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BOTTAI GIUSEPPE Verso il Fascismo legalitario (1922-1923) (a cura di Benedetto Brugia)
L'elevazione del proletariato nel Fascismo [...] Il Fascismo ha vinto. Ciò è indubitabile. La confessione è aperta anche da parte degli avversari. Uno di essi, il corrodente e sarcastico Gino Baldesi, che dai fallimenti del suo commercio antico passa al fallimento del suo commercio nuovo, la politica, scriveva in un articolo pubblicato su “L'Epoca” dell'8 corrente: «Certo è che il proletariato è battuto in campo aperto, e si trova in condizioni di attesa». Confessione preziosa, non tanto per lo sterile compiacimento di veder riconosciuta una forza, la nostra, fino a ieri misconosciuta o erroneamente valutata, quanto perché essa dice ciò che, dagli inizî della battaglia e dai preannunzi della vittoria, ci apparve chiaro: il proletariato è in attesa. Perché il proletariato è stato battuto, sì, ma non come tale, non “perché” proletariato, ma perché distolto dalla sua funzione nazionale, perché negando la Nazione negava sé con lei. La nostra vittoria ripone in essere, imposto di nuovo, il problema del proletariato. Il Fascismo ha distrutto l'ostacolo, ha rovesciato la barriera tra sé e il proletariato. Oggi è a fronte a fronte con lui. Il proletariato attende, e non può che attendere dal Fascismo, poiché i vecchi iddii sono stati sfatati. Qui, il significato della lotta e della vittoria che l'ha coronata. Il terreno è sgombro. La fase negativa del Fascismo è conchiusa, o quasi. Alla sua funzione storica di negazione e di distruzione, contro cui ridicola si rivelò la voce stridula dei pacificatori di ogni sorta, belante gregge che non ha compreso quanto di non volontario, ma di fatale vi sia nella forza fascista, subentra, naturalmente, una funzione di tramite tra il proletariato e la Nazione. Il Fascismo è portato a compiere l'inserzione immediata dei lavoratori italiani nella compagine formidabile di passioni e di interessi, di tradizioni e di avvenire, di sofferenza e di gioia che è la Nazione. E diciamo: “è portato”, con intenzione. Perché ciò è inevitabile, perché ciò si deve fare. Non comprendere questo sarebbe sciupare, negare la vittoria. Ogni vittoria è assunzione di responsabilità. La responsabilità dell'elevazione morale e materiale del proletariato italiano è stata, per trapasso spontaneo, assunta dal Fascismo. Ma il Fascismo è pronto alla sua missione, secretamente voluta sempre, e non compresa dai suoi denigratori, oggi palesemente denunziabile. La sua energia è pura, lucida, diritta, senza scorie ideologiche. Il suo contatto col popolo lavoratore sarà immediato e fresco, rapidamente fecondo. Ne siamo certi. Noi sentiamo che la vittoria recente, prima ancora di cantare e spumeggiare in gioia giovanile e orgogliosa, si è, nell'anima di ogni fascista, stagliata nella sagoma precisa e dura di un nuovo dovere da compiere. (Doveri e responsabilità, in “Il Popolo d'Italia”, 13 agosto 1922). Noi vorremmo che i fascisti, i quali nella politica hanno portato, arricchiti del travaglio meditativo della guerra, un senso di passione calda e avvincente, guardassero oggi al Vaticano, dove il corpo esile e magro di Benedetto XV giace nella serenità della morte, più splendente dei suoi paramenti mondani, con ben altra disposizione d'animo, che non quella d'una fatua curiosità. E ciò, secondo noi, sotto due punti principali di vista. Primo: sotto il punto di vista spirituale. Poiché, è ben certa una cosa: che politica vera, e, quindi, trascendente quella realtà economica e sociale, a cui certo positivismo dozzinale ci vorrebbe oggi fermi e contenti, non può darsi, dopo la catastrofe ideologica degli anni di guerra, se non riponendosi ogni problema anche, e principalmente, da un punto di vista spirituale; essendo il sostrato spirituale di nostra razza, nelle sue più alte espressioni di pensiero e nelle sue più umili manifestazioni di vita, innegabilmente cattolico, è ovvio che la Chiesa di Roma sia un fattore della vita nazionale non trascurabile da parte di chi della vita nazionale voglia farsi rigeneratore. Chi ripensi lo stesso Risorgimento italiano, non sui facili schemi della storia “ad usum delphini”, ma con analisi spregiudicata, potrà constatare come, salvo residui ideologici del secolo XVIII, esso fu un movimento religioso e consapevole dell'immensa forza della Chiesa, cui riguardò non come a organismo da eliminare, ma da inquadrare nella vita d'Italia. Basterebbero questi nomi: Capponi, Gioberti, Rosmini, Manzoni, Cavour, Ricasoli. Il 9 aprile 1861 Cavour faceva al Senato la seguente dichiarazione: «Io credo che sia facile di dimostrare che l'Italia è la Nazione del mondo più atta ad applicare i grandi principî che ho avuto l'onore di proclamare. E perché, o signori? Perché in Italia il partito liberale è più cattolico che in qualunque altra parte d'Europa». Il grandissimo movimento di anime e di spiriti, che portò all'unificazione d'Italia, non fu, dunque, irreligioso, e la famosa “breccia” non ha avuto quel significato miseramente anticlericale, che annualmente sentiamo proclamare nelle concioni commemorative. Ma, accanto a questa forza che chiameremo, per intenderci, ortodossa, operò, certo, per quanto in modo subordinato, una corrente antireligiosa, che, dagli spigolatori della cattiva letteratura del tempo, fu artificialmente elevata a fattore principale della nostra unità. Ora, una cosa è pacifica: che la Chiesa cattolica sta, che niente ha saputo sostituirla nello spirito del popolo italiano e che il razionalismo senza Dio, dopo essersi patullato con le sue incongruenti costruzioni pseudo-filosofiche e con le sue bolse esercitazioni retoriche e metriche (non poetiche!) di carducciana memoria, dopo avere “épaté le bourgeois” col “naturalismo matematico” del Bovio e avere tentato il “trucco” di Francisco Ferrer, non è ormai nulla più di un lacrimoso tritume di luoghi comuni, un anticlericalismo forse preciso nell'aneddoto, ma ridicolo nell'assieme, annidato nella sudicia osteria della “Giordano Bruno”, che apre i suoi battenti dinanzi all'alta mole dei palazzi vaticani. I “liberi pensatori”, in sostanza, anziché creare per la vita italiana una giustificazione profonda, invece di operare una sostituzione di fede nell'ambito stesso di quella coscienza, ch'essi vollero svincolata dal dogma cattolico, si accontentarono d'una innovazione esoterica, fatta più di intenzioni che di