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CARLI PLINIO-SAINATI AUGUSTO L'Umanesimo e la letteratura in lingua latina nel Quattrocento (a cura di Benedetto Brugia) Sue prime manifestazioni nelle arti figurative § 12. Origini del Rinascimento L'Umanesimo come strumento di progresso spirituale Infatuazioni, caratteristiche e deficienze etiche degli umanisti § 15. Valore nazionale del Rinascimento § 16. Gli umanisti e le corti - ll mecenatismoGli umanisti e le corti - ll mecenatismo § 17. Rinnovamento nelle arti figurative: l'architettura - La scultura - La pittura Limiti dell'ellenismo nell'Umanesimo italiano § 19. La lingua e la letteratura latina - Lorenzo Valla - Il canone della imitazione § 10. La prosa umanistica: L. Bruni - F. Biondo - Poggio - E. S. Piccolomini § 1. — L'età che dai tempi del Petrarca e del Boccaccio giunge a un dipresso fino a mezzo del secolo XVI è una delle piú luminose della nostra storia: gl'Italiani uscendo dal mondo troppo astratto del Medio Evo e acquistando piú piena consapevolezza di sé, dei rapporti dell'uomo con la natura, dei problemi concreti che riguardano l'esistenza presente, segnano quelle che saranno le linee direttive della civiltà moderna. A questa età si suol dare, con termine comprensivo, il nome di Rinascimento o Rinascita. Il vocabolo fu usato dapprima in senso spirituale, a denotar la fede in un rinnovamento interiore; ma perdette a grado a grado il suo primitivo colorito mistico, e divenne allusivo ad una augurata ed aspettata rigenerazione politica e nazionale. Poi la parola fu genialmente piegata a significare non un solo aspetto del rinnovamento operatosi in quella età, ma quel largo moto di spiriti che investe egualmente tutto il campo dell'umana attività, determinandovi profonde modificazioni e trasformazioni; l'irrompere di una forza nuova, d'un'energia vigorosa, ma disciplinata da un intelletto già adulto, la quale, movendo dall'intimo, segnò del proprio suggello ogni forma della vita. Cosí mentre si faceva strada nel campo politico il concetto dell'autonomia dello Stato, che si manifestò praticamente col sorgere delle Signorie, nel dominio della filosofia si venne sempre piú affermando l'indipendenza del pensiero, che non si volle piú soggetto ad una sola, sia pur venerata, autorità. Da ciò lo studio dei piú diversi sistemi speculativi dell'antichità, il richiamo al mondo umano come a punto centrale di riferimento per ogni indagine filosofica, e, conseguentemente, il sempre piú preciso differenziarsi delle singole individualità. Nel campo della storia si sentí sempre piú vivo il bisogno di ricostruire il passato non piú — o non soltanto — in funzione del presente, ma qual era oggettivamente nella sua propria fisionomia; il che importava la creazione di una scienza che procedesse con criterio rigoroso, la filologia. Ed ecco, ancora, nella pedagogia proposto come ideale di educazione, il libero e sereno esercizio delle umane facoltà — e qui bisognerà ricordare almeno i nomi dei due piú insigni maestri fra gli umanistici, Guarino Veronese (1374-1460) e Vittorino da Feltre (1373-1446) —; ecco sorgere — dal desiderio di congiungere insieme, in una ritrovata armonia, il mondo della materia e quello dello spirito — il senso e il gusto della natura; ecco, nell'indagine dei problemi naturali, la ricerca di un metodo davvero capace di portare sicuri risultati, il metodo sperimentale, che intuíto dal genio di Leonardo da Vinci trionferà nell'opera titanica del Galilei e della sua scuola. Ma se le nuove energie creatrici tendono a volgersi in ogni direzione (son pure di questa età invenzioni quali la stampa e la polvere pirica, scoperte geografiche come quella dell'America, e grandi viaggi come la circumnavigazione dell'Africa), in un campo soprattutto esse operarono con maggiore originalità e nativa schiettezza, nel campo dell'arte. In questa sfera cosí significativa della sua attività l'uomo acquista pienamente coscienza della propria potenza creativa e piega a sé, sempre piú docile, la materia — lingua o colore, marmo e bronzo o materiali da costruzione — a rendere con vigorosa pienezza, attraverso una ricca molteplicità di forme, di figure, di atteggiamenti, tutto un mondo vario e complesso di affetti, di aspirazioni, di idee. Un fatto di portata cosí vasta e universale pone in chiara luce quanto gl'Italiani del Rinascimento sentissero prepotente il bisogno di esprimere se stessi nel modo piú compiuto e armonioso. Questo anelito alla bellezza colorisce di sé perfino la religione, e fa sí che l'opera di Cristo appaia ad uno dei piú significativi rappresentanti del nuovo pensiero — Marsilio Ficino — non solo come redentrice dell'uomo dalla servitú del peccato, ma come largitrice di una nuova bellezza all'universo, in quanto che il Salvatore, congiungendo in sé il divino con l'umano, adeguò in qualche modo le cose terrene alle celesti. In tal condizione è ben comprensibile come il Rinascimento si manifesti prima nelle arti figurative, le quali sono piú strettamente connesse con le esigenze della vita sociale, e si valgono di mezzi tecnici non cosí direttamente dipendenti dal progresso della cultura come era invece la lingua, non ancor pervenuta fra noi, quando apparvero quei primi segni di rinnovamento nelle arti, a un adeguato grado di maturità. Cosí il movimento che va dagli architetti che introdussero primamente lo stile romanico a Lorenzo Maitani, il costruttore del duomo di Orvieto; da Nicola a Giovanni Pisano e ai loro seguaci nella scultura; dal Cavallini a Giotto nella pittura, è già una specie di umanesimo artistico, che mira a dare