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GOZZOLI SERGIO (*) L'America: i plutocrati “eletti da Dio” (da “l'Uomo libero”) (a cura di Benedetto Brugia)
Nel corso dell'anno 1998 Zbignew Brzezinski concesse un'intervista a “Le Nouvel Observateur”. Eccone la versione integrale.
Tutti sanno com'è andata a finire. Il crollo dell'Unione Sovietica, la caduta del Muro di Berlino, la libertà per decine di popoli — in una parola, il crollo di Yalta e la conseguente egemonia americana nel mondo, esclusa per ora la Cina — sono passati attraverso il sanguinoso sacrificio delle popolazioni del povero Afghanistan: in un paese seminato di dieci milioni di mine, invaso dall'Armata Rossa, percosso da lunghe guerre interne, recentemente macellato dai bombardamenti “chirurgici” americani, su ventitré milioni di afghani, due milioni sono i morti, circa un milione sono gli invalidi, più di cinque milioni i profughi. Mentre nel Vicino Oriente, da ottant'anni almeno, cresce tragicamente inesorabile la guerra tra popolo palestinese ed ebrei, guerra divenuta mortale dal 1948 dopo la nascita dello Stato d'Israele, oggi sostenuto, per almeno l'80 per cento del suo complessivo bilancio, dagli Stati Uniti d'America. Ma per Zbignew Brzezinski il destino di afghani e palestinesi è “irrilevante” rispetto a quel che è più «importante nella storia del mondo»: il dominio del pianeta da parte della plutocrazia americana. È allora fondamentale il chiedersi chi sia — per chi già non lo sappia — questo Zbignew Brzezinski.
In ogni grande Paese vi sono uno o più uomini che, per le proprie funzioni e per la propria potenza, esercitano per alcuni decenni un effetto determinante sul suo destino. Negli Stati Uniti d'America, cominciando dal primo conflitto mondiale — a parte alcuni “grandi” Presidenti, da Wilson a Roosevelt, a Kennedy, a Nixon, a Reagan, di rilevanza del tutto “secondaria” rispetto alle forze di “effettivo potere” —, coloro che hanno certamente determinato la politica del Paese e quindi la storia mondiale sono i “grandi plutocrati internazionali”. Sono coloro che controllano Congresso e Senato, che stabiliscono attraverso il Council on Foreign Relations le linee di politica estera e di politica interna, che — dal cinema americano alla stampa, alla televisione — dettano l'“imprimatur” al sistema mediatico mondiale, che influenzano la vita dell'alta finanza e delle Borse. Fu Morgan, capo della casta bancaria angloamericana fino agli inizi degli anni 30, e oggi sono i Rockefeller — coi Rothschild e gli Warburg come stretti comprimari — che insieme ad un manipolo di banchieri cosmopoliti detengono la Banca Centrale americana, cioè il Federal Reserve System che stampa i dollari: dollari che sono la quasi insostituibile moneta di riserva della maggior parte dei Paesi del mondo, e sui quali l'Amministrazione USA non ha alcun controllo. Ma, per poter esercitare questa cinica primazia monetaria e politica su tanti popoli della terra, essi necessitano di una miriade di solerti collaboratori: i funzionari delle proprie Fondazioni esentasse, i giuristi della Corte Suprema, gli uomini-chiave delle Amministrazioni, i direttori di USIA, FBI e CIA, i capi militari, i grandi ambasciatori, le strutture medio-alte di scienza, sanità, giustizia e scuola. In questa miriade di spudorati e disinvolti servitori, ve ne sono alcuni che, per statura intellettuale e culturale, vengono comprati ad altissimo prezzo e assimilati ai più alti livelli di potere. È un'antica scuola. John D. Rockefeller, fondatore della Standard Oil Company, e capostipite della numerosissima famiglia di petrolieri-banchieri, affermava: «La gente è semplicemente una merce trattabile e acquistabile quanto lo zucchero o il caffè. Io pago, per acquisti di questo tipo, molto più che per qualunque altro genere di merce sulla terra». Bene. Zbignew Brzezinski è uno di questi uomini. Egli naturalmente viene dalla “grande scuola per statisti” — il Council on Foreign Relations —, associazione di banchieri, petrolieri, giuristi, economisti, sociologi, alti militari, diplomatici, universitari, storici, giornalisti, titolari di catene editoriali e televisive, dei quali almeno il 50 per cento passa ad occupare posti-chiave nella Amministrazione, dalla Presidenza al Segretariato di Stato, ai Comandi militari, alla direzione di USIA, FBI e CIA. Brzezinski, subito dopo Kissinger, come lui ebreo di origine europea, e di pari livello coi Lippmann, coi Dulles, coi Marshall, con gli Hopkins, coi Mac Namara, è uno dei massimi capiconsiglio delle grandi famiglie finanziarie e delle loro strutture di potere: Fondazioni, Council on Foreign Relations, Trilateral Commission, Federal Reserve System. Della neonata Trilateral Commission — fondata dai Rockefeller nel 1973-74 — fu il primo direttore, per divenire poi, come Kissinger, Segretario di Stato, cioè responsabile della politica estera, e consigliere per la Sicurezza nazionale del Presidente. Quindi, per almeno trent'anni, uno dei “reali ammiragli” di quella che Giulietto Chiesa, nel suo bel libro “La guerra infinita” edito da Feltrinelli, chiama il “ponte di comando”. Di questo “ponte di comando” affacciato sull'universo mondo, come del concetto-chiave del libro — l'idea di un Impero americano nato dopo l'11 settembre 2001 —, discuteremo più tardi. Ora, ci importa il considerare il disinvolto cinismo di Brzezinski, al quale poco interessa dei milioni di morti, di invalidi, di profughi che i suoi giochi di potere possono produrre.
Giulietto Chiesa, nella parte iniziale del suo libro, afferma: «A questo punto, voglio porre una premessa. Non sono antiamericano. Non lo sono mai stato». È una “premessa”. Una premessa a quanto il libro sta per dire, ed è riferita a tutti coloro che considerano l'aggettivo “antiamericano” come una bestemmia. «E sono tanti», scrive Chiesa, «la maggioranza dei commentatori», che non sarebbero diventati quel che sono senza la prova ferrea della loro fedeltà al Potere — vale a dire l'America. Io, al contrario, sono antiamericano. Lo sono da quand'ero ragazzo e sentivo dire, in famiglia o dai vicini di casa, di una cosa smodata, grottesca, smargiassa, e in fondo sciocca, “è un'americanata”. Ma questo era antiamericanismo per “sentito dire”. Poi è scoppiata la guerra e io sono cresciuto. E gli americani li ho visti. Prima i loro aerei, e poi loro. Ho visto le città distrutte dai bombardamenti a tappeto, ho visto le chiese sventrate, le case diroccate, i ponti divelti, le migliaia di morti seminati in tutti i Paesi d'Europa. A quattordici anni entrai nella Repubblica Sociale Italiana. Volevo andare al fronte, ma forse per l'età non riuscii ad ottenerlo. Quel che a me importava era difendere l'Europa dai barbari di Occidente, dalle demoplutocrazie anglosioniste. La guerra era persa. Lo sapevo dal 25 luglio del 1943. Ma io ero pronto a morire. Non ero disposto ad accettare l'idea che centinaia di migliaia di italiani — fanti, alpini, bersaglieri, camicie nere, piloti, marinai, sommergibilisti, assaltatori di mare, paracadutisti — fossero morti nel mondo contro i nemici d'Europa e venissero ora traditi e dimenticati. Così, insieme ad un milione di altri italiani — metà dei quali volontari —, e dai molti milioni dei nostri familiari, spesso come nel mio caso afascisti o antifascisti fino a quel giorno, e insieme a milioni di tedeschi, ungheresi, francesi, croati, slovacchi, romeni, valloni, fiamminghi, olandesi, danesi, norvegesi, finlandesi, baltici, russi, ucraini, cosacchi, caucasici, spagnoli, portoghesi, scelsi la via rischiosa del combattimento. Come previsto, perdemmo. Perdemmo con Mussolini e Hitler, con Gentile e Heidegger, con Marinetti e con Brasillac, con Pound e Hamsun, con Drieu La Rochelle e Celine, con Primo Antonio de Rivera e Codreanu, con D'Annunzio e con Mosley, con Soffici e con Papini. Perdemmo per la nostra “inferiorità materiale”, non per il crollo del nostro sogno nazionalpopolare di inserire i popoli nello Stato attraverso la giustizia sociale, “con la politica a dominare sempre l'economia”. Perdemmo, ed io vidi gli americani vincitori. Li vidi a Milano. Alle loro spalle c'erano le rovine di Montecassino e di Dresda, e l'intera Europa sconvolta — dalle linee ferroviarie agli ospedali, alle scuole, alle chiese — da migliaia di loro bombardieri. Migliaia di loro bombardieri che ogni giorno, per anni, col concorso degli inglesi — che sull'agonia del loro Impero contribuivano inconsciamente alla vittoriosa crescita della plutocrazia mondiale —, avevano seminato di bombe, oggi ancora talvolta inesplose, tutto il Continente. E che si preparavano all'atroce e gratuito massacro di Hiroshima e Nagasaki. Mentre già nel loro cervello di “vincitori senza condizioni” — come avevano stabilito a Casablanca, per regalare all'umanità qualche milione di morti in più — covava il grottesco sogno di quell'assurdo morale e giuridico che fu il processo di Norimberga. E nel momento in cui così orribilmente punivano d'Europa — consentendo ai loro complici della ganascia orientale, i sovietici armati di mezzi americani, di compiere i loro stupri, le brutali rapine, le disumane deportazioni di popoli, i tragici genocidi su milioni di europei dell'Est — e annientavano nell'umiliazione l'antico Giappone imperiale, erano già pronti a piantare nel costato dell'Islam la baionetta colonialista dello