BOTTAI GIUSEPPE

La “seconda ondata”: dall'insurrezione alla rivoluzione

(1924-1925) (a cura di Benedetto Brugia)


Giuseppe Bottai (1895-1959)

Una democrazia in funzione dello Stato fascista

Contro la vecchia cultura

La politica e l'organizzazione della rivoluzione

Sul concetto di “revisionismo”

 

Per dare una “norma”, cioè una nuova forma statuale alla vita italiana, è necessario che trionfi la pace sociale e che s'imponga il “principio d'autorità”, il cui presupposto è la formazione di un partito elitario ed efficiente. Il Fascismo è una “rivoluzione intellettuale”: è stato fondato da un'avanguardia (teorico-pratica) che si è costituita in partito, in un organo rappresentativo della nazione. Il partito unico come élite, come aristocrazia, s'identifica sia con lo Stato che con il popolo solo in quanto di essi rappresenta “i migliori”. Massa e classe dirigente non sono governanti e governati, ma — si dice — un “blocco compatto di volontà” che si esprime in forme rappresentative. La “popolarità”, cui si richiama il Fascismo, risiede però tutta nel principio di rappresentanza dei migliori (“aristocrazia” del popolo) e nella gerarchia. Ideologicamente il Fascismo è visto come conclusione del Risorgimento, cioè di una rivoluzione di popolo incompiuta e tradita. Per completare l'opera del Risorgimento, “per fare del popolo una nazione”, bisognava “sovvertire lo Stato”.

 

Una democrazia in funzione dello Stato fascista

Il Fascismo è antidemocratico, abbiamo detto. Ma in che senso?

È antidemocratico perché rappresenta un moto di reazione ad una vasta massa di popolo, di sconfessione a posizioni politiche avanzate, perché respinge dallo Stato la totalità delle classi e intende riservarsene il monopolio? Evidentemente no. All'antidemocrazia del Fascismo occorre dare un significato storico e non dottrinale e programmatico. Antidemocratico il Fascismo è perché sorto ad abbattere un regime in sostanza oligarchico e tirannico ma sedicente democratico in virtù delle istituzioni sulle quali si basava. È ormai patrimonio acquisito di un più illuminata critica che in Italia non vi è mai stata democrazia, se per democrazia — ripetiamo — s'intende una partecipazione diretta del popolo allo Stato, e non, si badi, una chiara e precisa coscienza delle necessità della vita politica, economica, finanziaria e spirituale della Nazione e dello Stato.

Del resto non è arduo il compito di dimostrare la mancanza di questa coscienza statale dell'Italia unitaria, sol che ci si riferisca alle vicende storiche della Patria negli ultimi settanta anni. Un popolo che fino al 1915 non aveva combattuto per un'idea comune, che si era trovato dinanzi ad enormi difficoltà elementari e a dover risolvere problemi superiori alle sue forze, che aveva per la grande maggioranza perduto il senso della dignità e della politica in un servaggio secolare, non poteva all'indomani del Risorgimento acquistare di colpo questo senso e quella coscienza. L'unità italiana dal '70 alla guerra non è stata che una unità geografica, legislativa, tutta formalistica insomma perché mancava una comune e più profonda ed intensa ragione di vita che, distrutti gli egoismi particolari, potesse saldare i popoli della penisola nel concetto politico dello Stato.

La tradizionale democrazia italiana perciò non fu democrazia nel significato in cui vogliamo intenderla, ma piuttosto governo di partiti, alternarsi di uomini in un permanere quasi uniforme di metodi, antefatto necessario a quanto oggi si svolge; in una parola paternalismo camuffato da liberalismo.

Il Fascismo, venuto a capovolgere questa situazione, per portare nella vita italiana la linfa di una tradizione nazionale semispenta e avvilita, doveva essere, come fu, aristocratico e sommario, assertore dogmatico e intransigente d'una idea e di un nuovo stile di governo, e fedele a questi principî si addimostrò dai tempi delle primissime lotte sino all'inizio della grandiosa opera legislativa che attualmente si svolge.

In questo “primo tempo” l'aristocrazia del Fascismo si manifestò con un'assoluta intransigenza pratica e ideale di fronte agli avversari, all'esterno, e col fermarsi di gerarchie chiuse all'interno.

Ma come proprio questa immutabile struttura interna del Fascismo dipendeva dalla necessità di mantenere ferreamente compatte le forze esuberanti, giovani e numerose di un movimento ancora in piede di guerra contro avversari tenaci e decisi a lottare sino all'ultimo, così oggi che il campo è sbarazzato da questi incomodi, se non pericolosi nemici, si prospetta la necessità di sistemare altrimenti, in vista di scopi ulteriori, il nostro Partito.

La vera opera costruttiva del Fascismo s'inizia ora ed è insieme quella di dar vita ad un nuovo Stato e di far sì che ad esso aderisca tutto il popolo. Qui torna il nostro discorso.

