SARFATTI MARGHERITA

Giorni di fame

(a cura di Benedetto Brugia)


- Le urne di Predappio e le cinquanta lire della mamma

- Un autografo

- Il lupo selvatico



Mentre a Gualtieri perseverando arrivi chiudeva l'anno scolastico, a Dovía il signor Alessandro Mussolini veniva incarcerato per complicità nella rottura delle urne elettorali.

Fu poi clamorosamente assolto, ma in questa seconda prigionia, piú triste, perché egli era meno giovane, si immalinconí, e ammalò di denti: anche perché, egli diceva, aveva dormito altravolta allo scoperto sotto la luna, il cui raggio corrompe le ossa.

E la signora Rosa rimase, sola, con i due figli piccoli e con nel cuore il rovello del marito malato in carcere e del figliolo prediletto, ramingo pel mondo.

Non disperiamo, mamme che diciamo di sí, sempre «sí», nel fatto, anche se opiniamo talvolta «no» a fior di labbra. Questi figlioli inquieti e inquietanti, che per una partita a sette e mezzo con i camerati o una gita in campagna con la morosa non si peritano di scriverci:

«Mamma! ho un impegno d'onore, se non mi mandi cinquanta lire, mi ammazzo subito. Addio, mamma adorata, non mi vedrai piú vivo!», questi sono i figlioli che ci fan versare sale di lacrime non infeconde. Altra gente, gente assestata, lavora poi l'humus trasportato dai fiumi torbidi, ma senza questi esseri, carichi di troppa forza per incanalarla lungo le solite chine, non vi sarebbero conquiste, e scoperte, e gloriose avventure.

Grazie ai soldini della mamma, al figliolo fu possibile vedere altro cielo, gustare altra acqua, sapor d'altro pane.

«Le vacanze estive erano imminenti. Allora io feci il divisamento di emigrare in Svizzera e tentare la fortuna. Telegrafai a mia madre per avere il denaro necessario per il viaggio, e mia madre mi mandò telegraficamente 45 lire. Il 9 luglio, a sera, giunsi a Chiasso. Nell'attesa del treno che doveva portarmi nel centro della Svizzera, presi il Secolo, e fui non poco stupito e addolorato quando in una corrispondenza trovai la notizia dell'arresto di mio padre. A Predappio e ad Orte gli elettori di parte socialista e popolare avevano fracassato le urne per impedire la vittoria ai clericali; l'autorità giudiziaria aveva spiccati diversi mandati di cattura e uno di questi aveva colpito mio padre. Questa notizia mi pose dinanzi il bivio. Tornare o procedere? Decisi di continuare il viaggio, e nel pomeriggio del 10 luglio discesi alla stazione di Yverdon con due lire e dieci centesimi in tasca».

Per fortuna, qui dove si fermano gli schematici ricordi tracciati molti anni dopo, soccorre la guida di una preziosa lettera, interamente inedita, battuta giú subito, nel turbine degli avvenimenti e delle profonde impressioni nuove.

Lausanne, 3-9-1902

«Mio amico,

«queste che sto per scriverti sono memorie. Tristi memorie di una gioventú disperata che vede svanire tutto — fin l'ideale.

«Quello che conterranno le pagine seguenti tu non lo dirai a nessuno: solo una donna sa i miei dolori e, quando avrai letto, tu. Ti maledirò se ne farai oggetto di chiacchiere. Non ti deve parere inspiegabile questa mia pretesa al segreto. E comincio.

«Partii da Gualtieri — salutando solo la mia donna — la mattina del 9 luglio. Era un mercoledí, da Parma a Milano e da Milano a Chiasso, il caldo insopportabile per poco non mi fece crepar di sete. Chiasso, il primo paese repubblicano, mi ospitò sino alle 10¼ di sera. Ebbi leggendo il Secolo la sorpresa di vedere l'arresto di mio padre implicato in disordini elettorali. L'arresto mi turbò, solo perché se io l'avessi saputo a Gualtieri non sarei partito per la Svizzera, bensí per la Romagna. Fattomi un compagno di viaggio — certo Tangherone di Pontremoli — cambio le monete italiane e monto sul treno che si sarebbe fermato alla mattina dopo a Lucerna — 12 ore di treno. Il vagone era pieno d'italiani. Lo credi? Stetti quasi tutto il tempo del tragitto al finestrino. La notte era splendida. La luna sorgeva dietro gli altissimi monti bianchi di neve fra un ridere argenteo di stelle. Il lago di Lugano aveva magici riflessi come una levigata superficie metallica battuta da luci ignote e fatate. Il Gottardo si presentò ai miei occhi come un gigante pensieroso e raccolto, beneficando del suo tramite cieco il serpente d'acciaio che con fuga vertiginosa mi portava fra gente nova. Nel vagone tutti dormivano, io solo pensavo. Che cosa pensai quella notte che divideva due periodi della mia vita? Non lo ricordo. Solo alla mattina — e ciò poteva dipendere dallo spossamento fisico —, quando passammo per la Svizzera tedesca e una pioggia novembrale ci accolse fredda come l'addio d'un infelice, ricordai — con una stretta al cuore — le contrade verdi d'Italia baciate da un sole di fuoco... Fu un primo spunto della nostalgia? Forse. A Lucerna cambiai treno e presi il biglietto per Yverdon, lusingato dal mio compagno di viaggio che mi prometteva un impiego presso un suo parente, negoziante in tessuti. Giunsi a Yverdon alle 11 — giovedí, 10 —; 36 ore di treno. Intontito e stanco, mi diressi ad una povera bettola dove ebbi l'occasione di parlare per la prima volta in francese. Mangiai. Andammo da questo negoziante italiano. Seppe farmi delle chiacchiere. Nondimeno m'invitò a mangiare da lui. Accettai. Altre chiacchiere inconcludenti. Infine mi diede uno scudo. Perché non credesse di beneficarmi, gli lasciai per pegno un bellissimo coltello uso arabo comperato ancora a Parma il 1° aprile insieme al nostro buono e fulvo Romani.