Stato d'Israele. Essi raccontavano ai popoli europei di avere sacrificato i propri figli per salvarci dal fascismo e donarci la democrazia, ma si apprestavano ad occupare l'Europa occidentale per restarci per sempre. E perché gli europei accettassero le loro gran braccia protettive con fiducia e speranza, vollero che fino al cuore dell'Europa, da Berlino a Trieste, sugli asfittici confini dei popoli vinti — “tutti vinti”, inclusi gli inglesi e i francesi — calasse il suo tallone il più potente esercito terrestre del mondo: l'Armata Rossa. E affinché la minaccia comunista stringesse più fermamente alla gola i popoli del pianeta, così che anche il Giappone — militarmente occupato — accogliesse con sollievo la protezione americana, ecco in Cina gli statunitensi tradire l'alleato nazionalista e confinarlo a Taiwan: era necessario che Mao occupasse e potenziasse militarmente il grande Paese. Era l'accordo di Yalta. Il mondo era stato diviso fra le due Superpotenze, una delle quali però — quella comunista — doveva far la parte del povero provinciale, militarmente forte anche se mai alla pari, e tecnologicamente ed economicamente dipendente dall'Occidente. Se Stalin e Mao erano cattivi, e ammazzavano a milioni gli oppositori, tanto di guadagnato: all'America “serviva” avere di fronte un “Impero del Male” e poter scatenare la cosiddetta Guerra Fredda. Io guardavo, percepivo, intuivo: come potevo non essere antiamericano? L'America ci aveva raccontato di aver chiamato a raccolta il mondo contro la bellicosa barbarie nazifascista perché di guerre, naturalmente, non ce ne fossero più. La prima che scoppiò fu quella di Corea, con molte centinaia di migliaia di morti. Una guerra che non doveva essere vinta, ma che MacArthur, generale idolatrato in America, voleva vincere. Truman lo rimosse. MacArthur non rispose subito. Passò un giorno, ne passarono due. Da tutta l'America migliaia di messaggi chiedevano al generale di tornare in Patria e disarcionare Truman. Tutto l'esercito era con lui. Ma MacArthur aveva settant'anni. Tornò negli Stati Uniti, e accettò le dimissioni. Per la prima volta, sulla schiena degli uomini della plutocrazia erano corsi brividi di paura. Ma ora, il loro potere era salvo. Comunque, la lezione servì: alla prossima guerra — che non fosse funzionale ai loro dollari o al loro petrolio — “l'esercito avrebbe perso”. Sarebbe arrivato un Vietnam. Io intanto crescevo. Ero giovane e vitale, e l'esistenza, in onta alla mia povertà, era affascinante. Il mondo era pieno di buoni amici, di belle donne, di libri straordinari. Io studiavo e leggevo. Amavo la storia. In pochi anni, lessi tutto quel che si può leggere, in Italia, sulla storia degli Stati Uniti d'America. E imparai qualcosa che a me, “europeo vinto”, mise una fredda paura. L'America era un paese vasto, di risorse smisurate, e con un potenziale militare — aeronavale e nucleare — senza rivali; un paese che, a differenza di tutti gli altri, non si fonda su di “un popolo”, ma su una serie di “popolazioni” che, in onta all'interessato sogno ebraico del “melting pot”, non si mescoleranno mai; un paese senza una storia, senza tradizioni, senza gerarchie se non quella dello “Almighty Dollar”, il dollaro onnipotente; e, soprattutto, senza una vera cultura. La sua unica “cultura” è quella calvinista dei Padri fondatori, che considera il guadagno — “quello di oggi”, segno evidente di predilezione divina — lo scopo supremo dell'esistenza; un paese nel quale il potere è, costituzionalmente, negato alle masse e affidato alla plutocrazia; un paese dalla finta democrazia, dove le società, le “corporations”, hanno gli stessi diritti di libertà — “per legge scritta” — che hanno gli individui; un paese nel quale la violenza — dal cinema alla televisione, alla giustizia, alla vita pratica — è spietata regola morale, e viene esercitata con totale indifferenza alle sofferenze altrui; ma, soprattutto, un paese nel quale la sua plutocrazia medio-alta, quella degli WASP (“White Angle-Saxon Protestant”, protestanti bianchi anglosassoni), considera se stessa — “proprio come gli ebrei” — un popolo eletto per la benevolenza esplicita di Dio. Ma che può pensare, un popolo “eletto da Dio”, dei popoli non eletti? Che essi, “dentro e fuori dei confini”, siano nati per poterlo servire. Come tutta la sua storia dimostra. Gli Stati Uniti d'America sono nati, e da allora così sempre si sono comportati, come una “grande società mercantile armata, sostenuta dalla volontà di un Dio calvinista che le imponeva di arricchire, nonché da milioni di immigrati da terre diverse che venivano a servirla, senza dover rendere conto a nessun'autorità al di sopra della sua testa”. Nella “Nuova Israele”, nella Terra Promessa da Dio ai calvinisti suoi eletti, vivevano diversi milioni di pellerossa: dal 1630 alla fine dell'800 essi vennero sostanzialmente sterminati. Furono secoli di massacri spesso benedetti dai pastori — secondo l'antico proverbio inglese «Rare is the sword without its Bible» (1) —, di deportazioni a molte centinaia di chilometri, di organizzata distruzione delle mandrie di bisonti per togliere loro il cibo, di intenzionale trasmissione di malattie epidemiche attraverso coperte infette, di alcolizzazione progressiva di intere tribù: agli inizi di questo secolo, chiusi nella miseria e nell'analfabetismo delle loro riserve, a vivere una vita smisuratamente più breve di quella dei bianchi, ne sopravvivevano 250 mila. Per quanto concerne i popoli destinati a servirli, i negri vennero addirittura importati come schiavi. Dai decenni iniziali del 1600 fino al 1860, secondo una pubblicazione del 1976 della “Indiana University Press”, dal titolo “Native American Historical Demography“, dal continente africano sembra siano scomparse 50 milioni di persone. Gli schiavisti furono all'inizio olandesi, portoghesi, inglesi. Ma dopo il Trattato di Utrecht del 1713, con l'accordo detto “Asiento”, l'Inghilterra si riservò il diritto di essere l'“unica” potenza a poter portare in America, ogni anno, migliaia di schiavi negri. Le perdite durante il viaggio erano alte, ma nel Nordamerica ne giunsero intorno ai due milioni. Divisi nelle varie piantagioni, selezionati nella riproduzione come i cavalli da corsa, essi, nonostante la vita di schiavitù, si riprodussero rapidamente: oggi, negli Stati Uniti d'America, sono quasi 35 milioni. Nel 1865 la schiavitù venne abolita, ma ci volle un secolo perché l'orrida miseria della loro “apartheid” — ben diversa da quella molto più nobile del Sudafrica boero — venisse formalmente conclusa dal “Civil Rights Act” (2). Solo “formalmente”. Martin Luther King venne ucciso nel 1968, e Huey Newton — erede di Malcom X — fu ucciso nel 1983. E oggi ancora, nei rapporti pratici con polizia e giustizia, con la scuola, con la sanità, con le Chiese, nonostante le ipocrite invenzioni del cinema americano controllato dall'USIA, la condizione generale del negro americano è indiscutibilmente inferiore a quella degli altri cittadini — caucasici, ebrei, gialli o ispanici. Gli unici che vengono dopo di loro sono i poveri pellerossa delle riserve. La ricchezza media degli Stati Uniti d'America è fra le più alte del mondo. Ma è una ricchezza “statistica”: l'1-2 per cento della popolazione detiene il 50 per cento di questa ricchezza — “un potere finanziario inverosimile”, non solo per gli altri ricchi del mondo, ma per i “bilanci di grandi Stati” —, un 20-25 per cento degli americani controlla un altro 40 per cento della ricchezza nazionale, riuscendo a vivere un'esistenza inferiore — ma pur sempre elevata — in prossimità dei grossi plutocrati, e ben oltre il 70 per cento degli americani si divide, nella superba disuguaglianza capitalistica, le briciole del 10 per cento che avanza. Chi sono i primi, l'1-2 per cento? Sono grandi banchieri cosmopoliti, petrolieri, e proprietari di grandi “corporations”, le multinazionali. I medio-alti, cioè il 20-25 per cento che si dividono il 40 per cento, sono rappresentati da funzionari, da giuristi, da professionisti di successo, da giornalisti di buona penna, da produttori, registi e attori del cinema di sala e televisivo, conduttori dei media, universitari, scrittori e uomini di scienza accettati dal potere, capi militari, ambasciatori, piloti, ufficiali, mercanti e negozianti, taxisti, assicuratori, tecnici e un largo margine di colletti bianchi e operai di discreta specializzazione a lavoro fisso e sindacalizzato, che erodono i margini della gran massa dell'“Almighty Dollar” che gonfia, come un alone di benevolenza celeste, la cima della piramide. Ecco, tutta questa è, come in un regime feudale di principi, conti, marchesi, vassalli e valvassori, la grande oligarchia centrale che regge l'impalcatura sociale degli States. Tutti gli altri, un 70 per cento almeno dei cittadini americani, sono gleba senza diritti, senza protezione e senza organizzazione. I dati sulla povertà americana dipendono dalle fonti: quasi 40 milioni per il governo, oltre 60 milioni per istituti privati. Il livello di vera povertà supera il 30 per cento fra negri e ispanici, ma non esclude i bianchi poveri che toccano il 12 per cento. Quel che conta è che questi dati, dal 1970 ad oggi, sono costanti con tendenza all'aumento dei poveri. È una povertà che tocca la fame, fino all'1,5 per cento dei cittadini. La mancanza totale di un sistema