha appena due secoli di
vita, quindi ha a sua disposizione un limitato campo di esperienza: quello
di poche generazioni. Se poi si considera che ci troviamo non già di
fronte ad una scienza di esperimento, come ad esempio: la chimica, la
fisica, dove lo studioso può ripetere a sua volontà un numero
grandissimo di volte i fatti su cui indaga per giungere alla enunciazione
delle leggi, ma ci troviamo invece di fronte ad una scienza di
osservazione, per cui lo studioso può soltanto esaminare i fatti che,
indipendentemente dalla sua volontà, si verificano nella vita sociale, ci
renderemo conto delle estreme difficoltà che sovrastano alla enunciazione
di postulati e di principî.
Abbiamo
detto che l'Economia politica è una scienza giovane. Ad evitare malintesi
è bene chiarire tale affermazione. Non abbiamo già inteso dire che prima
di due secoli fa non esistessero fatti e problemi che oggi si chiamano
economici, ma abbiamo voluto dire soltanto che essi non erano osservati
scientificamente. |
| 4. |
Un'altra
ragione capitale, che serve a spiegare ed a giustificare il ritardo con
cui si va creando la dottrina economica fascista, è la seguente.
Essendo
sorta la scienza economica quasi contemporaneamente al sorgere ed allo
svilupparsi dei principî economici liberali, si è finito per confondere
l'economia politica come scienza pura, con l'economia liberale, che è
soltanto un metodo di applicazione della scienza stessa.
Al
Fascismo, quindi, è riservato il compito gravissimo di separare la
scienza dal metodo. Soltanto dopo che sarà riuscito in tale compito,
potrà ricostruire, con i principî della scienza, il proprio metodo e
quindi la propria dottrina. |
Questi
punti fondamentali non solo spiegano e giustificano sufficientemente la ragione
per cui è rimasto finora insoluto un problema di così vitale importanza, ma
prospettano altresì l'opportunità di studi e dibattiti da parte degli studiosi
di scienze sociali, al fine di poter presto svincolare l'Economia dai
convenzionalismi, dall'astrattismo, dall'individualismo e dal concetto
antigiuridico ed antisociale che il contrasto di interessi, cioè la lotta senza
quartiere, e non la solidarietà e la collaborazione, determinino il massimo
benessere dei popoli.
I
tempi sembrano maturi per l'esame di così complessi argomenti. Già alcuni
studiosi spontaneamente ed isolatamente muovono verso tal genere di indagini.
“Critica
Fascista”, che ha sempre tenuto un posto di avanguardia fra le correnti
culturali sviluppatesi nel Fascismo, intende partecipare attivamente a tale
movimento, anche e soprattutto perché ritiene sia ora giunto il momento adatto
per il suo sviluppo.
Numerosi
provvedimenti di politica economica, in aperto contrasto con le leggi ed i
principî dell'Economia politica liberale, sono già in atto, con successo,
nella vita nazionale. La Carta del Lavoro, la legge del 3 aprile, i Comitati per
la determinazione dei prezzi, i vincoli posti a certe industrie,
l'incoraggiamento dato ad altre, la regolamentazione di tutta l'attività
commerciale, tutti i numerosi provvedimenti di carattere monetario adottati dal
discorso di Pesaro fino ad oggi, e finanche — “orribile dictu” per gli
economisti della scuola liberale — i provvedimenti per l'incremento
demografico!
Tutte
disposizioni, come si vede, da far gridare al sacrilegio non solo i puri
sacerdoti delle “armonie naturali”, ma anche tutti gli “economisti
liberali fino ad un certo punto”. Ma i sacerdoti non gridano: fanno invece
delle riserve più o meno mentali, e, una volta fatta la riserva, fingono di
plaudire anche essi ad ogni provvedimento. Ormai hanno così bene fatta
abitudine a questa ginnastica mentale che la compiono quasi senza sforzo.
Proclamano, infatti, che, in scienza pura, cioè in economia liberale, tali
disposizioni sono antieconomiche; infine, con una buona volontà più o meno
sentita, aggiungono che esse erano tuttavia necessarie per ragioni sociali. E
qui salta fuori, per i liberali, l'apparente conflitto tra Economia (parte della
scienza sociale) e la Sociologia (che crea l'Economia e diventa poscia
antieconomica).
Si
comprende, quindi, perché chi confonde l'Economia con l'Economia liberale, se
vuole essere sincero, deve trovare antieconomico ogni provvedimento fascista,
oppure giustificare il controllo economico, che il Fascismo attua,
considerandolo come eccezione, o, meglio, come una serie di fatti destinati a
spianare la strada alle leggi economiche liberali.
