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PAVOLINI ALESSANDRO Scomparsa d'Angela (da “Scomparsa d'Angela”) (a cura di Benedetto Brugia)
Entra Marco. — Hai saputo d'Angela? — No, è tanto tempo che non so più nulla di lei. Così apprendo tutto quanto insieme, che aveva preso il brevetto di pilota, che oggi s'era alzata in volo, che il Caproncino è precipitato. E che ella non aveva paracadute. E che il suo corpo non s'è trovato. Allora si sale in macchina e si va via dalla città e si corre nella pianura. Qualche gocciola picchia sul vetro. Ma non pioverà. Non si scioglierà il grigio, non si illumineranno le erbe. Angela. Angela. Nel mio ricordo essa è la neve: il sole sulla neve: tutto quel che esiste al mondo di nitido, di fulgido, tutto quel che oggi non c'è più o pare spento. Angela. Quando mi passò accanto la prima volta, si udì soltanto un fruscio breve, profondo, come quello dei fili telegrafici colpiti con fionda. Mi voltai, era già lontana. Gli sci le stavano ai piedi come le ali ai malleoli di Mercurio. Chi poteva tenerle dietro? Chi riusciva a soffermarla? Io le parlavo un poco al mattino, nel rifugio, bevendo il latte. Il ridere si apriva bianco e semplice nel suo viso di terracotta; di terracotta viva, fresca di fuoco. Vista come statua, presso il fuoco del caminetto, essa non era perfetta: ma la pesantezza di qualche particolare rendeva poi più meravigliosa, sulla neve, quella sua velocità volante. Magica e senza scosse fuggiva via, come un grande angiolo. Ora dov'è quel bianco, quel sole? Anche i nostri sogni, nelle notti del rifugio, erano chiari e mobili, pieni di fresche frane e di salti attutiti. Angela passava attraverso quei nostri sogni senza contaminarsi e al risveglio le si parlava con intimità e senza sottintesi. Ma per discorrere coi suoi camerati essa aveva davvero pochi momenti. Appena l'uscio si schiudeva, ecco il suo profilo partire di scatto verso la soglia, traguardo fatto di luce. Da fuori si udivano rapidamente gli schiocchi dei due attacchi intorno alle scarpe. Ci si affacciava, ed Angela era già minuscola nel pendio. A nostra volta si scivolava nella sua direzione, cominciava l'inseguimento, in discesa, in salita. Non sempre la avevamo davanti: ogni tanto era lassù a destra, a sinistra, si era arrampicata per un campo laterale e tornava veloce sull'itinerario. Allora ci si soffermava ad ascoltare nel silenzio il nostro cuore accelerato e il suono leggero e serico della sua scia. Su ciascuno dei declivi intatti che s'incontravano, che ci chiamavano e che parevano alla nostra pigrizia troppo distanti dal cammino, essa lasciava così le sue impronte, simili a cicatrici azzurre. Firmava quelle pagine vergini a una a una, coscienziosamente. Per lei la fatica non esisteva, esisteva la sua fedeltà alla neve, alla passione pura e intransigente. Per riunirla a noi ci voleva la nebbia delle cime. Su una vetta, al termine della marcia, nel gelo e nel grigio si piantavano verticali gli sci, in un istinto di bandiera, di tenda; e mangiando il formaggio dei sacchi si progettava la via del ritorno. Nomi di valichi, di altre vette, di campi di neve, passavano e ripassavano nella discussione, destinati a esser scordati domani ma estremamente importanti oggi; sillabe, il cui potere evocativo si perdeva nel gran candore; mete a noi poco note, che la stanchezza rendeva più lontane del vero e quasi improbabili. Ma Angela a ogni nome aveva un visibile istinto di slancio, come il cane lupo a ogni accenno della mano a buttare il sasso. E se a un tratto il sole annullava la nebbia e faceva uno dei suoi miracoli, rivelandoci, invece che pochi metri all'intorno, immensi panorami, subito Angela, mordendo l'ultima