SARFATTI MARGHERITA

Alcuni incontri

(a cura di Benedetto Brugia)


- Il socialismo scientifico

- Angelica Balabanoff

- «Piú che principessa, piú che imperatore, piú che condottiero»



Da Annemasse si recò a Zurigo, dove il metodico ambiente germanico coloriva di sé e di Kultur scientifica, razionalista e positiva, anche l'assimilabile elemento russo. Con i fumi del thé debole e delle parole forti vi si adoravano Marx e Bebel, Liebknecht e Lassalle, in cambio di Proudhon, Herzen e Bakunine. Appunto nel tradurre insieme Liebknecht e Lassalle, si legò di cameratismo amichevole con un'altra russa, Angelica Balabanoff.

Piccola e deforme, Angelica Balabanoff era intelligentissima, di una strana intelligenza a baleni, lacune e folgori. Abbracciato Marx e il marxismo come una religione feticista e monomaniaca, giurava nel verbo del maestro in molte lingue, con il calore comunicativo che è proprio alle fedi irragionate ed è contagioso come la scarlattina. La immagino benissimo ossessa e flagellante nelle processioni del Medio Evo, oppure alla Grotta di Lourdes, a sferzare il miracolo e partorirlo, nell'atmosfera arroventata dal suo fervore e della sua follía.

Ho visto questa donna a un banchetto in onore del deputato Morgari, dopo che, minacciando di turbarla coi fischi, egli ebbe tenuto lontani dalla visita ufficiale a Roma lo Zar e la Zarina, rei delle stragi di Pietroburgo del 1905. Vidi allora questa donna — questo refuso della celeste tipografia dove si stampano i caratteri slavi — trasfigurarsi tutta per virtú d'anima e di parola. Discorreva in italiano corretto, focoso ed efficace, e gli occhi umidi e luminosi le si ingrandivano a divorare il misero faccino grigio. La voce stridula e fessa, riscaldandosi a strane intonazioni gutturali vi raspava in fondo alle viscere, con la forza di suggestione dei mistici e degli isterici. Quando terminò invocando la Madre Russia, «la Santa Russia» che soffre e spasima, si abbatté sulla sedia di schianto, pallidissima, in lagrime, e intorno alla mensa noi tutti piangevamo, sconvolti, pallidi.

In Italia di solito le donne, anche rivoluzionarie, sono timorate o almeno caute, ma la compagna Balabanoff ostentava una specie di civetteria della sfrontatezza. Brutta com'era, grazie al potere magnetico della sua oratoria; o alla relativa celebrità del suo nome; o forse alla candida semplicità degli inviti, che non lasciavano scampo alla creanza maschile; fatto sta che la zitella Angelica si vantava di non aver mai mancato di partners nei giri di propaganda attraverso città, campagne e borghi d'Italia. Per l'onore estetico della gioventú socialista, credo che esagerasse.

Guai all'uomo di una sola idea, specialmente se è una donna! Istruitissima, con una formidabile preparazione filosofico-economico-sociale, Angelica mancava del tutto di cultura, se cultura è capacità di raziocinio, di critica e cernita dell'altrui pensiero attraverso il pensiero proprio. Ad una passeggiata in campagna, dinanzi al bivio che ci teneva incerti, era capace di suggerire seriamente: «a sinistra: la strada giusta è sempre a sinistra». Quando un paesino idillico spuntava in vetta al colle, domandava subito se l'amministrazione comunale era in mano dei preti. Non aveva senso umoristico, né senso del bello — per sua fortuna, se no, si sarebbe buttata nel piú vicino pozzo. Invece, con l'acqua aveva pochissima dimestichezza.

Al giovane di Romagna si impose con gli squilibri, le deficienze, gli eccessi stessi del suo temperamento fanatico.

Pur nei limiti di una rispettosa camerateria, la avvicinò per anni, e la volle vice-caporedattore al suo fianco nel 1913, alla direzione dell'Avanti! dove si accapigliavano furiosamente. Lei non lo trovava mai abbastanza rivoluzionario, e dopo le liti non si parlavano per giorni e giorni; i rapporti si svolgevano a mezzo di «note di servizio» epistolari e pepate.

«Il vostro commento di ieri alle elezioni è fiacco. Bisogna far rilevare assai piú vibratamente il trionfo degli estremisti».

«Voi non capite mai niente: occupatevi del servizio vostro».

Alla fine il direttore la mandò via.

Nel socialismo italiano prebellico, Angelica fu personaggio importante della direzione del partito, attivissima a vituperio del «sicario della borghesia» nel nome dell'Assoluto. Finalmente espulsa per propaganda rivoluzionaria e antiguerresca dal paziente governo italiano del tempo, fu insieme con Lenin e Trotzki uno degli esuli rivoluzionari che in piena guerra traversarono la Germania, con treno speciale concesso dal previdente Kaiser, per andare a fare la spina nell'occhio dell'ancor piú paziente Kerenski. Lo rovesciarono, e Angelica, rannicchiata la personcina deforme sui cuscini dell'Imperatrice, figurò gran personaggio al governo e nelle automobili di gala.

Sino quando, un bel giorno del 1924 — imminenti nell'aria la pasqua e il disgelo — lei pure apparve girondina, ed espulsa quale «antirivoluzionaria pericolosa» tornò a nuovo esilio oltre frontiera. Povera Angelica, pochi giorni prima varcava lo stesso confine, ma in senso opposto, l'ambasciatore del Re d'Italia, accreditato presso la repubblica dei Sovieti — «la Dittatura del Proletariato» — con nomina di Benito Mussolini — «il Traditore del Proletariato». Di questo colpo, se non è morta, certo schiumeggia ancora.

Maxima debetur reverentia alle catacombe e conventicole scalcinate dei poco assestati giovani. Una pitonessa capitata nella stanzuccia di Angelica, alla povera pensione di Zurigo, fra letto e cassettone, accanto al tavolinetto del samovar, strane parole avrebbe potuto rivolgerle.

«O donna qui presso assisa sullo scranno spagliato - piú che principessa, piú che reggente, - nel Kremlino d'oro occuperai troni di velluto e damasco; e principesse e governatori tremeranno del tuo potere. Al giovane professore occhialuto dai pomelli tartarici dianzi da te salutato - commilitone di povertà e di fede - piú che re, piú che imperatore, assunto a sovrumano potere - re e imperatori per la cara vita supplicheranno invano, delirando intorno le moltitudini - sua mercé - di sofferenza, speranze e miraggio. E il giovinetto pallido, accanto a te, con te intento, per pochi lire, a volgere Engels e Marx in italiano - a te ai tuoi con ogni fibra avverso - vi si opporrà, poi tratterà con voi da pari a paro - piú che legislatore, piú che condottiero - acclamato da un popolo salvatore e Duce».

Maxima debetur reverentia a Bonaparte tenentino e a Rastignac studente. Termineranno sulla forca, o vicino a un trono, se non finiscono, l'uno colonnello, l'altro conservatore delle ipoteche, a tradurre De bello gallico e Orazio in provincia.


 

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