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MONTANELLI INDRO Noi giovani (da “L'Universale”) (a cura di Benedetto Brugia)
Non si creda, come qualcuno affetta di credere, che il problema di noi giovani consista, o consista tutto, nella difficoltà di trovare un impiego retribuito con mille mensili. Se dieci anni di clima fascista non avessero abituato i giovani d'oggigiorno a disprezzare almeno i disagi di una momentanea disoccupazione e bolletta, i nostri Capi potrebbero, dovrebbero dichiarare il fallimento del loro programma di rigenerazione morale della gioventù italiana. E invece ci sono dei sintomi abbastanza numerosi e sicuri per poter affermare il contrario: questa gioventù è meno slombata e sonnacchiosa di quanto si creda. Datele un'arena ed essa combatterà. Quello che separa e slontana noi giovani d'oggi dagli squadristi di un tempo è appunto il dislivello d'intensità fra il loro e il nostro passato. L'insolubilità del problema è in questo stato di fatto sentimentale: noi ci sentiamo sulla coscienza, anche se gli altri non ce lo fanno gravare, tutto il peso delle gesta non compiute; noi vediamo che le pagine più belle della storia d'Italia sono state scritte senza il nostro concorso e che la più grande tragedia del mondo contemporaneo si è svolta e compita senza che noi vi figurassimo neanche come cori. Volete chiamar questo un sentimento d'invidia? Usate pure questo nome filisteo. Resta sempre il fatto di molti giovani (molti, sarebbe inutile nasconderlo) che, costretti a riguardare tutti questi eventi sotto la specie di “panorama storico”, sia pur di soverchiante interesse, si domandano perplessi: «E noi cosa ci stiamo a fare?».
Cosa ci stiamo a fare ce lo dicono ogni giorno e ogni ora gerarchi e giornali: ci stiamo a completare l'edificio, di cui solo le basi e lo scheletro sono stati compiuti. Noi siamo i continuatori: quelli ai quali, secondo il bel simbolo della leva fascista, gli anziani commettono il moschetto che ha visto tante battaglie e aspetta nuove vittorie. Perché la rivoluzione è in atto, perché essa ha bisogno delle nostre fresche energie per ricolmare i vuoti che nei quadri e nelle legioni lasciano i Capi e i gregari che cadono per via. Può bastare questo monito alla nostra impazienza di ventenni? Forse non può, ma certo lo deve. Il che vuol dire che noi giovani siamo pronti a seguirlo disciplinatamente e coraggiosamente, come il grande Capo ci ha insegnato a fare. Ma occorre anche che gli altri ci aiutino, cioè che abbiano prima di tutto la coscienza di quello che esigono da noi. Pensate: dei giovani a cui è negato il diritto di rinnegare l'opera di coloro che li han preceduti. Fenomeno unico nella storia, credo. Quello della fede è una problema che ci riguarda, esclusivamente, che dipende esclusivamente da noi. Noi giovani di fede ne abbiamo, per quanto sia arduo conservare questo patrimonio splendente attraverso un'esistenza di quiete, priva di quei contrasti che danno a tutti i credenti lo spunto e lo scatto necessario per vivificare la loro fiamma interiore. In molti fra i più “borghesi” di noi, sonnecchia un eroe che attende la sua ora. Qualcuno vuole anticiparla: al nemico vero che manca, si sostituisce il nemico immaginario (è sempre soltanto immaginario?) da combattere. Ne derivano manifestazioni di fede esagerate e, sotto un certo punto di vista, ridicole. Ma di un ridicolo di cui non si dovrebbe sorridere, come qualcuno fa. Coloro che sorridono di noi giovani, anche quando noi giovani facciamo sorridere, sono, coscientemente o incoscientemente, i più grandi nemici della Rivoluzione. Di fronte al nostro chisciottismo, che è una meravigliosa follia, il piatto buon senso degli altri non è che la “forma mentis” di Sancio Pancia, il saggio imbecille per antonomasia. Si ricordino tutti che siamo stati educati sul catechismo del “vivere pericolosamente” e dell'“andare incontro alla tempesta con passo leggero”. È colpa nostra se, spiritualmente equipaggiati per costituire squadre d'assalto, il destino ci ha poi soltanto riservato il ruolo di guardie svizzere dell'ordine costituito?
Io, giovane, vorrei che dal linguaggio di noi giovani sparisse anche una certa terminologia: «gli altri... loro... i vecchi...». Vorrei che in questa sublime armonia che è l'Italia del ventesimo secolo dopo la lotta di classe scomparisse anche il conflitto, eterno e non meno tragico, delle generazioni che s'inseguono e guerrigliano tra loro. Ma si va a un congresso, a un'adunata, a una conferenza, e sul palco scorgiamo un oratore decorato e mutilato che comincia così: «Noi che nel quattordici...» o «Noi che nel diciannove...». E noi, nel quattordici e nel diciannove? Vera o immaginaria che sia questa sensazione, noi siamo schiacciati dal peso della nostra inutilità: un peso tanto greve, una sensazione così soffocante che a dileguarla non bastano il più delle volte i nostri e gli altri incoraggiamenti alla pazienza. E il terribile è che, se non avessimo pazienza, avremmo torto. Come non unire le nostre voci alle voci che si levano da ogni angolo d'Italia, se soltanto in questo coro possiamo trovare tutta la passione entusiasta della nostra Patria? Come non rinunziare a tracciarci un sentiero da noi e per noi, se soltanto il sentiero tracciatoci dai nostri gerarchi è quello della salvezza e della grandezza? Sì, noi arriviamo talvolta allo strano paradosso di rimproverare ai nostri Capi di fare troppo bene tutto quello che fanno. Onestamente parlando, non avremmo nessuna ragione di sostituirci a loro: non sapremmo fare niente di meglio di quello che essi fanno, e forse non sapremmo nemmeno essere più giovani di quanto essi sappiano essere.
Un solo eroismo ci resta di cui siamo capaci, di cui possediamo il monopolio ideale e che tutti che non siano prevenuti o in malafede debbono riconoscerci: l'eroismo di un'automutilazione quotidiana, la capacità di elevarci al di sopra di noi stessi e dominare l'inquieto e febbrile torbidume dei nostri spiriti e delle nostre fantasie ventenni. Siamo i primi giovani non romantici né decadenti né nihilisti né anarchici; siamo i primi italiani che a vent'anni abbiano già formata una coscienza di cittadini, che abbiano già cristallizzato in un credo la loro religione, che abbiano saputo mortificare le loro personalità sino al punto di costituire un esercito in cui lo spirito volontario non toglie ma aggiunge al vincolo di disciplina. Siamo i primi italiani che a vent'anni non cospirino: non per spirito servile, o per sonnacchiosità intellettuale, o per deficienza morale (se così fosse, almeno in qualche minoranza il dissidentismo dovrebbe apparire), ma per già raggiunta maturità di spirito e di coscienza. Per tutto questo, per la lotta continua e faticosa che sosteniamo noi stessi, per l'immolazione dura e difficile che agl'interessi della Rivoluzione e della Patria abbiamo saputo fare di quanto di più vago e seducente ci poteva essere in questa nostra prima giovinezza, abbiamo il diritto di chiedere ai nostri Capi ch'essi chiedano ormai a noi e a noi soli, tutti i sacrifici più grandi. Abbiamo il diritto di chiedere a tutti, fede nella nostra fede. Noi non vogliamo cariche ed onori che spettano ad altri. Noi reclamiamo soltanto le loro battaglie e le loro ferite. ______________ Dicembre 1933 |
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