«Il venerdí mi trovò per un'ora di fronte alla statua di Pestalozzi che ad Yverdon ebbe i natali e per 23 ore in letto. Al sabato, insieme ad un pittore disoccupato, andai ad Orbe — città vicina — per lavorare come manovale. Trovai lavoro e il lunedí mattina 14 incominciai. Undici ore al giorno di lavoro, 32 centesimi all'ora. Feci 121 viaggi con una barella carica di sassi al secondo piano di un bâtiment in costruzione. Alla sera i muscoli delle mie braccia si erano gonfiati. Mangiai delle patate cotte fra la cenere, e mi gettai vestito sul letto: un mucchio di paglia. Alle 5 del martedí, mi destai e discesi nuovamente al lavoro. Fremevo della terribile rabbia degl'impotenti. Il padrone mi faceva divenire idrofobo. Il terzo giorno mi disse: “Voi siete vestito troppo bene!...”. Quella frase volle essere significativa. Avrei voluto ribellarmi, spaccare il cranio a quel villan rifatto che mi accusava di poltroneria mentre l'ossa mi si piegavano sotto le pietre, gridargli sul muso: “Vigliacco, vigliacco!”.

«E poi? La ragione è di chi ti paga. Venne il sabato sera. Dissi al padrone che intendevo partire e perciò mi avesse pagato. Entrò nel suo gabinetto, io restai sul pianerottolo. Di lí a poco uscí. Con mal celata rabbia gettò nelle mie mani 20 lire e centesimi dicendo: “Ecco il vostro avere ed è rubato”. Restasi di sasso. Cosa dovevo fargli? Ucciderlo? Cosa gli feci? Nulla. Perché? Avevo fame ed ero senza scarpe. Un paio di stivaletti quasi nuovi li avevo lasciati a brandelli sui sassi da costruzione che mi avevano lacerate le mani come le suola. Quasi scalzo corsi da un italiano e comperai un paio di scarpe imbullettate alla montanara. Feci fagotto e alla mattina dopo — domenica 20 luglio — a Chavornay presi il treno per Losanna. Questa è una città non bella, ma simpatica. Dalla cima del monte si distende sino alla spiaggia del Lago Lemano coll'incantevole sobborgo d'Ouchy. È piena d'italiani (6.000) poco ben visti e vi ha sede la Commissione Esecutiva del Partito Socialista e v'esce l'ebdomadario Avvenire del Lavoratore che redigo insieme all'avv. Barboni. Ma procediamo con ordine. A Losanna vissi discretamente la prima settimana coi soldi guadagnati a Orbe. Poi rimasi al verde. Un lunedí, la sola cosa metallica che io avevo in tasca, era una medaglia nichelata di Karl Marx. Avevo mangiato un tozzo di pane al mattino e non sapevo dove andare a dormire la sera. Disperato volsi al largo, sedetti (i crampi dello stomaco m'impedivano di camminare a lungo) sul piedestallo della statua a G. Tell che sorge sul parco di Montbénon. Lo sguardo mio doveva essere terribile in que' terribili istanti poiché i visitatori del monumento mi guardavano con aria sospetta, quasi impaurita. Oh! se fosse venuto De Dominicis a predicarmi la sua morale con che gusto l'avrei scannato! Alle 5 lascio Montbénon e mi dirigo verso Ouchy. Passeggio a lungo sul Quai (strada bellissima sulla riva del lago) e intanto vien sera. Nel crepuscolo l'ultime luci e gli ultimi suoni delle vecchie campane mi distraggono. M'assale una melanconia infinita e mi domando sulla proda del Lemano se val la pena di vivere ancora un giorno... Penso, ma un'armonia dolce come il canto di una madre sulla culla del figlio, devia il corso dei miei pensieri e mi volgo. Sono 40 professori d'orchestra che suonano davanti al grandioso Hôtel Beau Rivage. M'appoggio ai cancelli del giardino, scruto fra il verde-cupo fogliame degli abeti, tendo l'orecchio e ascolto. La musica mi consola cervello e ventre. Ma gl'intervalli sono terribili, i crampi pungono le mie viscere come spille infuocate. Intanto per i viali del parco vanno le turbe dei gaudenti — s'ode il fruscio delle sete e il mormorar di lingue che non comprendo. Mi passa accanto una coppia vecchiarda. Sembrano inglesi. Vorrei domandar loro l'argent pour me coucher ce soir. Ma la parola muore sulle mie labbra. La donna, tozza e pelata, rifulge d'oro e di gemme. Io non ho un soldo, non ho un letto, non ho un pane. Fuggo bestemmiando. Ah! santa idea l'Anarchia del pensiero e dell'azione. Non è un diritto di chi giace, mordere chi lo schiaccia?

