RICCI BERTO

Risposta all'ultima Enciclica

(da “L'Universale”) (a cura di Benedetto Brugia)


Berto Ricci (1905-1941)Alcuni normalissimi provvedimenti di polizia presi dallo Stato contro certe associazioni che si dicevan cattoliche ed erano antifasciste hanno suscitato prima veementi proteste e insinuazioni nei giornali di parte bianca, poi il divieto ecclesiastico delle processioni in Italia e molti telegrammi di simpatia dall'estero riprodotti quasi a sfida dall'“Osservatore”, e infine la nota Lettera Enciclica datata dal 29 giugno, divulgata prima fuori confine con ogni mezzo e anche con corrieri speciali, e resa pubblica nel Regno con sei giorni di ritardo. Si è voluto dunque che la bomba scoppiasse anzitutto oltre frontiera, aizzasse contro di noi l'odio vigile dei fuoriusciti e rinnegati, dei barbari cupidi, dei socialisti e massoni d'Europa: e ciò in una forma che rivela chiaramente come il Pontefice si consideri in istato di guerra con l'Italia. Il tono della lettera è polemico nella più buffa maniera, e ci rattrista vedere il Sommo Capo d'una grande religione ricorrere a' gesti e a' modi d'una ciana che letichi. Il testo offre parole e frasi di questo genere: “campagna di false e ingiuste accuse” - “bufera devastatrice” - “acquiescenze e connivenze delle Autorità” - “sistematici attentati” - “calunnie” - “iniquità” - “odiose sorveglianze, delazioni, intimidazioni” - “persecuzione” - “parricidio”. Vi si parla di pretesti inventati, d'imposizioni sofferte dalle autorità religiose, d'irriverenze “empie e blasfeme”; vi si accusa il Fascismo di proseguire il programma della massoneria; vi si “constata” (brutto francesismo, Santo padre), che si è voluto colpire l'Azione Cattolica in quanto tale, non come avanzo di “pipismo” e insidia al Regime, ché anzi è innocente e candida come una colombella, e non pensa altro che a sgranocchiarsi il rosario; vi si fanno poi intravedere con indicibile tenerezza paterna e cristiana unzione, chissà quali conseguenze e pericoli per via del nuovo dissidio. Ciò dimostra a sufficienza che il Papa s'è buttato ormai allo sbaraglio contro l'Italia di Mussolini. Bisogna essergli grati d'averlo fatto forse tardi, ma non troppo tardi; di non aver seguitato ad alimentare un equivoco triste. I miliardi li prese: buon pro. La gioventù italiana non gli spetta, e non l'avrà perdio.

Ad altri ora il ribatter l'epistola pontificia, documenti alla mano: essa è già di per sé un tal documento, che ne val mille. E appartiene alla storia di quella decadenza cattolica, di quell'indebolimento reale, spirituale, della Chiesa di Roma, ch'è da tempo un fatto certo, e che non ci fa allegri, perché noi non siamo esaltati bruniani o mangiapreti; anzi ci rende pensierosi. Dicevamo già nel numero scorso di questo giornale che il cattolicismo ci pareva divenire una fede sempre più a fiori di pelle, legata a pratiche esterne (da notare che anche nell'Enciclica in questione si dà nome di “pratiche” esterne alla Messa e ai Sacramenti: ed è un po' grossa, considerato da che pulpito viene), legata a una piccola, spicciola morale. Dicevamo anche, all'incirca, che il clero d'oggi sembrava a noi alieno sì dal male, e in generale abbastanza onesto e scrupoloso, salvo gli umani vizi di alcuni suoi ministri, scusabili del resto secondo il nostro poco giudizio umano. Alieno sì dal male, ma anche incapace di bene, per lo meno di quel bene caldo, intrepido, che s'impara nel Vangelo. Gente insomma rispettabile e mediocre: mediocre non solo d'ingegno, il che non conterebbe, ma d'animo, e questo è molto. A noi per esempio ha fatto pena, proprio come uomini più ancora che come battezzati, il cardinale spagnolo Segura che vista la mala parata se la dà a gambe (salvo a ritornar poi al primo spiraglio di sereno) e lascia i repubblicani a bruciar conventi e i conventi a farsi bruciare dai repubblicani. Episodi, già: ma tutto o quasi tutto il cattolicismo oggi non è un po' Segura? Diciamolo francamente: noi non ci spaventeremo tanto di un clero macchiato di lussuria, di simonia, di ferocia, quanto ci preoccupa questo esercito di impiegati in tonaca, irrimediabilmente malati di mal borghese. È nel peccato una grandezza, un principio forse di santità: nell'inerzia dei borghesi e mediocri non c'è che buio. Una volta immersi selvaggiamente nella vita terrena, ma avvinghiati anche, a baleni, dal pensiero della futura; oggi estranei all'assenza di questa e di quella, affaccendati a radunar tessere e parare altari. Una volta briganti, stupratori, bestemmiatori, concussionari, ma anche santi ed eroi e guerrieri; oggi, quando impiegati o piccoli risparmiatori con le ciabatte e il fuoco a letto, quando cospiratori ipocriti, bigi, occulti.