persuasioni, di “pose” che di azioni, e contribuirono, attraverso la scuola laica, da essi, compiacente lo Stato, governata, a vuotare gli italiani d'ogni preoccupazione non meramente materialistica. Ma la guerra, forse per reazione al lungo digiuno di cose spirituali, ma più ancora per un'improvvisa autonomia delle coscienze sopra i ruinati sacri principî della Scienza coll'esse maiuscola, ha angosciosamente riposto, dinanzi alle giovani generazioni italiane, il problema d'una più elevata sistemazione di vita singola e collettiva. L'affermazione che la crisi italiana sia, soprattutto, crisi spirituale, è oggi sulla bocca di molti e negli scritti di alcuno, che non fu eccessivamente idealista nella valutazione della moralità nuova nata dalla guerra. È questa affermazione, più che di altri nostra, poiché non intendiamo ingabbiarci in un partitone elettoralistico e demagogico dei soliti. Però, se non ci vogliamo limitare a sterili proponimenti, è necessario mutare la mentalità nostra non solo intenzionalmente ma attivamente, e vedere se, in quella formazione, che ci proponiamo, della coscienza nazionale, ci sia, o non, possibile “superare” (e superare in senso vero, non in quello di negare senza una successiva affermazione) lo spirito che promana dalla Chiesa cattolica; e, se sì o no, in qual senso e in quali modi. Questo il primo punto, che noi poniamo, senza tentare, almeno per ora, di risolvere. Secondo: sotto il punto di vista politico [...]. [...] Se residui di settarismo vi sono ancora nel mondo laico, non mancano nel mondo dell'altra sponda vecchi cervelli nostalgicamente reazionari. In una delle sue opere postume, “Della libertà cattolica”, Gioberti, rivedendo quanto aveva espresso nel “Primato”, scriveva tra le altre cose: «Io voglio rinnovare e purgare Roma e il cattolicismo colla riforma politica di Roma, e coll'associarla al Risorgimento italiano. Ma ciò che avrebbe dovuto sollecitare all'opera il Papa, ne lo rimosse. Bisogna dunque procedere a rovescio: purgar prima Roma, il Papa, il Cattolicismo per abilitarli ad essere italiani». In quest'ultima frase v'è, forse, ancora, qualche cosa di attuale. Quando noi chiediamo alla Chiesa di divenire italiana, noi non chiediamo, s'intende, che divenga nazionale. Ciò segnerebbe la sua fine. L'universalità è la sua atmosfera. Noi le chiediamo di vivere nella realtà storica della nazione italiana, così come vive nella realtà storica di ogni altra nazione. La sua universalità necessaria è comprensibile e vitale solo se, contemporaneamente, viva in ogni organismo nazionale. (Morto un papa..., in “Il Popolo di Trieste”, 27 gennaio 1922, p. 1). Lo squadrismo come “arma dello Stato” Quella che, con una frase divenuta in breve tempo un luogo comune della logomachia politica italiana, si usa chiamare la “situazione squadrista”, sta per essere risolta. E nel modo più semplice, con decisione improvvisa, caratteristica del pensiero di Benito Mussolini: lo squadrismo si trasformerà in milizia per la sicurezza nazionale, agli ordini del Presidente del Consiglio. Certo, noi ci raffiguriamo con alquanta allegria il viso dell'armi che avran fatto certi santoni politici di nostra conoscenza, i quali si attendevano una soluzione affatto negativa. Essi s'avevano per compari anche quei tali amici fino a un certo punto, i quali non si lasciavano sfuggire occasione per dire che, sì, tutto va bene, tutto si può sopportare ed accettare, magari, con lieto animo, ma lo squadrismo no e poi no! Sui rosei cieli dei nuovi amatori grava pur sempre un nuvolone grosso di camicie nere, che dà il mal di capo ed opprime! Ora, agli uni e agli altri è il caso di dire alcune cose elementari, che ci vengono suggerite da un esame sereno del fenomeno squadrista. Lo squadrismo è parte integrante del movimento fascista. All'apice della passione fascista è lo squadrismo, che non può e non deve essere considerato come una germinazione sopprimibile a piacimento. La camicia nera è, nella sua espressione migliore, la più compiuta manifestazione dello spirito fascista. Quando si accetta la nostra rivoluzione, si riconosce il diritto acquisito della camicia nera d'essere considerata come elemento politico, e non come accessorio militare. La distinzione regolamentare tra parte politica e parte squadrista, utile ai fini d'un disciplinamento interno dei rapporti, diventa banale quando la si adoperi per una valutazione complessiva del Fascismo. Il Fascismo è, insieme, politica e combattimento. Il fascista è nato combattente. Considerare isolato lo squadrismo significa non diremo svalutarlo, ma non comprenderlo. Il Fascismo è movimento unitario, che va considerato in blocco, pervaso d'una sola coscienza. I politicanti puri, i professorini metafisici non hanno affatto fortuna e non faranno mai fortuna nel partito fascista. V'è tale una connessione tra pensiero ed azione nel modo fascista di considerare la vita, che la virtù di tradurre in atto i propri pensieri e di realizzare le proprie idealità è virtù essenziale. Sopprimere lo squadrismo significherebbe rompere un'armonia necessaria e darci un Fascismo mutilato, senza energia e senza movimento. Il che equivale a distruggere il Fascismo così com'è, così come la vita italiana di quest'epoca l'ha voluto e lo vuole, per farne un altro peso inerte. Benito Mussolini è stato sicuro interprete di questa inscindibilità del Fascismo, e non solo non ha dato ascolto alle lamentazioni antisquadriste, ma, con deliberazione audace, ha mantenuta, in forma decisa, la promessa fatta nel discorso inaugurale del suo Governo: «Io sono qui per potenziare la rivoluzione delle camicie nere». Di qui a pochi giorni le squadre di combattimento inizieranno la loro graduale trasformazione e come il Fascismo politico è divenuto Stato, così il Fascismo militare diverrà progressivamente partecipe della vita dello Stato. Trapasso naturale, l'unico logico e possibile, conseguenza di tutto lo sviluppo del movimento fascista, che, nato per colmare una lacuna della vita italiana, lo Stato, lentamente, attraverso una fatica tormentosa di tre anni, con una serie di atti rivoluzionari, diviene Stato e nello Stato inserisce tutto il suo complesso organismo, senza lasciare fuori della sua cerchia residui che possano, eventualmente, agire come principî di turbamento nella vita della Nazione. Gl'italiani tutti, gli squadristi per primi, debbono intendere lo squisito valore politico della deliberazione, che è un'assegnazione di responsabilità gravi e, quindi, atte ad essere, di per sé, elementi di moderazione e d'inquadramento. In questa trasmissione dei poteri squadristi dal Partito allo Stato è la più sicura garanzia di chiarezza e di ordine. Bisogna consegnare nelle mani del Presidente del Consiglio una milizia pronta ed agile, intelligente e volontaria. Noi che abbiamo vissuta la vita dello squadrista, ed abbiamo sentito trasfuso in essa l'alto senso del dovere e del sacrificio delle milizie d'assalto, fior fiore dei combattenti italiani, siamo certi che lo squadrismo è materiale umano ottimo per la bisogna: chi ha appreso ad affrontare la morte, in nome d'una purissima idea, ha in sé tanto di religioso fervore da saper vivere degnamente e dare vita alle più compiute espressioni dell'abnegazione civile. (Situazione squadrista, in “Il Giornale di Roma”, 17 dicembre 1922).