disciplina e armonia classica al tumulto spirituale del Medio Evo. § 2. — Quale l'origine di questo moto cosí grandioso e cosí fecondo di risultati? È chiaro che esso, in quanto contiene in germe una ricchezza di vita interiore anelante a riversarsi al di fuori come energia creatrice, appare in relazione con le nuove forme di esistenza individuale e sociale rappresentate dal Comune. In questo istituto politico confluiscono appunto le due correnti piú vivacemente alimentatrici della nostra spiritualità nazionale, la tradizione cristiana e quella romana. In virtú della prima il Comune è religioso, e si pone sotto la protezione delle sue chiese e delle sue spesso magnifiche cattedrali; in virtú della seconda esso cerca di riallacciare sempre piú intimamente la propria vita alla storia dei nostri gloriosi antenati, nella quale rintraccia i piú alti titoli della sua nobiltà. Nell'operosità intensa che si sviluppa entro l'àmbito dell'organamento comunale si va componendo una nuova armonia tra la vita terrena e l'oltremondo: l'uomo acquista, attraverso l'esercizio stesso delle proprie facoltà, una maggior fede in sé, un piú vivo gusto dell'azione, e vede nell'al di là non tanto un limite alla sua attività presente quanto una sanzione e un giudizio relativo ad essa. La Rinascita non deve dunque considerarsi, come troppo spesso si è fatto, quale movimento in antitesi recisa col Medio Evo, ma quale ulteriore sviluppo di forze che operarono nel Medio Evo stesso. L'opposizione che pur si disegnò, fin dagli inizi del nuovo periodo storico, contro la Scolastica, non era diretta contro il pensiero cattolico, ma contro il metodo proprio di quell'indirizzo filosofico, e piú specialmente degli ultimi maldestri seguaci di esso; i quali, colle loro sottili distinzioni, col loro eccessivo intellettualismo, venivano a inaridire le fonti piú ricche della nostra vita spirituale. Del resto — lo notammo già — l'influsso della civiltà classica, nei campi piú disparati della cultura e della vita, non era mai venuto meno completamente, in tutto il territorio romanico, neppure durante i secoli piú oscuri del Medio Evo. A periodi di decadenza succedono periodi di rifiorimento (carolingio, ottonico ecc.); presagi di umanesimo si hanno qua e là — per esempio nelle grandi scuole di Francia, come quella di Chartres (sec. XII), cui fa riscontro in Italia piú tardi (sec. XIII) il gruppo dei preumanisti veneti —; si rinnovano gli studi giuridici, e anche in virtú di essi crescono a dismisura l'ammirazione e il culto per l'antica Roma. La rinascita filosofica, che mira all'autonomia della scienza, ha origine, nell'atmosfera creata dal risorgere dell'aristotelismo e dalle contese che ne derivarono fra i maestri del clero secolare e quelli degli ordini mendicanti, già nella seconda metà del secolo XIII, mentre d'altra parte non sono del tutto scomparsi in questo periodo gl'influssi del platonismo. La rinascita politica è svolgimento di quel moto di opposizione alla teocrazia sviluppatosi dapprima nei nostri Stati-città, che tendono sempre piú decisamente all'autonomia. Del pensiero stesso di Leonardo sono stati additati autorevolmente i precedenti nel Medio Evo. § 3. — Tutti questi elementi si stringono in piú intima coesione e acquistano una vitalità piú intensa quando sorge, in seno al Comune, una classe nuova, il ceto borghese; che ha una sua propria, rilevatissima fisionomia spirituale, e quindi un suo modo di vedere, diverso — anzi spesso opposto — a quello tradizionale. A questo si aggiunga l'azione delle altre forze storiche: gli effetti delle Crociate, che, ponendo in contatto l'Oriente e l'Occidente, promossero sempre piú lo spirito di libertà intellettuale; il misticismo e la potenza della libera ispirazione individuale, onde trassero origine movimenti religiosi o eretici; l'opera delle università, che, se furono in gran parte il prodotto e l'organo della cultura dominata dalla Chiesa, si svolsero anche, in parte, indipendentemente da essa. Cosí, a poco a poco, l'equilibrio che l'uomo medievale aveva cercato di raggiungere nella sfera dei suoi sentimenti attraverso una sottomissione, talvolta violenta, dell'umano al divino, accenna ora a scomporsi. I segni di questo cangiamento, per quanto riguarda il campo letterario, son visibili (lo notammo già) nel Petrarca, per quella sua analisi minuta, appassionata dei moti del cuore, per quelle sue dolorose contraddizioni, per quel senso continuo di insoddisfazione che gli pone innanzi sempre nuovi problemi. Frutto di questa irrequietezza è, nel Petrarca stesso, lo estraniarsi sempre piú dal mondo esterno; quel raccogliersi in se stesso, cui corrisponde il bisogno, anche materiale, di isolarsi: la verità è, per lui, agostinianamente, dentro di noi, non fuori; è sapienza, non scienza; la realtà piú profonda è lo spirito, non la materia. Da ciò la sua polemica inesausta contro l'averroismo (eppure Averroè era stato posto da Dante nel Limbo fra gli spiriti magni), contro medici e contro scienziati. L'armoniosa convivenza delle sette arti liberali vien meno; e si fa sempre piú vivo il culto di quella che era stata forse, tra esse, la piú negletta: la rettorica; la quale, appunto perché è la voce dello spirito, della humanitas che è in noi, non deve — secondo le idee dei nuovi tempi — essere ancella della scienza, ma dominatrice. Questo entusiasmo per la rettorica non è altro, in fondo, che la manifestazione, nel campo piú propriamente letterario, di quel gusto per la forma, che abbiamo già additato come il carattere piú cospicuo del Rinascimento. O non dirà piú tardi il Bembo — uno dei