arancia, volava verso vallate. A sera, dentro il rifugio, ci si stringeva intorno alla fiamma come un gregge nel chiuso, in un odore di lana umida e riscaldata. Il pensiero della città risorgeva, sbiadito ma inevitabile. Della città, con le sue lettere sui tavoli, coi fogli nelle rotative, con le donne agli appuntamenti; della città, orologio che continua sempre ad andare, anche se non ci siamo noi a caricarlo. Si mandavano cartoline. La grafia di Angela era poco più che puerile: quindicenne: e pensavo al contrasto con l'impronta decisa e sicura dei suoi sci. Pensavo poi alla mia impronta incerta, e d'altra parte alla mia firma da uomo fatto. Ed ero pieno di rimorsi. Il torpore della cena e del fuoco si appesantiva, confinava con la malinconia, e a un certo punto bisognava pur cominciare a parlar di partenza per la città. Ma Angela si ribellava. Perché partire? Al pari di tutti noi, suoi camerati, essa non era una creatura del ghiaccio, del nord, era una ragazza nata fra gli ulivi. Ma apparteneva a una generazione che non è restata a mezz'aria; che non ama le colline; che sembra aver scoperto la sua salute e interpretato il suo paese nel passare continuamente dal sole delle sabbie scottanti al sole delle nevi perenni. Apparteneva a una razza in rinnovazione, che fra spiagge e ghiacciai sta cambiando colorito, statura, circonferenza toracica... Perché partire? Angela inveiva contro di noi, ragazzi di poca fede. Non si era felici? La felicità non era lì, tutto intorno, da toccare con la mano e da pestare col piede? Quale dovere può passare avanti a quello di essere giovani? E ci era mai accaduto di sentirci più giovani che lassù? Noi la ascoltavamo come si ascolta la saggezza, scuotendo la testa. Una notte c'era la luna e la neve scintillava, di madreperla. Angela voleva sciare alla luna. Le nascondemmo gli sci. Se ne andò senza, saltando sulla neve ghiacciata, affondando nella neve morbida. Presto la perdemmo di vista e i nostri gridi rimasero senza altra risposta che l'eco. Splendida notte. Si vide una lepre passare. Si attese a lungo. Finalmente con un brivido si tornò intorno al fuoco a parlare di lei, nell'intenzione di aspettare ancora un poco per poi uscire a cercarla. Ma quando ci si svegliò, a notte alta, con le suole roventi, essa era fra noi, concentrata in un sorriso; ci aveva preparato il caffè, e ora ce lo versava nei bicchieri e ci aggiungeva del cognac. Ecco sulla pianura il suo apparecchio, con la coda levata. Il suo seggiolino. E la cinghia che doveva fissarla alla carlinga: aperta, sciolta. Per quasi un miglio all'intorno la terra è nuda. Alcuni cercano il corpo di Angela in quel bosco, altri in quel lago. Marco ed io ci imbarchiamo in una piccola scialuppa nera, remando a turno; a prua, un vecchio pescatore scandaglia. L'acqua è immobile e opaca, non vi scorgo che il mio viso e le nuvole. Soltanto dov'è molto bassa si intravede il fondo, con qualche pianta, qualche pesce lentissimo. — Hanno esaminato il motore? — Lo stanno ancora esaminando. Facciamo tutte le congetture possibili. Le barchette nere sono sparse sul lago e il suono delle rade parole va dall'una all'altra. — Quando arrivò all'aeroporto, disse che voleva salire a trovare un po' di sole, un po' di sole. Allora vedo Angela all'aeroporto e il suo decollare decisa, il suo puntare in alto. Il nuvolo è una saracinesca orizzontale, serrata. Sotto di essa la terra è squallida e impiccolita come certi cinema vuoti. Il motore la empie di rombo. Sentito da giù, il motore solitario fa un rumore di trapano — qualcuno cerca di bucare il coperchio, di evadere... —. Poi non si sente più nulla. Angela non vede nulla, persa in un grigiore violento che le fischia intorno da