Non daremo principio alla nostra opera, scrivendo la formula sacramentale che se ne sentiva il bisogno e che viene a riempire una lacuna. Per quanto non siano pochi gli indizi che ci dànno per certa l'esistenza di detta lacuna in quello che si usa chiamare il panorama fascista, non ignoriamo che il novanta, e forse più, per cento dei nostri compagni di lotta vive in uno stato di perfetta beatitudine né prova bisogno alcuno di riempitivi. Conosciamo, anzi, alcuni specialisti dell'organizzazione, i quali ci assicurano che è comunque dannoso tentar di rimuovere tale percentuale di incuriosi dal suo appagamento e che molto più convenga lasciarla alla sua ferma contentezza. Secondo costoro, essendo una tra le più valide ragioni di coesione tra i seguaci d'un grande partito la difficoltà delle congreghe di uomini all'esercizio della critica, non solo questa nostra iniziativa non risponde ad alcuna suprema necessità del Fascismo, ma può, forse, renderne più disagevole il consolidamento. Né vale il domandare se l'eventuale lentezza provocata nel rassodarsi dell'organizzazione da un maggiore e più aperto contatto con idee e pensieri nel fervore della discussione, non vada poi a vantaggio d'una più sicura consistenza. L'organizzatore di professione, arido come tutti gli specialisti, non conosce che il consolidamento del numero, della folla, della moltitudine. Pur discordando nelle premesse, noi non abbiamo nessuna difficoltà ad ammettere che la grande maggioranza dei fascisti ignorerà, senza gravi conseguenze, la nostra fatica. Ma ci sia consentito presumere che questa pubblicazione non riuscirà del tutto ingrata e non apparirà affatto disutile a quel dieci, e forse meno, per cento di fascisti, per i quali anche le più materiali e soldatesche gesta della nostra triennale rivoluzione furono strumento di più alte e durature conquiste. Se anche, come non crediamo, fosse nostro còmpito rivolgerci solo ad una minoranza e la nostra opera non avesse in sé la forza di penetrazione e di convinzione oltre il suo limite angusto, non ci parrebbe senza mèta il nostro cammino. Perché concorreremmo, in ogni modo, a creare quella classe nuova di dirigenti di cui il Fascismo ha urgente bisogno per sostituire l'antica. Nella quale sostituzione noi ravvisiamo il problema centrale del Fascismo in questa sua fase di trasformazione: ci piace credere che la seconda ondata abbia a essere finalmente l'avvento, sopra gli uomini che hanno esaurita la loro funzione, degli uomini atti a fare del Fascismo il centro sensibile della vita nazionale. Questo è nei nostri voti, e a questo intendiamo dedicare il più e il meglio del nostro lavoro. La nostra opera ha inizio in un periodo singolare dello sviluppo del Fascismo: periodo di raccoglimento meditativo, attraverso cui la forza materiale è in via di potenziarsi in forza morale. Cresce ogni giorno il numero dei nostri compagni i quali sentono trasferirsi da quella a questa forza il principio di autorità del nostro dominio. Nel giro di poco più di un mese la vita interna del PNF è stata caratterizzata da due fenomeni opposti, ma in ultima analisi concordanti. Il primo fenomeno è costituito dall'insorgere, dalle file medesime del Partito, d'una volontà critica serena e tranquilla che, partendo da premesse d'inequivocabile essenza fascista, tendeva ad una rivalutazione di uomini, di funzioni e di idee. Il secondo fenomeno è dato da un improvviso arresto nell'espressione aperta e spregiudicata di tale volontà, dinanzi a inopportune manifestazioni di incontinenza da parte di avversari e di sedicenti nemici. Il nostro pensiero in materia è chiaro ed esplicito. Noi non abbiamo avuto, e non abbiamo, nessun timore ad ammettere che una crisi esista nel Fascismo e complessa. La parola “crisi” non ha, che noi sappiamo, nessun significato tenebroso. Crisi non significa morte o catastrofe, in buona lingua italiana. Non comprendiamo, quindi, il timore di usarla, per indicare il fervore di rinnovazione che pervade tutto il Fascismo. Il metodo di coprire con un giuoco più o meno abile di reticenze e accomodamenti verbali il formidabile travaglio, in virtù del quale il Fascismo sta operando il suo trapasso da stromento di rivoluzione e di conquista in istromento di conservazione, nel senso non demagogico della parola, e di stabilizzazione di alcuni determinati valori politici e spirituali, ci ripugna, come il più disadatto ad una sicura vittoria. Questo travaglio è di tutti gl'italiani. Guardare nella crisi del Fascismo come negli sviluppi d'un fenomeno a sé, che non interessi la vita della Nazione, è fare opera vana e, spesso, cattiva, che gli avversari compiono con cotidiana inopportunità, a cui è d'uopo rispondere con tale chiarezza e con tale evidenza, che dimostrino come noi scorgiamo, nell'angoscioso problema della nostra definitiva formazione, un problema italiano, e fascista in quanto italiano. Era naturale che, una volta conquistato il potere, il moto interiore che ha sempre agitato nel profondo il Fascismo, affiorasse in più palesi manifestazioni. In un certo senso può dirsi che non il Fascismo è in crisi, ma che il Fascismo sintetizzi la crisi di tutta la vita italiana: crisi di formazione, crisi di crescenza, crisi di definizione di valori. Tale essendo il nostro pensiero è naturale che noi non possiamo negare, o disconoscere, non diciamo il diritto, ma il dovere, di ogni fascista che non limiti la propria funzione all'esercizio della violenza manuale o verbale, a studiare, porre, vagliare ed agitare i termini di questa crisi meravigliosa, dalla quale sta per nascere una