CARLI PLINIO-SAINATI AUGUSTO

Il Boccaccio

(a cura di Benedetto Brugia)


§§ 11.-7 Natura e formazione spirituale dello Scrittore - I classici - L'ambiente napoletano: Fiammetta

§§ 12-3. Opere minori del periodo napoletano: il «Filòcolo», il «Filòstrato», il «Teseida»;

e del periodo fiorentino: l'«Ameto», l'«Amorosa visione», la «Fiammetta», il «Ninfale fiesolano»

§§ 14-7. Il «Decameròn» - Maturità artistica dello Scrittore - Il mondo poetico del Boccaccio - La brigata dei novellatori

Le ballate - La descrizione della peste - Costumi e paesaggi - L'amore eroico - Lo spirito cavalleresco e cortese

L'intelligenza e la sua negazione - L'arte del Boccaccio - La sua prosa 

§§ 18.-7 Le «Rime» - Il «Corbaccio»

§§ 09.-7 Il Boccaccio umanista ed erudito: «Epistolæ», «Bucolicum carmen», «De casibus virorum illustrium»,

«De claris mulieribus», «De montibus, silvis etc.», «De genealogiis deorum gentilium»

§§ 10.-7 Il Boccaccio dantista: il «Comento», la «Vita di Dante»

§ 1. — Terzo dei grandi trecentisti, e non comparabile né con l'uno né con l'altro dei precedenti, il Boccaccio (1): meravigliosa ricchezza letteraria di un secolo, che sorprende la vita nelle sue piú svariate manifestazioni e la rifrange nello specchio magico dell'arte! Il Boccaccio aveva temperamento sensuale, e perciò il suo spirito era poco portato a ripiegarsi su se stesso. La serietà eroica di Dante, che i molteplici dati della propria esperienza coordina e fonde nell'unità della sua grande anima tutta volta all'ideale; l'inquietudine segreta che tormenta il Petrarca e lo rende inetto all'azione, gli sono egualmente estranee, sebbene egli si professi fervidissimo ammiratore di ambedue quei grandi. Il Boccaccio reca nell'arte il senso pratico proprio della classe sociale onde usciva. Suo padre, mercante e cambiatore, apparteneva a quella società borghese che si arricchiva coi traffici e che conduceva un'esistenza non facile a turbarsi per delicati scrupoli morali. Da lui messer Giovanni, che pure per la mercatura ebbe sempre una grande avversione, ereditò una certa serenità epicurea ed una perspicace attitudine a conoscere gli uomini. L'educazione poi e l'ambiente in cui il futuro scrittore trascorse i suoi giovani anni contribuirono ad assecondarne ed a rafforzarne le tendenze istintive. Ma alla sua compiuta formazione spirituale concorsero in non minor misura da un lato il vivo contatto col mondo, dall'altro la lettura di romanzi e, piú ancora, di opere classiche. Dei classici il Boccaccio fu paladino dalla prima giovinezza fino alla morte; anzi nel culto dell'antichità si venne confermando sempre piú — anche per l'esempio e per l'eccitamento del Petrarca — col progredire dell'età. Scoprí egli pure antichi manoscritti (ritrovò, pare, quello di Tacito nella biblioteca di Montecassino), ed apprese i rudimenti del greco, indicando primo all'ansiosa esplorazione degli studiosi italiani questa nuova immensa regione dell'antica cultura. Vero è che se anche avesse potuto procedere nello studio della lingua oltre il segno cui arrivò, gran parte della letteratura ellenica sarebbe rimasta ugualmente estranea ai suoi interessi mentali; ché la greca serenità, tutta finezze e non aliena dalla coscienza del mistero, era a lui meno congeniale del solido buon senso latino esplicantesi nelle forme di un'arte meno delicata e meno varia, ma piú scolpita e piú legata alla vita pratica. In ogni modo il Boccaccio anche come rievocatore e ricostruttore del nostro passato storico piú remoto — vale a dire come precursore dell'Umanesimo — ha assai minore importanza che il Petrarca: dagli antichi egli desunse soltanto gli elementi che potevano entrare nel circolo vivo della sua cultura e della sua vita spirituale, per conformità col suo temperamento e coi suoi gusti: basta osservare come maestro massimo sia per lui Ovidio, non piú il dantesco Virgilio. E quando gli fu venuto meno il caldo soffio dell'ispirazione creatrice, rimase in lui piú che altro l'erudito amante delle vaste compilazioni dottrinali che ci richiamano ancora al gusto del Medio Evo.

Accanto all'influsso dei classici è da rilevare quello esercitato sullo spirito del Boccaccio dall'ambiente. Il periodo della sua dimora a Napoli ebbe un'importanza decisiva per la sua formazione mentale. Quivi infatti si discoprí ai suoi occhi estasiati un duplice incanto: quello della natura e quello dell'amore: d'una natura tutta vezzi e lusinghe e splendori, complice e quasi consigliera di voluttà; d'un amore non piú per donna angelicata, come Beatrice, o meditatamente vereconda, come Laura, ma per una dama d'esuberante vitalità, avida di godimento, procace nell'aspetto e negli atti: Fiammetta. Questo amore gli accese i sensi, ma gli legò, coi sensi, anche l'anima: ardentemente e stabilmente; sicché tutte le sue opere piú significative il Boccaccio compose per ispirazione di Fiammetta, maioris coactus imperio.