sanitario nazionale riduce la vita media di negri e ispanici a sette anni meno dei bianchi. Per spese mediche non sostenute da assistenza pubblica ogni anno va in bancarotta un milione di americani. Fra i poveri è tragica la situazione degli “homeless”, gli americani senza casa, dei quali ne muoiono solo di freddo almeno mille ogni anno. Il loro calcolo minimo è di quattro-cinque milioni. A questa situazione sociale da “Terzo Mondo in casa” fanno da contorno altre terrificanti realtà: gli americani adulti analfabeti sono circa 30 milioni, i matrimoni si rompono al 50 per cento, la somma di alcolizzati e tossicodipendenti tocca i 50 milioni, il numero degli americani in galera o sotto controllo giudiziario è “il più alto del mondo”, la condizione di bambini abbandonati o che non tornano a casa, vittime di fame, AIDS e “chicken hawks” — i “cacciapollastri” — ne vede morire cinquemila all'anno, mentre già nel 1984 il “National Institute of Mental Health” concluse che il 19 per cento degli americani era mentalmente malato. E non parliamo del commercio, legale o illegale, di sangue, seme, “surrogate mothers” e organi di ricambio. Secondo il governo americano, i suicidi in America sono trentamila per anno. Va ricordato che la prima legge organica statunitense su sicurezza e igiene degli ambienti di lavoro — l'“Occupational Safety and Health Act” — è del 1971. Legge inadeguata, è rispettata solo nelle aziende i cui operai sono sindacalizzati, cioè il 14 per cento dei lavoratori: dal '71 all'89 i morti di infortunio sono stati duecentomila. Negli anni 20 e 30 morivano o restavano invalidi sul lavoro almeno settecentomila lavoratori ogni anno. Il governo di Benito Mussolini protestò “ufficialmente” e chiese garanzie per gli immigrati italiani. È possibile, oggi, non essere antiamericani? Fra gli immigrati da decine di Paesi diversi, particolare è la posizione di un gruppo che non proviene da una specifica terra: gli ebrei. Immigrarono negli Stati Uniti dal 1860 partendo da patrie non proprie e parlando lingue diverse, ma coltivando tutti lo stesso sogno profondo dei calvinisti: il “Denaro”. Popolo “eletto” da sempre, nutrivano anche nel cuore lo stesso disprezzo per i non-eletti che dal 1600 caratterizza i puritani figli di Cromwell, protettore del popolo ebraico. Del resto, la Bibbia che essi avevano scritto non era, in tutte le case calviniste del Nuovo Mondo, la sostanza prima del mito fondante degli Stati Uniti d'America? Intelligenti e di “dura cervice”, il loro naturale materialismo gli consentì di accogliere per intero il mondo dei Lumi di Locke, di Montesquieu, di Rousseau sul quale si fondava, con la Massoneria benedicente e praticante, la nuova civiltà americana. Oggi sono forse sette-otto milioni, circa il 3 per cento dei cittadini americani, ma la loro percentuale nelle sfere di potere — dalla plutocrazia delle Banche ai posti-chiave dell'Amministrazione, dalle libere professioni alla giustizia, dal giornalismo alla televisione, da Hollywood alle Università — ne fa uno degli elementi-cardine dell'America imperiale. Le centinaia di associazioni che li legano portano — dal “Council on Foreign Relations” alle fasce di ebrei più poveri dell'East Coast — le loro “lobbies” a una grande potenza di pressione. Gli Stati Uniti d'America sono la loro vera Patria. Il sionismo, così strettamente legato all'imperialismo anglosassone e puritano che dall'America guarda al mondo, ha realizzato con Israele una estrema aspirazione nazionalreligiosa per gli ebrei più animosi e più poveri, una compensazione morale per i rimorsi dei plutocrati ebrei che non si muovono da Wall Street, e un potente antemurale armato sulle porte dell'area petrolifera indispensabile agli USA. Ma gli abitanti di Israele sono quattro milioni, devono combattere ogni giorno, e fare più figli dei palestinesi. La Terra Promessa d'Israele è negli Stati Uniti d'America.
Da quando sono nati, gli americani hanno scatenato oltre duecento conflitti, spesso senza dichiarazione di guerra, contro almeno settanta Paesi. Certo, uno dei gruppi umani più bellicosi della storia, pur essendo costituiti da individui a scarsa propensione guerriera. Sterminarono milioni di pellerossa che si trovavano in casa. Quanto ai negri, li importarono come schiavi, li sfruttarono e li abbandonarono alla loro miseria, insieme ora ai milioni di poveri “hispanicos”. Furono da sempre, nel loro cuore, ferocemente antieuropei: la Rivoluzione antibritannica e la Dichiarazione d'Indipendenza dimostrarono la inconciliabilità dei due mondi. La “Dottrina di Monroe” — il quinto Presidente americano — significò per gli europei “giù le mani dalle Americhe”. Le guerre contro la Francia, ancora contro la Gran Bretagna dal 1812 al 1815, contro il Messico, contro la Spagna, lo sbarco a Cuba, il protettorato su Panama strappata alla Colombia, l'occupazione di Portorico e di Guam, la conquista delle Marianne e delle Filippine, l'annessione delle Hawaii e delle Samoa, l'acquisto dell'Alaska, l'inizio dal 1844 dei commerci ufficiali con la Cina, l'apertura dal 1853 delle pressioni mercantili sul Giappone avevano aperto agli Stati Uniti d'America l'espansione verso il Pacifico, ma, soprattutto, avevano lanciato la guerra mercantile con l'Europa su tutti i mercati mondiali. È questa l'epoca in cui nasce, in America, il loro “Manifest Destiny” — il Palese Destino degli Stati Uniti a guardare verso il mondo — mentre il Presidente Theodor Roosevelt, erede del rancoroso revanscismo dei proscritti e degli esuli puritani e massoni, dichiara: «L'americanizzazione del mondo è il nostro Destino!». È proprio a cavallo dei due secoli che Guglielmo II, Kaiser di Germania, propone a suo cugino Nicola II Zar di tutte le Russie di costituire un grande mercato europeo per proteggere il Continente dalla crescente espansione americana. Ma lo Zar e la Russia, probabilmente, non capirono l'incontenibile forza di sviluppo della grande plutocrazia statunitense. La Guerra di Secessione — la “Civil War” americana — fu la seconda grande rivoluzione d'America. Gianantonio Valli la chiama la “prima guerra laica di religione”: l'oligarchia mercantile puritana del Nord schiaccia e distrugge il Sud agricolo e culturalmente europeo, lasciando quasi un milione di morti nel cuore vivo del Paese. Prima della “Civil War”, gli americani la cui ricchezza personale fosse valutabile in milioni di dollari erano soltanto tre (tre) in tutta l'Unione. Pochi decenni dopo il conflitto i milionari erano 3.800. Gli investimenti americani all'estero, insignificanti durante la Guerra di Secessione, toccarono i 500 milioni di dollari all'alba del nuovo secolo. È questa la data di nascita dell'imperialismo americano. Che può essere certo qualcosa di diverso dall“Impero”, anche se si tratta di due realtà asintotiche. Del resto, che la centrale finanziaria mondiale si avviasse a lasciare l'Impero britannico per passare negli Stati Uniti d'America era cosa di cui s'eran resi ben conto sul “ponte di comando” di allora. Che era costituito dalla “Round Table” — società segreta ereditata da Sir Cecil Rhodes e ora presieduta da Lord Milner — che permeava i vertici della società vittoriana e dell'alta finanza americana, estendendosi a tutto il mondo anglofono. I Rothschild, i Morgan, i Rockefeller, gli Warburg, gli Astor, i Carnegie, gli Whity, i Lazard, gli Schiff, i Ginzburg coi mille affiliati garantivano alla “Round Table” bilanci da capogiro, e consentivano alle ricche strutture della “Rhodes Foundation” di provvedere in Inghilterra, per indottrinarle, alla educazione delle più brillanti intelligenze americane. Ma se le giovani intelligenze dell'intero mondo britannizzato — anglosassoni ed ebraiche — si formavano allora a Londra, i capitali, per una concessione decisa prima della morte dal Vertice della “Round Table”, Cecil Rhodes, passavano dall'Europa agli Stati Uniti. Così arrivarono a New York Pierpont Morgan, il grosso dei Rothschild, due dei fratelli Warburg, gli Schiff, i Kuhn e Loeb, i Gunzburg, che diventarono Ginzburg, i Lazard, per associarsi ai Rockefeller, ai Gould, ai Vanderbilt, ai Carnegie. Qui, pochi anni dopo — nel 1913 — essi riuscirono dopo lunghi intrighi, pressioni di una stampa già conquistata, ricatti e battaglie congressuali a fondare come proprietà privata — una S.p.A. — il “Federal Reserve System”, la Banca Centrale americana. D'accordo con Balfour, stabile in Inghilterra come ministro degli Esteri, e con Montagù, ministro degli Armamenti, gli ebrei americani Baruch e Morgenthau convinsero Wilson a dichiarare guerra alla Germania salvando un'Intesa pericolante, e garantirono ai sionisti una “National Home” in Palestina. È la «dichiarazione Balfour». Al tavolo della pace, a guerra finita, a Parigi, siedono agenti di Morgan, Lord Milner, i due fratelli Warburg, Paul e Felix, e Max Warburg capo della famiglia che era rimasto in Germania come “unico” responsabile della economia di guerra tedesca. Tutti insieme, mentre concorrono a decidere dei destini dei popoli europei, fondano il Council on Foreign Relations. Così come tutti insieme, ancora, avevano garantito, con un insostituibile sostegno finanziario, la vittoria della rivoluzione bolscevica di Lenin e Trotzky contro la Russia zarista. Ecco il “ponte di comando” di quegli anni: la “Round Table” è diventata il “Council on Foreign Relations”.
