RICCI BERTO

Manifesto realista

(da “L'Universale”) (a cura di Benedetto Brugia)


Berto Ricci (1905-1941)Alcuni Italiani, sazi di sentir parole, e desiderosi d'un ritorno italiano alle idee, ritengono utile esporre il loro pensiero su cose di qualche interesse presente e futuro. Questo manifesto non è perciò che una franca espressione d'opinioni fortemente sentite, delle quali alcune coincidono con princìpi ormai stabiliti in Italia e in via d'affermarsi anche fuori, altre sono controverse: né le prime si danno qui come novità, né le seconde come suggerimenti a nessuno. Più cercatori di verità che recitatori di catechismi, e accomunati da questa ricerca e dal dispregio della facile sapienza che si sbriga de' massimi problemi con frasi usate, i firmatari trovandosi d'accordo su alcuni punti essenziali ne danno notizia a chi come loro si pone oggi domande rigorose e si sforza di trovarvi risposta. E in primo luogo affermano che secondo ogni apparenza l'odierna crisi spirituale e pratica di molti popoli è crisi di civiltà, e sta ad indicare la decadenza della civiltà occidentale nei suoi aspetti di nazionalismo e di capitalismo, nonché in quello più antico e solenne di cristianesimo.

È prova della decadenza del nazionalismo il suo stesso acuirsi morboso al servizio di nascosti interessi negli Stati più forti e di più remota formazione, e l'esasperarsi degli egoismi nazionali sul piano diplomatico e militare in contrasto col crescente universalismo dell'intelligenza e dei costumi; il suo ricorrere a trappole pacifiste per garantire ai profittatori di Versailles il predominio.

Dimostrano la decadenza del capitalismo la crisi generale delle industrie e dei mercati, la guerra doganale e lo sciovinismo economico, la disoccupazione come stato permanente di folle, il tracollo delle grandi e piccole aziende divenuto normalità, il deprezzamento della stessa proprietà agricola e il definitivo struggersi di patrimoni di vecchia data, l'impotenza dei cosiddetti “cartelli” e forse la loro medesima costituzione, la frequente impossibilità di smercio delle materie e delle manifatture, la difficoltà e spesso l'impossibilità di giovarsi degli sbocchi esistenti, la svalutazione della mano d'opera determinata dal progresso meccanico in una società inetta e restia a farne l'uso migliore, l'ingigantirsi numerico della burocrazia a tutto scapito del lavoro, l'agglomeramento sterile e malsano nelle grandi città, lo squilibrio tra una produzione progredita a dismisura e una distribuzione sociale e internazionale rimasta indietro di secoli, l'intervento inevitabile degli Stati nell'economia privata.

Dimostrano la decadenza del cristianesimo: l'attenuarsi del sentimento del peccato negli uomini, la presa sempre minore che hanno i princìpi cristiani sulla vita degl'individui sia credenti che no, l'affievolimento del concetto di trascendenza nello spirito umano quando non si riduca a spicciola superstizione e bigotteria, il clero sempre più abbassato a mestiere, l'imborghesirsi di quello secolare e la sua stessa correttezza esteriore che ne fa una classe di stipendiati incapace ugualmente di grandi virtù, il distacco d'una società nominalmente cristiana dagli apostoli delle missioni e dai martiri delle persecuzioni, il degenerare della maschia bontà evangelica in una gelida irreprensibilità al di qua del bene e del male, il trionfo della moda pubblica e impura di beneficenza sul precetto individuale e austero di carità mentre già si afferma come valore sociale superiore a entrambi quello di solidarietà; la promessa e non raggiunta conciliazione tra dogma cattolico e scienza e pensiero moderno; la disperata siccità e la depravazione intellettuale delle chiese protestanti; infine il palese prevalere quasi dappertutto del potere pratico e spirituale dello Stato sul potere pratico e spirituale della Chiesa di Roma, e delle altre che meno legittimamente si nominano da quella religione: tanto da rendere oggi pazzesca l'ipotesi, ieri ancora verosimile e varie volte avverata, di moltitudini cristiane accorrenti in difesa del papa o della fede colpita come in Russia e nel Messico.