§ 2. — Gli scritti giovanili segnano come le tappe progressive che lo Scrittore dovette percorrere per giungere al pieno possesso del suo mondo poetico, per purificarlo da ogni esterna sovrapposizione. Gli ostacoli che gli si opponevano erano di duplice natura: da un lato le correnti letterarie contemporanee, che lo inducevano a sovraccaricare la creazione fantastica d'un senso morale o allegorico, o a fare sfoggio di una erudizione, rara per quella età e squisita, ma artisticamente inopportuna e greve; dall'altro le preoccupazioni psicologiche sue proprie, che nascevano dal desiderio di rendere la visione artistica piú aderente che fosse possibile allo stato d'animo creato in lui dall'amore per Fiammetta. E com'egli era inetto a sentire il vero sotto il velo, a nascondere un secondo significato sotto la lettera, e portato invece ad appagarsi di rappresentare la realtà nei suoi aspetti molteplici e vari; cosí era incapace di trasformare in nitida figurazione poetica quella sua intima esperienza penosa che era stata l'amore per la vivace signora napoletana, terminato presto da parte di lei col tradimento e con l'abbandono.

Tema predominante in queste opere minori, che preludono al capolavoro, è appunto l'amore, non già concepito e ritratto con accenti stilnovistici o petrarcheschi, ma inteso come passione che prende tutto l'uomo e può dar gioie intense e sboccare in tragedia. Né vario è soltanto lo stato d'animo che un sentimento siffatto determina, ma anche il colorito e il tòno poetico e letterario in che si manifesta: ora romanzesco ora cavalleresco; ora epico ora elegiaco; or velato d'allegoria ora inserito in una cornice d'idillio. Il che dimostra già quale importanza l'amore abbia per l'arte dello Scrittore, e fa comprendere attraverso quante prove debba passare l'ispirazione che ne deriva prima di raggiungere la sua definitiva espressione nel capolavoro.

L'attività letteraria del periodo napoletano s'inizia col Filòcolo (2) (il titolo dovrebbe significare, secondo la fallace etimologia del Boccaccio, ‘fatica d'amore’), un romanzo in prosa che riprende la leggenda medievale di Florio e Biancifiore, un giovine e una fanciulla, innamorati fin da bambini, che, dopo mille perigliose avventure, riescono a sposarsi. Proposito dell'autore, in questo libro composto ad istanza di Fiammetta, fu di trasportare un'ingenua leggenda popolare in una sfera d'arte piú raffinata e decorosa: e ciò si rileva dallo sforzo palese di architettare solennemente il periodo secondo il modello della prosa latina e secondo le leggi della rettorica medievale. Ma tale sforzo dà allo stile una tensione che a lungo andare genera sazietà. Le pagine piú vive son quelle in cui lo Scrittore trae partito dalla sua diretta esperienza psicologica, sia che descriva l'innamoramento dei protagonisti, o la loro tristezza nella lontananza, o la gioia del loro ritrovarsi, dopo tante peripezie, in Alessandria; sia che, finalmente, ritragga le gaie conversazioni di una brigata di giovani donne disputanti intorno a questioni d'amore nell'incantevole cornice del paesaggio napoletano.

L'elemento autobiografico, che entra solo per incidenza nell'ispirazione del Filòcolo, acquista capitale importanza nel Filòstrato, il «vinto d'amore» (cosí suona il titolo per il Boccaccio, nella sua manía grecizzante): un poema in ottave, intorno all'amore di Tròiolo per Criseida, che poi lo tradisce per Diomede. La materia deriva dalle leggende medievali sulla guerra di Troia. Spicca, fra tutti i personaggi, per la sua passione sfortunata e tragica, Tròiolo, in cui il Boccaccio volle adombrare se stesso, colle proprie ansie e delusioni; cosí come in Criseida rispecchiò l'incostanza e la leggerezza femminile quale la veniva sperimentando in Fiammetta. Di qui la prevalenza dell'elemento lirico su quello schiettamente narrativo; qualche cosa di troppo immediato e personale, che ha ancora bisogno, per essere assunto nel dominio dell'arte, di un'ulteriore elaborazione fantastica. Da tale immaturità di concepimento deriva poi la dissonanza del tòno, che passa dal tragico al comico, senza sapienti gradazioni. Alla stessa causa sono dovute pure talune crudezze di espressione, e un andamento spesso faticoso dell'ottava, ora per la prima volta ripresa dai cantori popolari e nobilitata a metro di una piú culta narrazione. Colpisce per altro l'industria con che lo Scrittore si sforza di trovare un linguaggio piú preciso e piú cònsono al proprio modo di sentire, talvolta realistico o beffardo, come in non poche novelle del Decameròn: segno, questo, di una piú progredita maturità.