pontefici massimi della nuova cultura — in una sua famosa lettera a Giovan Francesco Pico della Mirandola, che in Dio, come vi è una forma divina della giustizia, della temperanza e delle altre virtú, si trova altresí una forma divina del bello scrivere (recte scribendi speciem quamdam divinam); quella forma che proposero a se stessi come modello Senofonte, Demostene, Platone e piú che ogni altro Cicerone? A somiglianza dei quali — concludeva il Bembo — anche i moderni dovevano sforzarsi con ogni mezzo per avvicinarsi a tale immagine di bellezza: conandumque modis omnibus, ut ad eius formæ simulacrum scriptis nostris, quoad fieri possit, quam rectissime quamque proxime accedamus. È chiara, in queste parole, quella superiore coscienza della forma ch'era nata dallo stesso intimo travaglio onde aveva avuto origine il volgare letterario; coscienza che non poteva sorgere se non quando il volgare medesimo ebbe raggiunto un certo grado di sviluppo, e dal confronto della sua ancor relativa immaturità con la piena e molteplice potenza espressiva della lingua madre. Da ciò il dogma — che tale fu appunto per gli umanisti tutti — della insuperabilità degli antichi (cioè del passato nazionale romano), e lo studio di questo passato concepito come dovere politico e religioso insieme. Il che dà anche ragione di un carattere essenziale della Rinascita: come mai cioè l'Umanesimo ne costituisca il primo momento, sia la forma stessa in cui inizialmente essa si attua. L'Umanesimo, nel suo aspetto piú propriamente letterario e filologico, come ricostruzione e studio d'una civiltà sia pure gloriosissima, ma ormai tramontata, non poteva essere — e non fu — la mèta finale della Rinascita; anzi, offrendo, quasi a specchio e a modello del nuovo tipo umano qual era uscito dal periodo comunale, l'antica cultura, forní le armi spirituali per procedere oltre; armi tanto piú appropriate e opportune in quanto il popolo italiano sentiva la propria immediata dipendenza nazionale dai Romani. Gli studia humanitatis — cosí si chiamarono dai Latini le discipline letterarie e le arti liberali perché mirano a potenziare la nostra umanità, a darci cioè una piú profonda visione della vita e una piú perfetta capacità di espressione — potevan mettere perciò salde radici soltanto sul nostro suolo. Umanisti si dissero i rappresentanti della nuova cultura, orgogliosi rappresentanti ed interpreti di essa, come quelli che si credevano in possesso d'una piú alta verità e d'una forma perfettamente adeguata a significarla. Questo stato d'animo, ispirato a un senso di superiorità quasi aristocratico, è già visibile nel Petrarca; nel quale manca quell'ardore di apostolato che rende cosí significativa e cordiale l'arte di Dante. Perciò egli preferisce al volgare — la lingua dei piú — il latino, linguaggio degli uomini dotti, di Cicerone e di Sant'Agostino. § 4. — Ma il Petrarca non è solo: attorno a lui sono molti che lo ammirano e condividono i suoi sentimenti. Egli è già un maestro agli occhi del Boccaccio, che lo chiama spes unica nostri; è un maestro per il suo piú diretto continuatore, Coluccio Salutati (1), che gli fu anche amico reverente e devoto. Il Salutati contribuí largamente a diffondere l'amore per gli studi, giovandosi, fra l'altro, delle cospicue relazioni procurategli dal suo ufficio di cancelliere fiorentino. Numerose e molto apprezzate furono le sue epistole di argomento letterario, ampie, talvolta, come veri trattati. Anche nella corrispondenza ufficiale, rifuggendo dall'ispida rozzezza dei notai, soliti a fungere da segretari presso Comuni e presso Signori, Coluccio portò quel gusto di eleganza classica che ben presto fu sentito come elemento indispensabile della stessa efficacia politica e diplomatica in siffatte scritture. Dal tempo del Salutati in poi, la schiera di questi uomini protesi alla conquista d'una eletta sapienza s'infittisce sempre piú: l'intelletto fatto adulto anela a spinger piú a fondo l'indagine, risalendo alle fonti stesse della nostra vita spirituale: dalla Scolastica alla Patristica, da Sant'Agostino a Lattanzio, a Seneca, a Cicerone, a Platone, nel desiderio d'una rinnovata piú completa armonia fra il cristianesimo e la cultura classica. E quanto piú l'occhio si fa esperto a scorgere le incomprensioni e le deformazioni cui quel mondo degli antichi era andato soggetto per l'ingenuità degli intelletti medievali, tanto piú s'invaghisce di rifoggiarsene un'immagine, entro i limiti del possibile, fedele. Ferve allora piú intenso il lavoro di ricostruzione: molti si dànno ad esplorare biblioteche di monasteri in cerca di codici contenenti opere antiche (2) (massimo e piú fortunato fra tali scopritori Poggio Bracciolini) e quelle opere con pazienza benedettina ricopiano, correggono, interpretano sotto il rispetto letterario e storico; altri esercitano il loro innato acume critico nei campi piú disparati, negli studi meramente linguistici del pari che nella storia e nella filosofia; altri ancora — come l'anconetano Ciriaco de' Pizzicolli (1391-1455) e Flavio Biondo da Forlí (1392-1463) — raccolgono iscrizioni, o illustrano insigni avanzi architettonici con spirito di archeologi. A questa operosità di singoli si accompagna efficacemente la disciplinata collaborazione di molti studiosi raccoglientisi in dotti convegni e in accademie. La villa detta il Paradiso degli Alberti in Firenze (la città che fu culla dell'Umanesimo) e il convento agostiniano di Santo Spirito furono luoghi di adunata per i primi umanisti. Sorsero poi, intorno ad altri piú insigni maestri, schiere di rispettosi e devoti discepoli: cosí Marsilio