Concludiamo perciò che i sintomi di declino della civiltà occidentale investono il nazionalismo, il capitalismo e il cristianesimo; che questo triplice decadimento è sensibile nella crisi presente, la quale non si risolverà nel sistema ma oltre il sistema, cioè oltre il nazionalismo, oltre il capitalismo, oltre le degenerazioni storiche del cristianesimo.

Rileviamo a tal proposito quanto sia transitorio, e da riferirsi più che altro al secolo passato, il concetto stesso di mondo occidentale come ambiente chiuso e vivente a sé; e come sia da reputarsi probabile che alla civiltà futura collaboreranno genti d'ogni razza e d'ogni Paese.

I sottoscritti escludono però che la società e la civiltà avvenire abbiano a fondarsi sul comunismo russo o sul gandhismo indiano, essendo il primo nient'altro che il contraccolpo locale e temporaneo della rapida rovina d'un feudalismo mitigato, e il secondo un impulso tradizionale non adattabile ad altro clima. Pure apprezzando l'immenso valore dei due fenomeni e la parte indubbia che avranno nella prossima storia del mondo, come pure il necessario e già visibile apporto che a questa daranno altre razze, essi sono convinti che tutte queste energie variamente modificate e incanalate dagli eventi e dalle necessità dovranno far capo all'Italia e alla rivoluzione fascista, rivoluzione imperiale, centro d'una imminente civiltà non più caratteristica d'un continente o d'una famiglia di popoli, ma universale.

Credono quindi che sia grave errore definire il Fascismo come salvatore della civiltà d'Occidente, anziché venuto a darle morte serbando di lei unicamente il cardine eterno, e cioè il rispetto e la funzione della personalità umana: principio mediterraneo, anteriore al cristianesimo, e dal cristianesimo accolto come sopravvivenza imperitura di paganità fino ad esser ripreso dal Rinascimento italiano. Vedono nell'universalismo un moto fatale della storia contemporanea, accresciuto senza più possibile freno dal moltiplicarsi degli scambi e dal progresso delle scienze; e sono persuasi che l'unione dei popoli sarà attuata dall'Impero fascista con le armi della pace e della guerra, nonché col concorso di tutti i lieviti rivoluzionari oggi in azione nel mondo. Vedono cioè nel Fascismo, di là da ogni contingenza provvisoria, un moto cosmopolita come sono le cose d'Italia, assimilatore e unificatore di popoli. Ripudiamo dunque come arretrato ed equivoco il linguaggio di chi vocifera di romanità secondo una ristretta visuale nazionalista d'origine non certo italiana, del tutto contraria alla missione di Roma, che non è quella di contrapporsi ai barbari ma di farli cittadini. E osservano con particolare soddisfazione come sia fallito senza rimedio il proposito d'inserire la Rivoluzione fascista nel quadro d'un ridicolo legittimismo europeo rimasto a sognare Sante Alleanze per uso di pochi maniaci del principio dinastico mondiale e nostalgici d'un ordine feudale ucciso dai Comuni italiani e dal Rinascimento italiano.

Affermano che il nome d'Italiano implica oggi, e sempre più richiederà in un prossimo futuro, non la sola qualità di abitante d'un territorio e di suddito d'uno Stato, ma quella di milite d'una rivoluzione in atto e di costruttore dell'Impero. Queste due realtà-idealità madri della storia moderna, Rivoluzione e Impero, appaiono inseparabilmente legate dalla relazione di causa ed effetto, ed è vuoto artificio il dividerle. Sbaglia chi nel giudicare le rivoluzioni si ferma ai loro presupposti astratti o alla cronaca loro, e sbaglia chi scambiando il modo con l'essenza vede nell'impero un fatto soltanto militare. Gli imperi più o meno vastamente raggiunti e più o meno stabilmente mantenuti dai popoli moderni sui territori e sugli spiriti nascono dalle rivoluzioni e ne propagano le idee; decadono e lentamente si dissolvono quando le idealità che li ingenerano hanno esaurito il loro compito nel mondo. E le moderne rivoluzioni, dalla luterana all'inglese d'un secolo dopo, dall'americana alla giacobina, alla bolscevica, e alla kemalista, esprimono innanzi tutto (qualunque ne sia la base teorica) la vitalità del paese d'origine, la volontà e capacità di dominio del loro popolo.