Col Teseida, altro poemetto in ottave forse composto fra il '39 e il '40, il Boccaccio volle tentar le sue prove nel campo dell'epica: ma la materia amorosa era cosí viva e presente nel suo spirito, da attrarre su di sé tutta l'attenzione dello Scrittore, onde quello che avrebbe dovuto essere l'argomento principale (la guerra di Teseo contro le Amazzoni e contro Tebe) finisce col diventare secondario ed accessorio, e cede il luogo a quello che — secondo gli schemi classici degli epici latini presi a modello per quest'opera — avrebbe potuto essere non piú che un episodio. L'interesse s'accentra tutto sugli amori di due prigionieri tebani, Arcita e Palemone, per Emilia sorella della regina delle Amazzoni; qui sono i tratti in cui il Boccaccio può meglio esplicare la sua umanità e far valere il proprio spirito di osservazione. Ma di solito il proposito rettorico troppo scoperto genera freddezza, e l'analisi si smarrisce spesso in particolari insignificanti.

§ 3. — Il contenuto autobiografico è proprio ancora degli scritti dettati a Firenze, che seguono in ordine di tempo a quelli del periodo napoletano; ma tende a sempre meglio purificarsi, liberandosi dai tòni troppo personali, e s'avvia a diventare oggetto di piú serena contemplazione fantastica.

D'ispirazione contraddittoria è il Ninfale d’Ameto, romanzo in prosa inframmezzato da canti in terzine, nel quale elementi allegorici coesistono, non certo in perfetta armonia, con elementi autobiografici e realistici. Ameto, rozzo pastore, vorrebbe esser figura dell'umanità, prima incólta, che s'ingentilisce in grazia dell'amore, ed è resa poi capace dalle sette virtú — rappresentate in sette ninfe — di contemplare la divinità. Ma quelle ninfe e i loro amanti (fra essi Fiammetta e il Boccaccio, che si ritrae ora sotto i sembianti di Ibrida ora sotto quelli di Caleone) hanno ben poco di trascendente o di simbolico, e molto invece di concreto e di terreno: e i loro racconti non son vòlti a edificazione spirituale, ma ispirati piuttosto a quel vivo senso di realismo, che ritroveremo come elemento caratteristico del capolavoro.

Ancor piú che nell'Ameto l'intento allegorico-didattico si discopre nell'Amorosa visione, essa pure in terzine (1342); ma questo proposito è tanto in contrasto coll'originalità profonda dello Scrittore che il poema — di palese e voluta imitazione dantesca — riuscí il piú infelice fra quanti mai ne compose, privo com'è di organismo, e non ha quasi alcuna importanza nel processo formativo dell'arte boccaccesca.

Ben altrimenti notevole è l'Elegia di Madonna Fiammetta, un romanzo in prosa, in cui l'intima esperienza dell'Autore non è piú materia incandescente, pervasa di calda passione, ma, detersa da ogni elemento troppo soggettivo, è guardata con occhio d'artista, fatta oggetto di studio pacato. Fiammetta narra essa stessa la storia dei suoi amori con Pànfilo, che la tradisce e l'abbandona per tornarsene a Firenze, ov'è stato chiamato dal padre: ed ella invano l'attende, fra il dolore della lontananza e il tormento della gelosia, finché per disperazione tenta di uccidersi. Il racconto segue da vicino gli avvenimenti quali effettivamente si svolsero fra il Boccaccio-Pànfilo e Maria d'Aquino-Fiammetta; ma il fatto stesso che i termini sono qui invertiti, perché nel romanzo chi tradisce è l'uomo, non già la donna, come fu nel vero, dimostra il progressivo distacco della finzione dalla realtà, il tramutarsi dell'interesse psicologico in interesse artistico. Le esperienze sentimentali dello Scrittore, i turbamenti della passione, lo strazio della gelosia, le gioie torbide del senso, il tormento dell'attesa sono osservati e ritratti con verità e con precisa conoscenza dell'animo umano. Se non che la rappresentazione, per soverchio desiderio di esattezza, riesce spesso troppo minuta e però fredda; talvolta poi il senso della realtà cede al desiderio degli ornamenti e dei richiami eruditi, e l'analisi cade nel prolisso e nel monotono.

Piú coerente nelle sue parti, piú unitario nello stile il Ninfale fiesolano, un poema idillico, cui dà argomento una di quelle favole che già furon care ad Ovidio: il mito locale delle origini di Firenze e di Fiesole. Ma a questo mito s'intreccia — e diventa poi, in conformità col naturale ritmo dell'ispirazione boccaccesca, motivo prevalente — una storia d'amore. Africo è invaghito della ninfa Mènsola: questa cede ai desideri del pastore; ma poi, pentita del suo fallo, fugge lontano da Africo che pel dolore s'uccide, e da lui prende nome un piccolo affluente dell'Arno. La ninfa, seguace di Diana, dà intanto alla luce un bimbo, e maledetta dalla dea, di cui ha violato la legge, mentre ne fugge l'ira, si discioglie in un altro fiumiciattolo, che da lei si denomina Mènsola, e che mescola le sue acque con quelle dell'Africo. Il tema idillico e patetico è svolto con rara felicità perché l'Autore non si è lasciato sviare, qui, da intendimenti estranei, ed ha còlto attentamente le varie manifestazioni della vita sentimentale; la quale non si esaurisce nel motivo amoroso, ma comprende pure altri sentimenti, come la tenerezza materna di Mènsola verso il suo piccino, e il delicato affetto dei genitori di Africo verso il figlio infelice e verso l'orfanello della ninfa e di lui. Il Ninfale fiesolano è un piccolo capolavoro anche nei riguardi dello stile, piú che in alcun'altra delle opere giovanili agile e vivo, e meglio fuso nel tòno, pur nella varietà delle espressioni e delle immagini popolaresche o realistiche.