Ficino (1433-1499), grande propugnatore del platonismo nella città dei Medici, fu l'anima di quelle riunioni cui alcuni storici dettero il nome di Accademia platonica; Pomponio Leto (1428-1498) raccolte intorno a sé l'Accademia romana; Antonio Beccadelli e il Pontano furono, l'uno dopo l'altro, capi di quel sodalizio che suol dirsi comunemente Accademia napoletana. Un senso profondo di fraternità spirituale ricondusse alla scuola degli antichi questi uomini, che vi tornarono con lo stesso impaziente e rispettoso affetto con cui i figli ritornano, dopo lunga assenza, alla casa paterna. E come i precetti di sapienza sembrano sonare piú efficaci se ascoltati dalla bocca stessa dei padri, cosí gli umanisti disdegnarono il volgare e richiamarono e tennero esclusivamente in onore la lingua del Lazio; la lingua per loro perfetta, con la quale Roma si era creata un impero assai piú glorioso di quello territoriale, l'impero spirituale, non perituro per avversità di uomini né per contrarietà di tempi. Non aveva per mezzo di essa Cicerone divulgato lo spiritualismo platonico, affinatosi attraverso quel suo piú delicato sentire di uomo già vicino al cristianesimo? E non era stato, quello, il linguaggio della Chiesa e di tanti suoi insigni rappresentanti, di Tertulliano, di Lattanzio, di Ambrogio, di Agostino? La prima Roma, pagana, aveva tenuto unito il mondo con la forza delle armi, la seconda, cristiana, lo teneva unito per virtú della parola rivelata, anch'essa fatta latina. La sapienza universale e cristiana era dunque, a giudizio degli umanisti, insita nel linguaggio dei nostri antichi: che meraviglia se essi lo studiarono con tanto ardore, purgandolo dell'imbarbarimento medievale, ed esaltarono quella che per loro era la regina del trivio, la divina rettorica? Anzi, proprio al corrompersi del latino attribuivano essi la decadenza dell'età di mezzo; a rialzarsi dalla quale occorreva rifarsi assai addietro nel tempo, e riprendere il contatto vivo con quei nostri legittimi progenitori. Cosí gli umanisti sembrano intraprendere come un pellegrinaggio in un mondo lontano; e tanto maggiore è la loro alacrità quanto piú trovano quel mondo diverso dal proprio e usuale. E taluno di essi, nel vano tentativo di farsi coevo agli antichi, si sforza di identificare immaginazione e realtà; e veste alla foggia di quelli, e si circonda di oggetti, di statue, di bronzi, che sempre meglio lo aiutino a crearsi la maliosa illusione di rivivere in altra epoca storica. Se non che questo sforzo di distaccarsi dal presente, questo tendere all'isolamento e farsi come cittadini d'un'ideale repubblica delle lettere, segnando una sempre piú netta linea di separazione fra i pochi — essi, gli umanisti — viventi in una loro sfera piú alta con la orgogliosa coscienza del loro valore, e il popolo, rimasto in parte estraneo a quel moto nato dal rigoglio di una superiore cultura, doveva condurre ad impostare su altre basi il problema morale ed anche il problema religioso. L'individuo non ha, ora, piú coscienza della sua pochezza; ma è come inebriato della propria potenza di creatore, della sua dignità di uomo. Il divino non è sentito tanto dall'umanista fuori di sé, come limite, quanto in sé, come forza propulsiva. Non per questo, tuttavia, si rinnega la trascendenza; ma soltanto l'uomo sente che piú sviluppa, anche nel mondo presente, i doni ricevuti da Dio, e piú a Dio stesso si assomiglia e si avvicina. § 5. — Ma per noi Italiani il Rinascimento non ha solo importanza rispetto ai fini universali della civiltà; esso assume ai nostri occhi anche un altro altissimo valore e significato. Questo grande moto, infatti, rievocando in tutta la sua fulgida luce l'immagine del nostro passato, valse a trasfondere in noi una piú viva coscienza di noi stessi, a porre alla nostra unità spirituale il saldo fondamento di quanto vi era piú vivo nella nostra storia, non mai — è vero — perduta interamente di vista, ma troppo spesso offuscata o velata, e perciò non compresa nel suo valore ideale. L'uso stesso del latino, la cui sostituzione al volgare, nel periodo del piú acceso fanatismo umanistico, può sembrarci — dopo la gloria assicurata al nuovo linguaggio dai tre grandi trecentisti — quasi un fatto anacronistico, ha invece riguardato, sotto questo aspetto, un significato profondo: perché quel latino i nostri quattrocentisti resero di nuovo lingua duttile e viva; lo piegarono all'espressione dei loro sentimenti attuali; ne fecero quindi uno strumento di pensiero nostro, italiano, anziché universale. L'uso rinnovato dell'antico linguaggio è perciò lavorío di unificazione spirituale, che si veniva lentamente svolgendo nel mondo della cultura, e che era condizione indispensabile dell'unità nazionale. D'altra parte il latino preparò la via all'unificazione linguistica — il piú potente elemento di coesione tra i figli d'una stessa terra — quando, venuto meno il troppo acceso entusiasmo dei neòfiti, la lingua letteraria volgare finí col trionfare definitivamente sui dialetti: cosí come, presso a poco nello stesso tempo — in quel periodo che comprende l'ultimo ventennio del '400 e il primo trentennio del '500 — sulla varietà delle scuole artistiche regionali, soprattutto pittoriche, trionfò, in un'ultima manifestazione della sua possanza sintetica, il genio piú veramente italiano. Trasportare poi gli ideali che avevano determinato le forme della cultura nella Rinascenza dal mondo del pensiero in quello del sentimento, farli passare nella realtà, nella vita del nostro popolo come motivi ispiratori di grandi fatti, come forza operante capace di dare impulso