Il Fascismo dovrà, per essere all'avanguardia di quest'opera, mantenersi essenzialmente aristocratico, ma poiché cinque anni di lotta politica non sono invano trascorsi, occorrerà che la sua aristocrazia diventi, oltre che militare, politica e tecnica. Cioè — per non creare equivoci —, dato che oggi i fini del Fascismo sono di creare delle buone leggi, di potenziare e disciplinare le forze morali ed economiche della Nazione, è necessario che le gerarchie accolgano largamente politici di stile fascista, uomini di pensiero e di azione che possano e sappiano vedere il Partito in funzione della Nazione, come semenzaio di energie vitali, come aristocrazia del Paese. Se diciamo aristocrazia politica oltre che militare non è perché disprezziamo (come ci fu rimproverato) questa per quella, ma perché intendiamo l'aristocrazia politica come un affinarsi di quella militare, come un nuovo periodo ricco di quell'esperienza passata. L'aristocrazia fascista bisogna che conservi le doti e le peculiarità che contrassegnano il “primo tempo”, cioè la spregiudicatezza, la rapidità delle decisioni, la vigoria dell'azione, il coraggio, tutto quanto insomma farà differenziare dalle vecchie classi dirigenti. D'altra parte questo passaggio dall'aristocrazia militare a quella politica non è un pensamento peregrino nostro, o una trovata per fin di stagione, ma un fenomeno storicamente osservabile in ogni società in formazione [...]. Limitate le file del Partito ai degni, trascurate la quantità per la qualità, chiedete una disciplina che non sia soltanto ossequio ad un regolamento ma adeguazione a un modo di vita e servizio a un'idea, e avrete un'aristocrazia aperta, rinnovabile e temperata alle prove più ardue [...].

Se è vero che la Nazione è rappresentata dalla totalità dei cittadini non è altrettanto vero che nell'Italia di oggi tutto il popolo è Nazione.

Abbiamo già detto che la massa del popolo è rimasta fuori dallo Stato; il Fascismo deve portarcela e l'ha detto Mussolini nel suo discorso del “Costanzi” asserendo che «i sudditi debbono diventare cittadini e il popolo entrare nello Stato».

S'intenda bene che parlando di popolo non vogliamo creare una astratta entità più o meno demagogicamente lusingatrice, ma intendiamo riferirci precisamente a quelle classi lavoratrici fino ad oggi estranee od ostili allo Stato, indifferenti all'interesse nazionale, trascurate e disprezzate dai partiti conservatori, organizzate dall'altra parte dei partiti avanzati ed estremi come strumenti elettorali.

Qui non si tratta più di elezionismo o meno, di suffragio o di proporzionale; ogni sistema è buono purché l'azione sia sinceramente ispirata ad una volontà di progresso di quegli strati sociali che costretti in basso sono stati confitti ancor più giù dall'incoscienza di chi doveva elevarli.

Paese proletario per necessità naturali, il nostro ha le sue radici in quelle operose masse di contadini e di operai, totalmente e profondamente sane, che costituiscono l'unica nostra ed elementare ricchezza. Se potremo dare a queste masse la sensazione che lo Stato vive quale somma e sintesi delle loro fatiche, ch'esso è presente non solo come repressore e accentratore di attributi, ma come organismo capace di potenziare i loro sforzi, di aiutarli, di dirigerli ove occorra, l'Italia domani avrà il primo popolo dell'Europa e forse del mondo.

Questa politica della Rivoluzione può essere condotta attraverso il sindacalismo, ma soprattutto attraverso la viva e continua opera del Partito cui è riservato il compito di penetrazione e di conquista [...].

(I pochi e i molti, in “Critica Fascista”, 1° dicembre 1925; cfr. anche Per il Partito, non contro il Partito, ivi, 1° gennaio 1924).

Contro la vecchia cultura

L'opposizione intellettuale è oggi in una situazione tutta teorica, che non le consente di comprendere lo sforzo degli uomini nostri, messi dinanzi alla responsabilità dura del potere. I professori e i filosofi, che hanno governato per anni e anni l'Italia, allegramente dimenticano le lezioni impartite e i libri licenziati dall'inclito pubblico, sono lì, pronti, con alla mano gli strumenti della loro dialettica inesorabile. Si arriva al punto che amici e sostenitori di un uomo che ha soppressa la libertà personale dei cittadini per dei futili motivi, che qui non importa ricordare, insorgono, oggi, contro delle limitazioni inevitabili in un Paese che deve essere ricondotto dall'abuso all'uso della libertà. Così scorgiamo furibonde battaglie scatenarsi intorno a parole, che il Fascismo non si sogna affatto di cancellare dal vocabolario italiano, ma che vuole più modernamente e attualmente adoperare e interpretare. In qual senso antiliberale, e in qual senso reazionario?...

Potremo, tra non molto, rispondere a queste domande: per intanto ci importa notare che se urtano contro l'incomprensione di uomini di parte nostra, alle cui asserzioni, del resto, la pratica di governo di Benito Mussolini dà, di frequente, categoriche smentite, urtano non meno contro l'intellettualismo all'opposizione irremovibilmente imputridito su determinate interpretazioni nuove, interessanti la coscienza del nostro tempo.