«Dalle 10 alle 11 sotto un vecchio barcone. Spira l'aria di Savoia ed è freddo. Rientro in città e passo il resto della notte sotto il Grand Pont (anello di congiunzione fra due colli). La mattina mi guardo per curiosità nei vetri di un negozio. Sono irriconoscibile. Incontro un romagnolo. Gli dico brevemente i miei casi. Ci ride. Lo maledico. Va alla tasca e mi dà 10 soldi. Lo ringrazio. Precipito nella bottega di un fornaio e compero un pane. Dirigo il cammino verso il bosco. Parmi d'avere un tesoro. Giunto lungi dal centro della città, addento colla ferocia di Cerbero il pane. Da 26 ore non avevo mangiato.

«Sento un po' di vita fluirmi per le vene. Il coraggio ritorna col fuggir della fame. Decido di lottare. Volgo il piè alla villa Amina-Avenue du Léman. Vi abita un professore d'italiano, certo Zini. Prima di entrare nell'andito del grazioso caseggiato, mi pulisco le scarpe, drizzo la cravatta e il cappello. Entro. Lo Zini ha una testa con peli arruffati e grigi; il suo naso è fenomenale. Appena salutatolo in italiano ei mi accoglie con una scarica “seccature quotidiane, quotidiane. Cristo Santo, santo...” ecc. “Cosa volete?! Non so, non saprei. Vedrò, vedremo. Dirigetvi Borgatta, rue Solitude. Ah! se potessi! ma... potrebbe darsi”.

«“Va all'inferno con chi tha fatto! Cialtrone!”. E con tal saluto lo lascio.

«Nella prossima lettera il resto.

«Ti parrà un romanzo e fu ed è realtà.

«Ho ricevuto la sua cartolina. Mandami l'ode e notizie degli amici.

Tuo amico

Benito Mussolini»

Quando parla degli altri o descrive gli spettacoli della natura, la foga dei sentimenti appare persino enfatica, ma qui cerchereste invano l'accento di recriminazione proprio, per esempio, all'«amarissimo» Gorki, quando narra simili episodi autobiografici. Il giovine italiano presentiva allora — come sa adesso — di potersi formare e collaudare solo a costo di simili prove. Solo, e some che un uomo sa reggere dàn la misura del suo valore e accrescono forza ai forti, se è vero che il premio del cómpito adempiuto sta nella capacità di adempierne uno maggiore.

Senza un soldo in tasca, all'imbrunire, fuggiva una sera i pericoli, le tristezze e le tentazioni dell'abitato, via per i sobborghi di Losanna, via per la campagna linda, ben pettinata come una scacchiera da arca di Noè, con l'erba finta e gli châlets-calamai, che a scoperchiarli si trova l'inchiostro. Proprio davanti uno di quei gingilli, una famigliola pranzava, e ci vuole lui a descriverla — narratore sobrio efficacissimo, le rade volte che consente a narrare — con tre battute incisive: il padre in maniche di camicia, i figlioli ordinati a canne d'organo, e la mamma che scodella, intorno alla lampada posata sul desco, nella felicità assorta e religiosa che precede la minestra. Il viandante dal viso cavo si avvicinò come il lupo della favola, silenzioso, con gli occhi grandi.

«Avete del pane? Datemene».

Egli era della razza che dona e comanda, non chiede. Ebbe voglia di gettare il pane in faccia a quella gente, che glielo porgeva scura, intimorita, senza sguardo o sorriso di generoso consenso.

Ma il ventre è un malo cane ringhioso.


 

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