all'azione feconda, sarà cómpito — altissimo cómpito — del Risorgimento. È questo il maggior legame ideale che unisce fra loro, in una vivente continuità di spirito, le due piú grandi epoche della nostra storia moderna. § 6. — L'Umanesimo, come frutto di uno stato d'animo di pacata contemplazione, e l'arte che lo accompagna e lo rispecchia non potevano vivere né prosperare se non in un ambiente di serenità, dove le passioni, con la loro violenza, non giungessero a turbare la calma e l'equilibrio dello spirito. Per questo gli umanisti trovarono rifugio nelle corti. Vedemmo già come, venuta meno l'importanza politica del Papato e dell'Impero, chiuso ormai il ciclo vitale de' reggimenti democratici disfrenatisi a demagogici, si formasse il terreno propizio al sorgere delle Signorie, dovute all'intraprendenza di uomini di singolare abilità politica, oppure a capitani di ventura favoriti nelle loro mire ambiziose dalla sfiducia del popolo nelle vecchie forme costituzionali; sicché Enea Silvio Piccolomini poteva scrivere non esser difficile in quei tempi neppure ai servi di divenire re. Cosí si ebbero, accanto agli stati di piú vecchia creazione — repubblica di Venezia, stato della Chiesa, regno di Napoli — numerose le Signorie, che in seguito si trasformarono in principati: i Visconti, e poi gli Sforza, a Milano; i Gonzaga a Mantova; gli Estensi a Ferrara, Modena e Reggio; i Medici a Firenze (dove peraltro assai a lungo essi rimasero signori di fatto, non di nome); i Montefeltro, e poi i Della Rovere, a Urbino; i Malatesta a Rimini, per citare solo le famiglie piú illustri. Questi príncipi — vuoi per naturale inclinazione, vuoi per calcolo, oppure per l'una e l'altra ragione insieme cospiranti — furon tutti mecenati, e fecero a gara per innalzare monumenti insigni, nei quali l'arte dispiegò ogni sua grazia, in portentosa fioritura, con un impeto creativo che ha del miracoloso. L'arte segna il dominio sovrano degli uomini del Rinascimento, e si rivela davvero il centro e l'anima della nostra cultura. § 7. — Il Quattrocento ne apre il periodo piú glorioso: declina ormai il gotico e ritorna in onore l'antica linea romana, già ricca delle esperienze del passato e pronta alle audacie del futuro. Per l'opera di innumerevoli architetti, dal Brunelleschi all'Alberti, dal Laurana al Martini, dal Michelozzi al Rossellino, ai San Gallo, all'Amadeo (citiamo soltanto qualcuno dei piú insigni) si moltiplicarono chiese, cappelle, ville, edifici pubblici e privati d'inimitabile vaghezza; in città grandi e piccole, in borghi, in luoghi isolati: la Certosa detta di Pavia sorge in mezzo ad una campagna triste. Chi voglia godere con pieno abbandono l'infinita suggestione di quest'arte deve visitare una di quelle città o paesi che piú fedelmente hanno conservato l'antico loro caratteristico aspetto: Urbino o Ferrara o la minuscola Pienza, già Corsignano, nel Senese, ribattezzata col nuovo nome per l'onore che ebbe di aver dato i natali al grande pontefice umanista Pio II Piccolomini. Síncrono allo sviluppo dell'architettura fu quello della scultura. Il secolo si apriva con un evento che sembrava, per l'arte italiana, stimolo a piú difficili prove: il concorso per le porte settentrionali del Battistero fiorentino, il bel «San Giovanni» di Dante (1401). Vi parteciparono il Brunelleschi, Jacopo della Quercia, Lorenzo Ghiberti; e ne fu vincitore il Ghiberti. Il quale lavorò intorno alle due porte per quasi un cinquantennio, accogliendo, quanto ai soggetti, i suggerimenti di un famoso umanista, Leonardo Bruni; e riuscí a darci il piú grande saggio di scultura decorativa e pittorica che vanti l'Italia. Di fronte alla grazia del Ghiberti la forza di Jacopo della Quercia, tutto inteso a rendere nelle sue figure non soltanto l'espressione del volto, ma anche il movimento del corpo. E sopra tutti, per la versatilità dell'ingegno e per la foga della creazione, sempre disciplinata dal senso vigile dell'arte, Donatello. Questi fecondò col suo genio i germi d'ispirazione che gli erano offerti dal mondo della tradizione classica e da quello della vivente natura, e cercò di ritrarre nel marmo o nel bronzo o nella terracotta i piú vari aspetti di questa nostra umanità cosí uguale e pur cosí diversa. Si comprende perciò come un simile artista, che accoppiava la forza alla grazia, la sapienza della prospettiva alla vivezza parlante delle immagini, dovesse esercitare un irresistibile fascino sui contemporanei: né solo sopra i Fiorentini e i Toscani, i piú dei quali furono spiritualmente suoi continuatori; ma anche sopra scultori di quasi ogni parte d'Italia, e altresí sopra i pittori. La pittura è, tra le arti figurative, quella che piú compiutamente d'ogni altra ritrae la spiritualità degl'Italiani: e ciò è naturale. Appena l'uomo, uscendo dal chiuso delle astrazioni medievali, ebbe ripreso contatto con la vita e in essa ebbe concentrati il suo interesse e la sua ammirazione, dovette comprendere che nessun'arte era adatta a rispecchiare la realtà piú che la pittura; la quale non rende soltanto la figura e il movimento, ma trova nel colore un aiuto potente per la rappresentazione degli affetti e dei contrasti. Il primo decisivo impulso per il rinnovamento della pittura era venuto da Giotto, il quale alle figure che Cimabue aveva ritratte senza sfondo, quasi a portarle fuori della vita contingente nel mondo dell'assoluto, sostituí le figure iscritte nello spazio con sfondi architettonici o naturali, dapprima appena accennati, poi a grado a grado sviluppati con sempre maggior compiacenza: a quell'ambiente, che riconduceva alla terra, dovevano