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PAVOLINI ALESSANDRO Portiere (da “Scomparsa d'Angela”) (a cura di Benedetto Brugia)
— Mamma — ripeteva Pallino ogni tanto, aguzzando lo sguardo, smaniando —, si cambia posto, oggi? Ma Ada faceva segno di no con la testa; fermamente, e appena; faceva segno che non era il caso di cambiare abitudine. Essa non gesticola mai, a differenza del suo bambino. Appartiene a quella categoria di spettatori che soffrono la partita dentro; che non si agitano, non balzano in piedi e non urlano. Guardano il giuoco a tratti, di sottecchi: come il giocatore di poker, il quale tiene ben soprammesse le cinque carte che gli hanno servite, poi le sposta adagio di qualche millimetro l'una sull'altra, e impassibile, con minime occhiate, le riconosce alle piccole sigle che sovrastano le figure. Né sai se sia sangue freddo, o febbrile timore, o scaramanzia. Così, quando il punto matura, laggiù nell'area di rigore avversaria, e Pallino è in piedi, e partecipa tutto, e mugola come se collaborasse a uno sforzo collettivo — a un tiro alla fune, a un varo —, Ada sembra assente. Non guarda. Getta solo una furtiva occhiata allorché la palla s'insacca in rete. — Goal! Lo strillo di Pallino zampilla, verticale; Ada resta impassibile. Ma quando il bambino felice prova a domandarle: — Chi è stato? —, ecco essa risponde, sicura, a bassa voce: — Santoni primo. Quasi nessuno ha applaudito o urlato. La folla è per gli arancioni e ora tace piena di malessere, come uno che abbia ricevuto un pugno sotto lo sterno. Nel malessere termina il primo tempo. Gli arancioni si affrettano all'uscita seri, isolati l'uno dall'altro; i blu escono a braccetto o tenendosi per le spalle. L'allegria associa, intreccia. L'ultimo a uscire è il portiere blu; anch'egli di buonumore, ma non troppo; e solo. Sparisce. Allora Ada prende Pallino per mano e vanno lungo i grandi scalini vuoti, fino alla folla dei “popolari”; la traversano lentamente; raggiungono l'altra curva deserta e ci si siedono in mezzo, proprio dietro la porta che questa volta sarà dei blu. Come a un appuntamento. Hanno il sole in faccia. L'altoparlante canta ballabili. L'aeroplano ripassa, indolente. Fluida è l'ora nell'intermezzo e insieme incantata. Quando in coda alla squadra il portiere riemerge dal sottopassaggio, ode fischiare. Folla inquieta. Egli si piazza sulla sua nuova porta, senza ombre davanti ai piedi, a ciglia strette. Fiuta quel vento di fischi da vecchio lupo di stadi. Gli stadi sono come i laghi, il guastarsi del tempo vi è repentino. Che il tempo del giuoco non sarà più quello di prima, egli lo avverte per aria. “Variabile”. Guarda i giovani compagni scherzare col pallone, aspettando gli altri. Dov'è l'allegria di poco fa? È restata nello spogliatoio, fra gli odori di canfora, i vapori delle docce, e gli echi delle discussioni che non avrebbero dovuto esserci. Guarda i compagni e li indovina svogliati, nervosi. L'attacco è ormai stanco; la difesa non vale molto, e n'è persuasa. Ahi, tutti i difetti della squadra stanno per riaffiorare, dopo la vampata del primo tempo. Perché l'allenatore ha insistito nella solita formazione? Perché non ha spostato Venanzi? Perché non si dà mai retta ai consigli di lui portiere, che è il più anziano, e lo si tiene in disparte come un elemento mediocre, scaduto, “a consumazione”? Se ne accorgeranno. Ora gli arancioni irrompono sul campo decisi, in mezzo a un uragano d'incoraggiamenti. “Variabile; barometro basso”. L'attacco parte con apparenze brillanti, ma ogni movimento è di una frazione di secondo in ritardo. Tre, quattro fragili trame si spezzano. A un tratto, dal suo limitare, il portiere vede la situazione rovesciarsi e tutti i giocatori corrergli incontro. “Ci siamo”. La mediana è subito sorpassata. Sorpassati i terzini. Ecco il primo tiro; debole, un assaggio. Egli afferra e calcia lontano. Ma immediatamente vede la palla tornargli indietro, come un boomerang. Rieccola vicinissima: va in fallo. Egli calcia lontano. E poco dopo, la palla ritorna. Irritazione, acuta. Dianzi era solo, in squadra, perché credevano che non avrebbero avuto bisogno di lui e lo ignoravano completamente: ora è solo perché tutto poggia su di lui e nessuno sa aiutarlo. Solo come uno scoglio, che guarda venirsi incontro dall'orizzonte i cavalloni ininterrotti. Ecco il tiro. Duro. Cattivo. Si butta a tuffo e salva. Quando si rialza dolente — proprio sulla cicatrice della spalla, ha picchiato —, anche gli applausi “cavallereschi” servono soltanto a irritarlo di più. Ah, si dovrà far massacrare perché l'allenatore dica, alla fine: — Si è vinto, avevo ragione io —? E per la terza volta in un minuto calcia lontano. Di qui innanzi farà il