Un vecchio proverbio toscano ricorda agli uomini che, quando non c'è altra scelta, «bisogna indossare la pelle del leone; e se questa non basta, bisogna aggiungervi quella della volpe»: la forza, e l'astuzia. Tutta la storia dell'uomo, ad ogni passo, ha dimostrato la verità di questo detto antico. L'ha fatto per secoli l'Impero inglese, in parte l'hanno fatto l'Impero spagnolo e quello portoghese, l'aveva fatto Federico II di Svevia e prima di lui Carlomagno; e per lunghi secoli ancora l'aveva fatto l'Impero romano; mentre da due millenni lo sta facendo la Chiesa. Chi non l'ha voluto fare, o lo ha fatto in modo incompleto, molte volte ha perso: come chi, da Palazzo Venezia con le mani sui fianchi, gridava al mondo: «Noi siamo totalitari!». Dunque, quando è necessario per sopravvivere o per espandersi, servono la forza e l'astuzia, speso quasi alla pari. Ma ad ogni cosa v'è un limite. La forza degli americani è arroganza, è prepotenza, è ferocia talora inutile: Montecassino, Dresda, l'atomica in Giappone, il Vietnam, la Serbia, il Golfo Persico, la Palestina. E l'astuzia è, da secoli, menzogna mediatica mondiale, manipolazione sistemica, cinica ipocrisia istituzionalizzata. Quanto più palese e scoperto si delineava l'espansionismo USA, e tanto più altisonanti, ampollose e martellanti si facevano le professioni americane di pacifismo e di democrazia. Accompagnati da una stampa retta da puritani ed ebrei, da un cinema fatto da ebrei e controllato dall'USIA, da televisioni dominate dall'oligarchia, da Agenzie d'informazione possedute da ebrei, essi mantengono sempre in parallelo la loro aggressività con la virulenza delle loro campagne di propaganda umanitaria e progressista. I plutocrati che governano gli USA — potere dinastico smisurato rispetto alla subordinata oligarchia di servizio — hanno scoperto di poter curare molto meglio i loro affari travestendosi da idealisti e da filantropi, da pacifisti e da umanitari. Mercanti di schiavi, predicavano l'abolizionismo; mercanti di cannoni, predicavano il pacifismo; mercanti di inquinamento e di missili, predicavano l'ecologia; mercanti di sionismo in terra araba, predicavano l'anticolonialismo. La costruzione del Palazzo della Pace all'Aja, sovvenzionata all'inizio del secolo da uno dei magnati americani delle corazzature per navi da guerra, Andrew Carnegie, resta un monumento emblematico di questa cinica doppiezza della plutocrazia americana. Essi hanno inventato la “guerra totale”: i loro nemici non devono essere vinti da “debellati”. L'hanno detto e scritto a Casablanca, nel 1943, quando l'Asse, che già l'aveva tentato da forza vincente nel '40 e '41, avrebbe accettato una pace condizionata. Ma chi non la voleva era il “ponte di comando”. È da allora che i loro nemici sono il Male: pazzo e demoniaco Hitler, pazzo il suo popolo fedele fino alla fine; pazzi i fascisti europei — italiani, ungheresi, inglesi, francesi, croati, slovacchi, romeni, baltici, russi, ucraini, caucasici, olandesi, norvegesi, spagnoli, valloni, fiamminghi, finlandesi, cosacchi —, pazzi da dimenticare, nella grande campagna mediatica che da oltre mezzo secolo cancella i milioni di morti europei che difesero la loro terra fino all'ultima ora; pazzi i generali giapponesi, pazzi e demoniaci gli arabi, pazzi e criminali i serbi, pazzi e selvaggi gli irakeni, e gli iraniani, e gli afghani. I nemici dell'America sono “perversi”, “infami”, “abbietti”: essi sono il Male, con la M maiuscola. Mentre l'America è il Bene, la Giustizia e, soprattutto, la Pace. La pace definitiva e perpetua. Così pensa la pubblica opinione nordamericana, così pensano, in gran maggioranza, gli europei centro-occidentali. L'America è grande, è generosa, è pacifica. Se entra in un conflitto, è perché la pace dell'umanità è minacciata da un suo “diabolico” nemico. Ma io resto un antiamericano. Non soffro di complessi, non sono un “liberato”, non provo gratitudine per il piano Marshall concesso dopo aver annientato l'Europa, non ho il complesso dell'Olocausto. Io sono un “europeo vinto”. Ricordo il terrore delle città europee sotto i loro bombardamenti, ricordo la fame, le “AM-lire” svalutate, le “segnorine”, e le povere, le tragiche “marocchinate” di Ciociaria. Come ricordo il terrorismo ebraico in Palestina, l'Haganah e il Palmach, l'Irgun Zwai Leumi e la banda Stern, l'albergo King David e Bernadotte, e la pulizia etnica dei villaggi palestinesi per costruire le nuove città israeliane. Ricordo il ritorno dei prigionieri italiani in Patria, quello dei “non-cooperatori” dei “Criminal Camps”, e dei loro camerati morti di fame e di stenti dietro quegli steccati, come ricordo il milione di prigionieri tedeschi lasciati morire per denutrizione nei campi americani: un milione su tre. Come potrei non essere antiamericano? La verità è che la grande maggioranza degli europei, di destra o di sinistra, non conosce l'America, e non conosce il Potere anglosionista che Giulietto Chiesa oggi chiama l'“Impero”. Certo, conoscere l'America non è un semplice problema di informazione storica. Conoscere la Russia, o la Francia, o la Germania, o la Cina, o il Giappone — per quei pochi che ne sanno qualcosa e quei molti che hanno soltanto una capacità di valutazione generica — è sicuramente molto più facile: testi diversi, talora contrastanti, scritti nell'arco di più secoli, nei più svariati settori dello scibile, dall'etnologia alla storiografia, alla sociologia, all'arte, all'urbanistica, all'economia, ci offrono la sostanza di un carattere, di una forza, di una debolezza, di una tendenza. Ma per l'America non è così. Essa esiste, con le prime colonie puritane, da oltre 300-350 anni. Quel che si può ben definire dell'America è “solo” il suo Mito fondante. Quando una nazione che sorge è costituita da un popolo comune, o da popoli diversi ma affini per lingua, religione e cultura e quindi biologicamente e culturalmente omogenei, quella che noi potremmo definire la forza d'inerzia storica, la capacità di perpetuazione nel tempo del suo Mito fondante — di quella idea-forza originaria sulla quale quel popolo prese coscienza di sé e aprì la vita di un nuovo Paese — ha una durata pressoché illimitata. A distanza di millenni, ancora, il carattere di quel popolo, le sue connotazioni più tipiche, sono da riportare al Mito generatore. L'America già nacque come una società multirazziale — gallesi, inglesi, scozzesi, tedeschi, irlandesi, svedesi, olandesi, svizzeri — presto diventò una società multiconfessionale, e finì poi per farsi, formalmente, una società multiculturale. E tuttavia il nocciolo centrale calvinista, che definiva i puritani «un popolo “eletto da Dio” per il loro rispetto formale della Bibbia», e destinato ad arricchirsi ogni giorno per la benevolenza che Dio concede ai suoi eletti, pur disperdendosi e polverizzandosi nella immensa crescita del Nuovo Mondo, non perse mai, per la solidità economica e culturale della plutocrazia calvinista, il potere “dominante” sul carattere essenziale di tutti gli americani. Si affermò all'inizio nelle teocrazie delle prime colonie puritane del New England — gli Stati del Massachussets, Connecticut, New Haven, Delaware, New Jersey, New York, New Hampshire, il Rhode Island quacchero, il Maryland nato cattolico ma presto infiltrato da puritani: un “Toleration Act” che garantiva libertà di religione, approvato dal Maryland nel 1649, veniva abolito a seguito di una dura rivolta puritana dal 1654 al 1658 —, si espanse col gran prevalere dei puritani del New England fra i colonizzatori dell'Ohio, del Mississipi, dell'Oregon per la superiorità delle loro scuole, che insegnavano a leggere perché la gente conoscesse la Bibbia e a far di conto perché potessero fare i loro traffici; e cancellò il Sud anglicano e filoeuropeo con la Guerra di Secessione. Ma la gente pensa che l'America sia nata, e poi sia vissuta, in nome della democrazia. Il mondo di allora conosceva bene, sia in termini concettuali che ideologici, la democrazia. Ebbene, questo termine non è mai usato, neppure una volta, né nella Costituzione, né nella Dichiarazione di Indipendenza. Il suffragio universale venne certo esaminato, ma consapevolmente scartato. Gli Stati Uniti d'America non sono uno Stato, ma una Federazione di Stati plutocratici. Nel maggiore e più puritano di essi, il Massachussets, gli elettori votanti — bianchi, maschi, adulti e membri della congregazione religiosa — erano il 15 per cento della popolazione; nella laica e più tollerante Pennsylvania quacchera il 30 per cento. L'elezione ad una carica rappresentativa — Governatore o Senatore — non era consentita a chi non avesse un alto reddito. E quando nacque la colonia della Carolina, prima che venisse divisa nelle Caroline del Nord e del Sud, venne chiesto al filosofo Locke di scriverne la Costituzione: cosa che Locke fece volentieri, creando una aristocrazia di grandi proprietari «per evitare», come lui scrisse, «una democrazia troppo numerosa». I rappresentanti delle tredici colonie, che scrissero la Dichiarazione d'Indipendenza