adeguarsi sempre piú le figure chiamate a popolarlo. Cosí Giotto indicava, per due secoli, le vie alla pittura italiana. La quale era destinata a salire ad un grado di ognor maggiore perfezione, per rendere sempre piú pienamente la complessità della vita nostra del Rinascimento. E ciò le riuscí perché le mirabili conquiste della tecnica furono poste al servizio di un felicissimo intúito estetico da pare di una pleiade di artisti, non pochi de' quali eccezionalmente dotati. Agli albori del secolo vide la luce un titano della pittura: Masaccio, che morí giovanissimo, ma pur lasciò dietro di sé una scía luminosa destinata a guidare nel difficile sentiero dell'arte anche i piú grandi fra i suoi successori. Leonardo, Raffaello e Michelangelo studieranno ammirati gli affreschi della cappella Brancacci nella chiesa del Carmine a Firenze; ove Masaccio seppe ritrarre con la stessa consumata perizia l'uomo e lo sfondo su cui esso si muove, quasi in gara con la natura presa a modello dall'insigne artefice; il quale pose somma cura anche negli «scorci» e nello studio della prospettiva. Accanto a lui e dopo di lui quanti altri maestri del colore; e ciascuno con una sua distinta personalità! Dal Beato Angelico, dipintore di scene paradisiache, ad artisti quali il Lippi, il Gòzzoli o il Ghirlandaio, che si piacciono di «narrare» col pennello intere storie tratte dal Nuovo o dal Vecchio Testamento, oppure ispirate alle leggende agiografiche: dal Botticelli, che nella grazia malinconica delle sue figure sembra interpretare le sottili contraddizioni di quell'età, a Piero della Francesca, cosí potente nel ritratto, e al Signorelli che precorre, nella potenza del rilievo, la grandezza di Michelangelo! E con la scuola fiorentina gareggiano altre scuole, la umbro-marchigiana e, soprattutto, la veneziana, che avrà nel '500 i suoi rappresentanti piú alti. Ma nella regione veneta si leva eminente, e sta a sé, il vicentino Andrea Mantegna. La Camera degli Sposi, affrescata da lui nella reggia di Mantova, è, colla cappella Brancacci di Firenze, uno dei santuari della pittura italiana. Accanto agli affreschi ora ricordati, dà intera la misura del genio di Andrea il Trionfo di Cesare, una superba serie ciclica di nove tele dipinte in cui tu senti lo spirito stesso di Roma, rifatto, per magía d'arte, tutto vivo e presente in mezzo a una società ansiosamente protesa ad evocarlo. § 8. — Un simile miracolo fu reso possibile dall'Umanesimo; il quale aveva diffuso il gusto e l'amore dell'antichità, ed aveva mirato con tutte le sue forze ad una piú piena e piú viva ricostruzione di essa. Anzi, a mano a mano che l'Umanesimo procede, l'orizzonte spirituale si allarga: allo studio della civiltà romana si accoppia quello della civiltà ellenica, che si vorrebbe aggiungere al patrimonio della nuova cultura. Del mondo greco il Medio Evo aveva avuto nozioni monche e confuse. Si era tratto partito dalle dottrine aristoteliche per le nuove costruzioni della Scolastica; il pensiero del filosofo Stagira aveva ricevuto poi piú piena illustrazione in grazia delle versioni latine delle opere sue e di quelle dei suoi commentatori arabi fatte da dotti ebrei per impulso dell'imperatore Federigo II. Neppure Platone era stato del tutto ignorato; ma la conoscenza delle sue dottrine era rimasta incompiuta e indiretta, perché limitata agli elementi platonici che eran passati negli scritti di altri autori, massimo fra tutti Sant'Agostino. Era necessario ritornare, anche in questo campo, direttamente alle fonti: ed ecco il cómpito provvidenziale dell'Umanesimo. Il 1397 segna una data importante per lo sviluppo dell'ellenismo in Italia: è l'anno in cui la Signoria fiorentina, per iniziativa di Coluccio Salutati, chiama nello studio ad insegnare la lingua di Omero un greco, Manuele Crisolora. Ciò rese possibile a numerosi umanisti di leggere nel loro testo originale i due massimi filosofi dell'antichità. L'ulteriore conoscenza della civiltà ellenica fu poi favorita dalla venuta di molti letterati greci in Italia, sia per il Concilio tenutosi a Ferrara e a Firenze (1438-'39) col proposito di tentare l'unione fra la Chiesa romana e la Chiesa orientale (basterà ricordare fra i dotti venuti in Italia in tale occasione Giorgio Gemisto e il Bessarione, arcivescovo di Nicea e poi cardinale), sia per effetto della caduta di Costantinopoli nelle mani dei Turchi (1453). Conseguenza di questo diretto studio della filosofia classica fu un piú libero atteggiarsi del pensiero nell'impostazione e nella risoluzione dei vari problemi, e specialmente il fiorire del platonismo, non ancora nei modi che esso assumerà nei tempi moderni, ma come tentativo di conciliazione delle idee platoniche con le idee neoplatoniche e cristiane. Promotore massimo del nuovo avviamento fu il già ricordato Marsilio Ficino, che tradusse in latino le opere di Platone e compose la “Theologia platonica”, col precipuo intento di celebrare la dignità e l'eccellenza dell'uomo, posto in mezzo tra la natura e Dio, cui egli può ascendere sulle ali dell'intuizione mistica; e vide nell'opera dei singoli filosofi, e soprattutto del maggiore di essi, Platone, i segni di quella progressiva rivelazione del divino, che doveva metter capo finalmente al grande annunzio cristiano. Accanto al Ficino troviamo alcuni insigni cooperatori: Giannozzo Manetti, Cristoforo Landino e specialmente quel Giovanni Pico della Mirandola (1463-1494), il quale meravigliò i contemporanei per l'altezza dell'ingegno e per la vastità del sapere, tutto preso e arso com'era dalla febbre della conoscenza, che anche per lui trovava il suo