RICCI BERTO

“L'Universale”

(da “L'Universale”) (a cura di Benedetto Brugia)


Berto Ricci (1905-1941)Fondiamo questo foglio con volontà di agire sulla storia italiana. Contro la filosofia regnante, che fermamente avverseremo, non ammettiamo che tutto sia “storia”: storia non è quel che passa, è quel che dura. Ripuliamo l'effimero e ce ne facciamo negatori. Questo mensile, il cui titolo istigherà all'ironia tutti gl'imbecilli d'Italia, segue a sei mesi di tempo un opuscolo azzurro, assai giudicato e discusso dalla gente. Lo prosegue. Il “Rosai” uscì in un momento di sonno pubblico, quando cessata la rampogna strapaesana pareva che il meglio dell'intelligenze si fosse rassegnato a imparare civiltà, estetica, ed etica, e poesia, da quelli dell'“Italia letteraria”. Non rileveremo i giudizi; non rifaremo le discussioni. Basta che dieci abbiano inteso, e si sian dati la mano; che codesto fascicolo di trenta pagine, scritto col fuoco, alla carducciana, e non con lo stile alla leopardevole; stampato a miseria in un fondaccio di Firenze, impaginato e legato come un manifesto clandestino, sia stato prova di vita fra tanta dubbiezza falsità fragilità di scrittori; e resti documento dell'epoca fascista, principio anzi di quella rivoluzione intellettuale che noi compiremo.

Noi ci sentiamo “continuatori” di nessun vivo: noi s'è imparato a scrivere da Niccolò Machiavelli e dal popolo d'Oltrarno, che sono dunque i nostri più diretti maestri. Chi sognasse d'averci creato, si disilluda: gli uomini li crea Iddio, e nessun compilatore di “Lacerba”, né Accademico della Farnesina, ha potenza di rubargli il mestiere.

La libreria degli ultimi trent'anni ispira a noi rispetto e gratitudine per certi nomi che abbiam cari, ma anche una fiera fede di superarla: superare cioè l'impressionismo, e qualunque avanguardismo vecchio. Nuova storia s'apre, nuovo secolo, nuova letteratura e pittura: sentiamo in noi, e in altri che ancora non conosciamo, ma indoviniamo vicini, animi e ingegni diversi, maggiori, destinati a più spazio, di quelli che ci precedettero in quell'inizio di Novecento.

Sia chiaro però che questa non è fiducia nei giovani, come usano i critici comodoni; ma unicamente in dieci uomini su diecimila. Di cento manoscritti ne cestineremo centouno: i dilettanti e i gallettini pretenziosi battano ad altre porte, con noi non si fa ova.

Saremo irrimediabilmente nemici degli scettici, dei pessimisti fissi, che fatti quattro seccherelli all'anno, e conosciuta la propria miseria, piangono sulla decadenza delle lettere e dell'arti scambiando forse la loro sorte col bene della repubblica.

Di corsivi, asterischi, citazioni, rubrichette a ripetizione, recensioni a mucchio, rassegne della stampa, ottime poltroncine per finir d'empire un giornale, e cose ormai antiche come la befana, faremo onestamente a meno. Quando non avremo altro da dire, stamperemo Tozzi e Palazzeschi. Ma succederà di rado, non essendo noi della stirpe degli Stitici, che formicola per Roma.

Crediamo nell'assoluto politico, che è l'impero: aborriamo chi lo nomina invano. Oprano all'impero i poeti, ma cantando i campi e gli amori, non con declamazioni sul fante. E con ciò non chiediamo arte pura, impossibile separazione dalla politica; anzi vogliamo e avremo poesia civile, ma in grande, degna di questa patria.

Parleremo con un tono di certezza che dispiacerà ad alcuni, farà sorridere molti. A questi risponderemo e bene. Per i miscredenti di ogni specie non ci dev'essere posto né requie in Italia, ma odio medievale ed ira, sino a spazzarli da' nostri paesi.

Abbiamo l'ambizione incredibile di portare la letteratura e l'arte all'altezza del primato. Saremo dunque universali, e contro qualunque resto di nazionalismo; moderni, e senza idoli, né che abbian forma di diligenza, né d'aeroplano; saremo caldi, com'è degli uomini. Sta al nostro secolo ridare alla mente italiana l'abito della vastità, l'amore e l'ardire, il dominio de' tempi e delle nazioni. Chi intende questo sarà con noi.

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Gennaio 1931


 

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