Il
Fascismo però dissente da tutti costoro.
Il
Fascismo considera il controllo economico come regola e come sistema di vita,
giacché, in analogia con la Dichiarazione VII della Carta del Lavoro, considera
la produzione come funzione di interesse nazionale e dichiara l'organizzatore
dell'impresa responsabile, di fronte allo Stato, dell'indirizzo dato alla
produzione.
Voler
quindi prospettare il controllo come eccezione, e perciò la libertà come
regola, come proclama incontestabilmente quella che i liberali chiamano Economia
politica, e che noi chiamiamo Economia liberale, significa negare il Fascismo.
Su
questo terreno di sincerità scientifica e di chiarificazione delle leggi e dei
principî dell'Economia, finora avvolti nel velo della scuola liberale,
“Critica Fascista” reputa opportuno intervenire, per proclamare ancora una
volta che il Fascismo non si arresterà neppure di fronte a questa complessa
battaglia, e che il fantoccio della libertà economica non lo turberà, così
come non lo ha turbato il fantoccio della libertà politica.
(Economia
e Fascismo, in “Critica Fascista”, 15 marzo 1928, pp. 101-102).

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Occorre
superare la scissione tra Fascismo-azione e Fascismo-cultura. La loro
unità costituisce «il fondamento del Fascismo-Stato». Il problema
direttivo non è solo tecnico: è un problema morale e di conoscenza,
cioè di cultura. E cultura vuol dire teoria + azione. |
Fascismo
e cultura
Cerchiamo
di cogliere l'intima significazione dei rapporti sempre più vivi, più assidui
e, mi auguro, più fecondi, che si vanno creando tra gli uomini del Fascismo e
le Università italiane. È bene che tali rapporti si creino e si ricreino di
continuo. Ma occorre che non rimangano mera forma; occorre che divengano
sostanza d'una nuova, più fusa compenetrazione tra il mondo della politica
attuale e il mondo della cultura, che ha, o deve tornare ad avere,
nell'Università il suo centro di formazione, di propulsione e di irradiazione.
Non
ci dissimuliamo che i più frequenti contatti tra uomini, che nel Fascismo hanno
posti di responsabilità attiva, e uomini, che dedicano alla scienza la loro
vita, suscitano in taluni gridi di scandalo o atti contriti di pudore.
Vi
è, anzitutto, il falso pudore di certi zitelloni della cultura, che deplorano
la contaminazione degli studi da parte di uomini dominati dalla vita pubblica.
Essi sognano, evidentemente non ad occhi aperti, che l'Università abbia ad
essere una specie di campo trincerato, di compartimento stagno o di ermetico
laboratorio, dove, in alambicchi misteriosi, si distillano formule vane e
sterili. Costoro, o sono dei puri spiriti senza iniziativa, alcun poco
mistici e contemplativi, o dei volponi in veste d'eremiti, che in siffatti modi
si lusingano di conservare, per tempi migliori, le fondamenta ormai vecchie,
nelle quali si sono scavata la nicchia. Io vorrei domandare a coteste volpi
incappucciate: quando mai l'Università fu, negli anni, staccata, avulsa,
assente dal suo tempo?
Il
professor Brugi, ch'è di noi tutti maestro, ci ha ricordato come tutte le
Università, nel loro sorgere, nel loro fiorire, nel loro svilupparsi e, infine,
nel loro decadere, aderissero alle condizioni politiche, morali e intellettuali
dei tempi in cui ebbero a vivere. Verità vera e provata: o che, forse, nelle
Università italiane, negli ultimi anni del secolo scorso e nei primi di questo,
fino a ieri, fino a oggi, purtroppo, non prevalse un indirizzo di cultura
democratica, liberale illuministica e anche un poco sovversiva e negatrice? E
per quali ragioni mai, io sempre domando, se l'Università nostra per opera di
uomini della vecchia classe dirigente si conformò agli orientamenti filosofici
e spirituali del vecchio Stato, non dovrebbe, oggi che il Regime Fascista ha
capovolte le ragioni ideali dello Stato, mutare, come da occidente a oriente, la
sua rotta e diventare, vivaddio, fascista fino al midollo?