centro nel problema religioso. Cosí l'Umanesimo investe pure il campo speculativo, e determina nella storia spirituale dell'Europa il primo rifiorire del platonismo, elemento di grandissima importanza pel progresso della cultura; basta ricordare i molteplici influssi che il sistema del grande filosofo greco esercitò poi nei domíni piú disparati dell'arte e del pensiero. Non per questo tuttavia può dirsi che l'Umanesimo sia riuscito ad una compiuta — o almeno adeguata — valutazione della civiltà ellenica. Tutto un lato di essa rimase ancora estraneo al suo spirito profondo: le scienze matematico-naturali, generalmente trascurate in quanto non rientravano nelle nozioni necessarie a quelle ideali figure del poeta, dell'oratore e del galantuomo, quali se le foggiò la Rinascenza. § 9. — Gli è che l'Umanesimo italiano, come movimento schiettamente nazionale, si foggia essenzialmente sul modello romano; e guarda soprattutto a Cicerone non tanto come a interprete della filosofia greca quanto come a maestro insuperabile di stile. Perciò sul tipo dell'umanista che s'interessa dei problemi speculativi prevale di gran lunga il tipo dell'umanista tutto preso dai problemi formali; inteso con ogni sforzo a far risorgere nel suo pieno splendore la lingua di Roma. Perfino uno dei piú inquieti e acuti intelletti di quel periodo, Lorenzo Valla (3), polemista arguto e pugnace — che dimostrò falsa la presunta donazione di Costantino, e nel dialogo De voluptate cercò di conciliare l'etica epicurea con quella cristiana — propugnò l'osservazione analitica e paziente degli elementi del linguaggio, e scrisse, precorrendo la moderna critica filologica, i sei libri Elegantiarum latinæ linguæ, che dettero occasione ad una fierissima polemica con Poggio Bracciolini. Nessuna meraviglia dunque che, in quel primo vivace manifestarsi della nuova cultura, si lasciasse il volgare alla Musa del popolo, e si considerasse il latino come aristocratico mezzo di espressione solo degno d'essere usato da uomini dotti. Sorse cosí una abbondantissima produzione nella lingua del Lazio, nella quale si trattarono i piú vari generi, in prosa e in verso. Canone comune di questa letteratura l'imitazione, proclamata indispensabile non già per pigrizia o per spirito servile, ma per l'ingenua convinzione — frutto essa medesima di entusiasmo — che gli antichi fossero riusciti insuperabili e che perciò nient'altro restasse a fare se non seguire le loro orme gloriose. Naturalmente vi furono scrittori meglio dotati, che riuscirono a mostrare, almeno in un certo grado, la loro originalità e a dire una loro propria parola, non ostante che anch'essi professassero quella mortificante dottrina estetica; e furono storici, epistolografi, polemisti, trattatisti, poeti. § 10. — Fra i primi, che tennero come loro principale modello Tito Livio, alcuni cercano di conciliare i pregi stilistici con l'esattezza delle notizie, come l'aretino Leonardo Bruni (1370-1444) cancelliere della repubblica di Firenze, autore, oltre che di molte altre opere in latino e in volgare, — fra queste le vite di Dante e del Petrarca — anche di una Historia florentina, ove sono narrate le vicende della città toscana dalle origini al 1362; altri, meno solleciti dell'eleganza esteriore, vogliono fare opera d'indagine scrupolosa, come Flavio Biondo, lo studioso, già da noi ricordato, di antiquaria, di archeologia e di topografia. A tali discipline appartengono due opere del dotto forlivese, la Roma instaurata e la Roma triumphans; mentre le sue Historiarum ab inclinatione Romanorum decades appartengono piú strettamente al genere storico e tracciano un ampio quadro della storia medievale dalla caduta dell'Impero romano d'Occidente fino al 1440, un periodo che suscitava piuttosto i dispregi che le simpatie degli umanisti. È del Biondo stesso l'Italia illustrata, altra opera storica in cui sono esposti in compendio fatti memorandi riguardanti le nostre principali città. Ben diverso e piú complesso tipo di scrittore è Poggio Bracciolini (4), anch'esso già da noi ricordato come il piú fortunato scopritore di preziosi codici antichi. Egli tradusse dal greco in latino, compose dialoghi satirici e mordaci, una Historia florentina in continuazione di quella del Bruni — ov'è però evidente lo sforzo eccessivo di imitare la solennità epica di Livio — il Liber facetiarum, pieno di motti arguti o salaci e di lepide novellette, e specialmente un Epistolario, ch'è la piú bella fra le moltissime raccolte di lettere umanistiche, varia di tòno e di argomenti. Fra le sue violente polemiche basti richiamare quella col Valla, già da noi ricordata. Il risorto latino riacquista, sotto la penna del Bracciolini, l'efficacia d'una lingua viva, tale è la freschezza, la festività, l'abbondanza, con cui egli lo piega mirabilmente agli usi piú vari. In troppi altri scrittori si avverte invece lo sforzo e l'artificio: non però in Enea Silvio Piccolomini (papa Pio II), che nella maggiore delle opere sue, i Commentarii rerum memorabilium quæ temporibus suis contigerunt, ritrasse con vivacità le sue impressioni e dimostrò specialmente il suo squisito senso paesistico (il sentimento della natura è anch'esso frutto dell'Umanesimo) ingenuo e schietto, pari a quello che spira dalle tele di certi pittori di quell'età. § 11. — Non meno copiosa della letteratura prosastica è la contemporanea produzione in versi, ispirata anch'essa dal desiderio di rinnovare i generi tramandatici dagli antichi. Ma non nella poesia epica (in alcuni casi, come nella Sforziade di Francesco Filelfo [1398-1481], ampollosa celebrazione di Francesco Sforza, essa