§ 4. — Ed eccoci al capolavoro, il Decameròn (libro delle dieci giornate): una raccolta di cento novelle, che si fingono narrate in dieci giorni da una brigata di sette donne e di tre giovani galanti appartatisi nella pace serena della campagna presso Firenze, mentre la pestilenza, che imperversò nel 1348 in tanta parte d'Italia e d'Europa, desolava quella città. È giunta ormai per il Boccaccio la stagione della maturità artistica: le molteplici esperienze giovanili — gioie o dolori — hanno perduto ormai quel troppo vivace risalto psicologico che ne rendeva torbida o tumultuaria la rappresentazione; e vivono nella purezza del ricordo, in bel rilievo fantastico, illuminate dalla luce pacata della virilità. L'amore stesso, di passione tormentosa che era, è diventato oggetto di gradito idoleggiamento: «dove faticoso esser solea, ogni affanno togliendo via, dilettevole il sento esser rimaso». L'autobiografismo è scomparso, o ne rimane quasi impercettibile traccia nella predilezione per certi nomi, che figuravan già in talune delle opere precedenti (Fiammetta, in primo luogo, Emilia, Pampínea, Elissa: le altre tre novellatrici sono Filomena, Lauretta e Neifile); e scomparso è pure ogni impaccio di allegoria, che aveva altra volta impedito il libero germinare del fantasma poetico.

Cosí il mondo poetico ch'è proprio dello Scrittore si esprime nella sua nitidezza nativa, senza alterazioni o deformazioni; un mondo fatto di sentimenti puramente terreni, sul quale piú non si riflette la luce d'un superiore ideale. Dante non può prescindere dal divino nella rappresentazione dell'umano: la sua pittura è insieme, implicitamente, giudizio: quindi la costruzione ch'egli dà al suo poema: la base filosofica e mistica è parte integrante, essenziale della sua ispirazione. Il Boccaccio invece si pone dinanzi all'oggetto della sua rappresentazione con puro interesse di artista, e non trasferisce nella sua creazione le proprie convinzioni religiose o morali. Non che egli sia un cinico, come è stato troppo spesso dipinto: ha anch'egli il suo tesoro di affetti, divenuti piú intensi attraverso un'esperienza varia e grave. Chi legga, per esempio, il migliore dei suoi poemetti, anteriore al capolavoro, il Ninfale fiesolano, rimane colpito non solo dal sensualismo che colorisce di sé alcune situazioni, ma dall'intimità di quelle scene ispirate a delicati affetti che già abbiamo rilevate. Per altro tali affetti nel Boccaccio non costituiscono il fuoco centrale dell'ispirazione; il punto di convergenza di tutte le forze del suo spirito, di tutti gli elementi della sua vita interiore. Gli è che l'interesse, in lui, si è spostato: dalla coscienza all'intelligenza. Dante scrive per la salvezza delle anime, uscito egli medesimo pericolosamente dalla torbida gora delle passioni: il Boccaccio per divertire una lieta brigata, di gusti raffinati e signorili.

§ 5. — Quell'allegra comitiva, che si ritira in una quiete idillica per distrarre l'occhio e l'animo da uno spettacolo sinistramente tragico, adombra già di per sé il distacco dell'Artista dalla vita troppo spesso intessuta di tristezza: le figure dei novellatori (oltre le sette donne ricordate, tre uomini, Pànfilo, Filòstrato, Dioneo, nomi già cari allo Scrittore e forse non privi di riferimento alla varietà della sua esperienza amorosa) non posseggono ciascuna una spiccata personalità, appunto perché sono come altrettanti elementi di un coro che s'intona a un medesimo stato sentimentale, voci di commento a quel mondo di affetti che vive nelle pagine del Boccaccio. Cosí pure le ballate che i novellatori cantano, a turno, alla fine di ciascuna giornata non hanno quasi mai un loro valore poetico autonomo fuori della trama dell'opera in cui sono inserite; ma vogliono essere, a dir cosí, l'espressione ritmica e musicale di quella vita sospesa fra la realtà e il sogno.

La descrizione della peste costituisce lo sfondo storico che giustifica il gaio novellare: nei momenti di piú grave pericolo e di ansia piú tormentosa, si sente piú vivo il bisogno di sfuggire alla comune preoccupazione, di sottrarci a quell'aura molesta di mortale tristezza che ci opprime. Per lo scopo letterario cui deve servire, e per effetto altresí del temperamento artistico del Boccaccio, la descrizione è condotta in modo da colpire piú l'immaginazione che il sentimento; non dunque infusa di pensosità malinconica, né avvolta in un'atmosfera religiosa, come altre famose — e specialmente quella manzoniana nei Promessi Sposi — che fuor di proposito si sogliono citare a confronto; ma ricca di particolari minuti e peregrini denotanti nello Scrittore un'attenzione piú curiosa che commossa. È, insomma, una specie di ampia novella tragica, posta come preludio al gran libro di novelle: tragica di contenuto, non di tòno: e però non in contrasto col carattere generale dell'opera. Al quale si conformano mirabilmente cosí le costumanze signorili della gaia brigata come gli sfondi paesistici, ispirati ad un senso raffinatissimo di idillica serenità e atti a creare intorno ai dieci personaggi un'aura di pace e di sognate delizie.