I rappresentanti di questo intellettualismo statico possono appartenere a diversi partiti, possono, quindi, trovarsi in disaccordo nell'approvare o nel disapprovare questo o quel provvedimento pratico del Governo, ma sono solidali contro la nostra mentalità, contro la nostra spiritualità, contro il nostro modo di interpretare le leggi della società nazionale. Ogni qual volta noi parliamo del nostro Partito in tono più alto ed elevato che dai più non si faccia, ricercandone le origini vere, descrivendone gli effettivi sviluppi, stabilendone le finalità, il fronte unico degl'intellettuali del vecchio regime freme d'impazienza: attende di vederci rientrare per le viottole capziose della dialettica, nell'orbita del suo sistema mentale.

La verità è che quando noi ci poniamo il problema del divenire del Fascismo come un problema di cultura e pensiamo, con l'amico Grandi, che «occorre aprire le porte e fare entrare nel Fascismo le squadre degli animali pensanti e delle capacità ricostruttive» (prefazione a La conquista ideale dello Stato di Romolo Murri), noi non ammettiamo la possibilità di un apporto di idee da quel fronte unico, di cui si parlava, nella nostra compagine viva; ma sentiamo bensì la necessità imprescindibile di attivare in noi, dentro di noi, le idee e la cultura, senza le quali non saremmo che ombre vane. Il fronte unico dei malvivi professori e filosofi, oracoleggianti i vecchi enimmi, superati verso i formidabili interrogativi dei tempi nuovi, è una realtà che nessuno potrà rimuovere. Opposizione di principî, è stato detto, non per principio; sta bene, ma le parole non cambiano il fatto d'una classe di uomini politici, incapaci di prendere contatto con noi, giovani scappati dalle scuole per la trincera e dalla trincera tornati con una volontà unica: quella d'essere compresi e comandati, capiti e guidati.

Il Fascismo non deve mai perdere coscienza di questo: che gli uomini della vecchia cultura gli sono organicamente nemici, seppure si pieghino e si adattino; che tutto ciò che promana dall'intellettualismo del secolo scorso, anche se nel secolo scorso operò in alcuni principî allora vitali, è contro la sua natura; che il fronte unico degli intellettuali è saldo e tenace, e va dalle ridotte del filofascismo in sordina ai fortilizi dell'opposizione [...].

(Intellettualismo all'opposizione, in “Corriere Italiano”, 18 gennaio 1924).

La politica e l'organizzazione della rivoluzione

[...] Ciò che il Fascismo ha trovato da mutare non è l'ordine, ma le mentalità, le coscienze e gli spiriti.

Non mancava all'Italia politica prefascista la scienza di un metodo, ma le mancavano gli uomini, e questi appunto il Fascismo deve creare.

Creare più che distruggere, costruire più che rovinare, affermare più che negare; tali sono i principî che devono animare la nostra rivoluzione.

Se oggi, deserto il campo dai nemici, noi continuassimo a mantenerci in istato di guerra non saremmo una rivoluzione politica in marcia, ma la riproduzione ingrandita e purtroppo fedelmente esatta di uno dei soliti “pronunciamenti” da repubblica sudamericana.

S'intende che noi non perseguiamo fantasmi di normalizzazione e che non chiediamo pace per trovar quiete e riposo ad una fatica triennale.

Noi domandiamo anzi che la rivoluzione non finisca, che deposte le armi non si fermi sulle soglie della storia, che nuove mète siano segnate per le nostre battaglie, che tutto il popolo italiano possa partecipare all'orgoglio di un'opera compiuta.

I motivi della nostra polemica sono noti: noi vogliamo che attraverso al Partito si arrivi allo Stato e che questo Stato sia creato con nuove forme, ma soprattutto con spirito nuovo.

Occorre perciò abbandonare la retorica oltranzista ch'è stata fino ad oggi il pasto domenicale dei nostri gregari, e guardando alla realtà delle cose, operare coraggiosamente riparando agli inevitabili e inevitati errori, mutando le posizioni; in una parola adeguandosi ai fini che il Fascismo deve raggiungere.

Ammettiamo, come abbiamo ammesso a suo tempo, che i giri di vite della politica fascista abbiano avuto la loro ragion d'essere; vincere era la premessa assolutamente necessaria per vivere, dominare equivaleva a non voler morire, e a queste condizioni bisognava adempiere sotto pena di mancare alla logica cui è condizionato ogni movimento storico.

Oggi il Fascismo dispone di tutti gli elementi che gli consentono di dominare la situazione politica, ma poiché non è vita dove non c'è lotta, poiché occorre la coscienza di uno scopo per concepire la possibilità di una lotta politica, così noi crediamo che, constatato il successo del primo tempo della rivoluzione, trascorso fra gli episodi d'insurrezione barricadiera e i tentativi di costruzione organica, sia ormai necessario porsi il problema di ciò che vogliamo, e dei probabili limiti entro i quali noi dovremo muovere l'azione della rivoluzione fascista.

