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SARFATTI MARGHERITA La lezione in undici capitoli (a cura di Benedetto Brugia)
Mussolini
è un aristocratico plebeo, senza mezzi termini. Da soldato, gli videro
terminare, senza scomporsi, la gavetta del rancio, dopo averne estratto per la
lunga coda un innocente «Très satisfait Monsieur le Commissaire». Additò sorridendo il ponte, che si vedeva dalle finestre del sontuoso albergo. «Vous souvenez-vous, Monsieur le Commissaire? C’est là que votre police m’arrêta, il y a vingt ans». Il Commissario filosoficamente s'inchinò. «C’est la vie, Monsieur le Président». Tante cose, gli insegnò quella vita. Innanzi tutto, ad amare l'Italia come la si ama solo di fuori, con l'appassionato struggimento della nostalgia per la madre lontana, e la rabbiosa passione per i fratelli del nostro sangue, che si vorrebbero tutti degni del nome. E imparò come poco basti, poco bene sia necessario all'uomo, e il peso del superfluo, e la libertà, la felicità, il fascino di andarne esenti. Quel fascino, che attira invincibilmente le nature piú pure e piú forti verso gli sports aspri e rudimentali come l'alpinismo, e persino — a chi vi ha partecipato sul serio — ispira la nostalgia della guerra. Il Presidente, ora, ha la casa piena di regali: che gliene importa? I mostri del «museo degli orrori» — una sala di Palazzo Chigi, dove si accumulano i regali di pessimo gusto — e per contro gli oggetti di grande valore che gli prodigano amici e adoratori, umili e ricchi, d'ogni parte d'Italia, hanno per lui lo stesso valore: zero in sé; preziosi soltanto come sintomi di devozione e di affetto. Il gabellotto delle Puglie gli manda un quadro, ancora gocciolante — dice il donatore —, di puro olio da lume; la piccola manicure una sua specialità di sapone da barba; il calzolaio di provincia un paio di scarpe tricolori! Un operaio, nelle ore libere, sopra un guscio d'uovo vuotato attraverso due invisibili forellini, ha miniato a penna i gran monumenti d'Italia, da San Pietro a San Marco; e ritratti, ritratti, ritratti di tutte sorta! Sigarette d'Oriente, dorate e fragranti, e non fuma; dolci, liquori di gran marca, e mangia appena, e non beve; vino, frutta, pesce, cacciagione, tutto quanto è prelibato cibo, va a finire all'ospizio dei ciechi o all'asilo degli orfani di guerra. Il gruppo di porcellana di Copenhagen e il prezioso tappeto d'Afganistan, tutto si urta alla stessa indifferenza. Anche la bellezza, quando si concreta nella materialità di un oggetto, lo trova insensibile. «Bello, bello, molto bello!». Una capa da torero, rosso fuoco e rigida di ricami d'oro fino, sulla spalliera della sedia, è gettata vicino alla spada damaschinata di Persia, alla ricurva scimitarra turca ageminata, alla spada dell'ultimo sultano d'Albania: oggetti di sport e di guerra, questi ultimi sono guardati con alquanta maggior simpatia. Del valore intrinseco, del valore di proprietà, nulla importa a questo asceta dell'ambizione che gli brucia le viscere, cupido non di avere, ma di potere soltanto. Sulla fodera della valigia, in vagone, un suo segretario scoprí un giorno con terrore, puntata a caso, una superba spilla di zaffiro inciso. «Presidente, e se la perde? È di sommo valore». «Davvero? Non l'ho guardata. Me l'hanno offerta, non so neppure chi». Anche attraverso le undici prigioni, il giovane irrequieto imparò molte cose. Non solo le lingue straniere, la letteratura tedesca e la geometria araba, anche la sapienza e la pazienza, fisica e morale, delle lunghe, non infeconde, snervanti attese; e forse la forza della concentrazione e del silenzioso raccoglimento. Preziose acquisizioni, a caro scotto pagate. Sempre ho fitto nella mente un crepuscolo di primavera che, al ritorno dal giornale, tre o quattro di noi redattori del “Popolo d’Italia”, con il direttore, traversavamo i giardini pubblici di Milano. «Si chiude, signori, si chiude». Una guardia, presso i cancelli, agitava le chiavi. Egli scattò rapido, impallidendo. A chi, ridendo, lo voleva trattenere dal correre verso l'uscita ancor libera, si rivoltò incollerito, con l'ansia della belva in trappola, la belva che teme l'agguato. «No, no, non posso, io, non posso sentirmi chiuso! Queste sbarre; questi cancelli; voi non sapete cosa sia, cosa voglia dire, la prigione! Soffoco, io: undici volte in carcere: è una sofferenza, che non ci si cava di dosso». In guerra, le uniche mancanze disciplinari erano per quest'odio del chiuso, che anche durante i bombardamenti, contro gli ordini, lo teneva all'aperto, fuori delle doline e le caverne. A Capri, egli assicura di non aver potuto visitare, per questo motivo, la Grotta Azzurra, con scandalo dei battellieri. In treno, in automobile, se traversa una galleria si rabbuia. «Anche per questo mi ripugna la Massoneria! Non possono soffrire tutto quanto è chiuso e sotterraneo, e si svolge nelle grotte, invece che alla luce del sole». Il magütt di Losanna ha il diritto di esser duro verso gli altri, aspro, esigente, perché ha provato, sa che la miseria, la fame, i patimenti, non sono forze irresistibili: sa che si può resistere. Ma sa pure che il resistere è duro. Le sue severe esigenze, le riserba per questo ai pochissimi, dei quali ha stima; ai pochissimi che ritiene, come è egli stesso, inattaccabili alle seduzioni della ricchezza e del piacere. Sono questi i segni del suo raro favore. Per gli altri, tutti gli altri — ahimè, per l'umanità in genere —, il suo disprezzo è indulgente e radicale. |
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