§ 6. — Il mondo del Decameròn è vario e ricco: è un mondo, ove si afferma insieme il diritto dell'amore e la superiorità dell'intelligenza; note distintive di quella nuova educazione dello spirito, che trova un primo interprete nel Boccaccio e che diventerà comune poco appresso.

L'amore non è piú concepito come principio trascendente o mistico, ma è contenuto per solito nei limiti di una sana sensualità; la quale tuttavia non esclude la passione che può anche spingere al sacrifizio e ispirare azioni altamente magnanime. Talvolta il motivo erotico appare come puro sfogo di istinti; e allora la novella acquista una carattere licenzioso, che non si spinge però mai fino all'oscenità — come troppo spesso negli imitatori — ma è mezzo alla vivace rappresentazione di certi personaggi. Ma altre volte l'amore si sublima e si trasfigura in una forma di superiore spiritualità, in grazia della quale anche l'essere piú debole acquista una fermezza eroica. Ghismonda, che si accinge ad affrontare l'estremo passo «con gli occhi asciutti e con viso da niuna cosa spaventato», e sembra tradurre in atto il motivo antico e nuovo di amore e morte; Lisabetta da Messina, che perisce di struggimento, dopo che le è stato tolto il testo di basilico entro il quale aveva nascosto il capo reciso del suo Lorenzo; la bellissima moglie di messer Guglielmo Rossiglione, che si lascia cadere dalla finestra dopo aver appreso che le si è fatto mangiare con crudele tradimento il cuore di colui che adorava, appartengono a codesta categoria di eroine dell'amore, rappresentate in un'atmosfera di gentilezza cavalleresca, ove si alternano i particolari tragici o macabri o grotteschi oppure sfumano in una specie di meraviglioso da fiaba, conformemente all'abito lirico del Boccaccio.

Quest'aura di nobiltà, onde sono avvolte spesso le anime che soggiacciono alla potenza indomabile dell'amore, rivela un altro aspetto della spiritualità dello Scrittore: la sua ammirazione per il mondo cortese, il suo gusto aristocratico per le costumanze e per certe singolari manifestazioni della società elegante. Agli occhi suoi la feudalità, istituzione tipicamente medievale, non è scomparsa: soltanto si è raffinata e ingentilita. Il cavaliere non afferma piú la propria superiorità nella guerra od in gesta comunque audaci o avventurose; ma nell'esercizio delle virtú quotidiane, nelle dure rinunzie, nell'abilità del conversare e del rispondere con motti arguti e frizzanti. Il conte di Anguersa, Federigo degli Alberighi, Cangrande, Gentile de' Garisendi, Guido Cavalcanti, Alberto da Bologna, Guglielmo Borsiere sono gl'interpreti di questa varia e nuova finezza di sentire, in cui ci par di cogliere un'eco nostalgica del passato e insieme il preannunzio di qualche cosa che ha da nascere ancora. Nessuna storia è piú patetica che quella di Federigo degli Alberighi, il cui casato ci richiama ad una delle illustri famiglie ricordate da Dante in quella specie di libro d'oro della nobiltà fiorentina che è, nell'ultima sua parte, il XVI del Paradiso. Già valente armeggiatore e giostratore, Federigo, dopo avere speso liberalmente tutto il suo in ogni sorta di cavalleresche magnificenze per amore di una bellissima e onestissima gentildonna, riceve, quand'è ormai ridotto in povertà e fuori d'ogni speranza, una visita dell'amata. Questa, ora vedova, viene a chiedergli in dono, per il suo figlioletto ammalato, un falcone da caccia, unico e caro ricordo, a Federigo, dell'antica vita signorile. E il povero cavaliere non può compiacerla, perché, volendo rendere onore alla donna, ha sacrificato il generoso animale per servirle a tavola, nella miseria in che si trova, una vivanda degna.

