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SARFATTI MARGHERITA Altre lezioni (a cura di Benedetto Brugia)
Tante cose oramai sapeva, necessarie al mestiere del randagio, che vuole pur esso il suo garzonato. A proprie spese aveva imparato che 15 centesimi di proprietà dimostrabile conferivano — allora — il diritto a 24 ore di indisturbato soggiorno nel territorio della Repubblica. L'indomani, bisognava ripassare al controllo. Ma con un franco, il diritto di permanenza era illimitato. Il franco, dunque, rappresentava lo shibboleth sacro alla libertà, piú cara del pane. Cominciava d'altronde a fare carriera. Non piú magütt, era divenuto garzone muratore, poi, operaio differenziato, specialista per le lesene delle finestre, che richiedono grande abilità: i mattoni vanno disposti a dritto filo, con perfezione rigorosa, di piatto e di taglio. E pure le sagome di cemento sono difficili a farsi, intorno alle finestre, e l'intonaco va impastato a regola d'arte. Altra sua specialità favorita, quella di piantare la bandiera in cima al tetto degli edifici ultimati. Quante volte al Popolo d’Italia, nella casa nuova di via Lovanio, lasciava a mezzo l'articolo polemico, e lo trovavamo alla finestra affascinato dal lavoro dei muratori, arrampicati sulle impalcature del casamento di fronte che veniva su a occhiate. «Quelli, sí, ecco, sono dei costruttori! Vedete? quegli operai in camiciotto, io li invidio. Quella, sí, è vera pietra, vero mattone, muro, calcina, casa! Questo che faccio io, nero su bianco, è tutto lavoro di carta. E quando ho finito, devo rifarmi da capo. Loro, no: due mesi fa non c'era niente, ora la casa è cresciuta, esiste, mettono il tetto: fossi ancora tra loro, per la soddisfazione dell'opera compiuta, terminata sul serio!». L'inverno svizzero è lungo, e sotto la neve il muratore non costruisce; mangiare, invece, bisogna lo stesso: e di piú! Per fortuna, trovò da alloggiarsi come fattorino presso un vinaio italiano, nella Rue du Pré, con poca paga, ma un piatto di minestra e del pane due volte al giorno; e una soffitta per la notte, dove dormire al gelo; ma dormire da solo. «Come mangia!» diceva, disgustata, la padrona. «Mangia troppo, questo garzone». Il garzone ha vent'anni, e nelle gambe dodici ore di lavoro quotidiano. Di quell'esoso, mortificante contargli il boccone in bocca, si vendica come può, rifacendosi sulla botticella di vino puro, di vino schietto, quando procede, in cantina, ai misteri del «taglio». E ne trae qualche conforto. Completamente scalzo, a testa nuda, vestito solo di un paio di calzoni e una vecchia maglia, traversava il mattino presto la Grande Rue, spingendo a mano il carrettello dei fiaschi. Dalle case linde, dalle pensioncine per forestieri e studenti uscivano le massaie svizzere, contavano, ritiravano e pagavano, aggiungendo i cinquanta centesimi della rituale mancia, per il servitorello che si ritirava compunto, con un bell'inchino e un Merci, madame! Io credo, che rimanessero intimidite loro. Vi era un cuore, in cui si ripercotevano dolorosamente quelle peripezie, indovinate piú che narrate. Il figliuolo, che non aveva esitato a chiedere alla mamma i suoi quattro poveri soldi per divertirsi, ora che si trattava di vera fame, per orgoglio e punto d'onore mai avrebbe consentito a domandarli. Ma la mamma intuisce quel che l'assente non vuol confessare. E si ammala, e lo chiama a sé. Riprenderà le forze, attingendole agli intrepidi occhi, che nella lontananza si approfondirono di tante ombre, ma anche di luci nuove, e guardarono in faccia il destino. Guarita la mamma, il figliuolo riparte per il garzonato della sua duplice incarnazione elvetica. Vilfredo Pareto, fra tutti i professori, ebbe su di lui piú profondo e durevole ascendente. Dal campo della economica, il discepolo trasportò al campo della politica la «teoria degli imponderabili» che gli rimase profondamente impressa; anzi la estese a tutta quanta la sua concezione della vita. Il Pareto gli insegnò il suo caratteristico modo di investigare i problemi, con indagine sperimentale alacre e desta, senza partire da alcuna teoria, tutt'al piú accogliendo qualche teoria per ipotesi, quale provvisoria spiegazione di una serie di fatti. Il duce del fascismo ancor oggi apertamente si vanta che il fascismo «non possiede un armamentario di dottrine teoriche, perché ogni sistema è un errore, e ogni teoria una prigione». «Io sono un camminante» dice di sé; e negli anni dal 1910 al 1914, non per nulla firmava i suoi articoli con il tipico pseudonimo «l'homme qui cherche». Questa ricerca incontentabile è proprio lo stile del Mussolini, nella vita e nella sua arte politica. «Sapete? ho deciso, che non mi lascio mica portare deputato, stavolta», mi annunciò risolutamente un giorno, alla vigilia delle elezioni del '19. Ed enunciò gli immutabili motivi della determinazione. Tentai qualche inutile protesta, e rincasai scontenta, cercando invano di persuadermi che il direttore, anche stavolta, dovesse avere ragione. Il giorno dopo, al giornale, mi annunziava con lo stesso tono risoluto che, naturalmente, non v'era da discutere: il suo nome doveva figurare capolista a Milano. «Come?» esclamai contenta e sconcertata. «Ma se ieri avevate detto...». Si raddrizzò con solennità: «Signora, ieri era ieri. Oggi, è un altro giorno». |
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Oggi è il giorno
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