I sottoscritti considerano l'Impero nella piena estensione metafisica e geografica del termine, con tutto quel ch'esso inchiude di necessaria violenza, ma soprattutto come atto d'amore sul mondo: non fondarono imperi Attila e Tamerlano. Credono, con Dante, ch'esso spetti all'Italia e a Roma; e credono che gl'imperi d'altri non siano che abbozzi e ombre di lui. Considerano come secondaria la forma di governo di esso, purché assicuri la partecipazione intera dell'individuo allo Stato, lo sviluppo di aristocrazie non necessariamente ereditarie né elettive ma naturalmente sorte dall'ingegno e dal lavoro, e la possibilità della dittatura. Vedono nella rivoluzione italiana intrapresa nel moto per la libertà e l'unità nazionale, e ora portata al più alto grado e facentesi popolo e spinta sul campo d'Europa dal Fascismo, la premessa necessaria dell'Impero umano che realizzerà la “Monarchia” di Dante e il “Concilio” di Mazzini. Per questo motivo sopra ogni altro, attestano a Mussolini, Capo della Rivoluzione fascista, e Capo d'Italia, la loro calda e sicura devozione.

Prendendo a esaminare gli elementi che si possono opporre fin d'ora alla civiltà attuale, e sui quali presumibilmente si fonderà la futura, riscontrano anzitutto come il determinismo economico e il materialismo storico siano dottrine smentite da molti fatti, e vere soltanto per una limitata classe di fenomeni all'infuori dei quali agiscono forze spirituali d'intensità uguale e talvolta maggiore, benché di più difficile percezione: forze il cui alterno moto aggrega o disgrega i ceti sociali, accresce o debilita le nazioni. Negano che sia da vedersi oggi alcuna vitalità nelle ideologie liberali, nel patriottismo convenzionale, nelle mascherate massoniche, nella democrazia rappresentativa e nelle furbe utopie ginevrine, parvenze morte e morti istituti che innestati sul cristianesimo della Riforma e della Controriforma costituiscono appunto la contraddittoria e crollante intravatura della società contemporanea; e rifiutano di conseguenza a questi elementi ogni funzione storica nel futuro prossimo o remoto. E dichiarano quanto segue.

Per il problema religioso: che la fede religiosa è un fatto individuale, e che la libertà di coscienza potenzialmente acquisita dai popoli con la rivoluzione francese e proclamata molto prima in terra italiana è proporzionata alle possibilità degli individui, ma non si può né si deve sopprimere con ritorni di barbarie; che, per quanto riguarda l'Italia, la libera universalità del Fascismo esclude anche in via d'ipotesi ritorni tali; che la tradizione nostra civile non rientra nella cattolica e può e ha potuto svolgersi indipendentemente da quella; che l'intrecciarsi del paganesimo mediterraneo al cristianesimo cattolico è stato condizione certa e costante della storia italiana, col risultato di contemperare i due elementi fino a che una più alta forma non li riassuma; che il problema religioso non si risolverà con filosofie e meno che mai con idoli idealistici, ma solo sul terreno religioso e cioè o per un rinnovamento profondo delle religioni esistenti o per l'avvento di nuove energie spirituali sulla terra quando quelle religioni avessero ultimata l'opera loro; che a tale rinnovamento o a tali energie d'altra provenienza spetterà di metter fine al dissidio concettuale e morale tra civiltà moderna e fede; che infine il rampollare dal tronco mediterraneo di un'etica fascista al disopra delle preoccupazioni confessionali degli individui è l'annuncio del tempo nuovo.