nuova classe dirigente. Deploriamo, quindi, per logica conseguenza che alcune manifestazioni d'intemperanza, e nell'ambiente parlamentare e nelle sfere giornalistiche, abbiano imposto, per quelle esigenze pratiche cui ogni partito ha necessità di sottomettersi, una specie di ripiegamento tattico. Ma ostinati a credere nel Fascismo con ben altra passione e ben altra fede, che non taluni per i quali nelle nostre organizzazioni tutto procede nei migliori dei modi possibile (e v'è, in questo ottimistico entusiasmo, la speranza di arrestare o deviare una fiumana che spazzerà via posizioni mal conquistate o indebitamente tenute), noi intendiamo non lasciarci travolgere da un atteggiamento momentaneo e occasionale. E rivendichiamo, come titolo legittimo di nascita di questa nostra opera, appunto quella serena, decisa, appassionata volontà di chiarificazione, in cui abbiamo scorto il preannunzio d'una nuova coscienza fascista. Limitiamo, di proposito, questo necessario preambolo nei confini d'un semplice e chiaro proponimento. La parola programma ci parrebbe, dato che noi tendiamo a suscitare soprattutto qualche cosa di non espresso ancora o di ancora male espresso in una più lucida e organica esposizione del pensiero fascista, inopportuna. Abbiamo chiamato a collaborare con noi amici illustri ed oscuri: gli uni e gli altri, che fin d'ora pubblicamente ringraziamo, ci aiuteranno nell'opera non scevra di difficoltà: ci sono contraddizioni da risolvere, punti oscuri da chiarire, mali da sanare, deviazioni da evitare; ardua fatica, che noi ci accingiamo a compiere con spirito di assoluta devozione all'Italia, al Fascismo, al Duce! (Proponimento, in “Critica Fascista”, 15 giugno 1923). L'opposizione, nel senso classico della parola, la bella, maschia, argomentata opposizione, che già rese piena di movimento e perfin drammatica la vita politica e parlamentare d'Italia, non è ancor nata. Spaurita, abbozza sorrisi di compatimento e smorfie di sprezzo. A volte tenta qualche sortita audace, getta un grido, poi ritira le corna nel guscio. Opposizione da servi spauriti, che va dal tono squinternato e untuoso dei giornali democratici a quello volgare e velenoso della sopravvissuta stampa sovversiva. In otto, e più, settimane di governo fascista gli aspiranti oppositori hanno affannosamente, novelli Archimedi, chiesto, a destra e a manca, l'“ubi consistam” dell'opposizione. Hanno spulciate, una per una, le circolari del Governo. Hanno centellinate, una per una, le parole del tiranno. Hanno, uno per uno, vagliati, analizzati, squartati gli atti del Governo. Nulla. Non un argomento serio. Non un punto fermo. Tutta roba da dozzina, di quella da fiera domenicale, che al sole stigne e non vale più un baiocco. Fuocherelli di paglia, e tra i cedui falò, una danza di gente beata e serena, paga di trovarsi finalmente a vivere nel migliore dei mondi possibili. Non che questo periodo postrivoluzionario sia stato caratterizzato da quella particolare rilassatezza, conseguente ad ogni grande moto per cui lo spirito d'antitesi si ammorza e una generale fiducia lievita tra gli uomini, ma è pur certo che, mancando una netta, decisa e ragionata contrapposizione al nuovo ordine di cose, gli uomini di questo sono portati a non porre maggiore attenzione ai non pochi pericoli, che l'attuale situazione presenta. In verità, l'ironica frase di qualcuno: «Dateci un giornale d'opposizione!» non è priva di un effettivo contenuto; noi diremmo, più estensivamente: «Dateci un'opposizione!». Perché questa generale fiducia che colora di sé uomini e cose toglie ogni vigore di contrasto: qualcuno che parli chiaro ed alto ci vuole, perché nessun fascista dimentichi che vincere significa, anzitutto, assumere delle responsabilità. Senza attendere che dal gregge degli avversari si levi improvvisamente qualcuno, col gozzo gonfio di ira, a dar voce di protesta al pettegolezzo diffuso e minuto, spetta ai fascisti, a loro, in prima linea, un còmpito di autocritica, di analisi spregiudicata e serena. Creiamo a noi stessi da noi la nostra opposizione. La cosa è stata qua e là tentata, non con fortuna. Non sempre questa volontà di chiarire e risanare è stata compresa; talvolta anzi ha subito, nella mente di incauti giudici, una curiosa inversione: come sa, per esperienza, chi scrive. Ma non importa: creiamo la nostra opposizione. V'è, in ogni Fascio, il nucleo primitivo, il nucleo passionale, quello che calamitò poi, intorno a sé, tanta forza di uomini, puri ed impuri. In esso è la virtù della tradizione, poiché lo compongono uomini che ricordano la dura vigilia. In esso è l'essenza del Fascismo, poiché lo compongono italiani che ricordano il bastone dell'italiano straniero nella sua terra. È necessario che questi uomini si distinguano. Che trovino, tra gli amici di oggi, il coraggio della solitudine che li distinse tra i nemici di ieri. Era in questi uomini (e certo è nell'animo di ognuno di loro, ancora!) uno splendido fervore, che parve a tratti mistico, ma non fu mai professione di misticismo; e un'austerità che poté sembrare voluttà di immolarsi a un'idea, ma non fu mai professione di austerità; e una grandezza, che non rasentò l'orgoglio, e non fu mai professione di grandezza. Tutto era primitivo e fresco in quegli uomini, ai quali altri se ne aggiunsero che li imitarono; e l'imitazione, intesa dapprima come disciplina, fu men viva, man mano che ci si allontanava dalle origini, finché divenne, come in questi ultimi tempi, trucco. Ed, ecco, nel Fascismo, come oggi è, coesistere il Fascismo autentico e la sua brutta copia, l'arte e l'artificio, il volto e la maschera. Qui è materia d'opposizione. Mostrare il ridicolo di questa coesistenza innaturale. Contrapporre tipo a tipo. Svelare, alle assemblee inebetite, sotto il cipiglio dell'apostolo la verace faccia di certi bricconi di nostra conoscenza. Ricercar, tra le parole, la parola buona ed onesta. Opposizione: che non è sempre gusto corrodente di critica e voluttà di scalzare uomini e cose, ma può essere, ed è, in tanti compagni di lotta di cui raccogliamo le confessioni, ansia tormentosa di un ritorno ad una trascorsa purezza. V'è chi teme questa opposizione, che si potrebbe dire, con termine militare, per linee interne. Noi, per conto nostro, no. Non siamo tra gli illusi di ieri. Non abbiamo mai creduto che il Fascismo rinnovasse ad un tratto tutto: il Fascismo rinnoverà, nell'ordine materiale delle cose, che è quello, poi, a cui gli