C'è,
poi, accanto a tal sorta di pudore di marca accademica, il pudore degli uomini
cosiddetti d'azione, tutti muscoli, tutti nervi, tutti fegato, che temono che il
Fascismo, bazzicando le aule universitarie, perda il suo vigor pratico e la sua
energia creatrice di fatti. Essi pronunziano parole difficili, come pragmatismo
e pragmatistico, onde gabellarci per buono un Fascismo privo di ogni contenuto;
ma, per dire il vero, il loro giuoco non è né nuovo né ben trovato,
consistendo nell'attribuire al movimento politico e spirituale la povertà
interiore di alcuni tra coloro che lo seguono.
Occorre
risolvere l'assurda antitesi, con cui, da campi opposti, come s'è visto, da
quello concluso della cultura intellettualistica e dall'altro senza confini
dell'ignoranza presuntuosa, si tenta di generare un pratico contrasto tra
Fascismo-azione e Fascismo-cultura. Basta, a tal uopo, ripensare al breve ma
denso corso della nostra Rivoluzione, per ritrovarvi, nelle successive fasi, un
integramento non nominale, ma storico dell'un Fascismo nell'altro.
Il
Fascismo fu, nei suoi inizi, reazione contro uno stato di cose a tutti
insopportabile, che non importa qui descrivere, tanto, nei suoi aspetti di
dissoluzione statale e nazionale, esso è vivo nella nostra memoria. Una
reazione non uniforme, anzi diversa, da una parte all'altra Italia, dal nord
industriale al sud rurale, da provincia a provincia e, nella stessa provincia,
da paese a paese medesimo, da individuo a individuo e, nell'aspra lotta di
difesa, comune era il nemico, ma contro di esso ciascuno combatteva per quel
ch'era alla sua coscienza più chiaro, interesse o ragione ideale. Solo quando
il Fascismo marcia su Roma le singole volontà si stringono nell'unica volontà,
che cancella ogni particolarismo di individui, di categorie, di ceti, di
regioni, per la fondazione del nuovo Stato.
La
comunione delle volontà non è ancora la comunione del pensiero, della
dottrina, del sistema, del metodo. Il che è un bene nei periodi dell'azione
diretta. Le rivoluzioni, allorquando combattono per il loro trionfo, guadagnano
d'una tal quale indeterminatezza e imprecisione di idee, così che, nel loro
ondeggiante programma, ciascuno possa cogliervi o intendervi quel che più si
attagli al suo gusto o al suo interesse. Ma, quando l'azione deve riflettersi e,
più che riflettersi, tradursi concretamente nelle leggi, negli istituti o
addirittura, come noi stiamo facendo, nella costituzione d'un popolo, l'unità
del pensiero è necessaria e, ove essa manchi, si ha l'incongruenza legislativa
e giuridica, per cui una rivoluzione può affermarsi in un ordine di istituti e
in altro contraddirsi e negarsi. A mantenerla, a temperarla, ad accrescerla
dev'essere, io dico, volta ogni nostra cura, in questo tempo e più ancora in
quelli cui andiamo incontro.
È
vero, e mi piace qui riaffermarlo, che per noi fascisti le teorie, in politica
come in ogni altro campo, non sono che strumenti di lavoro, fili conduttori,
grandi linee direttrici di marcia. Esse, insomma, non sono la vita, ma mezzi di
vita. Del resto, tutte le applicazioni, non solo quelle d'ordine più
propriamente politico o economico o sociale, hanno un carattere sperimentale.
Nella stessa storia della scienza, nel regno, cioè, delle formule e dei dati
precisi e sicuri, si ha una vicenda continua di esperimenti che si legano l'uno
all'altro, in una serie infinita e interdipendente di ritrovamenti tecnici e
pratiche attuazioni. Ma perché la scienza e ogni altra specie di attività
dell'intelletto, non ultima tra le quali la politica, non degenerino in gretto
empirismo, è necessario sulla frammentarietà ed episodicità degli esperimenti
sovrastare, incombere, con l'unità d'un pensiero organico e sistematico, che
riduca tutto ad una traccia e ad un orientamento.
Nessuno,
io meno che altri, pensa che sia sopprimibile l'interiore processo critico e
dialettico e, ove occorra, perfino polemico del Fascismo. Ma è giunta l'ora di
dir chiaro a chi si ostina a riguardare i fatti e le cose e gli uomini e i
problemi con la sola osservazione dell'interesse immediato e giornaliero, che in
siffatto modo non si vedono che fatti, cose, uomini e problemi in serie, cronaca
e non istoria, ideali di settore e non di popolo. Solo un pensiero unitario,
solo un'ordinata cultura possono stabilire i rapporti e le connessioni
necessarie a dare alla politica d'una classe dirigente un respiro di politica
nazionale. Una grande politica non è, in fondo, che un metodo di pensare,
studiare, predisporre e ordinare i rapporti tra i valori, ponderabili e
imponderabili, che si agitano nella vita di un popolo; un'energia che,
ricollegando i particolari all'universale, determina le qualità fondamentali
d'un processo storico e crea, con moto unitario e unificatore, uno stile
politico e il carattere d'un'epoca.
