RICCI BERTO

Littoriali... e premi letterari

(da “L'Universale”) (a cura di Benedetto Brugia)


Berto Ricci (1905-1941)La decisione presa dal Segretario del Partito, di ammettere, s'intende con le debite prove preliminari, la gioventù fascista tutta, senza distinzione di studi, ai Littoriali della cultura e dell'arte trascende la stessa entità di questi ed ha una portata storica. È sancita così la fine del più assurdo e meno civile dei classismi: il classismo intellettuale. Il quale non poteva, nell'Italia delle Corporazioni, se non subire la sorte di quello padronale e di quello operaio. All'Università italiana, oggi, non più il compito anacronistico di preparare la casta dei laureati ma quello immensamente superiore di raccogliere intorno a sé le forze vive della nazione nell'ordine intellettuale; non più seminario di Mandarini ma centro d'energie. Agli altri seguir l'esempio, non già nel senso di una “svalutazione dei titoli di studio”, che saremmo noi i primi a combattere, ma sì in quello di aprire le porte a tutto l'ingegno fascista “quali che siano i suoi titoli”. Per dirne una: il Sindacato Giornalisti si vuol decidere ad abolire la buffa clausola che prescrive l'obbligo della licenza liceale (o altro equivalente diploma) per aver l'onore di appartenere ai suoi albi, escludendo così da questi degli scrittori autentici che gli farebbero onore per davvero forse più di gran parte del vasto popolo professionale? Ci pensi, il Sindacato; e nomini magari una commissione.

Non le sorridenti rabbiosette apologie e neppure l'alta autorità di Lando Ferretti in materia letteraria possono convincerci che gl'infiniti premi Bagutta, Accademia, Pacchia, La Cervia, La Nave, La Vigna, Viareggio, Goncourt, San Remo, Ospedaletti e ritorno siano cose serie; che da quelli possano venir fuori le così dette rivelazioni o tanto meno indicazioni attendibili. Via, via, spassosi signori, se si tratta di far quattro brindisi, di vedere un po' di mare e qualche bell'arista femminile, possiamo starci anche noi, che non siamo né frati, né santi laici. Ma che tutto questo abbia a che vedere con la poesia, col romanzo, con l'Italia del Littorio e di Littoria; che si debba parlarne con compunzione, e scappellarsi anche; che da commissioni dove i dinamici analfabeti si sommano ai giornalisti sguatteri e ai letterati marciti, e a una mondanità di mangiapane e di mantenute, d'autorelli leccapiatti e leccapiedi, di critici romani e relativi bei pezzi di moglie, possa discendere una qualsiasi investitura all'arte italiana, al pensiero fascista: via, via, non facciamo scherzi. E in taverna co' ghiottoni: ma saperci stare.

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Agosto 1934


 

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