uomini più han fisi gli occhi, qualche cosa e lentamente, poiché tale è la natura delle mutazioni. Quindi, tutto ciò che permane, nel nostro organismo, dell'antico né ci delude né soverchiamente ci addolora. Vediamo e comprendiamo. Ma un grido di richiamo s'ha da gettarlo. Nasca da noi la rampogna e l'ammonimento. Il Governo fascista non ha bisogno di poggiare su un partito pur che sia, ma di aver solide sotto di sé le fondamenta. Mentre l'opposizione tace e sta all'agguato, si chiamino a raccolta le schiere dei puri e dei forti: l'attacco ci troverà più soli, ma più pronti. (Opposizione per linee interne, in “La Gazzetta di Puglia”, 31 dicembre 1922). * * * Quello che noi abbiamo lungamente desiderato e che, nei limiti delle nostre possibilità, tentammo a più riprese di provocare, è forse in via di avverarsi: il Partito Nazionale Fascista si accinge, dopo mesi di vita non peccaminosa, ma certo non illuminata, a fare il proprio esame di coscienza. Vi arriva per istrade men diritte, meno piane e meno limpide di quelle che noi nella nostra raccolta meditazione pensammo, ma vi arriva; e il suo fortunato destino lo aiuterà, auguriamocelo, a non ismarrirsi e perdersi nelle travianti scorciatoie dei casi personali. Ci auguriamo, altresì, che questa sia la volta buona, la volta, vogliamo dire, d'un esame che vada fino in fondo; poiché altre volte è successo che l'esame rimanesse a mezz'aria, appannato alla ragna dei sottintesi, degli equivoci, delle reticenze. Pericolo, questo, quant'altri mai, grave, in cui partiti non meno forti, non meno organizzati, non meno allenati del nostro dettero di cozzo ruinando miseramente. Nella vita dei partiti, come in quella degli uomini, vi sono svolte decisive, le quali è giuoco forza affrontare, pena la morte; il tentennarvi dinanzi, amleticamente, non vale che a illudersi e a illudere. Disposizione a rivedere il proprio pensiero e la propria azione nel Partito Nazionale Fascista c'è, e in abbondanza. Può dirsi che una delle principali caratteristiche del nostro movimento sia stata, nei primi tre anni del suo sviluppo, quella di una revisione continua, che ne informava le fasi successive, secondo le mutazioni dell'atmosfera politica. Tale spirito critico, pronto a percepire le più sottili vibrazioni dell'ambiente politico-sociale in cui la sua azione si svolgeva, fu, senza dubbio, uno dei più formidabili coefficienti della vittoria del Partito. Fu questa possibilità costante e mirabile di vagliare e di scernere, che accelerò la marcia del Fascismo; il quale, dinanzi ad ogni ostacolo, seppe porsi il problema se valesse la pena di affrontarlo o aggirarlo e ogni difficoltà seppe risolvere sempre secondo valutazioni attuali. Tutti i partiti che hanno vinto, hanno posseduto in sommo grado questa facoltà di revisione immediata dei loro atteggiamenti e apparvero, per ciò stesso, agli occhi dei loro contemporanei, discontinui, legati, incoerenti nella loro azione. Sta a provarlo la storia recente del Fascismo, caratterizzata da una mobilità estrema, che fu come il giuoco esteriore del suo interiore rivedersi, nella urgenza della lotta. Ma dal giorno della vittoria in poi la volontà di revisione sembra essersi svigorita, o addirittura annullata. Ciò accade perché nel Partito Nazionale Fascista, come in tutti i grandi partiti vittoriosi, si è costituita, senza nessuna particolare intesa, senza nessuna forma di congiura, che sarebbe ingenuo e puerile immaginare, ma per generazione spontanea, una classe di uomini interessati a che la situazione si fermi, si arresti. Sono uomini i quali hanno trovata la loro “sistemazione”, intellettuale o morale (non vogliamo minimamente intendere materiale), a cui ogni accenno di mutamento fa paura. Pigrizia torpida, e qualche volta torbida dello spirito. Ciò è naturale. Noi non sappiamo né meravigliarcene né dolercene. Solo per pochi eletti le vittorie sogliono essere quello che nella loro essenza debbono essere: assunzione di responsabilità dinanzi all'avvenire, quindi necessità di perpetuarne lo spirito nelle parole e nelle opere di ogni giorno; per i più esse non sono che l'acquisto di un diritto cieco, cocciuto, intransigente a mantenere certi privilegi. Quelli sono, per esempio, i fascisti che si accontentano di avere dato all'Italia un governo e che lasciano tale governo esercitare il suo potere secondo le leggi della sua natura medesima; questi sono i fascisti che asseriscono di aver dato all'Italia il “loro” governo e che strillano ogni qualvolta gli atti del “loro” governo li feriscano nei particolari interessi o idee. I primi, pur avendo rinunziato alle parole e agli atteggiamenti rivoluzionari, che la loro sensibilità politica dimostra sorpassati, sono, in realtà, gli unici che lo spirito della rivoluzione traducano in un moto continuo di rinnovamento e gli rimangono, in effetti, fedeli; i secondi, che non sanno rinunziare al gusto dei gesti e delle strimpellate barricadiere, sono i più direttamente interessati a impedire ogni passo verso forze nuove. Sul Partito vittorioso grava appunto lo spirito stazionario di questi rivoluzionari-conservatori. E l'irrequietudine, il nervosismo, l'aberrazione, di che la vita del Partito, è stata, in questi ultimi tempi in ispecie, contraddistinta, dipendono, in gran parte, da questo profondo dissidio ideale e metodico, che non è un'invenzione di nessuno, che non è colpa di nessuno, ma è nelle cose: dissidio reale, che va contemplato con l'occhio sereno dell'indagine rigorosa. Tutto il resto è polemica, e non giova. È pettegolezzo, ed annoia. È rissa, e nuoce. Gli scrittori di questa rivista, per il loro particolare atteggiamento da un anno a questa parte, da quando cioè il trionfo del Fascismo si rilevò certo, sentono il dovere e il diritto di intervenire nella polemica, con una partecipazione propria, astraendo, cioè, dai suoi termini occasionali e dai suoi aspetti incresciosi di litigio, per elevarsi in più spirabile aere. Il nostro atteggiamento in ordine alla crisi del Partito non ha bisogno di definirsi adesso. È di vecchia data. Subito dopo la memorabile lotta contro lo sciopero legalitario dell'agosto 1922, lotta che fu il preludio indubitabile della vittoria definitiva dell'ottobre, il sottoscritto poneva i termini della posizione nuova del Fascismo in un articolo che, apparso su “La Patria”, su “Il Popolo d'Italia” e su altri giornali, suscitò larga eco di commenti e di consensi. Era quello l'inizio di un esame in