e la Costituzione federale, erano in grande prevalenza massoni. Jefferson, anch'egli massone, a parte alcune rettifiche apportate alla sua minuta, fu l'estensore della Dichiarazione d'Indipendenza, quella che afferma: «... tutti gli uomini sono creati uguali, e sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili tra cui la vita, la libertà, e la ricerca della felicità». Sono parole — prescindendo dalla incoerenza razionale ed etica della “ricerca della felicità” da parte di uno Stato, vale a dire di un momento estremo, complesso e difficile nella vita “individuale” — che denunciano la carica di ottimismo illuministico di una borghesia ricca e sicura di sé, oltre che della benevolenza di Dio. Washington, Hancock, Thomas, Hamilton, Madison, Wilson, Morris erano anche massoni, e puritani veraci, oltre che schiavisti. James Madison, detto “The Father of the Constitution” per esserne stato l'estensore con James Wilson e Governeur Morris, espresse lo spirito dell'assemblea affermando che il loro scopo più alto era quello di proteggere la proprietà privata contro maggioranze “politiche”: «Un incremento della popolazione aumenterà per forza la proporzione di coloro che tribolano sotto le durezze della vita e che segretamente aspirano ad una più equa distribuzione delle sue benedizioni. Costoro possono nel tempo superare numericamente quelli che sono al di sopra dello stato di indigenza». Ma ancora più esplicito è Governeur Morris: «Si è sempre detto in generale che la vita e la libertà valgono più della proprietà. Un'analisi accurata della materia, al contrario, dimostrerebbe che la proprietà è sempre stata il principale soggetto della società». Un giudizio più semplice e conclusivo è quello di Alexander Hamilton: «Tutte le comunità si dividono nei pochi e nei molti. I primi sono ricchi e ben nati, e gli altri la massa del popolo, che di rado giudica e stabilisce giustamente». Sono concetti che per noi europei, di destra o di sinistra, di oggi o di ieri, appaiono profondamente e ferocemente disumani. Ma non per gli americani, né di ieri né di oggi. La Costituzione degli Stati Uniti lascia al capitale — alla proprietà — un'ampia strada libera, praticamente sgombra dalle protezioni per il lavoro. E laddove qualcuna è stata concessa, insieme ad una riduzione dei requisiti di ricchezza richiesti per il voto, si tratta di operazioni tutte incostituzionali. Giacché la Costituzione ha chiuso i giochi a suo tempo, lasciando ai singoli Stati il compito di cristallizzare queste situazioni e impedire loro di “democratizzarsi”. È per questo che l'elettorato medio di oggi è sul 25 per cento nel voto statale, e arriva a toccare il 50 per cento in quello federale per Presidenza e a volte per le Camere. Basti un dato: il voto dei proprietari di casa giunge al 70 per cento, quello degli affittuari sfiora il 30 per cento. L'America è un paese demoplutocratico, dove una finta democrazia di due partiti sovrapponibili senza sedi, senza iscritti, senza gerarchie, senza consigli e senza comizi convince il popolo, fuorviato da media organicamente convergenti, di essere libero, e dove una plutocrazia dalle risorse inverosimili pensa nel “ponte di comando” del Council on Foreign Relations, controlla la politica interna con un Congresso fatto coi suoi soldi e con un Presidente creato dai suoi soldi, condiziona la politica monetaria nazionale e mondiale col Federal Reserve, determina la politica mondiale con l'illecita e amorale pratica del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, fa ballare sulla punta delle dita decine di Stati con la Borsa, e muta a suo piacere la geografia del mondo — dal Sudamerica al Centroamerica, dalla Serbia al Caucaso, dalla Palestina al Medio Oriente, dal Caspio all'Afghanistan, dall'Africa all'Indonesia, alle Filippine — con la Trilateral Commission e coi propri uomini nell'Amministrazione e nei Servizi. È un mondo arrogante, crudele, spietato, immorale, teso ormai al dominio del mondo. Un mondo fatto di un “establishment” sveglio ma barbaramente incolto, illuminista nella sua visione generale delle cose, presuntuoso come spesso è tipico per gli ignoranti, e spaventosamente “intollerante”. Agli inizi del secolo, nel mondo, l'America del “Manifest Destiny” accoglieva decine di migliaia di poveri e di reietti, con la grande Statua della libertà a prometterne in eterno per tutti. Uno storico americano, Charles Austin Beard (1874-1948), il massimo storiografo statunitense di tutti i tempi, spinto da onesto amor di verità e curiosità per la storia d'America, decise di occuparsi della Costituzione agli inizi del secolo. Nel 1913 pubblicò “An economic interpretation of the United States”. Su tale lavoro Beard scrisse: «I primi solidi passi verso la formazione della Costituzione furono presi da un piccolo e attivo gruppo di uomini direttamente interessati tramite le loro proprietà personali nell'esito della loro opera. Nella decisione di convocare la Convenzione che stese la Costituzione non trovò posto alcun voto popolare, né direttamente né indirettamente. Una vasta massa nullatenente era, sotto l'aspetto dei requisiti comunemente richiesti per votare, esclusa sin dall'inizio — attraverso rappresentanti — al lavoro di progettazione della Costituzione. I membri della Convenzione di Philadelphia che stesero la Costituzione erano, con poche eccezioni, immediatamente, direttamente e personalmente interessati e traevano vantaggi economici dall'istituzione del nuovo sistema. La Costituzione fu essenzialmente un documento economico basato sul concetto che fondamentali diritti di proprietà privata sono precedenti al governare, e moralmente al di là di maggioranze popolari... La Costituzione non fu mai creata dall“intero popolo” come i giuristi hanno detto: ma fu il prodotto del lavoro di un gruppo consolidato i cui interessi non conoscevano confini di Stato...». Era un capovolgimento di quel che negli Stati Uniti e nel mondo si pensava della Rivoluzione Americana. Beard era uno dei massimi uomini di cultura del Nordamerica, fino ad allora rispettato e onorato. Ma all'“establishment” le sue conclusioni apparvero non accettabili: perse il posto alla Columbia University, venne duramente attaccato da stampa e corpi accademici, e finì l'esistenza come impiegato comunale. Esempi analoghi della intolleranza americana per ogni dissenso intellettuale se ne possono trovare molti. Quando Carleton S. Coon, uno dei maggiori antropologi del XX secolo, concluse i suoi decenni di ricerche nel mondo sovvenzionato dalle solite Fondazioni, e scrisse il ponderoso volume “Le origini delle razze umane” nel quale documentava che le varie tipologie umane — la caucasoide, la mongoloide, la capoide, la congoide e l'australoide — provenivano ognuna da un particolare e diverso tipo di “Homo erectus”, la rivolta dell'“establishment” fu radicale: perse il posto, fu ridotto al silenzio, fu aggredito moralmente e professionalmente e dopo alcuni anni fu costretto ad una abiura sui risultati di una intera vita di lavoro. E in nessuna libreria al mondo si trova più uno dei suoi volumi. Ma l'esempio più tragico e insieme grottesco di questa intolleranza, è offerta dalla “Storia Universale” di Vallardi — cap. VII — quando parla di Ezra Pound. Pound, nato negli Stati Uniti, nell'Idaho, da una famiglia protestante, emigrò giovane — come molti altri scrittori americani — verso l'Europa. Finì poi in Italia, dove la sua avversione al sistema mondiale dell'Usura — nato secondo lui nel 1694 in Gran Bretagna con la Banca d'Inghilterra — lo avvicinò profondamente al fascismo. Durante il conflitto parlò spesso da Radio Roma agli americani, aderì alla RSI — dichiarandosi, dopo i “18 punti di Verona”, un «fascista di sinistra» — e venne arrestato dalle Forze armate statunitensi a guerra finita. A sessant'anni suonati venne gettato nel gran campo per prigionieri fascisti di Coltano, e tenuto ignudo in mezzo ai suoi escrementi dentro una gabbia per animali. Riportato negli Stati Uniti, senza un processo e senza una diagnosi venne tenuto per tredici anni in un manicomio criminale. Uomo di straordinaria cultura, grande sinologo, fu certo uno dei massimi poeti mondiali del XX secolo: nelle sue opere sono compresi i “Pisan Cantos”, ispirati dalla prigionia a Coltano, nei quali inneggia più volte a Mussolini — «il due volte crocifisso» — e rende ossequio ad H. ed M., Hitler e Mussolini, «gli unici che fecero qualcosa contro Usura». Vincitore di un Premio Pulitzer, uomo di smisurato prestigio internazionale, celebrato da una superba intervista che concesse a Pasolini per la televisione italiana durante la quale non disse una parola di pentimento sul suo passato politico, morì in Italia ed è sepolto in Italia. Come il norvegese Knut Hamsun — il più grande romanziere del secolo, che vecchio e solo prima dell'arresto a guerra finita, scrisse “l'elogio di Hitler” — morì da fascista. Bene: la “Storia Universale”, quando cita Ezra Pound, scrive queste parole: «Assai più controversa è la figura di Ezra Pound, giudicato