Per il problema politico: che gli istituti politici sono transitori ed hanno valore solo in quanto tendono all'Impero; e che è merito grandissimo del Fascismo affermare e sostenere il concetto d'una politicità dell'uomo impressa e riconoscibile in ogni attività umana. Che questa politicità o essere politico non consiste nella briga dei partiti, delle categorie e delle clientele, bensì nella partecipazione dell'individuo allo Stato secondo le proprie capacità, secondo ed “entro” il proprio ufficio, e nel sorgere spontaneo e continuo delle aristocrazie naturali; ch'essa supera di molto le rispettabili ma non più sufficienti virtù del patriottismo sentimentale, dell'ossequio alle leggi e di una medievale sudditanza detta modernamente civismo; che se l'italianità poté per secoli essere più che altro natura (Cellini) e per successivi decenni più che altro convinzione eroica (martiri di Belfiore), occorre oggi trasmettere a tutto il popolo la fusione di questi due aspetti di lei, uno istintivo l'altro riflessivo, già attuata con continuità nei grandissimi da Dante Alighieri a Giuseppe Garibaldi, e in ore supreme negli umilissimi dai combattenti dell'Assedio a quelli del Carso e di Fiume: sì che nel corso di poche generazioni essa italianità principii ad agire simultaneamente come fatalità e come volontà, come energia innata e come confessata fede. Chiedono che si sviluppi e si estenda in Italia un imperialismo popolare non incorporato in associazioni, ma emanante dal Fascismo quale sua conseguenza immediata, e dal Fascismo trasfuso a tutta la patria come coscienza di una missione universale. Detto imperialismo non può significare rinunzia al compimento dell'unità geografica e oblio delle terre italiane rimaste in mano serba, inglese o francese, ma solo condanna di chi non veda oltre quelle, e cerchi di polarizzare su quelle l'attenzione e la passione dei giovani.

Per il problema economico e sociale, i sottoscritti riconoscono come portata dai tempi e sintomo certo di profonda trasformazione la necessità d'una limitazione qualitativa e quantitativa del diritto di proprietà, e d'una subordinazione ferrea ed equa degli interessi privati all'interesse dello Stato. Credono che ciò non voglia dire avviarsi a un marxismo incompatibile con la natura umana e soprattutto con la natura italiana, ma solo trasferire nell'ordine economico il concetto di politicità dell'individuo come esposto sopra; e che il tramonto inarrestabile del sistema liberale esiga da una parte l'eticità dell'economia, dall'altra la graduale partecipazione dei lavoratori alle aziende e la fine d'ogni proletariato. Ritengono che la società futura avrà a fondarsi sul dovere del lavoro e sul diritto del produttore alla proprietà nei limiti utili allo Stato; e che il diritto di proprietà e quello di eredità siano buoni in quanto servano allo Stato, nocivi in quanto non concordino coi suoi fini; che l'iniziativa individuale sia da favorirsi oppure da limitarsi e reprimersi secondo lo stesso criterio. Additano al disprezzo degli Italiani e all'attenzione dei legislatori della Rivoluzione quella classe di ricchi oziosi che sta assente dalla lotta economica, e che potendo dar vita alle aziende, lavoro ai lavoratori, ricchezza alla nazione, preferisce godersi le rendite o sfruttare con metodi primitivi i possessi lasciando al Governo tutto il peso delle bonifiche e dei lavori pubblici, e dimostrandosi indegna dei beni così malamente amministrati. E ravvisano nel corporativismo fascista il principio del nuovo ordine, suscettibile d'imprevisti sviluppi e d'impensabili risultati; giudicano che sia errore deplorevole quanto comune il prendere per punti d'arrivo di esso corporativismo quelli che ne sono invece i primi passi necessari, quali l'iscrizione generale ai sindacati, le otto ore lavorative, l'assicurazione obbligatoria, la magistratura del lavoro. Infine, tengono per fatto importante e forse capitale lo scadimento del dualismo vecchio tra campagne e città sia nell'ordine economico sia in quello sociale e morale, e il convergere della civiltà, umanità ed economia rustica e della civiltà, umanità ed economia cittadina verso un unico tipo.

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Gennaio 1933

Sottoscritto da: Giorgio Bertolini, Romano Bilenchi, Diano Brocchi, Gioacchino Contri, Alfio Del Guercio, Alberto Luchini, Roberto Pavese, Icilio Petrone, Ottone Rosai, Edgardo Sulis, Mario Tinti.


 

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