In
questi termini si pone, secondo me, il problema della cultura nella fase attuale
del Fascismo. Il Fascismo-cultura, in cui, come s'è visto, si integra, non si
nega, il Fascismo-azione, è il fondamento del Fascismo-Stato. Già troppo certi
demagogici e facili incitamenti all'incultura hanno devastate anime e coscienze,
perché noi si debba seguitare a prestar fede a quegli empirici, che si vantano
di procedere a lume di naso. Io non credo alla pratica dei praticoni. Chi non sa
organizzare le proprie idee non può pretendere di organizzare quelle degli
altri. Nel nostro tipo di Stato, che non è un'arida costruzione burocratica
(sia che si tratti della vecchia burocrazia, sia che si tratti di quelle ora
nascenti nell'orbita sindacale), non basta una sorta di contabile praticità. Il
nostro Stato impegna i cittadini nel loro spirito e nella loro coscienza; è
sugli spiriti e sulle coscienze che occorre operare per servirlo. Nelle stesse
leggi sindacali, nella “Carta del Lavoro”, l'impostazione dei problemi di
interessi materiali e di garanzie contrattuali si lega a ragioni di ordine
superiore, come l'educazione e l'istruzione dei singoli e il supremo interesse
della produzione, che un organizzatore deve essere in grado di interpretare.
Perché ciò avvenga gli è d'uopo non solo conoscere quelle leggi nella loro
applicazione immediata, ma saperne calcolare, con almeno approssimativa
preveggenza, i possibili sviluppi. L'organizzatore, insomma, deve possedere
quella superiore forma di praticità, che consiste nel saper guardare innanzi a
sé per non sbagliare o perdere la strada. Quando Benito Mussolini, nella
prefazione al libro del tedesco Korherr, afferma che non ha diritto di governare
una Nazione chi non sia capace di guardare almeno a cinquanta anni di distanza,
vuole alludere all'antiveggenza necessaria nei posti supremi del comando. Ma è
pur certo che, discendendo giù per li rami della gerarchia, qualcosa, almeno un
paio d'anni di respiro, una vista lunga un po' più che spanna, si avrebbe da
trovarla anche nel più umile degli organizzatori. Lasciamo al Capo la visione
delle mete estreme; ma esigiamo in noi e negli altri un occhio attento almeno
agli obiettivi men lontani. Il problema del comando, si manifesti nelle più
alte autorità dello Stato o nelle più modeste, non è solo un problema
tecnico, ma un problema di conoscenza e di comprensione, un problema morale,
cioè a dire di cultura.
In
questo punto preciso si innesta, secondo me, la funzione universitaria nel
Fascismo: nella preparazione d'una cultura viva, creatrice d'una classe di
uomini atta a dirigere, nella politica, nella scienza, nell'arte. L'Università
deve adeguarsi a un compito di questa specie. Tutti i grandi aspetti d'una
civiltà, dalla religione alla filosofia, dalla scienza alla letteratura, dagli
istituti politici alle organizzazioni economiche, sono riducibili a un
principio, unico, che tutti li informi. Il principio animatore del Fascismo deve
essere elevato a comun denominatore di ogni ordine di studi. Di ogni ordine:
ché, se la necessità di una rivoluzione culturale è soprattutto sensibile
negli studi giuridici, politici, economici e sociali, non meno urgente è anche
in altri ordini di studi, dove prevalgono tuttavia indirizzi in contrasto con la
formazione fascista del carattere e della mente degli individui. Noi non
chiediamo all'Università di piegarsi alle finalità particolari e agli
interessi contingenti degli uomini, con apologie ed esaltazioni di falsi valori.
Non chiediamo bassi servizi, ma che il divino ufficio della cultura sia compiuto
con gli occhi fissi alle nuove ideali verità, sorte dal sacrificio d'una
generazione. Sempre, negli anni della rivoluzione unitaria, dettero le
Università italiane alla lotta idee e combattenti. Idee e combattenti si
preparino esse a dare per le lotte di domani, per quelle che l'Italia
affronterà, non più per la sua libertà, ma per la sua potenza: potenza di una
cultura e di una civiltà nuove, per tutto il mondo esemplari.
(Fascismo
e cultura, in “Critica Fascista”, 1° dicembre 1928, pp. 441-443).

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