Non sappiamo, né vogliamo qui indagare se questa decadenza sia irreparabile, benché essa presenti molte, troppe somiglianze con quella dei culti antichi a circa settecento anni dalla fondazione di Roma. Certo, le religioni s'avvicendano, e ne scrisse qualcosa Giuseppe Mazzini (il profeta è nostrale: ché non ci abbiano ad accusare di luterani intedescati o teosofi o chissà quale altra diavoleria): certo, la storia insegna, a chi voglia imparare. Ma a noi per ora non interessa che il valore politico del conflitto, inutilmente negato nell'Enciclica la quale afferma che «la battaglia non è politica, ma morale e religiosa; squisitamente morale e religiosa». Diamine! Avete paura che si voglia far l'Italia protestante? Ma se i protestanti siete quasi voi: voi, col vostro sbandierato puritanismo contro le moderne corruzioni; voi col ripudiare quella romanità attraverso la quale il Cristianesimo assorbito l'oro imperituro della civiltà antica diventò Cattolicesimo romano; voi col vostro seminare di smorte lampadine elettriche le facciate delle chiese del bel Rinascimento; come fossero banche o alberghi diurni; voi con la vostra “YMCA”, che chiamate Azione Cattolica, e col vostro sonar di soldi nelle basiliche; voi infine co' vostri cinema educativi morali e tutte l'altre rimpasticciature d'una modernità mal digerita da chi quattro secoli fa fiutava l'eresia nel divino spirito inquieto di Colombo e di Leonardo, e appena cent'anni or sono scorgeva nella locomotiva un'invenzione del diavolo. Vi siete adattati a' tempi, goffamente o con la precipitazione di chi affoga; non c'era un giorno da perdere, il protestantesimo vi faceva la concorrenza. Diveniste così modernisti anche quando condannavate il modernismo; la vostra storia ultima è un continuo copiare le opere dell'Anticristo. Voleste la vostra democrazia, la democrazia cristiana; il Risorgimento non vi piaceva ma il socialismo v'interessò; ne nacque, carezzato mostricino, il partito di Sturzo e di Miglioli. E non era in voi né l'immobilità antica, grandiosa e severa e degna in fondo d'ammirazione anche se nemica di civiltà e odiata da' civili, né un luminoso mettersi a capo de' popoli sì che il progresso materiale diventasse strumento di gloria cristiana: ma un seguire per timore di perdere, un conformarsi cieco, un imitar di lontano e su scala minore, una tattica di cortile. E voi credete, o sottilmente vorreste dare a credere, che l'Italia pensi oggi a una Riforma? Se riforma italiana ci sarà non sarà quella di Wesley e di Calvino, profeti troppo distanti dal nostro sole, ma quella di Cola di Rienzo e anche, “pace vestra”, di Dante e della “Monarchia”.

Ma voi parlate di «statolatria pagana» (così dice l'Enciclica, anzi precisamente dice: «Or eccoci in presenza dii tutto un insieme di autentiche affermazioni e di fatti non meno autentici, che mettono fuori di ogni dubbio il proposito, già in tanta parte eseguito, di monopolizzare interamente la gioventù, dalla primissima fanciullezza fino all'età adulta, a tutto ed esclusivo vantaggio di un partito e di un regime, sulla base di una ideologia che dichiaratamente si risolve in una vera e propria statolatria pagana non meno in pieno contrasto coi diritti naturali della famiglia che coi diritti soprannaturali della Chiesa»). Sentite: l'Italia non è più quella di Franceschiello, non è più quella del chierico e del barone, voi non l'avete capito? Essa è un popolo armato e civile tra armati e civili; sente, fra le difficoltà enormi che il mondo soffre nell'ora attuale (difficoltà economiche, diplomatiche, difficoltà soprattutto spirituali e morali), sente imperiosamente, santamente l'obbligo di provvedere alla salute sua, ch'è salute dei popoli; d'apprestarsi al raggiungimento del primato, senza il quale tutto il sangue sparso in cento battaglie da Gavinana a Fiume, da Legnano al Piave sarà stato sangue inutile, sangue tradito. E vuol che la gioventù sia sua, suo ornamento e baluardo e pegno d'avvenire. Che nei circoli diocesani ci sian più santini di gesso che aria aperta e palestre di ginnastica e di vita; che non sia logico attendersi di lì una gioventù animosa, pronta, fiera; tutto questo è verità: ma non questo ha indotto l'Italia fascista a levar di mezzo quelle congreghe, e voi lo sapete. È stato invece l'accertare che là dentro il nome di patria era messo in un cantuccio, e tirati fuori tutti gli ammennicoli vecchi d'un “pipismo” bacato, istigati gli animi alla diffidenza e al rancore verso il Regime, preparate le insidie, seminati lo scontento e l'odio; anche questo voi sapete e inutilmente negate.

E l'Italia non è più neanche quella sartina tra dame superbe, che tremava ad ogni vostro approccio o complimento coi Bismarck e coi Loubert d'Europa. Per questo voi minacciate invano, voi sperate invano: nessuno dei partiti cattolici stranieri muoverà un dito per la crociata. Hanno da divider parlamenti e governi con socialdemocratici e massoni e tutte le altre membra d'Anticristo: hanno assai gatte da pelare, perché gli venga voglia di cacciarsi in quest'altro pelago. Telegrammi: quelli costan poco.

Ma che è questo, di fronte al ridicolo di paragonare il dissidio odierno alla persecuzione di venti secoli fa, alla crocifissione di San Pietro (anche a ciò è arrivata l'Enciclica); di fronte al consiglio dato a' giovani di aggiungere restrizioni mentali al giuramento fascista, perfezione davvero, questa, di gesuitica sottigliezza? Qui si va nella commedia: ma una triste commedia. E la conclusione è che di là c'è una volontà determinata a sconfessare la Conciliazione, perdere il ben d'un anno in una bestemmia, riaprire la vecchia guerra; di qua un popolo che accettò esultante la pace e accetterà sereno qualunque ostilità. Badate dunque che la partita è seria e l'Italia fascista non torna su' suoi passi. Ella ha da servire la sua grandezza e da compiere la sua storia: col Papa se Dio vuole, contro il Papa se Iddio vorrà.

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Luglio 1931  


 

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