tutte le parti. E a un tratto è al sole. Il sole, in mezzo a un cielo meravigliosamente puro, le sta enorme e isolato sopra la testa. Sotto c'è a perdita d'occhio una distesa favolosa, compatta, varia e radiosa. Angela è sola, sola fra questo paesaggio e quell'astro. È più sola che sulle più elevate alpi. Non esistono rifugi su tali rupi ultracandide; non si incontrano lepri, né camosci, né stelle alpine, su tali abbaglianti altipiani. L'ombra a croce dell'apparecchio, piccola e netta, è unica. Angela grida, felice fino al batticuore. Nessuno ode. Nessuno può udire. Ha a destra, laggiù, enormi valli, all'orizzonte brilla una fila di picchi fantasiosi, poi vengono le foreste (non sono forse foreste?), declivi e declivi tondeggianti di chiome nevose, cupole nevose, finché, diritto all'elica, cento dolomiti si slanciano, scoscese, estasianti, con a lato la zona delle praterie brinate, e delle cascate eccelse e ferme; e a sinistra, e dietro, si stende un oceano polare, affollato di icebergs, in forme che imitano profili di animali non conosciuti. Terminato così, con lo sguardo, il gran giro, Angela torna alla destra, alle valli, alle vette: ma già sono cambiate, un poco, assai. Terremoti incantati vi hanno portato rivoluzioni vaste, musicali. Qualcosa si sposta sempre, e sempre tutto è omogeneo e sconfinato, in questa geografia senza atlanti, che Angela sola oggi vede e che domani non ci sarà, com'è dei paesi nei sogni. Su un ritmo fatato, ghiacciai crollano, colline di piuma salpano, fioriscono boschi digradanti e canuti. E a poco a poco Angela sente come se non fosse lei a navigare, sospesa fra il sole e il panorama: è solo il panorama che lentamente si trasforma, per intime spinte, per sue silenziose forze: essa sta a contemplare. Nello spazio di un'ora, si avvicendano, in quest'universo immacolato, tre, quattro ere geologiche... Un'ora. Da quanti minuti Angela è quassù? Che cammino ha percorso? E che cos'è, di preciso, un'ora? Angela preferisce abbandonarsi al senso di essere fuggita fuori del tempo misurato, scandito. Respira in uno stupore privo di pensieri e pieno di vaghi ricordi, pronta a qualche miracolo. È innamorata di quest'aria diamantina, dura e gelida, irradiata di potente luce; aria sognata a vent'anni. Mai più, mai più vorrebbe tornare altrove. Io conosco il desiderio che la invade, di far tacere il motore, di fare un grandioso silenzio, e di assaggiare col piede la consistenza ineffabile di questa patria bianca e celeste. Sciogliersi, e scendere. Scendere giù con un volteggio, agilmente, a perpendicolo, ché certo si rimbalzerebbe senza male, come nella rete che sta al di sotto degli uomini volanti al trapezio. E camminare a larghi passi, falcati e affondanti. Sentire intenso, riverberato da vicino, il suggello di questo sole sulla fronte. Sciare vertiginosamente per i pendii di paradiso. Affacciarsi ai pozzi azzurri. Cantando risalire i burroni color colomba. Prendere la rincorsa sui colli come su magici trampolini, per saltare ad altre cime, ad altre cime... Ebrietà delle scoperte senza fine, dei luoghi senza nome. E certo il fresco di questo suolo impedisce ogni stanchezza al piede di chi corre, e questa neve, a coglierla coi denti e la lingua, sfama e disseta. Io conosco Angela! Essa si scioglie, leva il contatto, fa il silenzio. Salta. Quaggiù i meccanici continuano a esaminare il motore, svitano, avvitano pensierosi, e noi continuiamo a guardare nel lago. Ma so che noi non troveremo nell'acqua il corpo e che essi non troveranno nel ferro un perché. So, ormai, che Angela è rimasta per sempre in alto; fedele per sempre alla purezza solatia, alla rapida gioventù. |
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