appare suggerita da motivi di sfacciata adulazione), e neppure nella didascalica, troppo aderente, di solito, ai modelli classici, sta il meglio di questa produzione; sibbene nella lirica. Modelli, in questo campo, Catullo, gli elegiaci, Orazio, Marziale. Era difficile che un umanista non sapesse comporre abilmente un epigramma, o ritrarre una fugace impressione nel giro d'un breve carme; ma troppo spesso l'espressione si atteggia secondo prefissi schemi letterari, e dà nel monotono, oppure nell'osceno. Difetti, questi, che derivano da mancanza di serietà e di interna concentrazione: l'artista giuoca con la forma, assumendola ad ostentazione di bravura meglio che a significazione dei propri sentimenti. Si comprende quindi il mònito ripetuto spesso dagli umanisti ai lettori, di non credere che la loro vita corrisponda ai modi dell'arte loro («lasciva est nobis pagina, vita proba est»). Esempio cospicuo Antonio Beccadelli, detto il Panormita (1394-1471), iniziatore, a Napoli, sotto l'egida degli Aragonesi, di quelle adunanze di dotti che si trasformarono poi nella già ricordata Accademia napoletana o pontaniana, e autore di una raccolta di epigrammi — l'Hermaphroditus — agili e freschi nella forma, ma troppo spesso inverecondi. Pochi, dunque, in mezzo ai tanti, spiccano per loro note personali che li distinguano dagli altri: fra quei pochi, oltre il ferrarese Tito Vespasiano Strozzi (1424-1503), che ha delicate poesie d'intonazione specialmente amorosa, Angelo Poliziano e Jacopo Sannazaro, dei quali tratteremo nel capitolo seguente poiché usarono con eguale felicità il volgare e il latino, Michele Marullo (m. 1500) e Giovanni Pontano. Il primo, un greco venuto da Costantinopoli dopo la caduta della sua città nelle mani dei Turchi, si assimilò facilmente le forme della nostra cultura, e si serví di un linguaggio duttile e fresco, che seppe piegare alla significazione di sentimenti schiettamente moderni. La sua tristezza di esule, il profondo dolore per le condizioni della patria soggetta al dominio mussulmano, il senso della caducità delle cose umane associato a certa virile, quasi lucreziana, capacità di contemplazione delle vicende storiche e naturali, e infine l'amore, non concepito, come dalla maggior parte degli umanisti, nella solita forma della lascivia, ma sentito e ritratto con delicatezza di tòni e di modi (notevolissime, nella lirica di questo straniero, le risonanze e gli atteggiamenti petrarcheschi) trovano schietta e spesso felice espressione nei suoi versi (inni, elegie, epigrammi, carmi di sapore catulliano od oraziano). Men profondo e raccolto, ma piú largo ed espansivo, piú intento a cogliere i dati della molteplice realtà esteriore, il Pontano (5); uomo di azione ancor piú che di contemplazione; poco capace di ripiegarsi su se stesso, ma aperto a tutte le impressioni, specialmente a quelle che potessero essergli fonte di godimento; sensibilissimo al fascino dei sereni spettacoli della natura e della vita non meno che alle lusinghe della bellezza muliebre. Ma tutta questa varia materia di canto non dà origine ad una produzione organicamente unitaria, perché il poeta è povero d'interiorità. Le opere sue di maggiore impegno (un poema astrologico, l'Urania sive de stellis, e due poemetti minori) sono minate alla base da questa mancanza di coesione, e si apprezzano piuttosto in certi sparsi frammenti che nella loro linea di svolgimento; cosí come i trattati ch'egli compose non interessano per la loro novità speculativa, ma per certe argute rappresentazioni, per gli aneddoti che di frequente vi sono inseriti a variare la pesante uniformità della materia. Le doti migliori del suo ingegno il Pontano poteva dispiegare solo nell'àmbito breve di un componimento lirico, o nei limiti di una dipintura realistica: cosí nacquero le varie raccolte dei suoi carmi e i suoi cinque dialoghi in prosa; i quali scritti non son neppure essi tutti quanti di uguale valore. Il paesaggio ritratto nei suoi aspetti piú appariscenti, il luminoso paesaggio solare della spiaggia napoletana, pieno d'incanti, popolato di figure atte a renderne antropomorficamente la suggestione, l'amore senza complicazioni psicologiche, concepito solo come sfogo d'istinti; gli affetti familiari; il gusto della macchietta, della caricatura, del quadro di genere o della scena comica sono i semplici temi della Musa pontaniana. Il fascino del golfo partenopeo trova la sua consacrazione artistica in piú o meno rapide descrizioni sparse qua e là nell'opera dell'elegante Umanista; e soprattutto nella Lepidina, vaghissimo idillio in cui si favoleggia poeticamente delle nozze fra il Dio Sebeto (un fiumicello che scorre nelle vicinanze di Napoli) e la ninfa Partenope (figurazione della città). L'amore è cantato negli Amores, negli Hendecasillabi, nell'Eridanus; gli affetti familiari ispirarono il De Amore coniugali, i Versus iambici, e taluno dei Tumuli; gli spunti realistici avvivan di sé molti passi, specialmente delle egloghe, ma s'inquadrano con piú vivo risalto nei dialoghi, tra i quali l'Asinus è un capolavoro di festività, di brio, di arguta caricatura. Nella prosa di questo dialogo non si avverte piú la ridondanza verbosa che è spesso caratteristica dello stile pontaniano; come non si avverte nei versi delle Næniæ (ninne-nanne), che fan parte del De Amore coniugali, né in qualcuno dei Versus iambici o dei Tumuli, dove una piú intima gioia o un piú schietto e consapevole dolore impongono all'ispirazione del poeta quell'artistica disciplina che altrove difetta. _______________ |
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