La questione è unicamente politica, indipendente cioè da quell'opera di ricostruzione che con tenacia magnifica il Governo di Mussolini sta attuando nel campo dell'economia nazionale, dell'organizzazione militare, di tutta quella insomma che è la base materiale necessaria alla vita della Nazione.

Insistiamo invece sopra due punti: la politica della rivoluzione e l'organizzazione del Partito.

Il Fascismo è la rivoluzione del popolo che, interrottosi con la formazione unitaria il processo del Risorgimento, rimase fuori dallo Stato di cui s'era insignorita un'oligarchia di politici piemontesi-partenopei, i quali, falsando la volontà delle masse attraverso i meccanismi elettorali, governavano a proprio esclusivo vantaggio. Se per democrazia s'intende la partecipazione tanto materiale quanto spirituale del popolo allo Stato, si può affermare che mai in Italia è esistita democrazia dopo quelle particolaristiche dei Comuni.

Coloro che hanno governato in nome della democrazia non han fatto altro che adattare le forme vuote della politica transalpina, scaturite dalla grande Rivoluzione dell'89, ad una meschinissima pratica di governo.

Il popolo era assente, e mentre cadeva la Destra nel marzo del '76 tumultuava in Romagna, mentre imperava Giolitti si adunava in file serrate nel Socialismo, mentre le assemblee costituite mercanteggiavano l'intervento sottilizzando del pro e del contro, imponeva la guerra. La storia d'Italia dal '70 al Fascismo è impostata su due piani diversi: una classe di borghesi conservatori che amministra lo Stato, il popolo che lotta per il pane e concreta talora, attraverso questa elementare espressione, la propria volontà di politica.

Ma la politica democratica di tutti i governi è un tradimento perpetuo al popolo, le elezioni sono una forma di paternalismo giacobino, il parlamento la barricata dietro a cui si asside il vecchio Stato piemontese.

Era fatale che per compiere l'opera del Risorgimento, per fare del popolo una nazione, occorresse sovvertire lo Stato, e se il Socialismo non intese questo, per compenso lo capì il Fascismo, nato sulle piazze per chiamare alla riscossa il popolo contro i falsi pastori.

Se fino ad ora il Fascismo non è stato contro il popolo, da ora dovrà essere col popolo. Antidemocratico è stato per troncare l'illusione di una falsa democrazia, ma schiacciata questa, essa chiama oggi il popolo perché dai suoi quadri esca la democrazia destinata a governare lo Stato italiano. Non si può dividere un paese come l'Italia, agli albori della sua vita europea, in governanti e governati, in signori e plebe, in dominanti e dominati. Per essere qualcosa nel mondo, noi dobbiamo essere un blocco compatto di volontà, non perciò irreggimentate, ma come richiede il nostro spirito meridionale e latino, libere e anche contrastanti, ma pur capaci di unirsi senza varietà di propositi e discordanza di fini.

A questo patto e a questo soltanto il Fascismo potrà farsi l'iniziatore e il banditore di una nuova vita italiana.

Non si tratta perciò di sturare le bottiglie della demagogia demofila, di resuscitare i luoghi comuni del democraticismo nostrano e straniero, di rinverdire i fasti del riformismo socialistico.

Il problema è un altro: noi abbiamo lo Stato, noi siamo il solo elemento vitale, spregiudicato, volitivo, della politica italiana; facciamo lo Stato più nostro liberandolo da tutti gli uomini che vi permangono per salvare insieme loro stessi e i loro interessi, e facciamo partecipare alla vita statale le masse che l'hanno combattuta col Socialismo o quanto meno ignorata coll'agnosticismo.

Venendo al concreto dobbiamo domandarci qual è la via per realizzare questa politica democratica ch'è la sola con cui può aprirsi il secondo tempo della rivoluzione.

Qui sorge appunto coessenziale e in ordine di tempo precedente, la questione dell'organizzazione del Partito. Per dare alle masse il senso e la volontà dello Stato non potremo semplicemente predicare ad esse il vangelo dell'interesse nazionale e la necessità di servire lo Stato, come condizioni imprescindibili di un ciclo rivoluzionario.

Un'esperienza diretta, un interesse suscitato col moto vivo dell'organizzazione, varranno più di qualunque corso di morale statolatrica, e la presenza di motivi adeguati sarà più utile di ogni astrazione.

Tolta la possibilità di allevare queste masse attraverso l'esperienza politica di altri partiti che non esistono più e che non potranno risorgere, è nel Fascismo che esse debbono trovare la scuola della loro educazione politica.

Bisogna quindi che il Partito si organizzi altrimenti. Se al vertice il Capo è indiscusso e indiscutibile, è necessario che gli altri non ascendano al potere in virtù di investiture troppo spesso incontrollabili e necessariamente incensurabili.

Se il Partito deve educare le coscienze di un popolo che fino ad oggi ha vissuto nell'anarchia politica, è necessario che gli uomini chiamati a dirigerlo escano da una cernita di valori, e che i caratteri si temprino nelle asperità di una lotta aperta da sostituire alle oscure manovre delle designazioni, mortificatrici di coscienze e avvelenatrici di propositi.

