PAVOLINI ALESSANDRO

Cento metri

(da “Scomparsa d'Angela”) (a cura di Benedetto Brugia)


Alessandro Pavolini (1903-1945)Quando penso a Niccolò vedo prima di tutto una linea, orizzontale. Tutti e due, poco più che adolescenti, eravamo abituati a pensare le nostre vite con in fondo una retta sottile e sospesa, un traguardo. E per me era l'orizzonte del mare, traguardo che via via si sposta davanti a chi lo rincorre. Per lui era un filo vero: un semplice filo teso laggiù, mediante due sacchetti di rena, all'altezza di un cuore d'uomo. Io stavo finendo gli studi all'Accademia Navale di Livorno; di Niccolò, nei primi tempi, sapevo soltanto che era uno sportivo locale, uno che allo stadio s'allenava nella corsa dei cento metri. Quel che ci mise in relazione fu una reciproca gelosia, a causa di certa Leonetta che villeggiava all'Antignano. Una reciproca, acuta insofferenza. Tutto di niccolò mi irritava: e soprattutto le qualità, i doni, i privilegi.

Era bello, intanto, bello in un modo imperdonabile. Aveva, sì, una fronte piccola, a triangolo, ma gli occhi erano grandissimi, di un grigio lucente e distratto fra le lunghe ciglia schiarite dal sole.

Ed era alto, slanciato, ma questo sarebbe ancora nulla: è che per tutta la statura mostrava nel corpo una destinazione esatta, vigorosa, con tutte le seducenti sproporzioni che ciò comporta. Da capo a piedi, dal cranio stretto come di levriero all'alluce proteso, etrusco, era un ragazzo da corsa veloce; così come il mio “Ariel” era un veliero da regata.

Io possedevo infatti (ed era uno dei motivi più acuti dell'antipatia di Niccolò verso me) un cutterino tutto randa e deriva, che al solo apparire, nel maestrale di giugno, scoraggiava ogni altro giovane equipaggio dei Bagni Pancaldi. Ora, quando Leonetta percorreva con lo sguardo le gambe di Niccolò, io capivo bene come esse fossero della stessa razza esagerata, sterile e sovrana delle mie vele, e le odiavo.

Indecente era la quantità di tempo che egli aveva a disposizione. Mentre io me ne stavo recluso tra esercitazioni e libri, mai c'era caso che Niccolò tralasciasse l'Antignano e lo stadio per Pisa, dov'era studente.

Almeno la sua specialità fosse stata di quelle che nell'allenamento assorbono intera un'attività: fosse stato pugile, per esempio, con la sveglia sul comodino, le mezze giornate di palestra, i pellegrinaggi per i campi, le letture innocenti e il setto nasale deviato.

Invece i corridori dei cento metri sono gli atleti più indolenti al mondo. L'allenamento è purtroppo limitato, leggero; un'abbondanza di riposo è prescritta. La loro velocità è un fiore che dura undici secondi e a cui tra i concimi giova anche l'ozio. È come certa preziosa poesia di poche sillabe alla volta, che ha bisogno di grandi margini.

Indolente, dinoccolato, egli passava sull'orizzonte del lungomare con un'andatura di gabbiano. A grandi intervalli la sua vita lenta e priva di fatti, dal ritmo incantato come nell'infanzia, s'accelerava a un tratto terribilmente: undici secondi: dopo di che, fulminato, si ributtava verso i suoi pomeriggi di amaca, smaltendo adagio un'aria stanca (durante la quale Leonetta non gli si rivolgeva se non chiamandolo caro).

Mentre infine io avrei avuto un'occasione di essere primo, primo del corso, e non lo ero affatto, Niccolò era primo continuamente. Campione toscano, preconizzato campione d'Italia, dove voleva ancora arrivare?

Qualche volta egli accennava — ma appena, per essere giusti, con una sorta di pudore, timore ed ostinatezza — ai campionati europei di Helsinki, di lì a tre anni. Dai bar i ragazzi se lo indicavano chiamandolo Niccolino, e Leonetta e io, lei divertita e io no, si passava con lui nel suo alone.

Ora non mi riusciva più mai, durante le libere uscite, ritrovarmi con Leonetta senza di lui. Così la nostra ostilità crebbe di pari passo con la frequenza, lungo quelle domeniche di fine estate piene di luce e di vento; raggiunse il colmo della tensione.

Ed ecco, scoppiò la prima burrasca d'autunno. Congestionò il rosa dei villini, spazzò le rotonde.

Quand'ebbe finito di sfogarsi, fu chiaro che Leonetta era non solo partita da Livorno ma sparita da noi, annullata insieme con la calda stagione recente e remota.

Allora a Niccolò e a me non restò che l'abitudine di passeggiare insieme nei giorni di festa.

Qualche volta Niccolò mi accompagnava a far visita al mio cutterino: ormai, anche lui gli voleva bene.