tuttavia da molti critici come un caposcuola della poesia moderna». Non una parola di più, non una parola di meno. Ormai, nel grande clima di omertà planetaria che il dominio dei media impone al mondo, ben pochi si azzardano a mettere sotto critica l'Usura che dissesta il presente e il futuro dell'uomo, mentre ancor più pochi sono coloro che sfidano le galere di mezzo mondo rimettendo in discussione l'Olocausto. Sono due argomenti che la Terra della Libertà non concede più agli uomini. È per questo che il cosiddetto Occidente non conosce gli Stati Uniti d'America, e non conosce l'imperialismo anglosionista. Soprattutto nel gran mondo internazionale dei media — dove, come scrive Giulietto Chiesa, «se non si può parlar bene degli USA, è meglio tacere» — l'omertà è globale e assoluta. Molti tacciono per asservimento interiore, molti per autocensura cautelativa, ma molti tacciono per mancanza di informazione. Quanti conoscono tutte le piccole grandi verità che costituiscono nell'insieme la storia americana degli ultimi 80-90 anni? L'USIA — creata nel 1953 da John Foster Dulles —, con un budget di tre miliardi di dollari e cinquantamila agenti sparsi in trecento centrali operative di un centinaio di paesi, ha il compito istituzionale di fornire al mondo “le informazioni utili, intere, parziali o alterate, all'espansione del mito americano”, cominciando dal cinema nazionale “strettamente” controllato dalla “Dichiarazione dell'Wardolf” del 1947, firmata dai produttori di Hollywood, fino alle migliaia di musichette americane che fanno da sfondo alle televisioni di mezzo mondo e alle centinaia di riviste in svariate lingue che sfornano decine di milioni di copie ogni anno nei più diversi paesi del globo. È un servizio che si svolge soltanto — come per la CIA — fuori dai confini americani. Lo “Smith Mundt Act” — votato dal Congresso nel 1948 — consente al governo di diffondere notizie “deformate o false” nel mondo, proibendone nel contempo la circolazione negli USA, nei suoi territori e nei suoi possedimenti. E il controllo sul cinema non riguarda solo Hollywood — una “Guida allo schermo per gli americani” incorporata dall'USIA raccomanda: «Non insultare la libera impresa - non deificare l'uomo comune - non glorificare il collettivo - non glorificare il fallimento - non insultare il successo - non insultare gli industriali» — ma condiziona rigidamente anche il cinema europeo: quando negli anni 90 uscì il film “Europa” del regista Von Trier, un grande lavoro cinematografico che racconta nel rispetto della verità l'occupazione americana della Germania a fine guerra, esso fu presentato “per pochi giorni” in alcuni cinema europei e poi uscì definitivamente dal circuito. E chi parla ancora di Enrico Mattei, uno dei più grandi italiani del secolo scorso, nemico personale delle Sette Sorelle in nome degli interessi del suo popolo, morto inspiegabilmente in cielo mentre sfidava la plutocrazia petrolifera internazionale? Quando la Germania, dopo la caduta del Muro, si trovò a fare i conti con le industrie decotte dell'Est, decise, con soldi dello Stato tedesco, di riportarla ad un livello produttivo occidentale: sarebbe stato uno strepitoso e desiderato successo non solo per i lavoratori tedeschi, ma anche per gli operai polacchi, baltici, ucraini. E la potenza produttiva non già tedesca, ma “europea”, sarebbe salita al vertice mondiale. Ma il progetto non piaceva alla plutocrazia americana. I tedeschi, confidando nella libertà economica, nel 1989 affidarono l'incarico all'economista Herrauser: egli saltò per aria con la sua macchina. Testardi, i tedeschi ripresero il progetto, e all'inizio del 1991 lo affidarono a Rohwedder: pochi giorni prima di partire per Wall Street, per presentarlo alla plutocrazia cosmopolita, tre colpi di fucile dal giardino lo freddarono nel salone di casa sua. E i tedeschi capirono: l'incarico venne affidato a una donna, parente d'un banchiere, che svendette quelle industrie agli americani. Dove doveva essere un grande proletariato europeo attivo e moderno, vivono oggi milioni di poveri mal sovvenzionati. La stampa diede notizia, “per un giorno”, dei due assassinî. Poi, e ora è passato più di un decennio, in tutto il mondo sull'evento vige il silenzio più sepolcrale. Ma la gente non sa, la gente non conosce, la gente non è informata. Che ne sanno, per esempio, gli europei delle condizioni nelle quali gli americani votano? Prima di andare a votare, essi debbono registrarsi. Una volta, per poter votare, dovevano dimostrare un certo reddito. Oggi, nella maggior parte degli Stati, non è più così. Ma il registrarsi comporta il presentarsi un certo tempo prima con un documento che costa decine di dollari. E i giorni di voto — numerosi per le molteplici elezioni per i Congressi e Senati statali, per i Governatori e i pubblici ministeri, e gli sceriffi, e i sindaci, e i rappresentanti scolastici, e per il Presidente e il Vicepresidente federali, e Congresso e Senato federali — sono scelti in giornate feriali non compensate dal datore di lavoro, in zone di voto studiate apposta per sfavorire le aree povere, con seggi che spesso possono esser raggiunti solo in taxi per le frequenti difficoltà dei mezzi. Il professor Graham Allison della Harvard University spiega, sul “New York Times” dell'11 marzo 1988: «I problemi... provengono da barriere nel nostro processo elettorale: procedure di registrazioni complicate; una moltitudine di giorni d'elezione per incarichi statali, locali e federali, e orari di voto scomodi... Oggi in alcuni Stati per registrarsi ci si deve presentare sino a trenta giorni prima di un'elezione in luoghi assai poco invitanti come gli scantinati di una prigione municipale...». E cosa ne sa ancora, la gente, delle leggi americane sulla repressione sessuale? A parte New York, San Francisco, Los Angeles e forse Las Vegas, l'esposizione del nudo è severamente proibita. Al di fuori di alcune grandi città, “mostrar le mucose” (“to show pink”) conduce all'arresto. Solo il 12 per cento degli americani vive in città di più che cinquecentomila abitanti: per l'88 per cento di loro il divieto, minuziosamente definito da sentenze della Corte Suprema, è rigoroso. Eccetto che nel Nevada, dove è un “business” statale, la prostituzione è proibita: arrestate le meretrici, arrestati i clienti. Los Angeles è la capitale mondiale della pornografia, con smercio prevalente all'estero, ma in quasi tutti gli altri Stati essa è vietata. L'adulterio — che in Europa può essere un discreto problema fra coniugi — in America porta all'arresto in 28 Stati: è forse questa una delle spinte al divorzio negli Stati Uniti d'America. E nessuno pensi che le leggi dei vari Stati non perseguano “tipi particolari” di pratiche sessuali — con pene variabili da mesi fino a 20 anni di carcere — “anche fra persone coniugate”. Tali leggi sono state dichiarate costituzionali dalla Corte Suprema nel 1986. Un certo James D. Moseley scontò 18 mesi di carcere effettivo dal 1988 per aver praticato sesso orale con la moglie Bette. E vi sarebbero casi peggiori, se io non trovassi disdicevole il presentare la lunga lista delle “sregolatezze” che la morale puritana dei vari Stati insegue e persegue con carcere o multe corrispettive. Un discorso particolare merita il cinema americano: mille condizionamenti — tecnici ed economici — obbligano Hollywood ad aderire pienamente alla Retorica di Stato, pur senza leggi formali di tipo sovietico. Basta in genere l'USIA, che controlla in anticipo i copioni e può censurarli, che ne esamina il doppiaggio, e stabilisce variazioni nelle immagini di nudi femminili, completamente assenti negli USA e consentiti nei film destinati a Paesi stranieri. Nelle pellicole americane non si vedono gli “slums” (le periferie cadenti delle vecchie città), né, nel loro insieme, i quartieri poverissimi o le tragiche distese dei “senzatetto”, e neppure riferimenti alla classe operaia o alle sue sedi di lavoro. Sono film che si concludono tutti, senza eccezione, con un fine lieto in accordo con la Retorica di Stato e alla positività dell'American Way of Life: nessuna differenza sostanziale con la produzione cinematografica sovietica fino a qualche anno fa: una grande macchina per la propaganda di Stato. Ma la gente, nel mondo, queste cose non le sa. Chi sa in Europa, oggi, che la maggioranza dei giovani adulti americani è circoncisa? Lo ha denunciato un ebreo, Edward Wallerstein, con “Circoncision. An American Health Fallacy”, edito nel 1980 dalla Springer Publishing Company. Secondo Wallerstein, gli ospedali eseguono l'intervento sui neonati di “routine”, e nel 1979 gli americani circoncisi erano l'85 per cento. La percentuale, che era del 25-35 per cento ad inizio secolo, cominciò a salire gradualmente nei decenni per raggiungere la quasi totalità attuale: è il “popolo eletto” del Vecchio Testamento. Ma l'“establishment” non desidera che si sappia, e l'USIA vigila perché film e stampa non propaghino l'informazione. È ormai un “carattere nazionale”. Meglio che resti in casa.