Un cemento troppo saldo tiene il Partito perché abbiamo a temere i frazionamenti che frantumarono il Partito socialista, e d'altra parte sarebbe una pretesa assurda e dannosa quella di sacrificare al formalismo disciplinare la possibilità di sviluppo del Partito.

La forza di cui dispone il Fascismo, lo spirito di disciplina dirittamente inteso e recentemente dimostratosi, la possibilità stessa di richiamarsi ai principî, non devono far indietreggiare dinanzi a questo esperimento. Riorganizzando il Partito sopra una base democratica che permetta il controllo e la diretta sorveglianza dei gregari sui capi potremo fare del Fascismo il più grande dei partiti di masse e nello stesso tempo liberarci di quella gelatinosa zavorra di consensi senza scopo che ci circonda, sostituendola coll'operosità viva di uomini che pensino e ragionino.

Non intendiamo di parlamentizzare il Partito, ma di uscire dai luoghi comuni del filisteismo attuale per affrontare con serena coscienza le questioni che s'impongono.

Si tratta infine di mettere il Partito di fronte al problema della sua esistenza avvenire, di porre la rivoluzione nell'alternativa di una fossilizzazione o di un progresso, di recitare l'ultimo atto della commedia politica italiana o di esserne i negatori.

Si ricordino però che ove gli uomini non consentissero oggi a mutare ve li costringerebbero domani gli eventi.

Così soltanto, cercando cioè, attraverso la percezione chiara e spregiudicata delle ragioni della nostra vita, i fini della nostra azione, noi crediamo possibile ricordare degnamente il terzo annuale della nostra prima vittoria con l'orgoglio di chi per essa dette tutto l'ardore del proprio entusiasmo e la fede della propria opera, come oggi vuol dare il vigile senso di un necessario domani.

(Epilogo del primo tempo, in “Critica Fascista”, 1° novembre 1925; cfr. anche Il nuovo compito, ivi, 15 gennaio 1925).

Il “revisionismo”, così come la critica, devono essere realizzati dal regime, scaturire dal suo interno. Il “revisionismo” non è che «la necessità insopprimibile d'una revisione incessante, che migliori la nostra organizzazione e ne adegui le forme e l'azione della dottrina che si va ordinando in sistema».

 

Sul concetto di “revisionismo”

[...] — Qual è, onorevole, secondo lei, il fondamento dottrinale del Fascismo?

— Come ho chiaramente detto nel mio discorso all'“Augusteo”, il Fascismo s'inserisce nella tradizione italiana attraverso l'ultima filosofia idealistica. Lo Stato fascista si afferma come Stato etico, differenziandosi dallo Stato morale e religioso e dallo Stato del moralismo illuministico, enciclopedico, giacobino, contro cui reagirono i filosofi storicisti che accusarono di vacuità e di ipocrisia, come scrive Croce, le nuove idee della mitologia democratica e riaffermarono lo Stato e la politica come autorità e lotta di potenza. Il Fascismo può, secondo me, derivare la sua definizione dalla filosofia di Hegel, che si pone contro la democrazia occidentale, contrastando ai principî della Rivoluzione francese, la sovranità dello Stato alla sovranità del popolo, l'organizzazione al progresso, l'ordine, la giustizia, il lavoro alla “liberté, égalité, fraternité”.

Ma come può ella parlare di tradizione italiana e, insieme, di derivazione dalla filosofia di Hegel?

— Mi lasci spiegare. Coloro i quali come Suckert e come Rocca attribuiscono al Fascismo la funzione di reagire definitivamente alle ideologie democratiche e liberali e perciò pretendono di identificare Fascismo e Antiriforma, in assoluto, dimenticano con troppa facilità che quelle ideologie trovano la loro critica efficace solo nella filosofia idealistica che si ispira a Vico, critico del razionalismo cartesiano, e a Hegel, critico dell'illuminismo e dell'enciclopedismo. Sarebbe stato assai più opportuno, in questi giorni in cui si celebra il settimo centenario dell'Università di Napoli, porre in rilievo il valore nazionale del pensiero filosofico e politico meridionale che nello Studio di Napoli ha avuto il massimo fulgore con Vico, con Galluppi, con Spaventa e con De Sanctis. Questi grandi pensatori, e in modo particolare Vico e Bertrando Spaventa, rappresentano attraverso gli anni la schietta tradizione spirituale italiana. Il Fascismo deve riferirsi a questa tradizione, che è l'unica veramente italiana. La filosofia politica di Spaventa è la coscienza ideale dell'opera unitaria di Cavour e i nomi degli Spaventa e di De Sanctis e di De Meis sono indissolubilmente legati alla storia del nostro Risorgimento. I nostri amici neoguelfeggiando con sì disinvolta audacia mettono avanti programmi politici di cui il '48 dimostrò l'insussistenza e la pratica vanità e propongono dottrine filosofiche, che poterono [...] avere qualche tenue efficacia quali reagenti agli eccessi ideologici della Rivoluzione francese, ma sono anticaglie di pessimo gusto dopo che l'idealismo si è sviluppato soddisfacendo anche all'esigenze in esse contenute. Bisogna guardarsi bene dal riprodurre quello stato d'animo che fu largamente diffuso durante il Risorgimento, quando si andò cercando una tradizione filosofica prettamente italiana, risalendo immaginosamente fino ai Pitagorici o ai Pelasgi, ostentando il massimo disprezzo per l'insegnamento dell'idealismo tedesco, accusato di immoralità, di rivoluzionarismo e di altri simili delitti. Contro questa specie di provincialismo che può servire solo a creare equivoci, a disperdere energie, occorre reagire: che la filosofia idealistica italiana abbia trovato la sua elaborazione in Hegel non è valida ragione a saltarla, cancellando parecchi anni di storia e di formazioni dottrinarie [...].