Si era dovuto rimorchiarlo alla sua gru, al suo magazzino. Fuori, altre barche passavano nella tramontana leste come treni, a vele piccole come fazzoletti. O, nei tre giorni della libecciata, ne vivevano almeno i contraccolpi, irrequiete dietro i moli. Io accarezzavo il mio “Ariel” lussuoso, debole di tutta la sua bellezza. Lontana era la sua forza, collegata esclusivamente alle boe e all'incanto della regata; come quella di Niccolò ai cento metri della pista. E per lunghe stagioni si trovava solitario ed escluso e bisognava lavargli la chiglia con l'acqua dolce.

Qualche volta accompagnavo Niccolò allo stadio.

Si costeggiava dal prato il tratto di pista che lo riguardava. I cento metri di polvere rossa, compatta, elastica, rigata dai binari bianchi delle corsie.

Mi parlava, per esempio, della posizione da prendere sulla linea di partenza, punta delle dita a contatto del suolo, orecchio al colpo di pistola, occhio al filo laggiù.

Più che di spiegazione, il suo tono era allora di confidenza: come di chi, pensando ad alta voce, ripassi fra sé il senso della propria vita. Parlava dell'attimo dello stacco, di quell'unico battito di cuore che divide la lenta vita dagli undici secondi vertiginosi. Come un motore in silenzio, che debba accendersi a un tratto al massimo dei giri. (—Il mio cuore non è famoso — avvertì.)

Niente rincorse, avvii, come in altre gare. Nessuna possibilità, come nel salto con l'asta o nei tuffi, di indugiare, scegliersi il momento, il giusto battito di cuore. Niente. Una pistolettata, e via.

Ma appena ci si allontana dallo stadio egli si allontanava; mi batteva sulle spalle le sue espansive manate di livornese, scherzava, divagava con spirito; riprendeva dinoccolato a errare per le giornate come per un'anticamera.

Ormai, però, io sapevo bene che se c'era uno della nostra età il quale non si distraesse mai veramente, era lui, Niccolò. Era appunto come quei tuffatori che sostano a lungo sulla cima del trampolino, e guardano l'acqua e non la guardano, e pare che il tempo non abbia valore per loro lassù, sospesi a mezz'aria; ma in realtà essi lavorano, lavorano ad aspettare un certo loro istante da cogliere, quello e non un altro, da buttarglisi dietro a volo. Così Niccolò nel suo andirivieni, in quella spaziosità di vigilia che conservava alla sua vita.

Aspettava un certo momento. Sempre e non guardava un certo filo, teso ad altezza di cuore.

Né si trattava (anche questo sapevo, ormai) di un traguardo qualsiasi: ma di un traguardo ben preciso, sebbene ancora lontano nello spazio e nel tempo.

Campionato europeo, Helsinki: la finale... Oh, una pista rossa, là come a Livorno; e non una pistolettata, e via. Ma le corse che Niccolò poteva disputare prima d'allora, in realtà non erano per lui che prove e rappresentazioni di quella.

Erano, nella sua gioventù d'attesa, un accelerarsi breve, poco più che una fitta al cuore. Egli guardava laggiù, a quel dato filo sulle rive del Baltico. E dopo?

Dopo, certo, si sarebbe messo agli studi, a una carriera. Ma questo lo dicevamo noi, suoi amici. A parlarne a lui, non è che negasse. Semplicemente si rifiutava di considerare qualunque cosa, la quale fosse al di là di quella linea sottile e sospesa. Ne avrebbe avuto, direi, un senso come di tradire.

Tre anni dopo (la mia nave era a Riga e ottenni il permesso) io vidi la corsa.

Io vidi Niccolò — punta delle dita al suolo, orecchio al colpo, occhio al filo laggiù —, Niccolò che stava per bruciare la sua attesa d'anni in alcuni secondi, imminenti sul cronometro del finlandese a pistola brandita.

Non c'era più tratto in lui che apparisse svagato; più niente della sua bellezza che gli pesasse, superflua in un uomo. Con il momento ingranava del tutto, dalla fronte al piede.

Pensai ad “Ariel”, al maestrale; un'ansietà di vittoria mi teneva e insieme una pietà fraterna.

Egli era là, quasi al centro della riga dei partenti.

Quando partirono e corsero io li vidi avventurarsi verso il traguardo come un'onda frontale, compatta.

Conoscete in queste cose il gesto con cui le chiude il vincente, gettando avanti in un estremo sforzo il petto a toccare il primo filo? Così fece Niccolò.

Ma fu come se il filo contenesse una corrente: e il cuore gettato avanti non reggesse il leggerissimo urto.

Cadde sull'erba acciambellato, come un levriero.

Quando riuscii a rivederlo l'avevano steso supino e una folla contemplava quel suo profilo, lucente d'un sole intenso e straniero.


 

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