profondità, che voleva mostrare ai fascisti il significato intimo della loro battaglia e lo spostarsi successivo dei suoi piani e dei suoi fini. Nel mese di dicembre, a poco più di un mese dalla rivoluzione vittoriosa, noi riponevamo sul tappeto della discussione il problema, con una chiarezza che fu giudicata da taluni audace e non era che necessaria. Noi ci riferiamo alla serie d'articoli che su vari giornali scrissero i giovani che oggi seguitano nella “Critica Fascista” la loro lotta ideale che si svolge vigorosamente entro i limiti, entro la disciplina, soprattutto entro lo spirito del Fascismo. Non possiamo dolerci che si sia venuti al punto di assumere ognuno le proprie responsabilità. Abbiamo atteso questo momento con ansia. Quando abbiamo elevato la nostra voce non lo abbiamo mai fatto per difendere nostre posizioni, ma con la secreta speranza che altre voci ci rispondessero e che la necessità d'una revisione fosse più generalmente sentita. Ben venga, dunque, l'urto, che può essere prorogabile, ma non evitabile! Ma con giudizio, signori, e senza confondere le ragioni ideali con le ragioni personali! Noi, infatti, che abbiamo, in certo qual modo, il diritto di rivendicarci l'onore e la responsabilità di questo processo di revisione, dobbiamo rammaricarci: primo, del silenzio ostile, diffidente ed insulso, con cui l'inizio della nostra opera fu accolto, da chi avrebbe dovuto sentire l'elementare dovere di non lasciare isolata una sana volontà di miglioramento; secondo, del chiasso improvviso, disordinato, tumultuoso, con cui oggi ci si accanisce a chiedere ciò che non può ottenersi se non attraverso una critica serena, metodica, elevata [...]. (Esame di coscienza, in “Critica Fascista”, 1° ottobre 1923).
Si dice, da alcuni, che questa non è rivoluzione. Che per essere tale tutto dovrebbe rapidamente rimuovere e rinnovare. Che tutto quasi ha lasciato allo “status quo”. Che allora, non ne valeva la pena... Critiche di gente che sognava, nonostante il fresco ricordo di altri clamorosi fallimenti, la rivoluzione in pieno, la bella e scapigliata rivoluzione, barricadiera e irrompente. [...] Il Fascismo è un fenomeno tutto nuovo non tanto nelle sue pratiche estrinsecazioni, poiché una novità assoluta non è politicamente pensabile, quanto nella mentalità che lo informa e nella passione che lo colora di sé. L'eterno, monotono, superato riferimento ai concetti di “destra” e “sinistra” è, ad esempio, del tutto insufficiente. Benito Mussolini, che rimane l'interprete più sicuro della coscienza fascista, si muove in un senso o nell'altro, seguendo ciò che gli detta dentro la sua intuizione genuina, e non artefatta, delle situazioni, e il coro scimunito dei critici commenta: “va a sinistra!”, oppure “va a destra!”, come se non si potesse attuare un proprio programma all'infuori delle categorie sacramentali. Lo stesso dicasi della parola rivoluzione, dalla quale non è detto che il Fascismo debba, per forza, ripetere la prassi consacrata da altri esempi storici. Può, anzi, profittando dell'esperienza che da questi gli deriva, imprimere nell'attuazione pratica delle sua rivoluzione uno svolgimento esteriore di poco o di molto diverso, con rispetto, però, assoluto delle sue intime necessità. Ed è questo, appunto, che ci preme rilevare, poco o nulla importandoci del rumore che sale dal gregge conservatore. Ci preme rilevare che Benito Mussolini non ha dimenticata la rivoluzione, non ha tradita la rivoluzione, ma la attua con audacia e prudenza insieme, facendone vivere, e ben vivere, ogni singola affermazione. Dalla Russia ci viene un esempio d'una rivoluzione che cammina a ritroso. La rivoluzione russa sta subendo un processo di involuzione. Ha cominciato con una distruzione totale, e deve ricostruire, giorno per giorno, ciò che ha distrutto. All'affermazione integrale succede una graduale autonegazione. La rivoluzione-catapulta si trasforma in rivoluzione-gambero. Il Fascismo, che ha, tra gli altri, il merito di sostanziare in sé esperienze del passato e di svilupparle secondo un piano logico, non poteva mettere la sua rivoluzione sul punto di subire il medesimo scacco. Così, mentre il suo svolgimento è stato misurato per tempi e inquadrato nei duri limiti delle circostanze, ha subito imbrigliata la sua rivoluzione per regolarne il passo. L'anno che muore ci dà, con le grandi mobilitazioni e i vasti movimenti di masse che precedettero la Marcia su Roma, con la Marcia su Roma medesima, condotta con vigile senso di realtà, e, soprattutto, con i primi atti del Governo fascista, l'esempio più dimostrativo di ciò che la rivoluzione fascista è e vuol essere: un lento, ma implacabile moto che involge, interessa, permea tutto il vecchio organismo e ne scalza, con lavoro di precisione mirabile, tutti gli elementi invecchiati o superati dal ritmo della vita odierna; distruzione e ricostruzione che procedono di pari passo. Lenta rivoluzione, ma sicura. (Passa la Rivoluzione, in “Il Giornale di Roma”, 31 dicembre 1922). * * * [...] Nel primo numero di questa Rivista noi, a proposito del travaglio che già da qualche mese tormentava il nostro Partito, scrivevamo: «Questo travaglio è di tutti gl'italiani. Guardare nella crisi del Fascismo come negli sviluppi d'un fenomeno a sé, che non interessi la vita della Nazione, è fare opera vana e, spesso, cattiva, che gli avversari compiono con cotidiana inopportunità, a cui è d'uopo rispondere con tale chiarezza e con tale evidenza, che dimostrino come noi scorgiamo, nell'angoscioso problema della nostra definitiva formazione, un problema italiano, e fascista in quanto italiano. Era naturale che, una volta conquistato il potere, il moto interiore che ha sempre agitato nel profondo il Fascismo, affiorasse in più palesi manifestazioni. In un certo senso può dirsi che non il Fascismo è in crisi, ma che il Fascismo sintetizzi la crisi di tutta la vita italiana: crisi di formazione, crisi di crescenza, crisi di definizione di valori». E in precedenti scritti noi affermavamo essere il Fascismo il primo movimento unitario, in questo senso: che, per esso, il processo dell'unificazione nazionale, sorpassato il limite delle congiunzioni puramente materiali, si inserisce nella coscienza medesima degl'italiani, passando dall'ordine politico e amministrativo all'ordine spirituale. Questa visione, che si forma in noi per la sofferta partecipazione alla guerra, mentre è quella che ci ha sempre rappresentato il Fascismo