Quali sono i còmpiti del Partito, secondo lei, nell'attuale periodo?

— Primo còmpito: riordinarsi internamente, nei vari rami della sua organizzazione, eliminando ogni concorrenza di còmpiti, creando degli uomini capaci per i posti di comando e non posti di comando per uomini incapaci, assegnando responsabilità precise e perentorie, e non solo onori, ai dirigenti, soffocando, con una lenta ma assidua opera di educazione, quell'insincerità cortigianesca che l'uso e l'abuso di regole disciplinari carcerarie e mortificanti ha diffuso come sistema e metodo di rapporto tra i gregari e i capi. Secondo: prendere coscienza dei propri limiti di funzione e livellare ogni dualismo di funzioni con lo Stato.

Cosa intende, onorevole, per dualismo di funzioni con lo Stato?

— Io credo, e le recenti decisioni del Gran Consiglio e del Direttorio Nazionale mostrano a chiare note che ci si è messi su questa strada, che occorra prendere con prudenza e mano leggera a smobilitare il Partito di ogni funzione non sua. Proprio di questi giorni ho scritto che se è vero, come io ritengo, che còmpito precipuo del Partito è quello di aiutare, con ogni mezzo, nel Paese, l'opera del Governo, tanto più questo aiuto sarà valido e utile quanto più il Partito si costringe rigidamente nei limiti naturali che la sua stessa qualità di Partito gl'impone.

Lo sviluppo rivoluzionario del Fascismo, nei primi quattro anni del movimento, aveva creato uno strano parallelismo di funzioni, per cui le varie cariche del Partito si erano andate lentamente riempiendo di un contenuto più di Stato che di parte. Il fenomeno, inevitabile ripercussione dello sgretolarsi della sovranità centrale e dell'indebolirsi dei suoi organi, avrebbe dovuto in linea teorica aver termine con l'avvento di un Governo in possesso di tutte le sue attribuzioni. Ma, per lo meno come forma mentale e come tendenza, il parallelismo di funzioni permase e permane tuttora in parte. Non si cancella in pochi mesi uno stato di fatto che era divenuto anche uno stato d'animo. Il gradualismo della Rivoluzione fascista, di cui tanto hanno beneficiato i nostri avversari, non poteva, di necessità, non esplicarsi anche in ordine al Partito che ne fu lo strumento.

Con le decisioni recenti un primo grave colpo è inferto a questo duplicarsi dell'autorità statale nei suoi organi proprî e negli organi del Partito dominante. Questo, sorto per affermare lo Stato contro quegli uomini che lo Stato aveva ridotto a una mera finzione, deve oggi riprendere, in tutto, il suo posto di Partito vindice dell'autorità dello Stato offesa e bistrattata; e non lo può che in una maniera molto semplice: mettendosi in condizioni di non urtare o menomare, in alcun modo, quella rivendicata autorità.

Com'ella vede, quando l'uno e l'altro di questi còmpiti, il riordinamento morale e materiale interno e la normalizzazione dei propri rapporti col Governo, fossero svolti, il Partito potrebbe avviarsi a dare al Paese quei cinque anni di pace e di lavoro fecondi che il suo Capo gli ha solennemente promessi, e potrebbe anche procedere a realizzare negli ordinamenti dello Stato e nelle sue leggi le premesse ideali della sua Rivoluzione vittoriosa.

(Il fenomeno dottrinario del Fascismo. Le origini e le finalità del revisionismo, intervista di “L'Epoca” con l'on. Bottai, “L'Epoca”, 7 maggio 1924).

*   *   *

Si prepara il Consiglio Nazionale del Partito Fascista. È indubitato che una parola vi risuonerà più forte di ogni altra: “revisionismo”. Dalla morte di Matteotti in poi è la parola di moda. Dichiariamo che è una parola di moda che ci fa schifo, perché cotesto “revisionismo” di dopo il fattaccio assomiglia alla paura o, almeno, alla preoccupazione personale. I “revisionisti” dell'ultim'ora son fatti della medesima vilissima pasta dei fascisti dell'ultim'ora: gente ch'ama la retroguardia per essere all'avanguardia in caso di rovesciamento di fronte.