Ma il Boccaccio non ammira soltanto l'ingegno in quelle espressioni di superiore raffinatezza, che può condurre al vagheggiamento di taluni tipi prediletti, quali quelli ricordati qui sopra, e alla compiacenza per ogni forma in che si manifesti signorilità di atteggiamenti e di modi (rammenteremo appena Melchisedéch giudeo e Cisti fornaio). Egli si spassa altresí — e con piú vivo trasporto — nella gustosa rappresentazione di figure che attuino appieno un certo ideale di intelligenza pratica e di scaltrezza, oppur ne siano la piú esilarante negazione. Ecco i due personaggi che spiccano fra tutti gli altri sulla scena di quella grande commedia umana che è il Decameròn: il furbo e lo sciocco, il ciurmadore e la sua vittima. Qui l'esemplificazione par quasi inutile, tanto codesti esseri si affollano, pronti, alla memoria dalle pagine del libro, sorridenti o beffati: e ciascuno nella pienezza della sua individualità, colle sue gradazioni o sfumature, colle sue determinazioni concrete, spinte per lo piú fino alla notazione di circostanze di luogo e di tempo, che dànno un piú acre sapore di vita e quasi di verità storica alla rappresentazione: da sèr Ciappelletto a frate Cipolla, da Andreuccio giú giú fino a Calandrino e a Ferondo. Talvolta la novella è tutta dominata da uno di questi due tipi — il furbo in special modo — sul quale converge da ogni parte la luce; tal altra entrambi ci vengon di fronte con un effetto di comicità che riesce tanto piú irresistibile quanto meno appar ricercata con mezzi estrinseci d'arte. Nasce allora la novella che è insieme di carattere e d'intreccio, condotta con una cosí perfetta fusione di colori e di tòni, con una cosí piena rispondenza dei personaggi fra loro e di questi con l'ambiente, che quasi si scambierebbe la finzione con la realtà. Basta richiamare alla memoria una qualsiasi di coteste figure perché le sorgano subito allato l'altra o le altre che ne sono il naturale complemento o il significativo contrapposto, come l'ombra è inseparabile dal corpo. Chi potrebbe ripensar Calandrino senza Bruno e senza Buffalmacco, o Andreuccio da Perugia scompagnato dalla bella Ciciliana? Vittime l'uno e l'altro della altrui scaltrezza; ma il primo è tratto in inganno da due amici buontemponi, che speculano sulla sua avidità; il secondo non è sciocco come Calandrino, ma tale, o quasi, apparisce, perché, da quel gran vanesio che è («tutto póstosi mente, e parendogli essere un bel fante della persona»), si lascia prendere nel laccio d'una seduzione sapiente. Cosí la motivazione del carattere si adegua interamente al temperamento dei diversi personaggi rappresentati, e ciascuno di essi opera e si atteggia nelle linee d'un'assoluta coerenza.

§ 7. — Il Boccaccio è l'erede di quel naturalismo (indirizzo proprio degli scrittori che ripongono gli scopi della vita soprattutto nella materia), che serpeggia nella letteratura medievale in volgare e in latino, sopraffatto per lo piú da altre correnti culturali, ma visibile sempre: nelle poesie dei goliardi, negli antichi canti popolari e su su, in tempi non lontani, nella lirica cosiddetta borghese. Perciò nel Certaldese l'amore è piú spesso istinto che elevazione; la virtú vagheggiata è piuttosto nobile finezza nelle abitudini della vita che eroismo e sacrificio (una specie di virtú, dunque, meglio che individuale, sociale); e il mondo, guardato dall'esterno nella varietà spesso contrastante dei fatti e delle vicende, appare retto dal caso o dalla fortuna, anziché regolato da un'alta sapienza ordinatrice. Perciò anche la rappresentazione che lo Scrittore ne dette — in quanto è piuttosto specchio che armonica interpretazione di quella realtà — non è stretta in unità potente: ogni novella, in se stessa, è un organismo perfetto; ma non si lega con le altre se non nella finzione cui serve di pretesto la pestilenza: una finzione ispirata allo Scrittore da un'esigenza esteriore, piú che altro decorativa. Tale esigenza ci richiama ancora al gusto architettonico del Medio Evo, l'età delle grandi costruzioni, come la Divina Commedia, la Summa theologica e le immense basiliche cristiane.

Pure il quadro che il Boccaccio ci mette innanzi è vastissimo, popolato di figure d'ogni specie, sorprese in un loro gesto rivelatore da uno dei dipintori piú ricchi di umana esperienza che siano mai stati; con tanto piú di nativa schiettezza quanto meno l'occhio del contemplatore si lascia distrarre da orizzonti lontani, tutto aperto e fisso sulla realtà circostante. Cosí l'Autore del Decameròn dette il fascino potente dell'arte al naturalismo ancor grezzo; portò in piena luce anche quella parte dell'umanità che Dante aveva rappresentato, specialmente nelle Malebolge, piú come masse che come individui; risvegliò anzi per l'individuo in sé considerato quell'interesse che fu poi proprio del Rinascimento, da lui sotto tanti aspetti preannunziato. Alla serietà di Dante, all'intimità raccolta del Petrarca, succedono col Boccaccio un brio e una festività nuovi: egli non nasconde sotto la superficie levigata della propria umanissima arte quelle intenzioni o quegli atteggiamenti estranei — come a dire satirici o polemici — che da taluno gli sono stati a torto attribuiti. Ma pure, anche lavorando in un campo diverso, continua l'opera di quei suoi due grandi predecessori, nello sforzo di imprimere i segni della disciplina classica alla nuova arte volgare; e crea uno stile inimitabile, che si adegua perfettamente alla natura dei soggetti trattati. In tal modo il grande narratore sollevò sempre piú il volgare fiorentino alla dignità di lingua letteraria, e dette vivo lustro alle parole italiane disposte con consumata perizia nella sicura compagine del periodo.