possibile, ma il possibile e basta. Non vuol bene a questa squadretta adolescente, tutta fuochi di paglia e crolli. È un uomo serio, lui; ha appartenuto a molte squadre, è stato in lista di trasferimento una dozzina di volte; ed è vecchio, ha quasi trent'anni. Si arrangino. Non è affezionato a questi colori: troppe amarezze. Essi rappresentano una città che non è la sua. Così fosca, stretta, fitta di torri: la sua è bassa e chiara sul mare. Di nuovo. La mezz'ala arancione passa all'ala, l'ala, alto, al centro... I blu non esistono. E siamo al tiro. Il portiere salta, ma fiacco. Per fortuna la palla si limita a sfiorare la traversa e si tratta semplicemente di andare a raccoglierla. Egli va; molto adagio, un po' per guadagnar tempo, un po' perché trova sollievo al malumore nell'ostentarlo. E mentre il pubblico fischia perché si spicci, alza gli occhi a sfida e guarda in giro. A questo punto scorge lassù la moglie e il figlio. Lassù, staccati da tutti, Pallino agitato come per un bisogno infantile, Ada immobile e tanto intenta da parere assente. I soli, qui per lui; soli con lui. Un triangolo fra loro si forma, pieno di forza. Ci sono, in campo, coloro che combattono per una città, per una maglia, per il proprio nome, per essere scelti in “nazionale”, per la dolce gloria di una domenica, o di una serie di domeniche sudate e fuggitive. E il pubblico è qui per l'una squadra, e alcuni per l'altra. Ma quei tre sono nello stadio per una ragione che è soltanto di loro tre, una ragione di stipendio, una ragione d'accompagnamento: una ragione di famiglia. Così il portiere, questo elemento domestico, ritrova in folla i motivi per cui deve fare non il possibile ma anche l'impossibile. Si ricorda tutto insieme che combatte, lui, per la sua casa, per il suo letto col ramo d'ulivo, per il nespolo che c'è nell'orto, per il triciclo di Pallino; e che i due lassù fanno il tifo per la biancheria negli armadi, per la culla pronta, per il catino dell'insalata di ventiquattr'ore, e per i vecchi giornali in fondo a certe cassette, coi titoli che tutt'e e tre sanno a memoria. Torna in porta moltiplicato. Questa è la sua porta ed egli saprà difenderla. Non vuol dire se poco prima la sua porta era l'altra, così come quest'anno la sua squadra è la blu e avanti era la rossa, la celeste, la bianca. Anche la casa del nespolo non è la casa dell'altr'anno. Ma è, lo stesso, la casa. Egli è un giocatore che si trasferisce, un uomo che sgombera. Ora, con Ada e Pallino tutti soli alle spalle di lui che sta sulla soglia, la sua casa è qui, e i ladri non ci entreranno. Per venti minuti è l'assedio. Come alla gola un ladro, egli abbranca la palla nemica, e la respinge lontano, e quella torna a grandi balzi e sempre egli la respinge. Calci d'angolo, traversoni, mischie. Tutto preme e punta su lui, la palla ostinata, una squadra rabbiosa, il disordine dei compagni ammucchiati a turbargli la visuale, il pubblico che reclama il punto in coro, gli obbiettivi delle macchine fotografiche intenti e schierati, i cronisti con la stilografica in aria e il cronometro nella sinistra. Ma egli resiste. Ha contro di sé la logica del campionato, il meccanismo dei gironi, il bilancio della società ospite, l'aspirazione che nutrono dodicimila persone a tornare a casa alleggerite, sfogate, il senso stesso del giuoco, di questa magia elementare che ha per strumenti una palla e alcune righe su un prato. Che importa? Tutto ciò urta contro una forza diversa, una famiglia. Cellula dura. Episodio consistente, nella luce del tramonto festivo. Egli resiste, ispirato. I più bei venti minuti della sua carriera sportiva. A un dato momento lo stesso pubblico che chiedeva in coro il punto, se ne dimentica, rapito dallo spettacolo. Passa nello stadio una di quelle sospensioni, che servono, come un trasparente acido, a incidere nella memoria certi attimi. Egli si butta, salta, vola. Una danza. Su quale musica? Poi l'assedio si sfalda, non si sa se per stanchezza o per rispetto, e negli ultimi minuti la partita torna a svolgersi nell'altra metà del campo. Ai tre sibili dell'arbitro, il portiere subisce gli abbracci dei compagni. L'irritazione gli è scomparsa. La solitudine, no. Con Ada, quando s'incontrano, non s'abbracciano, basta un'occhiata. E vanno per le vie affollate, siedono a un caffè aspettando l'ora del treno. Pallino s'addormenta a mezzo gelato. La folla scorre, la folla che non ha avuto vittoria. Ada e il portiere sono silenziosi e vicini; ed egli sente di avere ormai già fatto — oggi, là — il suo capolavoro. Così il suo pensiero torna allo stadio vuoto. |
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Oggi è il giorno
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