Ora, poiché il movimento d'idee (al quale si è dato, non da noi, quel bruttissimo nome, cui ognuno, in buona o in mala fede, presta il significato che più gli fa comodo) è nato e cresciuto su queste colonne, sentiamo il dovere di umilmente avanzare ai signori che concioneranno in Consiglio una dichiarazione sul “revisionismo” di “Critica Fascista”, perché possano dirne male a ragione veduta.

L'equivoco più innocente sul “revisionismo” è questo: che “revisionismo” significhi, puramente e semplicemente, “epurazione”. Che, morto Matteotti, tutti si sieno accorti che il marcio non fosse solo in Danimarca, sta bene; che l'opinione pubblica, manipolata da un cinquanta per cento di galantuomini autentici, da un venticinque per cento di galantuomini per forza e da un venticinque per cento di farabutti garantiti, chieda pulizia sta pure bene; ma non troviamo che per sentire il bisogno di vivere più sul pulito ci volessero un cadavere e una parola nuova di zecca. Noi l'epurazione l'abbiamo chiesta nel dicembre 1922, con un articolo che fece molto scandalo, perché chiedevamo che avvenisse dall'alto in basso.

Il nostro revisionismo non è una questione di pulizia o di polizia interna del Partito, sì bene, come si è chiaramente affermato fin dal principio, un problema spirituale e politico di revisione di metodi, di ordinamenti, di idee (e, quindi, come conseguenza, non come promessa, di uomini). Durante la polemica revisionista dell'ottobre 1923, finita, o meglio non finita, come tutti sanno, noi prospettammo il revisionismo come un esame di coscienza, non in senso moralistico ma morale, con la pia speranza che ognuno vi scorgesse un problema intimo del Partito, che deve trovare le vie della risoluzione attraverso un più raffinato e vigile senso storico e un più fine intuito psicologico. La politica non è tutta demiurgia e, meno ancora, demagogia; il nostro intento non è mai stato di svuotare il Partito d'ogni suo umor demiurgico e demagogico, ché un partito non sarebbe più un partito, ma quello, piuttosto, di creare nel suo seno una corrente più limpida e serena.

Per noi il Partito Nazionale Fascista è vivo e vitale e gli eventi hanno risvegliato in esso molte latenti energie di rinnovazione: è questa fede che ci consente di affrontare le asperità della disciplina.

Equivoco più grosso e meno innocente è quello con cui si tenta di identificare il revisionismo col liberalismo.

Uno di noi ebbe occasione, durante la campagna elettorale, di chiarire il doppio significato della parola “liberalismo”, come concezione filosofica della storia e come semplice ideologia politica. Respingemmo, allora, nettamente quest'ultima, che assegna allo Stato un mèro còmpito di amministrazione e polizia e connettemmo, invece, strettamente il Fascismo, alla dottrina filosofica del liberalismo, come «affermazione d'un processo unitario della storia, a cui tutti i partiti e tutti gl'individui contribuiscono». Questo liberalismo, dottrina eminentemente realistica, non differisce in nulla da quel «Fascismo storico», cui, nel primo numero della “Conquista dello Stato”, fa appello il nostro amico Curzio Suckert, per sviluppare organicamente la Rivoluzione delle Camicie nere. Ma Suckert, la vivacità del cui ingegno è incline al paradosso, crede che il Fascismo storico si realizzi in Farinacci, rappresentante del puritanesimo della Provincia; noi, con un'affermazione in apparenza non meno paradossale, ma vera, crediamo che il revisionismo debba essere realizzato da Mussolini e da tutti i fascisti.

Non basta, per dare risalto al travaglio del Fascismo, creare facili schemi di arbitrarie opposizioni. Per quanto pittoreschi e suggestivi, questi schemi ci daranno sempre una realtà posticcia e contraffatta. La chiave della situazione è nel Fascismo, non nelle opposizioni, i cui capi dimostrano una stupenda insufficienza. Noi non crediamo, come qualcuno va buccinando in sordina, che la nostra crisi si abbia a risolvere con delle “mésalliances” verso sinistra. A sinistra ci sono delle idee e degli uomini: di quelle si può sempre discutere, di questi no. Il Fascismo si è anche troppo corrotto nell'impura mescolanza di uomini avvenuta nel Partito, perché non debba ormai risolutamente avviarsi sul terreno storico di una nuova sintesi di sistemazione del pensiero moderno, per la sua salvezza integrale.

C'è, nel Fascismo, dopo la Marcia su Roma, una crisi di abbandono e di rilassamento. Molti fascisti hanno creduto esaurito il loro còmpito di fascisti con la conquista del potere; altri, rinchiudendosi in un curioso “histeronpròteron”, hanno creduto, in buona fede, che le responsabilità del governo potessero far lega con i metodi dell'antica e generosa lotta antibolscevica e antidemagogica. Dimentichi che l'ideale del Partito unico è in antitesi con quell'imperativo di lotta da cui un Partito trae vita, i più dei nostri amici credono che il miglior modo di salvare il Fascismo nella sua integrità sia quello di far diventare “tutto” e “tutti” fascisti, mentre noi riteniamo che il non aver riconosciuto la necessità di cernere la merce prima di immagazzinarla sia tra le non ultime cause di questa crisi. Per dare al Fascismo significato e funzione universali, come noi vogliamo, non è di mestieri che tutti ci si ficchin dentro.