Allo stesso modo, la gente non sa, non conosce le grandi linee della politica estera americana. Giulietto Chiesa, come Tiziano Terzani, è un uomo di sinistra. Ma vede la verità. La vede perché, probabilmente senza accorgersene, sta smettendo di essere un illuminista. Quando si chiede perché «nessuno abbia capito la lezione dell'Iran», fa una domanda che a nessun illuminista potrebbe sfiorare il cervello: come si può pensare che un popolo senta così radicalmente i suoi valori tradizionali, e si attacchi a un Khomeini al quale le teste d'uovo dell'Occidente — sociologi, economisti, storici, statistici, politologi, tutti “liberals” di destra o di sinistra — non concedevano più che qualche settimana di potere? L'illuminista non può “capire” che nel cuore profondo dell'uomo alberghino valori che contano più della “vita”, della “libertà”, della “proprietà” — lasciando pure in pace quella famosa cosa che è la “felicità”. Vi sono passioni, esigenze naturali e indomabili, congenite da sempre e per sempre nell'uomo, pur diverse da gruppo a gruppo, da popolo a popolo, e quasi sempre ancorate agli altari delle proprie antiche religioni: la dignità dell'uomo, la sublime bellezza della femminilità, il coraggio dei giovani animosi, la saggezza dei vecchi, la fedeltà ai simboli e alle gerarchie morali, l'innocenza infantile, l'amore per la propria etnia. È questa la «lezione dell'Iran». Che è anche la lezione dei nazionalismi baltici, polacchi, ungheresi, romeni, ucraini, caucasici, riesplosi dopo lunghi decenni di una sanguinosa, martellante, scientifica “pulizia ideologica” antireligiosa e antinazionale. Ecco la «lezione». Bisogna tornare all'antica legge: «Paese che vai, usanza che trovi». Il villaggio globale è un'illusione. Possiamo e dobbiamo aiutarci tutti, nel mondo, ma che ogni popolo abbia “in realtà”, effettivamente, il diritto di autodeterminarsi. Chi non ci crede sono gli illuministi e gli “eletti da Dio”, mondialisti da sempre in nome del proprio potere. Illuministi ed eletti da Dio — e profondamente ignoranti delle cento civiltà degli uomini, da quella indoeuropea a quella cinese, dall'Islam, che è una grande realtà storica unitaria nonostante le pie illusioni del povero Brzezinski, al grande Oriente nipponico, all'India, alle Afriche e al povero Sudamerica neocolonizzati — come gli imperialisti anglosionisti, armati della guardia pretoriana d'America e dell'antemurale d'Israele, e pensanti attraverso il “ponte di comando“ del Council on Foreign Relations. Il nemico dell'uomo è il neo-illuminismo. Ma noi, che non siamo illuministi, crediamo ai “diritti dei popoli”. Crediamo al diritto della Serbia di risolvere i suoi problemi in casa sua, al diritto dell'Iraq di restare padrone di casa sua, a quello della Cina di crescere e irrobustirsi, a quello del Giappone di restare se stesso, a quello dei sudamericani di ritrovare la libertà, a quello dell'Europa di farsi una realtà etnicamente, economicamente e militarmente unita. De Gaulle, il più grande statista europeo del dopoguerra, era un cattolico antiilluminista. Speriamo che Putin — che forse è un ortodosso — sia ugualmente un antiilluminista. E sia un buon europeo. Ma l'America è “antieuropea”. È antieuropea perché “mondialista”. Quindi è imperialista. Ma l'idea dell'Impero non è — come vorrebbe Chiesa — dell'11 settembre del 2001. Noi, che siamo vecchi antiamericani, ne parliamo da decenni. Ma da un secolo buono ne parlano anche loro. Intendo dire gli americani. Anzi, gli Americani. Il 9 gennaio 1900, in un discorso al Congresso, il senatore federale Albert J. Beveridge affermò: «Le Filippine sono nostre per sempre, “territori appartenenti agli Stati Uniti”, come li chiama la Costituzione. E appena al di là delle Filippine ci sono gli illimitati mercati della Cina [...] e grati a Dio Onnipotente del fatto che Egli ci ha scelto come popolo eletto, e perciò come leader della rigenerazione del mondo [...] La potenza che controlla il Pacifico è la potenza che controlla il mondo. E, con le Filippine, quella potenza è, e per sempre sarà, della Repubblica americana [...] E fra tutte le razze Dio ha scelto il popolo americano come sua nazione eletta per condurre alla finale rigenerazione del mondo. Questa è la divina missione dell'America, che tiene in serbo per noi tutto il profitto, tutta la gloria, tutta la felicità possibile all'uomo». Per i plutocrati americani. Oggi, l'idea dell'Impero può apparire nuova a qualcuno che non è mai stato antiamericano, e ha sempre creduto che gli americani sono buoni, generosi, pacifici: in sostanza, a un neo-illuminista. O forse, l'unica cosa nuova è l'autocoscienza dell'Impero, è la fine di una cosiddetta “civiltà giuridica mondiale” che la repressione militare americana in Afghanistan, e Guantanamo Bay, e la “rivoluzione penale” di Bush contro i terroristi, i tribunali militari segreti, e la tortura, e la fine dell'ONU, e il rifiuto di Kyoto portano con sé? Ma questo per noi non è affatto nuovo: l'America è da sempre una “plutocrazia”, e di democrazia non ha mai avuto bisogno. Anzi, a ben guardare, è da sempre una “teocrazia”. Che poi parlasse di democrazia, e di libertà, e di progresso, e di pace per convincere i popoli a servirla, e intanto conquistare il Centroamerica, asservire il Sudamerica, controllare il Pacifico, armare l'URSS contro l'Europa, reprimere la ribellione fascista, soggiogare il Giappone, eliminare i colonialismi europei dal mondo, bene, questo era l'“astuzia” naturale di un potere al quale la “forza”, allora, non bastava. E tutte le sue guerre avevano pur sempre una buona ragione: la loro natura selvaggia per i pellerossa, l'inferiorità razziale per i negri, l'antischiavismo per il Sud, l'incrociatore “Maine” per la Spagna, i marinai americani del “Lusitania” per la Prima Guerra Mondiale, Pearl Harbor per il Giappone, l'“incidente” del Tonchino per il Vietnam, l'occupazione del Kuweit per il Golfo. Ma ora, la Superpotenza con la quale aveva diviso il mondo in due a Yalta, è morta di morte naturale. Dal 1991 l'America, anche formalmente, è una potenza egemone mondiale. Ora può usare solo la “forza”. Ma essa resta quel che era: il suo manifesto Destino è la conquista del mondo. All'insegna della “arroganza” e della “ipocrisia”. Giacché l'astuzia, ogni tanto, può servire ancora: è un mondo nel quale la gente vota per i “camerieri” — cioè i politici — mentre nessuno vota per i “padroni”, cioè i banchieri.
Certo, la Cina cresce. E non obbedisce. Anzi, ogni tanto fa la voce grossa. E l'Islam, anche se di fronte agli USA non è un dragone, è sicuramente un covi di serpenti. Di dove viene l'11 settembre del 2001? Un attentato brutale, improvviso, violento contro il cuore stesso del potere plutocratico americano. Chi può essere stato se non Bin Laden? Ho letto molto su quell'attentato: giornali, riviste, libri. Ho letto “L'incredibile menzogna” di Thierry Meyssan, “11 settembre: Colpo di Stato in USA” di Maurizio Blondet, “La guerra infinita” di Giulietto Chiesa, avevo letto da poco l'interessante libro sull'America di John Kleeves, “Un Paese pericoloso”. Ho seguito centinaia di trasmissioni e dibattiti sull'argomento, di destra e di sinistra. Le conclusioni, a distanza ormai di un anno dall'evento, lasciano disorientata la ragione di un osservatore attento e sicuramente obiettivo. Riferiscono Meyssan e Blondet che due addetti all'Ufficio ricerca e sviluppo e di vendite internazionali dell'ODIGO — un'azienda situata nei pressi delle Torri Gemelle e con sede in Israele — ricevono all'alba un messaggio da un autore ignoto. Oggi, a distanza di un anno, non se ne sa più nulla. Tra il 6 e il 7 settembre vengono acquistate 4.744 “put options” dell'United Lines, e il 10 settembre 4.516 “put options” dell'American Airlines. Sono acquisti di molte centinaia di volte superiori alla norma, e riguardano solo le due compagnie vittime dell'attentato. Nei tre giorni precedenti l'11 settembre, 2.157 “put options” della Banca Morgan Stanley Dean Wittor & C., che occupava ben 22 piani del World Trade Center, vengono anche acquisiti. Sono speculazioni di milioni di dollari. E nessuno sapeva quel che poteva essere accaduto di analogo nelle sedi giapponesi o europee. Problemi militari più tecnici riguardano i tempi di informazione, messa in opera e velocità dei caccia che avrebbero dovuto affrontare gli aerei pirata (tutti “in ritardo”, tutti “lontani”, tutti “lenti”). E infine il Pentagono, colpito da una fusoliera — e le ali? — e forse povera di carburante: le dichiarazioni dei testimoni, ufficiali e parlamentari, sono descritte come “fandonie” da Thierry Meyssan. Bush sparisce per un giorno, sul suo aereo speciale: teme un attentato alla sua persona, o un golpe interno? Dà resoconti sulla vicenda che vibrano tra menzogna e disordine mentale. Il tutto in un evento tragico che uccide tremila persone, sconvolge l'America e divide il mondo in due. È passato un anno. Degli eventi tecnico-militari e spionistici, connessi alle attività petrolifere di Bush e ai contatti di Bin Laden e suoi familiari con lui e con la CIA non si sa assolutamente niente. Eppure è stato Bin Laden, è stata Al Qaeda, e la loro sede è in Afghanistan. Del piano americano “pronto da mesi”, che coinvolge Georgia ed Azerbaigian, e Mar Caspio, e Afghanistan, e tragitto petrolifero al mare, e postazioni militari americane nei Paesi islamici asiatici ex sovietici, in fondo, a fondo, non ne parla nessuno. Come nessuno parla delle centinaia di agenti israeliani, in parte esperti di esplosivi, travestiti da studenti e arrestati dopo l'11 settembre. Interrogati, rispediti in Israele, chiusi nel silenzio tombale. È la solita America: silenzio, omertà mediatica, ribellione di pochi pazzi liberi. La gente non sa, la gente non conosce. Ma le truppe americane in Pakistan, in Afghanistan, nelle Filippine ci sono, e così le basi aeree e missilistiche in Uzbekistan, in Turkmenistan, in Kirghizistan. I comandanti di due delle dodici portaerei americane, la “Kennedy” e la “Hawk”, sono stati rimossi per “incapacità”. Sono due fra i massimi gradi per ufficiali piloti americani — vengono infatti dall'aeronautica i comandanti di portaerei — e le attività militari in zona “operazioni”, mentre riprendono i grandi attentati in Afghanistan e si prepara — per cominciare — l'attacco all'Iraq nella ostilità del mondo, devono essere garantite al massimo della efficienza: quando si perde una giornata per insipienza, si finisce in rotta con la Bibbia. Giacché l'America non può che continuare ad essere se stessa. E quindi “a fare la guerra” perché la sua plutocrazia — il “ponte di comando” — continui a guadagnare. O così a credere.