come un fenomeno più alto d'una pura e semplice reazione alla degenerazione socialistica, o democratica, o liberale, è pur quella per cui la Marcia di Roma è per noi il punto d'inserzione del Fascismo nella vita nazionale. Prima della Marcia il Fascismo fu, un po' per cause occasionali diverse da regione a regione, da paese a paese, per qualità soggettive dei primi capitani, per differenza di ostacoli e di nemici, un movimento spezzato in un'estrema varietà di tipi. Più che di Fascismo, si poteva allora parlare di “fascismi”. Il Congresso di Roma del 1921 rivelò, in pieno, la molteplicità difforme, in cui era, per altro, insita una delle ragioni della rapida propagazione del proselitismo e, quindi, del successo. La Marcia su Roma fu il principio e l'attuazione di una sintesi. I “fascismi” vi giunsero unificati nel Fascismo. I Comandi si annullarono nel Governo. Sul limite delle mura di Roma decaddero i varii motivi di lotta che spezzarono in episodi lo sviluppo del Fascismo e si posero, per la prima volta, in tutta la loro interezza e vastità, il problema della Nazione e il problema dello Stato: si posero dinanzi al Fascismo, per tutti gl'italiani. Così i ribelli, che, da ogni parte d'Italia, calavano armati verso la città mitica dei loro sogni e delle loro vendette, portavano a Roma, tra i canti guerrieri e il fluttuare delle passioni, la Nazione e lo Stato. In questo sta secondo noi la significazione della Marcia su Roma e solo in questo senso ha un valore l'affermazione che la Marcia su Roma apre un'era nuova nella storia d'Italia. La crisi del PNF sta appunto a provare la decadenza di tutti i motivi particolari che, per virtù di contrasto, generano la forza motrice della rivoluzione, e il prevalere, contro resistenze di uomini e di cose, dei due problemi essenziali della nostra vita di popolo. Questi problemi sono i frutti più splendidi della vittoria: lo studio, la meditazione, la risoluzione di essi formano la più alta responsabilità del Fascismo. Questo, nei giorni della ricorrenza, mentre i ricordi si addensano nel nostro cuore, il nostro pensiero; pensiero che illumina la via che la “Critica Fascista” vuol battere e batterà sicuramente. La Marcia di Roma è il principio d'una vita nuova! (La Marcia su Roma, in “Critica Fascista”, 1° novembre 1923, pp. 188-190).
Lo Stato ha vinto. Le decisioni del Gran Consiglio hanno, considerate una per una, un valore che potremo stabilire in seguito, ma, nel loro insieme, sono il primo segno della vittoria dello Stato sopra il Partito (non contro il Partito, come alcuni stupidamente e malignamente desideravano ed auguravano); vittoria che ha un grande significato ed una portata così vasta, da non poterne, per ora, giudicare le conseguenze. La chiarificazione è, tutta, in questo fatto grandioso e semplice. Coloro i quali hanno almanaccato di accomodamenti interni, di patteggiamenti personali o, tutt'al più, spingevano le loro previsioni sino alla portata di una contingente imposizione disciplinare da parte del Duce, sono pregati di considerare quanto è avvenuto. Il Partito Fascista, superando la propria crisi, ha risolto l'equivoco tra Partito e Stato, che gravava da anni sulla nostra vita di Nazione. Ancora una volta esso s'è dimostrato l'organismo politico più vivo, più energico, più attuale, che vanti oggi l'Italia. Non ci nascondiamo la gravità dell'impresa a cui gli uomini, designati da Benito Mussolini, si accingono. Se il principio è posto, l'attuazione è per certo irta di difficoltà. Difficoltà di ogni genere, formali e sostanziali, materiali e morali. Noi siamo sicuri che, anche in questa fase del suo sviluppo, il Fascismo sbalordirà i suoi avversari, per la sua enorme capacità di trasformazione, per la sua estrema nobiltà. È intanto non senza significato che, a gettare le prime linee del nuovo ordinamento, sia stato chiamato un rappresentante tipico del “vecchio squadrismo”, l'on. Giunta. Con intuito pronto, Mussolini risponde attraverso questa sua felicissima scelta, e a quei fascisti che del vecchio squadrismo hanno una concezione meramente brutale e statica, e a quei filofascisti che accettano il Fascismo respingendone l'iniziale violenza. È proprio invece a questo vecchio squadrismo, i cui primi contingenti furono, non dimentichiamolo, gl'intellettuali, che si chiede oggi e che si deve chiedere, poiché è in esso la più pura essenza nostra, la nuova opera. Noi non dubitiamo, come non ha, per un solo istante, dubitato il Duce, pur nella tempesta delle polemiche, che il Fascismo risponderà al nuovo appello. In ispecie il Fascismo provinciale contro cui tante inutili frecce si sono, in questi giorni, avventate. Ridate a questo nostro meraviglioso ed eroico Fascismo di provincia la possibilità di pensare, di muoversi, di discutere, e si vedranno, dal fondo della sua anima inquieta, affiorare le più belle virtù del popolo nostro. (Lo Stato ha vinto, in “La Gazzetta del Lazio”, 21 ottobre 1923; cfr. anche Disciplina, in “Critica Fascista”, 15 luglio 1923).
Sul significato di “normalità” [...] Nella Marcia su Roma la violenza fascista trovò la sua pratica soluzione. Quel che ne sopravvisse si espresse in gesti inutili, antistorici. Il 1923 comportò, tuttavia, un vasto residuo sentimentale di quella violenza. Nel 1924 noi dovremmo realizzarne la completa scomparsa. Ormai, dopo il coronamento vittorioso della gesta rivoluzionaria, la violenza non può tornare ad essere se non rissa, litigio, altercazione: non serve, quindi, mantenerla viva; serve, piuttosto, sedarla, perché la cronaca non si ripeta a scapito della storia, e perché la magnifica forza delle camicie nere non può, in ogni caso, che avere esplicazioni logiche, guidate da una lucida volontà dall'alto, secondo direttive ben definite e scopi essenziali al divenire del Fascismo. C'è un circolo vizioso entro cui i nostri uomini e alcuni avversari vanamente si dibattono: è il circolo delle parole superflue, inspirate, a quelli e a questi, da un'incomprensione fondamentale della Marcia, che agli uni appare come una enorme spedizione punitiva suscettibile di episodiche ripetizioni, agli altri come evento superabile e superato verso sospirati ritorni. Se, invece, la rivoluzione fascista apparisse a tutti quello che irreparabilmente è, una discriminazione assoluta di tempi, per cui e le antiche tattiche politiche e i metodi stessi onde la rivoluzione trionfò non sono più possibili senza gravi perturbazioni, e, da ognuno, si