Gli appelli alla “seconda ondata” o a una nuova “Marcia su Roma” rivelano questo stato d'animo, con chiarezza. Ne nasce che la rivoluzione viene assunta come norma di vita quotidiana. Il che significa che non si è compreso che la conquista del potere da parte del Fascismo, come non è un episodio qualsiasi nella vita nazionale, così non dev'essere un episodio qualsiasi della vita del Partito. Nel “fatto compiuto” della conquista del potere si racchiude, in sintesi, la nostra potenza rivoluzionaria, la quale deve esplicarsi con il tradurre le idee in istituzioni.

Noi non abbiamo il potere perché abbiamo fatta la rivoluzione, ma abbiamo il potere perché dobbiamo fare la rivoluzione.

E la rivoluzione si fa, quando si ha il potere in mano, in modo profondamente diverso da quello in cui l'intendono certi “robespierrini” di nostra conoscenza: si fa cercando un nuovo equilibrio delle attività e delle funzioni dello Stato, rielaborandone i principî e consolidandone negli istituti e, se occorre, nella costituzione medesima le grandi linee direttive.

Chi non si persuade di questa verità è fuori del Fascismo e metterebbe il Fascismo fuori dello svolgimento storico della politica italiana, creando un pericoloso squilibrio tra la Nazione e il Partito. [...]

[...] Per noi, l'attuale crisi è legata alla risoluzione d'un problema di competenza e non già d'un problema di forza. Il problema di forza lo abbiamo risolto da un pezzo, e della sua risoluzione ci siamo serviti per conquistare e ci serviamo per tenere lo Stato. Oggi ci occorre la competenza per creare uno Stato forte, per immettere nello Stato la forza, con la quale lo abbiamo preso e lo teniamo.

Lo Stato forte, che equilibra in sé la funzione coattiva e la funzione meditativa, che stabilisce una correlazione tra autorità e libertà, tra forza legale e libertà legale, è garanzia di normalizzazione, vera, profonda, suscitatrice e non mortificatrice di valori, di volontà, di spiriti.

Questo vuole il “revisionismo”. È liberalismo tutto ciò, è antico regime, è ritorno allo “status quo”?

Non ci pare, e i nostri amici del Partito debbono darci atto che noi siamo fascisti fin nel midollo, se pur non lo siamo nella parola grossa e nel gesto minaccioso.

Discende, da quando siamo venuto dicendo, che il massimo problema nostro è quello di formare “la nuova classe dirigente”. Il Fascismo non manca di forze giovani e capaci: bisogna inquadrarne le vaghe e inquiete aspirazioni, coordinarne, organizzarne le energie, impedirne lo sperpero delle forze in eroismi inutili, incanalarne l'impeto, la volontà, la fede in una nuova concezione dello Stato. «Bisogna — secondo il detto di Bismarck — tenere in mano la lama della legislazione», per rinnovare il costume politico e morale d'un popolo, per imporgli prima e fargli desiderare poi la disciplina: a maneggiare quella lama, e non solo a duellare contro i piccoli manipoli delle opposizioni, noi dobbiamo addestrare la nostra gioventù!

Chi abbia seguito, fin dai suoi inizi, l'opera modesta degli scrittori di questa Rivista, le riconoscerà una linea di conseguenza, che solo gli imbecilli pretenziosi possono disprezzare e comprenderà perché “Critica” voglia licenziare alla vigilia del Consiglio Nazionale questa specie di dichiarazione sul “revisionismo”; perché è stanca di essere, ad arte, fraintesa dai pescatori del torbido dell'una e dell'altra sponda.

Noi abbiamo “sempre” lavorato nell'orbita del Partito, poiché il nostro “revisionismo” è fede nel Partito. Abbiamo bevuto amaro quando il Partito ci ha ordinato di bere amaro. Abbiamo taciuto quando l'ordine era di tacere.

Cosa si vuole da noi? Che noi accettiamo lezioni di Fascismo da chi ha compreso il Fascismo nell'immediata vigilia del suo trionfo o con qualche mese di ritardo dopo il suo trionfo?... Rispondiamo: no! Che noi prendiamo per moneta sonante il coraggio esibito dietro la comoda trincera del maggior numero?... Rispondiamo: no! Che noi scambiamo per Italia nuova l'Italia comiziante e scamiciata delle sagre?... Rispondiamo: no!

No! Noi difendiamo il Fascismo nella sua essenza spirituale e morale, così come ci apparve nella tormentata vigilia: eroico senza jattanza, costruttivo senza retorica, severo, umano e italiano!

(Dichiarazioni sul revisionismo, in “Critica Fascista”, 15 luglio 1924).


 

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