Il periodar boccaccevole, modellato pedantescamente sul latino, è difetto di maldestri imitatori, e non ha nulla che fare con l'originalissima prosa del Decameròn. Il Boccaccio, attingendo in gran parte i vocaboli all'uso del popolo, seppe, con felice istinto e studio di artista, architettare i suoi periodi con mirabile varietà, ora agili e snelli, or sapientemente fioriti nell'ampio e riposato giro; tali, insomma, da ritrarre al vivo l'arguto elegante conversare dell'immaginata brigata signorile. Soltanto nei momenti in cui langue l'interesse o vien meno l'ispirazione dello Scrittore, il periodo si trascina e s'avvolge in artificiose costruzioni sintattiche; ma questo è caso assai raro; e siffatti nèi non possono in alcun modo offuscare lo splendore della prosa boccaccesca. Nella quale si fondono i pregi di una compostezza sapientemente desunta dai latini con quelli della succinta andatura appresa al nostro volgare dagli ammiratori ed emuli degli scrittori di Francia.

§ 8. — Il Decameròn — composto all'incirca fra il 1348 e il '53 — chiude per il Boccaccio la serie delle opere di schietta ispirazione letteraria. Le Rime, varie di tempo e di argomento — anche se vi prevalga la materia amorosa — recan tracce di esperienze artistiche molteplici (dai modelli latini allo «stil novo», da Dante al Petrarca), che si compongono di rado in armonia. Qualche maggior vivezza hanno quelle in cui il Poeta si ispira alle bellezze della natura o ai casi della propria vita, specialmente negli ultimi anni.

Il Corbaccio (il titolo — che deriva forse dallo spagnolo corbacho, frusta, scudiscio — è allusivo al contenuto caustico e mordace) appar dettato piuttosto dal risentimento cruccioso che da un naturale bisogno di espansione fantastica. È la vendetta dell'Autore contro una vedova che s'era burlata di lui dopo averlo lusingato con le sue attrattive amorose: il morto marito, apparso in visione al Boccaccio, mette un crudo rilievo i difetti fisici e morali della donna. V'è dunque, soprattutto, un intento pratico, che si rivela altresí nel tòno enfatico e declamatorio di questa prosa.

C'interessano, piú d'ogni altra cosa, in quest'opera, le pagine ove lo scrittore proclama la necessità di liberarsi dalle passioni, per volgersi tutto al culto rasserenante degli studi: un proposito, che fu anche il programma degli estremi suoi anni.

§ 9. — Il Boccaccio diventa cosí, di artista, umanista: sembra aver dimenticato i cari fantasmi d'un tempo e la bella lingua armoniosa in che essi si erano artisticamente concretati. Ora gli sorride il miraggio di approfondire la propria cultura classica e di mostrare la sua perizia nell'uso del latino, ormai da lui decisamente anteposto al volgare: ma gli manca la finezza del suo grande amico, il Petrarca. Le sue Epistolæ nell'idioma del Lazio son cosa di scarso rilievo: né molto maggior pregio hanno le sedici egloghe del Bucolicum carmen, aduggiate dall'allegoria e dal solito ermetismo caratteristico di simili componimenti, e solo a tratti rivelanti commozione di affetti e raccolta tristezza.

Maggior fama ebbero le compilazioni erudite, cui pure attese in quei suoi ultimi anni, piene di notizie per quei tempi peregrine e adunate con industriosa fatica. Nei nove libri De casibus virorum illustrium è tracciata, con intento morale, la storia di uomini insigni, da Adamo ai contemporanei, caduti per loro colpa da felice condizione in miseria. Il De claris mulieribus contiene centoquattro biografie di donne (da Eva fino alla regina Giovanna di Napoli), che si segnalarono per azioni virtuose o nefande. Qua e là si risente lo spirito dell'antico novellatore, che, non mortificato sotto il peso della materia arida, anima il racconto col gusto dell'aneddoto e con la scelta di particolari realistici; e ciò avviene specialmente quando la mancanza di una tradizione rigidamente fissata — è il caso della storia piú recente — offriva piú facile campo al lavoro della fantasia.

Il trattatello De montibus, silvis, fontibus, lacubus, fluminibus, stagnis seu paludibus, et de nominibus maris si proponeva un còmpito modesto, ma utile: di spiegare tutte le allusioni geografiche che son contenute nelle opere classiche. Ad un intento ben piú vasto e ad un'esigenza piú sentita corrisponde la piú importante fra queste opere erudite del Boccaccio, il De genealogiis deorum gentilium, in quindici libri. Qui sono raccolte e metodicamente classificate, con l'indicazione delle fonti e con l'esposizione del loro significato allegorico o morale secondo le idee del Medio Evo, le favole classiche. Piú che siffatte interpretazioni, importanti nella storia della cultura, ma ormai superate dal progresso degli studi, ci colpisce e ci attira l'eloquente difesa fatta dal Boccaccio negli ultimi due libri, della poesia, che continua ancora ad essere intesa da lui come verità nascosta sotto il velo delle immagini belle.

§ 10. — Si spiega con ciò in gran parte come, negli ultimi anni, l'autore del Decameròn sentisse sempre piú vivo l'affetto e il culto per Dante; che a lui sembrava incarnare l'ideale stesso del Poeta. Il Comento, ch'egli volle dedicare alla “Commedia” e che poté esser condotto soltanto fino al principio del XVII canto dell'Inferno (frutto piú o men diretto delle letture sul Poema tenute dal Certaldese nella chiesa di Santo Stefano di Badia), e soprattutto la Vita di Dante (3), sono i documenti di codesto suo omaggio al sommo Fiorentino. Se il commento è non di rado, pur tra spunti vivaci, prolisso e pedestre, la biografia svolge motivi cari al cuor del Boccaccio: l'apologia della cultura contro i suoi detrattori, lo stretto legame fra poesia e teologia, l'amore che nutrí per i classici l'Alighieri: del quale il Boccaccio sembra quasi lamentare che l'opera maggiore sia stata dettata in volgare piuttosto che nella lingua del Lazio.