Quanto discusso finora, per un uomo sveglio, intelligente e libero — non “fideisticamente” illuminista dovrebbe avere chiarito che l'America è un «Paese pericoloso», per dirla alla John Kleeves. E che lo è da sempre. Ma per chiarire meglio le cose, voglio riprodurre qui la chiusura di un mio pezzo del 1990, con qualche insignificante modifica di recente aggiornamento cronologico. È la breve storia del mondo nell'ultimo dopoguerra dominato — col concorso inconsapevole di un'URSS subordinata — dalla egemonia americana.
Fra il 1939 e il 1945, il vertice di potere del Sistema — vale a dire il “ponte di comando” — riuscì a raccogliere, dopo una sotterranea preparazione di anni, una coalizione invincibile per numero di uomini, per risorse materiali e mezzi tecnici, per estensione marittima e territoriale, e la scatenò contro popoli dell'Europa e dell'Asia Orientale che, politicamente ed economicamente, stavano al di fuori del Sistema. In effetti non vinse, ma stravinse. Suo obiettivo infatti non era una vittoria che ridimensionasse o neutralizzasse l'avversario, ma l'annientamento, la “debellatio” dei popoli nemici e dei loro Stati. Per poter fare questo, il nemico venne dichiarato bellicista, sanguinario, demoniaco. Naturalmente la Coalizione pretendeva di rappresentare la realtà morale opposta: il Bene, la Giustizia, ma, soprattutto, la “Pace”. La pace “definitiva e perpetua”. I principî degli uomini che dettarono le norme e gli istituti del nuovo ordinamento del mondo erano semplicemente fantastici: libertà e uguaglianza fra tutti gli uomini, autodeterminazione dei popoli, decolonizzazione, ragionevolezza, benessere, felicità, amore per l'intera umanità. Ma soprattutto, ancora una volta, “pace”. Per quello avevano spinto la guerra fino alla “debellatio” dei nemici, per quello avevano chiesto all'intera umanità di sacrificare qualche milione di morti in più. O decine di milioni. Se la pace “condizionata” che gli europei ormai chiaramente perdenti avrebbero accettato con entusiasmo nel '43 e forse già nel '42 — e che ancora in vantaggio su tutti i fronti già offrivano nel '40-'41 — fosse stata proposta o accettata dalla grande Coalizione demo-umanitario-pacifista, quegli immensi fiumi di sangue non sarebbero mai corsi fino alla rossa foce di Yalta. Ma la macchina della propaganda demo-umanitario-pacifista del Sistema diceva che valeva la pena — visti gli obiettivi di alta giustizia e, soprattutto, “di pace definitiva nel mondo” — che quel sangue ancora corresse. E a Casablanca, ufficialmente, gli umanitari pacifisti decisero: guerra “totale”, fino in fondo, ad “annientamento” dell'avversario. Così “convinsero” i loro a continuare a morire ed uccidere, e “costrinsero” gli altri a continuare a morire ed uccidere. Bene, tiriamo le somme. L'“era di pace” cominciò nel 1945. Ma ogni tanto, è naturale, per “perfezionare” l'assestamento del nuovo ordinamento pacifico, era necessario un ulteriore piccolo sacrificio. Così milioni di tedeschi, ungheresi, baltici, croati, slovacchi, georgiani, ucraini, cosacchi, tartari, istriani, dalmati venivano o spostati come animali a smisurate distanze, o consegnati ai loro più feroci nemici: quindi, macellati o lasciati morire. Violenze così gravi vennero consumate sui vivi, che essi spesso invidiarono i morti. Intanto, i raziopacifici promotori del nuovo mondo felice incassavano i loro crediti, o banchettavano con la gioconda coscienza del giusto. Morivano però, massacrandosi fra loro nella ricerca della sistemazione prevista dalla logica dei Benefattori, milioni di indù e di musulmani, e migliaia di greci, comunisti e monarchici. Poi, gettati fuori dalle case dei padri, morivano migliaia di palestinesi, e a centinaia di migliaia eran cacciati dalla loro terra o sottomessi da un invasore straniero. Ancora, in Cina, in Corea, in Birmania, in Indonesia, e poi in Vietnam e Cambogia, milioni di asiatici furono immolati sull'altare della pace di Yalta. Più tardi, cacciati gli europei dall'Africa, a milioni cominciarono a morire — di carestie, di epidemie, di guerre tribali, di “modelli di sviluppo” occidentali — anche gli africani, assorbendo nella sabbia dei loro deserti i fiumi di sangue algerino e francese. Toccò, naturalmente, anche ai sudamericani: fame, rivoluzioni, golpe, controrivoluzioni: Brasile, Argentina, Cile, Uruguay, Perú, Ecuador, Colombia. Poi i centroamericani: da Cuba al Guatemala, al Salvador, al Nicaragua. E mentre ininterrotta, per mano israeliana, continuava e si estendeva l'usurpazione della terra e l'alienazione del popolo palestinese, paradisi di pace come il Libano si trasformavano gradualmente in mattatoi, e i vari servi dei Signori della Pace — i Bao Dai, i Reza Pahlevi, i Marcos — governavano nel sangue finché, fattisi inutili ai Signori, cadevano nel sangue. E si consumava il genocidio biafrano, e il fratricidio congolese, e quello angolano, e il sacrificio eritreo. E la cancellazione del mite Tibet, e tre tragici conflitti indo-pachistani, e la faida greco-turca a Cipro. Naturalmente, incessante, continuava lo stillicidio di sangue palestinese, a far da sfondo a tre cruente guerre arabo-israeliane. Finché, d'improvviso, con la copertura-spese dei Vati del mondo di Pace, l'Iraq attaccava l'Iran di Khomeini: anni di sangue e di dolore, milioni di morti. Poi la brutale invasione sovietica dell'Afghanistan — il Vietnam rovesciato — e la inconclusa guerra fratricida. Sullo sfondo, sempre inarrestabile, il sanguinoso martirio palestinese. E le guerre civili filippine, indiane, birmane, cambogiane. Poi la guerra delle Malvine: una lezione di efficienza bellica impartita da democratici pacifisti a militari guerrafondai. E la strisciante lotta di liberazione irlandese, e quella basca, da anni represse nel sangue e nelle galere. Ancora, l'arrogante invasione americana di Grenada e Panama, mentre pei paesi di mezzo mondo esercita liberamente la sua guerra di corsa, a eliminare e rapire avversari, il Mossad israeliano, “maître-à-penser” di tutti gli strateghi del terrorismo d'alto bordo. Con l'amarissima, cruenta guerra civile d'Algeria. Ora, l'ultima conquista — fiore all'occhiello dell'Era di Pace apertasi nel 1945 —: costretti alla ragione i soperchiatori razzisti sudafricani, è finalmente scoppiata la libertà per i poveri neri di quella terra: il conto dei morti per ora non è necessario. Mentre ancora e sempre, inesausto, scorre il sangue palestinese. E per porre il suggello alla Felicità garantita dai Vati, una grande coalizione manda i figli a uccidere e morire nelle acque e sui deserti del Golfo per un ordine mondiale che sarà davvero, questa volta, durevolmente pacifico. Si paga qualche alleato in dollari, se ne compra un altro con un po' di sangue cristiano, se ne tacita un altro ancora con la intangibilità dei suoi privilegi feudali. Ma l'Iran che guarda e aspetta ferma la guerra a metà. Saddam Hussein è ferito, ma il suo popolo resta con lui. L'URSS non c'è più: c'è la Russia. Molti popoli tornano liberi. Il Vietnam e l'Afghanistan han piegato i due eserciti più forti del mondo: ora i Signori son più Signori di prima. Adesso l'invulnerabile America — l'America che per decenni ha bombardato il mondo senza aver mai ricevuto una bomba — è d'improvviso colpita, nel cuore e nel popolo, dal più duro attentato della Storia. Il mondo è commosso, e si inchina alla nuova Coalizione. L'Afghanistan trema nel sangue sotto le bombe dell'Occidente, ma l'America resta senza vittoria. Oggi il nemico è ancora l'Iraq, con la benedizione di Israele che continua a edificare nel sangue la “pax judaica” in terra di Palestina. Mentre i dimenticati morti di Dresda e di Hiroshima, delle fosse di Polonia e d'Ucraina, delle foibe del Carso e dei Gulag di Siberia, delle barricate di Budapest e di Praga, muti danzano a milioni nella penombra dello sfondo, poveri fantasmi senza nome e senza memoria. Ma quando capiranno, i popoli del mondo? _______________ (*) Medico chirurgo neuropsichiatra. (1) Rara è la spada senza la sua Bibbia. (2) Legge votata dal Congresso nel 1964. |
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