sentisse il dovere d'un linguaggio più onesto, più alto, più limpido, quale la raggiunta sistemazione sociale esige, noi potremmo, alla fin fine, uscire dal dibattito noioso d'una retorica e d'una dialettica, superate nella coscienza dei buoni cittadini: la retorica nostra e la dialettica degli avversari, che a un solo effetto riescono, a quello di eccitare e giustificare l'illegalismo residuo. Il popolo è sano, non chiede che di lavorare: facciamo sì che contro la sua stessa volontà e il suo stesso interesse l'illegalismo delle parole non crei l'illegalismo dei fatti! (L'illegalismo fascista, in “Corriere Italiano” 8 gennaio 1924). * * * La polemica sulla normalizzazione segue il suo corso stracco, incerto, tortuoso. Nessuno ha ancora il coraggio di parlarne fuori dei denti, a cuore aperto, come si conviene per l'argomento la cui trattazione può avere, ed ha, così vive, profonde e durevoli ripercussioni nella coscienza popolare. La polemica parte da un equivoco fondamentale: che la “normalità” debba consistere in quel complesso di norme che regolavano un tempo la lotta politica in Italia, norme che concedevano al giuoco delle opposizioni uno sviluppo così pieno, che un'azione di governo non era più concepibile né possibile e si guastava in una normale pratica di adattamenti conformistici in cui la stessa, oggi dagli oppositori conclamatissima, funzione delle opposizioni si dissolveva e annullava. Questo tipo di “normalità”, questa condizione e qualità di normale, a cui gli avversari si ispirano e contro cui, a buon diritto, noi intendiamo armarci e difenderci, era nella sua essenza una condizione e qualità di vita politica priva di ogni e qualsiasi norma che ne indicasse, con sicure regole, l'assetto: era la normalità dell'assenza di norma, la regolarità dell'assenza di regola, era la piccola e sudicia anarchia dei governi democratici che ha distrutto negli italiani quel senso lor naturale che già li fece grandi, quel senso armonico e saggio del limite, cui governanti e governati di continuo si riferiscono nell'esercizio delle loro attività. Quando noi diciamo che il Fascismo deve dare la normalità allo svolgimento della lotta politica italiana, vogliamo dire non solo che deve conferirle una qualità, quella di avere un indirizzo e una misura ordinatrice, che prima le mancava, ma, più ancora, che deve proporle la sua norma, la sua regola, deve, insomma, animarla dello spirito della Rivoluzione. Tutto ciò ci appare, dal punto di vista della “normalità”, così chiaro, apodittico, che ci ritorniamo sopra solo per confondere coloro, e avversari e amici, che graziosamente ci attribuiscono il desiderio di una vita normale nel senso più volgare e pacchiano della parola, nel senso in cui la intendono tutti i mediocri uomini che hanno per decenni governato l'Italia, nel travaglio formidabile dei partiti ispirandosi all'aurea massima del “tirare a campare”. Per noi, che intendiamo porci in una posizione di schietta intransigenza fascista, per quanto nel Fascismo è di essenza rivoluzionaria e non per quanto è ancora nella sua pratica azione di formalismo rivoluzionario, il problema della normalizzazione è un problema di normalizzazione fascista, di creazione cioè degli ordinamenti dello Stato fascista, in una parola: dello Stato fascista. E crediamo che nessuno degli avversari possa negarci, neppure in linea teorica, questo dovere da noi assunto colla Marcia su Roma dinanzi a tutti gli italiani, di dare all'Italia lo Stato nostro, lo Stato secondo la norma del nostro spirito nuovo. Non ripetere energicamente tale diritto e non assolvere in tutto tale dovere equivarrebbe a tradimento per cui ogni pena sarebbe lieve. Se il problema della normalizzazione esiste, dunque, esiste in modo particolare per noi come fascisti, come vittoriosi in un urto rivoluzionario e non vediamo mediazione possibile tra la risoluzione che noi proponiamo e quelle varie e discordanti che le propongono gli avversari, che si accordano solo nell'opporsi alla nostra. Noi non domandiamo neppure che cosa, fuori delle file, si intenda per normalità: nella mente degli oppositori questa è o una condizione di cose per cui la loro sopraffazione si renda di nuovo possibile, o, nella migliore e più nobile delle ipotesi, la prevalenza di una coscienza dello Stato in netto contrasto con la nostra. Nell'un caso e nell'altro la normalizzazione degli avversari è antifascismo in atto; quindi grazie tante e non beviamo. È per questo che abbiamo rifiutato, intervenendo nella polemica, la parola “normalizzazione”, che sta secondo noi a indicare un problema altissimo di impostazione di nuove norme, di nuovi ordinamenti, di nuovi istituti, che regolino e reggano la vita dello Stato e la vita dei cittadini. La polemica attuale verte su un argomento più doloroso ma di più modesta portata: quello della pacificazione, ossia della pace tra gli italiani di ogni partito. Se il problema della normalizzazione, da un punto di vista politico più vasto e di maggiori conseguenze, è un problema fascista per noi, antifascista per gli avversari, il problema della pacificazione è un problema italiano, squisitamente italiano, al cui studio non giova in nessun modo un criterio di parte, sia pure di parte fascista. Bisogna distinguere i due problemi, restituendo alle parole il loro significato. Normalizzare può voler dire inspirarsi a una norma, o fascista, o democratica, o socialista e sboccare in una norma, o fascista, o democratica, o socialista dello Stato; pacificare vuol dire pacificare e niente altro, restituire la pace, ridare alla vita dei singoli il respiro necessario nella funzionale autorità dello Stato. I due problemi sono di ordine diverso e si connettono solo in questo senso: che per dare una norma alla vita italiana occorre prima darle la pace. Tutto ciò è lapalissiano. Noi non vediamo a che giovino, all'avvento della integrale concezione dello Stato fascista, certi gesti che non hanno neppure il merito di essere eroici. Vediamo invece, e molto chiaro, quanto gli avversari, non noi, possono di questi gesti profittare: misuriamo questo profitto da quello che traiamo noi da gesti simili degli avversari. La pacificazione è il preludio necessario della normalizzazione fascista della vita italiana. Deve quindi interessare precipuamente i fascisti [...] (Le discussioni sull'odierna situazione politica, in “Il Resto del Carlino”, 19 aprile 1924). |
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