Il rinnovato fervore per il latino rendeva anche lui vittima di un pregiudizio umanistico: e lo faceva altresí ingiusto contro se stesso e contro il proprio capolavoro, che era — e sarebbe rimasto nei secoli — il maggior titolo della sua gloria. 

_______________

(1)

Notizie biografiche — Nella biografia del Boccaccio domina ancora molta oscurità ed incertezza. Nato a Parigi, nel 1313, da un mercante originario di Certaldo, Boccaccio di Chelino, e da una francese di nome Giovanna. Portato a Firenze bambino, fu dal padre avviato alla mercatura; e più tardi mandato, con lo stesso intento, a Napoli. Quivi rimase fino al 1340, passando dalla pratica del commercio allo studio prima del diritto canonico, poi delle lettere e della poesia, cui si sentiva per natura inclinato. Visse la vita elegante della società cortigiana che si accoglieva intorno al re Roberto d'Angiò (fra studi e amori) e, forse nel 1336, s'invaghí (il Sabato Santo, in chiesa) di una gentildonna che celebrò col nome di Fiammetta, probabilmente Maria de' conti d'Aquino, figlia naturale del re e moglie di un nobile cortigiano. Fu riamato, poi tradito e abbandonato. Negli ultimi tempi del suo soggiorno napoletano visse miseramente per il disagio derivatogli da un tracollo del commercio paterno. Nel 1340 il padre lo richiamò a Firenze. Nel decennio 1340-1350 alternò la dimora tra Firenze, le corti dei signorotti di Romagna, ed altri luoghi. Nel 1348, durante la pestilenza descritta nel Decameròn e che ha tanta parte nell'invenzione generale dell'opera, pare fosse in Firenze, sebbene in quell'anno stesso abbia fatto anche, a quanto sembra, un breve soggiorno in Napoli. Nel '50 la morte del padre lo obbligò a prendere piú stabile domicilio in Firenze, dove dovette assumere anche la tutela del fratellastro Jacopo. Dal Comune ebbe qualche ufficio di non grande importanza; e fu adoperato in alcune ambascerie: nel 1350 ai Signori di Romagna (e i Capitani della Compagnia di Orsammichele profittarono dell'occasione per incaricarlo di consegnare un dono in danaro ad una figlia di Dante, suor Beatrice, la quale viveva in un monastero di Ravenna); nel 1351 al Petrarca (da lui conosciuto l'anno prima di passaggio per Firenze) per offrirgli la restituzione dei beni già confiscati al padre; e una cattedra nello Studio; e a Ludovico il Bavaro, marchese di Brandeburgo; nel 1354 a papa Innocenzo VI in Avignone (altre ambascerie alla corte papale gli furono affidate piú tardi, presso Urbano V, nel 1365, ad Avignone, e nel 1367 a Roma dove il pontefice era appena rientrato). Nel 1359 fu a Milano dal Petrarca, di cui fu ospite piú tardi (1363) anche a Venezia. Nel 1362 ebbe la visita del certosino Ciani, che lo ammoní, a nome del suo confratello Petroni, morto in fama di santità, di cangiar vita e di abbandonar gli studi profani, e lo spaventò con l'annunzio della morte imminente. Il terrore suscitatogli nell'animo da questa ambasciata fu moderato e placato dalla parola autorevole e affettuosa del Petrarca. Poco appresso, nel medesimo anno, si recò a Napoli, allettato dalle promesse del fiorentino Niccolò Acciaioli, gran siniscalco del Regno; ma ne tornò presto amareggiato e deluso, e si rifugiò a Certaldo. A Napoli fu di nuovo, ma per poco tempo, nel 1370. Nell'ottobre 1373 fu incaricato dal Comune di Firenze di leggere e commentare la Divina Commedia al popolo nella chiesa di Santo Stefano di Badia; ma dopo pochi mesi dovette interrompere le lezioni per motivi di salute e per altri dispiaceri. Ritiratosi definitivamente a Certaldo, vi morí il 21 dicembre 1375.

(2)

Non è sicura l'attribuzione al B. di un poema in terzine, La Caccia di Diana, che, se è veramente di lui, andrebbe posta innanzi al Filòcolo, e sarebbe stata ispirata da un amore anteriore a quello per Fiammetta. In ogni modo il valore artistico di questa scrittura è scarso, e poco o nulla aggiungerebbe a quel che possiamo ricavare, per quanto riguarda la formazione artistica dello Scrittore, dalle altre opere giovanili.

(3)

Quest'opera ci è giunta in due redazioni, intorno alle quali si è molto discusso. L'opinione oggi piú accreditata è che la piú breve, designata comunemente col nome di Compendio (Della origine, vita e costumi di D. A. e delle opere composte da lui), sia la definitiva, sfrondata com'è dalle apostrofi e dalle lungaggini inopportune che infioravano l'altra stesura (Trattatello in laude di Dante).


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